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Premessa: con l’articolo seguente, nel quale consiglio una lettura e qualche ottimo film, saluto i miei lettori e a tutti auguro buone festività pasquali. Ne approfitterò anch’io per cercare un po’ di riposo: ci rivediamo a partire da lunedì 28 aprile.

Oltre il giardino

 

“Il linguaggio figurato fu il primo a nascere, i significati propri furono trovati per ultimi”, J.J.Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue

 

“Life is a state of mind”, J. Kosinski, dal film Being there – Oltre il giardino

 

Oltre il giardino (Minimum fax, Roma 2014): finalmente ripubblicato un paio di mesi fa e arricchito dall’illuminante prefazione di Giorgio Vasta, il romanzo capolavoro di Jerzy Kosinski del 1971 (in inglese intitolato Being there) permette di leggere la prima e originaria versione del personaggio di “Chance il giardiniere” a tutti coloro che erano rimasti incantati dalla resa cinematografica del 1979 diretta da Hal Ashby e sceneggiata dallo stesso Kosinski, con l’interpretazione straordinaria di Peter Sellers, forse la più alta della sua carriera e tra le migliori dell’intera storia del cinema. E, va ricordato, questo film fu fortemente voluto dall’attore.

Ma chi è Chance? Un orfano, ormai divenuto adulto sebbene rimasto analfabeta, che da sempre è vissuto nella signorile abitazione di un vecchio benestante (anzi, il Vecchio), del quale curava il giardino. Altra sua incessante attività, unico collegamento col mondo esterno e solo piacere oltre alle piante: guardare la televisione per ore ore ed ore imitandone immagini ed espressioni, dal momento che “non provava nessuna curiosità per la vita di là dal muro”.

L’equilibrio tuttavia è destinato a rompersi con la morte del Vecchio e l’arrivo degli avvocati del suo ex studio a reclamarne la proprietà. Senza opporre la minima resistenza, col candore più disarmante, Chance è costretto a lasciare quella casa, il suo mondo, dalla sera alla mattina. Certo si porta dietro i vestiti eleganti del suo ex ospite che del resto, quand’era ancora in vita, già gli aveva concesso. E chissà che fine avrebbe fatto se non fosse stato investito dalla macchina di EE, Elizabeth Eve Rand, moglie del magnate Benjamin, eminenza grigia dell’economia e dunque della politica americana, nonché intimo del Presidente degli Stati Uniti.

Sicché i Rand lo accolgono nella loro magione e ne rimangono assai colpiti, lei sino al punto di innamorarsene, lui scambiando per geniali e acutissime intuizioni filosofiche le battute altrimenti ingenue di Chance, null’affatto profondo e intelligente pensatore, anzi più simile a un Forrest Gump che a un Einstein, che ricava le sue espressioni totalmente prive di metafore o di significati altri rispetto a quello banalmente letterale (e “il comico” diceva Deleuze “è sempre letterale”) dal giardinaggio e dalla televisione, ovvero gli unici poli e ragion d’essere d’una vita che altrimenti si sarebbe giudicata poverissima, ma bastante al nostro (anti)eroe.

Il romanzo è anche una critica alla società dello spettacolo in cui tutti siamo immersi e in cui nulla può essere semplice e diretto, ma deve esserci piuttosto un doppio, triplo (e magari torbido) senso: persino il nome con cui il protagonista diviene noto, Chauncey Gardiner, nasce da un fraintendimento di Mrs Rand, essendosi invece egli correttamente presentato come Chance the gardener,  tanto che gli stessi servizi segreti russi e americani impazziscono nel non trovare informazioni su di lui, che nel frattempo viene introdotto nel gotha del potere statunitense, divenendo un guru assai ascoltato anche grazie ad apparizioni pubbliche e televisive di incredibile successo.

Il film non è la trasposizione letterale del libro, tant’è che Kosinski nello sceneggiarlo ne riscrisse alcune parti, incluso il finale, col discorso del Presidente in cui viene pronunciata la frase più nota della pellicola (ma assente nel romanzo): “la vita è uno stato mentale”. Da un lato, interno alle dinamiche della trama e dei suoi personaggi, essa è quanto di più lontano dalla “letteralità” di Chance, inaccettabile o incomprensibile per gli altri uomini che infatti hanno bisogno di metaforizzare tutto ciò che egli dice. D’altro canto però, quella frase letta dall’esterno, da noi spettatori, è sibillina, poiché alfine tutti quanti, incluso l’ignaro Chance, siamo prigionieri-autori del nostro stato mentale più o meno complicato che sia. Comunque, mentre il Presidente recita il suo discorso commemorativo per la morte dell’amico e grande elettore Benjamin Rand, la cui bara è trasportata da altri squali della finanza che, fra l’altro, progettano per Chance una carriera da futuro presidente americano, il povero ex giardiniere, del tutto disinteressato, passeggia poco distante lungo il bordo di un laghetto e poi direttamente sulle stesse acque come un novello Gesù, senza la minima consapevolezza d’esserlo e senza messaggi salvifici per l’umanità, non essendone peraltro capace, poiché nel suo sguardo “c’è registrazione ma non c’è elaborazione, percezione senza conoscenza”[1], essendo in definitiva armato solo di ombrello e bombetta, come il più comune e grigio omino magrittiano, personaggio dunque cavo, svuotato, ma non vacuo[2], “la cui passività è talmente intensa da trasformarsi in una vera e propria azione”[3] per coloro che gli sono circostanti.

Chance mi ha ricordato altri due personaggi cinematografici simili in apparenza, agli antipodi in realtà: da una parte il mitico Zelig (1983) di Allen, buono e inoffensivo, la cui passività, a differenza del giardiniere, consiste nel cambiare aspetto fisico come un camaleonte (sono dunque gli altri a far mutare il suo corpo che, proteiforme, si trasforma) in cerca di perenne approvazione e affetto da parte di chi lo circonda o solo gli sta accanto (mentre le persone sono poco più che indifferenti per Chance, interessanti solo se ridotte a immagini televisive); dall’altra il candido Zoran, il mio nipote scemo (2013) di Matteo Oleotto, con un cattivissimo lebowskiano a dir poco esilarante Giuseppe Battiston, zio di un tenerissimo Zoran-Zagor, interpretato dall’esordiente Rok Presnikar, perfetto anche fisicamente, che alla fine però, ribaltando i ruoli e facendo uno scatto dall’iniziale passività e dipendenza, come una delle sue freccette magiche farà centro acquistando sicurezza e un certo senso critico, addirittura prendendosi cura dello sciamannato parente e in sostanza migliorandone l’esistenza altrimenti perdutamente alcolica. Dunque, buona visione, buona lettura, buona vita.

 

 

 

 

[1] G. Vasta, da Chance & co., prefazione a Oltre il giardino di J. Kosinski, Minimum fax, Roma 2014, p.18.

[2] G. Vasta, op. cit., pp. 8-9.

[3] G. Vasta, op. cit., p.19.

 

 

 

Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 - Città del Messimo, 2014)

Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messimo, 2014)

Che vita quella di Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messico, 2014): quanti dolori, quante sconfitte avrebbe potuto sopportare un uomo, quest’uomo, se non lo avesse da sempre sostenuto una vocazione incrollabile, la fede vera della poesia unita alla passione civile?

Poeta vero, dunque, naturale e naturalmente comunista come ogni sudamericano che a metà ‘900 avesse voluto opporsi alle ingiustizie delle varie dittature che andavano divorando quelle struggenti disgraziate terre (bene inteso: non che il comunismo fosse la soluzione, come dimostrano le storie parallele dei gulag russi anche post stalinisti, ma in quel momento storico, in quel continente poteva sembrare l’ideologia giusta viste le alternative): per le sue idee politiche venne arrestato nell’Argentina dell’inizio anni ’60 sotto José María Guido e dopo qualche anno dalla scarcerazione costretto a lasciare il Paese giusto prima del feroce golpe militare del ’76, che insieme a decine di migliaia di altri connazionali assassinò suo figlio appena ventenne Marcelo Ariel con l’altrettanto giovane nuora diciannovenne Maria Claudia, mentre di loro figlia nata durante la prigionia non si seppe più nulla.

Gelman, dopo aver vissuto il suo esilio errante tra Roma Ginevra Madrid Parigi Managua e New York, si stabilì definitivamente a Città del Messico e dalla fine degli anni ’80, dopo l’indulto del presidente Menem, riuscì anche a rimettere piede in Argentina. Nel 1999 una sorpresa inattesa quanto sospirata: ritrovò sua nipote Macarena, nel frattempo adottata da una famiglia uruguayana di Montevideo. Dunque alla fine la vita vinse. E nonno e nipote si misero a collaborare in favore dei diritti delle famiglie dei desaparecidos. Da farci un film.

Il crepuscolo, dal 2000 in poi, fu tutto un piovere glorioso di premi e riconoscimenti internazionali, incluso il prestigiosissimo Cervantes del 2007. Non resta che lasciare spazio alle divertite commosse parole che Gelman dedicò all’amico e scrittore Juan Carlos Onetti  e che io riporto volutamente in minuscolo, come trovate sul prezioso Doveri dell’esilio edito da Interlinea nel 2006, e che qui controdedico a un “poeta” della storia medievale, il grandissimo storico Jacques Le Goff, che a 90 anni ci ha lasciati una settimana fa per andare a capire meglio, finalmente, i misteri di quell’età di mezzo (per lui e non senza ragioni da estendere ben oltre Colombo) cui ha dedicato con gioia la passione della sua vasta intelligenza.

 

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sempre la poesia

a juan carlos onetti

 

la poesia deve essere fatta da tutti e non da uno / disse /
certe cose le può dire solamente un francese / zoppo /
che nessuno sa cosa fece nella comune di parigi /
nessuno sa se morì o non riuscì /

si ricordano tutti di quando suonava il piano fino alle ore piccole dell’anima /
disturbando i vicini che poi dovevano andare al lavoro /
e se ne andavano dalla pensione avendo dormito male /
pensando alla madre del pianoeta o poenista /

maledicendola ogni volta che inciampavano sui sassi
o nei freddi delle strade di parigi / il peggio
è che avevano un accordo in testa e non se lo potevano levare /
fondevano il ferro / soffiavano il vetro / e non

potevano togliersi di testa l’accordo dello zoppo /
lo zoppo gli aveva composto un accordo in testa
dove trascorrevano furie / aurore / presagi /
dove una volta a un ferroviere gli passò un uccellino /

l’uccellino volava al futuro /
con un foglietto nel becco che diceva futuro /
il fatto è che i vicini dello zoppo
avevano visi da pianoforte a metà pomeriggio /

gli cadevano musiche /
o tasti d’oro dove iniziava l’orizzonte /
una donna bellissima cantava nella testa
dei vicini dello zoppo / che in realtà non era francese /

ma invece uruguaiano /
solo a un uruguaiano può venire in mente che la poesia
deve essere fatta da tutti e non da uno /
che è come dire che la terra è di tutti e non di uno solo /

che il sole non è di uno /
che l’amore è di tutti e di nessuno /
come l’aria / e la morte è di tutti / e la vita
non ha padrone conosciuto /

tu non eri zoppo / lautréamont /
è che lasciasti l’uruguay /
e perdesti un pezzo di te che
suona il pianoforte e non lascia dormire /

Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messico, 2014), da Doveri dell’esilio, a cura di L. Branchini, Interlinea edizioni, Novara 2006.

Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

 

Come promesso nella premessa di ieri, ecco la pagina del primo aprile quest’anno dedicata al sottile ingegno mitteleuropeo di Karl Kraus (Jičín 1874 – Vienna, 1936): 

“Molti desiderano ammazzarmi. Molti desiderano fare un’oretta di chiacchiere con me. Dai primi mi difende la legge.”

“Un aforisma non ha bisogno di essere vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla.”

“Un aforisma non si può dettare su nessuna macchina per scrivere. Ci vorrebbe troppo tempo.”

“L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo.”

“La donna è coinvolta sessualmente in tutti gli affari della vita. A volte perfino nell’amore.

“Quanto poco c’è da fidarsi di una donna, che si fa cogliere in flagrante fedeltà! Oggi fedele a te, domani a un altro.”

“Per essere perfetta le mancava solo un difetto.”

“Sotto il sole non c’è essere più infelice del feticista che brama una scarpa da donna e deve contentarsi di una femmina intera.”

“Non è vero che non si possa vivere senza una donna. È vero soltanto che senza una donna non si può aver vissuto.”

“La moralità è ciò che, pur senza essere osceno, offende grossolanamente il mio senso del pudore.”

“Le pene servono a spaventare coloro che non vogliono commettere peccati.”

“Lo scandalo comincia quando la polizia vi mette fine.”

“Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria.”

“La vita familiare è un’interferenza nella vita privata.”

“La democrazia divide gli uomini in lavoratori e fannulloni. Non è attrezzata per quelli che non hanno tempo per lavorare.”

“Mentire per necessità è sempre perdonabile. Ma chi dice la verità senza esservi costretto non merita nessuna indulgenza.”

“Ci sono certi scrittori che riescono ad esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe.”

Karl Kraus, da Detti e contraddetti (a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano, 1992).

pesce d'aprile

 

“Il diavolo è un ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini.” Karl Kraus

Questo blog non celebra nessuna festa religiosa o laica con cadenza annuale (se non per coincidenze di date), fatta eccezione per il primo aprile, giorno del cosiddetto “pesce d’aprile” (2010, 2011, 2012, 2013), che quest’anno cade di martedì, ovvero domani, quando pubblicherò la seconda parte di questo articolo.

Oggi desidero solo ricordare le origini di questa lieta ricorrenza che apriva il secondo mese dell’antico calendario romano, segnando l’ingresso della primavera e con essa il ritorno della vita sulla terra.

Accanto agli usuali doni propiziatori rivolti agli dei, ci si poteva permettere anche qualche scherzo fra conoscenti visto l’avvento del tempo nuovo e fruttuoso che il ciclo della nuova stagione avrebbe portato.

Altre tradizioni mescolano leggende cristiane ed ebraiche, per cui proprio in questo giorno Dio avrebbe concluso la creazione terrestre dandola in gestione agli uomini che, al solito, non ne sarebbero stati all’altezza. Allora, gli umani più intelligenti, per tenere a bada i più stupidi e confusionari, li avrebbero incaricati di cercare cose impossibili se non del tutto inesistenti.

A questa versione è in qualche misura connesso l’uso ebraico di far girovagare dispettosamente qualcuno a vuoto e dunque la vicenda pasquale del Cristo con la parola pesce: dice infatti una tradizione francese che la parola “poisson” (pesce) deriva da “passion” ovvero l’inizio di quella Passione che Gesù avrebbe vissuto proprio il primo aprile quando venne costretto ad andare da Erode a Pilato, da Caifas ad Anna.

A proposito di pesce però bisogna anche ricordare che proprio in questa data, anticamente e in più di qualche paese, si apriva la stagione della pesca e se i pesci scarseggiavano alcuni burloni si divertivano a prendere in giro i poveri pescatori con pesci finti o affumicati lanciati in acqua.

Infine, il pesce per la sua forma poteva assumere connotati fallici e dunque ancora una volta primaverili-propiziatori quando veniva offerto a una donna, ad esempio sotto fattezza d’amuleto.

Questi i significati di questa giornata che ho potuto ricavare da un simpatico e dotto libretto che con piacere consiglio a tutti i miei lettori: Il libro delle superstizioni (L’Ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma, 2009) a cura di Marino Niola ed Elisabetta Moro (in particolare la voce sul primo aprile è stata redatta da Vanna Napolitano). Vi aspetto domani per il seguito.

Ezio Raimondi (Lizzano in Belvedere, 1924 - Bologna, 2014)

Ezio Raimondi (Lizzano in Belvedere, 1924 – Bologna, 2014)

“Il vivente polipaio della umana comunicativa” C.E. Gadda

“L’utilità della poesia sta nel ricordare/ quanto sia difficile restare la stessa persona/ perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,/ e ospiti invisibili entrano ed escono” C. Miłosz

Non altro desidero aggiungere alle parole di Ezio Raimondi (Lizzana in Belvedere, 22 marzo 1924 – Bologna, 18 marzo 2014) che seguiranno, se non premettere la mia più profonda gratitudine per questo grande uomo: dunque, grazie di cuore professore, grazie infinite.

“Il libro non informa soltanto né solo intrattiene: è una creatura, che non posso ridurre a una superficie discontinua di stimoli eccitanti quanto effimeri, di istanti consumati in se stessi. Essa anzi attinge il proprio volto più vero se ci si impegna nella continuità organica di un dialogo che cresce nel tempo, sempre sulla traccia di un’origine da riscoprire nel futuro: attraverso la differenza si illumina una affinità, una corrispondenza di forme e di gesti interiori, se si percorre il testo non come un turista, ma come un pellegrino, che nel compiere il suo viaggio cerca anche se stesso e indaga il proprio caos sentendosene responsabile. (…)

La nostra identità non è se non questa armonia precaria e finita, sempre ipotetica, che determiniamo fra le diverse facce del nostro essere nel gioco alterno della vita quotidiana, della nostra formazione e dei nostri ricordi, delle occasioni e degli incontri. E la letteratura è certo uno dei luoghi di questa molteplicità, anche perché nel momento in cui si colloquia con l’io di una poesia o con il personaggio di un romanzo è come se lo si chiamasse a diventare una parte di sé e si fruisse potenzialmente di una vita moltiplicata. (…)

Se l’uomo ha ancora bisogno di ricordare e di riflettere raccogliendosi su se stesso, se la sua esperienza non si consuma nella distrazione, come avvertiva Walter Benjamin, allora nella pluralità delle sue manifestazioni la letteratura ha ancora un compito da assolvere: ed è l’invito suasivo a non dimenticare se stessi, a indagare il proprio rapporto con l’altro, a guardare nel fondo della parola sino a ritrovarvi il suo linguaggio della prossimità e a sentirne l’eco profonda che invade ognuno di noi, come presenza di un corpo vivo in un mondo vivo che può essere salvezza quanto minaccia, negazione e affermazione, e certo esige il riconoscimento del nostro essere sempre in cammino alla ricerca di un senso, di una figura ove anche il disordine si trasformi in presagio di ordine. La nostra natura di esseri che si raccontano non può esaurirsi solo in uno schermo televisivo, tra i fantasmi dei suoi melodrammi effimeri e i suoi abbaglianti cliché romanzeschi, moderni o postmoderni. Nel silenzio della lettura, in una solitudine che ritrova una comunità di voci solidali e responsabili perché libere e diverse, la letteratura con la forza originaria della parola inventa e pensa, vincolata al tempo e al suo trascorrere inesorabile. Nel suo limite, oggi, sta anche forse la sua vocazione esistenziale, la sua funzione antropologica di trasformare la memoria in esperimento, in costruzione dell’uomo.”

Ezio Raimondi, da Un’etica del lettore (Il Mulino, Bologna 2007).

Walter-Mitty.-Danny-Kaye.

Sarà capitato anche a voi di avere oltre a una musica anche qualche sogno per la testa, o meglio sognare proprio a occhi aperti.

Certo se la dimensione onirica comincia a prevalere su quella reale, oltre a causare qualche buffo incidente, vuol dire che quest’ultima ha qualcosa che non va, troppo piatta, troppo opprimente o via declinando.

Un po’ quel che accade al protagonista di The Secret Life of Walter Mitty, film del ’47 di Norman McLeod, da noi tradotto col forse più equivoco Sogni proibiti, in cui il tranquillo e maldestro editor Walter Mitty interpretato da un Danny Kaye al meglio della forma, oppresso da una madre e una fidanzata e un datore di lavoro più che invadenti, comincia a immaginarsi in avventure sempre più ardite e rocambolesche pur di sfuggire alla noiosissima quotidianità, che in verità si rivela tutt’altro che scontata e priva di pericolo dal momento in cui incontra la bella Rosalind van Hoorn, capace di coinvolgerlo in una sorta di spy story (in cui compare anche la vecchia gloria, il “cattivo” Boris Karloff) e farne un eroe suo malgrado, assicurando il classico happy end hollywoodiano a questa commedia che, rivista oggi, sebbene la trama ancora funzioni, mostra un po’ le corde in alcune scene di intrattenimento troppo lunghe.

Peraltro l’idea del sognatore bistrattato e in cerca di riscatto è stata cinematograficamente assai prolifica, avendo avuto più di qualche rivisitazione, da Les Belles de nuit di René Clair del ’52 ad Artists and Models del ’55 con la coppia comica Lewis-Martin, sino al più modesto e fantozziano Sogni mostruosamente proibiti dell’82 con Paolo Villaggio e al più recente, ambizioso quanto serio e spettacolare remake di Ben Stiller del 2013, col medesimo titolo dell’originale.

Più interessante come versione, poiché acuta, lucida, a tratti tagliente e ironica (non comica, attenzione), è L’età barbarica, titolo in italiano de L’Âge des ténèbres del canadese Denys Arcand, già autore de Le invasioni barbariche, uno dei migliori e più intelligenti film che abbia mai visto, una vera e propria rivelazione quando apparve nel 2003.

L’età barbarica, del 2007, si svolge nel Quebec e a parte seguire le vicende e le astrazioni del povero uomo senza qualità di turno, in questo caso Jean Marc interpretato dall’ottimo Marc Labreche, perfetto anche per la malinconia involontaria del suo volto, anch’egli schiacciato da una famiglia inesistente, da un lavoro senza senso con dei capi ancor più insensati e, in sintesi, dalla routine allucinante dei tempi moderni, la pellicola dà il suo meglio nella critica allo spietato quanto inetto perbenismo odierno, in particolare  quando si tramuta nell’ossessione del politically correct canadese e per esteso occidentale.

A questa morsa stritolante che contribuisce all’inferno diffuso che tutti abitiamo, il Calvino delle Città invisibili proponeva o di rassegnarsi sconfitti e partecipi del disastro o di selezionare attentamente ciò che avrebbe potuto salvare l’individuo (e perché no, la comunità).

Il nostro protagonista sceglie di restare sospeso. Si allontana da tutto, prende una pausa (definitiva?) persino dalle proprie fantasie che tanto gli hanno reso sopportabile e meno vuota sino a quel momento la vita, e si ritira, moderno Candido, in semisolitudine a sbucciare le mele della vicina, le stesse dipinte in altrettanto isolamento volontario da Cézanne: con questa immagine, di limbo ambiguo, di futuro possibile o forse già concluso, di natura morta ma che è anche grande arte, si chiude il film. Con gratitudine per le domande che ci lascia.

Ps. Fra qualche giorno, venerdì 21 marzo, a primavera, questo blog compie quattro anni. Il mio ringraziamento va a ciascuno degli oltre 318 mila visitatori che nel corso di questo tempo hanno apprezzato le mie curiosità, spronandomi ad andare sempre avanti. Salute a voi dunque e a questo spazio aperto.

Francesco Hayez, Ritratto (postumo) di Gioachino Rossini, 1870, Pinacoteca di Brera, Milano

Francesco Hayez, Ritratto (postumo) di Gioachino Rossini, 1870, Pinacoteca di Brera, Milano

Splendido esemplare di musicista anomalo poiché ormai fuori tempo massimo (o in largo anticipo sui tempi a venire) il vecchio Rossini di metà ‘800, da decenni lontano dalle scene teatrali ed estraneo, anzi ostile al romanticismo imperante, nel buen retiro parigino di Passy comporrà da par suo, “un po’ per celia e un po’ per non morire”, i cosiddetti Péchés de vieillesse, sterminata benché ordinata raccolta di brani pianistici e vocali suddivisi in più album, culminati col capolavoro massimo, la Petite messe solennelle del 1863, in cui l’anziano maestro dimostrava non solo di essere aggiornatissimo sulle ultime tendenze, ma di poterle tranquillamente scavalcare infischiandosene delle beghe fra verdiani, wagneriani e via sfumando, riuscendo altresì ad anticipare le soluzioni timbriche che saranno adottate dallo Stravinskij de Les noces, il folgorante balletto dei primi anni ’20 del XX secolo.

Rossini era convinto che “l’espressione musicale” consistesse “nel ritmo, nel ritmo sta tutta la forza della musica. I suoni non servono all’espressione che come elementi del ritmo”, diceva.

Il ‘900 con tutte le sue nuove famiglie musicali, dalla classica contemporanea al jazz al rock e derivati vari, gli avrebbe dato pienamente ragione.

invenzioni carbonare tetraktis

In questo senso, uno dei lavori italiani più recenti e interessanti anche perché sincretico (e il sincretismo quando l’amalgama è sapiente vince sempre) è il disco pubblicato l’anno scorso da Decca e significativamente titolato “Invenzioni”, parola magica, legata all’etimo della ricerca come scoperta, il primo nato dalla collaborazione (peraltro avviata nel 2008) fra l’ottimo clarinetto di Alessandro Carbonare e il talentuoso ensemble di percussionisti Tetraktis.

Le 29 tracce per 9 autori presenti nel cd segnano una linea temporale che va dal 1910 con le sinuose, a tratti incalzanti, Danze popolari rumene di Bartók, al 2012 di F for Fake (titolo mutuato da Orson Welles per un lavoro “subacqueo” e dai contorni volutamente non afferrabili) di Riccardo Panfili, uno dei tre pezzi presenti ed espressamente dedicati a Tetraktis insieme al Ritual tribale e primordiale di Alessandro Annunziata che apre il disco e al Millennium Bug di Giovanni Sollima (a detta dello stesso autore: “una riflessione su un’ansia che divide equamente virtuale e reale, tecnologia e spiritualità, un’antica e ancestrale apprensione che l’uomo prova nei confronti delle grandi transizioni”), tutti pezzi che permettono al gruppo di esprimere appieno la vasta gamma dei propri colori e possibilità, cosa che del resto emerge anche nei più che brillanti omaggi a Monk e Zappa, oltre che nel minimalismo rivisitato della Music for pieces of Wood di Steve Reich o nei virtuosismi dello strepitoso Carbonare nella celebre Suite Hellénique di Iturralde.

La conclusione dopo tanta sfavillante energia è ancor più sorprendente dal momento che i Tre pezzi per clarinetto di Stravinskij del 1919 non lasciano affatto solo lo strumento per il quale sono stati originariamente composti, avendo i Tetraktis deciso di accompagnarlo con le percussioni che lo stesso Stravinskij aveva previsto per la Sagra della primavera del 1913.

Disco dunque assai colto, con operazioni intellettualmente raffinate, ma al contempo da chiunque ascoltabile, poiché quel tam tam che insieme alle melodie del fiato percorre la sua intera durata è nel cuore, nei muscoli, nelle ossa e nei nervi di ogni essere umano che abbia orecchio per ascoltare e con dita e mani e piedi tempo da battere.

www.carbonare.com

www.tetraktis.org