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Giochi d’estate

Premessa: con questo post saluto i lettori e auguro a tutti un buen retiro, in attesa di riaprire questo mio “orto” verso metà settembre. Di nuovo, buona estate.

giochi d'estate

“Giocare è sperimentare con il caso.” Novalis

I cuccioli giocano per scoprire il mondo e imparare a vivere. E i cuccioli umani non fanno eccezione. A ogni età, poi, giochi diversi, corrispondenti.

Il film di Rolando Colla Giochi d’estate, presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 2011, narra le storie parallele di due mondi opposti e non comunicanti: quello di un gruppo di preadolescenti e dei loro rispettivi genitori, sullo sfondo di un campeggio estivo nel grossetano.

L’ambientazione spazio-temporale non è irrilevante: le vacanze al mare e vicino alla natura solo luogo d’elezione per esplorazioni e libertà altrimenti limitate in città o a scuola.

E la pellicola, girata con cura specie nei primi piani sempre intensi e motivati, e altrettanto ben sceneggiata, porta lo spettatore a riscoprire sentimenti provati secoli prima e messi, forse inevitabilmente, in ombra negli anni: provate a leggere Pomeriggio d’agosto, racconto brevissimo di José Emilio Pacheco contenuto nella raccolta capolavoro Il vento distante: gli odî e gli amori a quell’età sono totali, devastanti. Tanto più unici se irrealizzabili.

In questo caso i cinque ragazzi protagonisti sono di provenienza ed estrazione sociale differente, ma questo non rappresenta alcun problema a differenza degli adulti dove certe cose contano, eccome. I ragazzi sono curiosi perché non sanno, anzi tutti i loro sforzi, inclusi quelli dei giochi più “pericolosi”, sono in realtà tesi a vincere il cinismo di facciata (l’essere dei duri che non provano dolore), che è uno degli standard degli adulti. I ragazzi alfine sono dei puri, o bianco o nero, perché le sfumature appartengono ancora una volta agli adulti, come sapeva bene il ribelle Antoine Doinel: ricordate lo sguardo smarrito e consapevole al contempo, in una parola vero sino al midollo, del finale cult de I 400 colpi, ripreso non a caso dopo una corsa liberatoria verso il mare?

 

 

I ragazzi di questa narrazione, partiti da un iniziale scontro fisico, scoprono spesso attraverso il corpo, esperienza concreta e che non sa mentire, amicizia, amore, morte, delusione, fragilità, consolazione, tutta una gamma emotiva che loro possono provare, e soprattutto la verità su alcune questioni davvero importanti che gli adulti, per proteggerli dalle proprie paure e dalla paura del confronto con i fantasmi del proprio passato, celano con caparbietà, quasi a pretendere di bloccare nell’immobilità loro peculiare l’esplodere di vita dei figli (si veda la madre di Marie che vorrebbe cancellare dalla ragazza persino il nome del padre mai conosciuto).

Gli adulti peccano d’egoismo, di cecità e neanche si rendono conto di ripetere stancamente ritmi usurati cui si sono costretti come Sisifo alla sua pietra (si vedano i genitori di Nic, intrappolati in un circolo di violenze fisiche e verbali). Gli adulti insomma sembrano privi di capacità effettiva di reagire e dunque di cambiare e, forse, dovrebbero vedere (per la prima volta?) i loro ragazzi, quella piccola parte di futuro che ognuno di loro rappresenta e porta avanti con difficoltà, certo, ma anche con coraggio e forza per tutti esemplari. Buona vita.

 

Wols, Senza titolo, 1946-1947, Collezione Grässlin, St. Georgen im Schwarzwald

Wols, Senza titolo, 1946-1947, Collezione Grässlin, St. Georgen im Schwarzwald

«La missione dell’arte non è copiare la natura, ma esprimerla! Tu non sei un vile copista, ma un poeta!», esclamò il vecchio con vivacità, interrompendo Porbus con un gesto autoritario. «Altrimenti, per uno scultore non sarebbe una gran fatica modellare una donna! Bene, prova a modellare la mano della tua amante e a mettertela poi davanti: ti troverai dinanzi a un orribile cadavere privo di ogni somiglianza, e sarai costretto a cercare lo scalpello dell’uomo che, senza copiartela esattamente, te ne raffigurerà il movimento e la vita! Noi dobbiamo cogliere lo spirito, l’anima, la fisionomia delle cose e degli esseri. Gli effetti! Gli effetti! Ma gli effetti sono gli accidenti della vita, non già la vita! Una mano, giacché ho preso questo esempio, non si collega soltanto al corpo, bensì esprime e continua un pensiero che bisogna cogliere e rendere; né il pittore, né il poeta, né lo scultore devono disgiungere l’effetto dalla causa, che sono indissolubilmente uno nell’altra! Qui sta la vera lotta! Numerosi pittori trionfano d’istinto, senza conoscere questa idea dell’arte. Voi disegnate una donna, ma non la vedete! Non è così che si giunge ad afferrare l’arcano della natura; la vostra mano riproduce, senza che ne siate consapevoli, il modello che avete copiato dal vostro maestro. Non vi calate abbastanza nell’intimo della forma, non l’inseguite con abbastanza amore e perseveranza nei suoi avvolgimenti e nelle sue fughe. La bellezza è cosa severa e difficile, che non si lascia conquistare senza sforzi; bisogna attendere i momenti propizi, spiarla, starle alle costole e legarla strettamente per costringerla ad arrendersi. La forma è un Proteo ben più inafferrabile e ricco di trappole di quello della fiaba; solo dopo lunghi combattimenti è possibile costringerla a mostrarsi nel suo vero aspetto; voialtri, invece, vi accontentate della prima apparenza che vi comunica e, al massimo, della seconda o della terza: non si comportano così i lottatori vittoriosi! Tali pittori invitti non si lasciano ingannare da simili scappatoie; perseverano invece fino a quando la natura non sia costretta a mostrarsi nuda nella sua verità. (…)

Wols, 1946-1947, Senza titolo, collezione Franz Haniel & Cie., Duisburg

Wols, 1946-1947, Senza titolo, Collezione Franz Haniel & Cie., Duisburg

La forma è, nelle sue figure, ciò che essa è in noi: un tramite per comunicarci delle idee, delle sensazioni, un’immensa poesia. Ogni figura è un mondo, un ritratto il cui modello è apparso in una visione sublime, tinto di luce, disegnato da una voce interiore, spogliato da un dito celeste che ha mostrato, nel passato di tutta una vita, le fonti dell’espressione. Voi fate per le vostre donne belle vesti di carne, bei drappeggi di capelli, ma dov’è il sangue che genera la calma o la passione, e che causa effetti particolari? (…) Le vostre figure sono, allora, pallidi fantasmi colorati che ci fate passare dinanzi agli occhi, e voi questo lo chiamate pittura e arte! Siccome avete fatto qualcosa che somiglia più a una donna che non a una casa, pensate d’aver colto nel segno e, tutti fieri di non essere più costretti a scrivere accanto alle vostre figure currus venustus o pulcher homo[1], come facevano i pittori primitivi, v’immaginate d’essere artisti meravigliosi. Ah! Ah! Non ci siete ancora, compagni miei; dovrete consumarne di matite, coprirne di tele, prima di arrivarci! Indubbiamente, una donna tiene la testa in questo modo, porta la gonna così, i suoi occhi s’illanguidiscono e si struggono con quest’aria di dolcezza rassegnata; l’ombra palpitante delle ciglia fluttua sulle guance! Tuttavia, è questo e non è questo. Che manca? Un nulla, ma quel nulla è tutto. Avete l’apparenza della vita, ma non esprimete la sua pienezza traboccante, quel non so che il quale è forse l’anima, e che fluttua nebulosamente sull’involucro (…)». 

Honoré de Balzac, da Il capolavoro sconosciuto, Parigi, febbraio 1832 (trad. D. Monda, Milano 2009).

 

[1] “Carro elegante o bell’uomo.”

ESEST

Silvia Colizzi: oggi sei una docente del Liceo Artistico Nervi-Severini di Ravenna dove ti occupi di mosaico, ma dove e come è avvenuta la tua prima formazione? E in particolare come hai scoperto la tua “vocazione” musiva?

Nella lontana Pasqua del 1960, la città di Napoli mi ha dato i natali mentre Ravenna è diventata quella adottiva fin dal mio secondo mese di vita; Ravenna città madre e matrigna allo stesso tempo, nel suo togliere e dare, mi ha orientata nella ricerca artistica che, a distanza di anni, ho chiamato “L’Altra Via dell’Arte Musiva – Matericità a Confronto”, peraltro titolo della mia tesi di laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna (anno accademico 2007/2008).

La mia tensione “artistico-spirituale”, quella più profonda, da sempre è protesa verso la continua ricerca del senso della vita e quindi del mio esistere. Fin da quando ho memoria, da piccolissima quindi, vivo in continua interazione dinamica con l’esistenza, spesso avvolta da un intenso alone di solitudine: la vita mi ha chiesto più volte di percorrere strade diverse dai miei desideri più profondi, negandomi anche la realizzazione di quella spinta verso l’ambito artistico, sognato fin da piccina, per le necessità impellenti della quotidianità. La mia formazione? Prima di tutto docente di Lingua e Letteratura Inglese, poi una specializzazione biennale per l’educazione-insegnamento per ragazzi in difficoltà “diversabili”, quindi una laurea in Psico-pedagogia, infine quella all’Accademia di Belle Arti. Un percorso che andava sempre più assumendo un significato coerente: una linea che si è ricongiunta ai poli estremi formando un cerchio. Incredibilmente proprio quando ogni punto, ogni segmento trovava la propria ragion d’essere, quella precisa circonferenza dava un senso alla mia esistenza. Oggi a 54 anni posso dire che la mia Gran Maestra di Vita è stata la Vita stessa! Le esperienze che si affrontano, spesso vissute come un groviglio indistinto e sconnesso di fatti, ci disorientano se non abbiamo il tempo di analizzarle, districarle e leggerle in un contesto unitario. Proprio come in un mosaico che restituisce l’immagine e il suo significato nel momento in cui i frammenti hanno trovato la loro giusta collocazione e, solo prendendo le giuste distanze, riusciamo a comprenderne le sfaccettature più intime. E questo è stato quanto ho cercato di estrapolare dalla mia tesi in Accademia: ho messo insieme i vari pezzi della mia esistenza per comprendere il “sottocutaneo”, per cogliere il significato “Reale dell’Arte”, del Mosaico, secondo il mio punto di vista, naturalmente maturato fino a quel punto. Da qui l’idea dell’impellenza di essere “Mosaicisti di se stessi”, per cercare quel potenziale disperso in noi e ricomporlo nel nostro Mosaico Interiore per intuire lo scopo della nostra stessa esistenza messa in relazione a quella degli altri, a quella del Mosaico Universale.

“...Mosaici in movimento 2010” per festeggiare i 50° dell'ISA “Severini”

“…Mosaici in movimento 2010” per festeggiare i 50° dell’Istituto Statale d’Arte “Severini”, Ravenna

“...Mosaici in movimento 2010” per festeggiare i 50° dell'ISA “Severini”

“…Mosaici in movimento 2010” per festeggiare i 50° dell’Istituto Statale d’Arte “Severini”, Ravenna

Un ruolo fondamentale ha avuto la mia interazione, di quasi un ventennio lavorativo, con l’Istituto d’Arte per il Mosaico “Gino Severini”. Come docente di sostegno, il cui ruolo è quello di aiutare l’integrazione-inclusione di alunni in difficoltà nella classe e nell’Istituto, di fatto quella di “ciascuno e di tutti”, me compresa, ho avuto la possibilità di affiancare in compresenza i docenti delle varie discipline e di cogliere trasversalmente la formazione del mosaicista secondo la scuola del “mosaico ravennate”: ho visto all’opera, per esempio, Marco De Luca, Paolo Racagni, Felice Nittolo, in progettazione Marcello Landi e molti altri ancora. Ho respirato l’aria di quella scuola, i cui fondatori e maestri del mosaico provenivano dalla tradizione del restauro musivo e, dopotutto, il mio lavoro altro non era se non quello di “restaurare”, di aiutare a far riaffiorare quei “mosaici viventi interiori” spesso sepolti e consunti da un’esistenza difficile. La mia indole, rafforzata dalla mia formazione psicopedagogica, andava affinando lo spirito di osservazione e soprattutto di ascolto attivo in un contesto scolastico più unico che raro, in cui le analogie si delineavano su un percorso affascinante nel quale anche il 50° anniversario dalla fondazione di quella scuola (anni scolastici 1959/1960 – 2009/2010) si coniugava con il mio 50° compleanno e, in un certo qual modo, li abbiamo festeggiati insieme: la mia prima mostra il 17 aprile 2010 presso EMME DI Laboratori con la presentazione del testo Musa…ico – Alla ricerca dell’Anima Musiva e dello Spirito Originari celti in noi… poi l’Istituto Statale d’Arte “Severini” proprio con i suoi 50 anni di vita cambiava ordinamento diventando il corso di mosaico del Liceo Artistico “Nervi-Severini” a partire dall’anno scolastico 2010/2011 e forse anch’io stavo dando un nuovo “ordine” alla mia esistenza.

IL MOSAICO VIVENTE

"Il Corpo, la Mente, lo Spirito", integrazioni artistiche per "Mosaici in Movimento", 2013

“Il Corpo, la Mente, lo Spirito”, integrazioni artistiche per “Mosaici in Movimento”, 2013

 

Emme Di laboratorio, Ravenna, 17 aprile 2010

Emme Di Laboratori, Ravenna, 17 aprile 2010 

La tua idea di mosaico è originale e particolare: il tuo è un insegnamento di “mosaico danzante”, di mosaico in movimento. In questa tua concezione rientrano vari ambiti per rendere vive le tessere, dalla danza alla psicologia. Potresti chiarire meglio il tuo punto di vista raccontando anche esempi da te realizzati? Inoltre, hai avuto maestri ispiratori in questo tuo cammino?

Direi l’interazione con l’esistenza, ancora una volta la mia Grande Maestra e la Natura, l’altra Grande Maestra di Vita! Mi rendo conto che il mio è un vivere globale, teso all’integrazione delle parti, “integrale/integralista” forse, nella misura in cui il mio Sé, si esprime in maniera preponderante in tutti i ruoli della mia esistenza di donna: figlia, mamma, moglie, insegnante… e allora i colori, i suoni del mosaico nei laboratori, la danza ritmata della martellina che taglia la pietra o le “maracas” prodotte dallo sbattere delle tessere per smussarne gli spigoli, poi ancora le mie figlie nel lancio di clavette afferrate al volo e battute per terra per farle risuonare come se fosse una martellina, i loro salti dentro e fuori cerchi luminosi, nastri fluttuanti che segnano andamenti ritmici-aritmici in un mosaico vivente in continuo movimento, elementi che si aggregano per poi frammentarsi e allontanarsi nella ricerca di nuovi legami e allora sono intrecci di funi, di nastri, di corpi, di tessere che compongono nuove forme, nuovi mosaici. Il dover trovare ambiti in cui poter far esprimere anche una ragazza Down con difficoltà comunicative, il voler far riaffiorare l’entusiasmo di giovani che, pur andando con “tutto loro stessi” a scuola non riescono a manifestare le loro passioni spesso extra scolastiche o celate nella loro stessa inconsapevolezza, fino a inaridire persino il loro contesto esistenziale: ecco allora dinanzi a loro una scuola vissuta unicamente per ambiti disciplinari, materie sigillate e relegate in compartimenti stagni. Sempre più palese diventa la necessità della pluridisciplinarietà e trasversalità degli obiettivi e contenuti educativo-formativi, quelli che lo stesso percorso progettuale del mosaico suggerisce, ampliati però su più livelli della personalità, fino a far “entrare il corpo in altri saperi”: sport, musica, canzoni, poesia, drammatizzazione integrati alla didattica “ordinaria” per diventare “didattica musiva”, quella che va in scena, prendendo spunto magari dalla letteratura, dalle materie scientifiche o tecnologiche, per giungere al laboratorio di mosaico! Crescono così la motivazione allo studio, alla vita stessa e soprattutto la personalità dei giovani matura e si sviluppa secondo l’indole più profonda che caratterizza ciascun individuo.

"Dai percorsi d'acqua agli andamenti musivi", collaborazione didattica con la scuola elementare “Camerani” - 2008-2009

“Dai percorsi d’acqua agli andamenti musivi”, collaborazione didattica con la scuola elementare “Camerani”, 2008-2009

"Dai percorsi d'acqua agli andamenti musivi", collaborazione didattica con la scuola elementare “Camerani”, 2008-2009

“Dai percorsi d’acqua agli andamenti musivi”, collaborazione didattica con la scuola elementare “Camerani”, 2008-2009

"Ma in che mondo viviamo!", collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Ravenna

“Ma in che mondo viviamo!”, collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, 2012

Ma in che mondo viviamo!, collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Ravenna, 2012

“Ma in che mondo viviamo!”, collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, 2012

"Ma in che mondo viviamo!", collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Ravenna

“L’altra faccia della Terra”, realizzato nel percorso “Ma in che mondo viviamo!”, collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, 2012

"La luna nel pozzo", collaborazione didattica con la scuola “Tito Valbusa” di Classe , 2008

“La luna nel pozzo”, collaborazione didattica con la scuola “Tito Valbusa” di Classe (RA), 2008

"La luna nel pozzo", collaborazione didattica con la scuola “Tito Valbusa” di Classe , 2008

“La luna nel pozzo”, collaborazione didattica con la scuola “Tito Valbusa” di Classe (RA), 2008

"La luna nel pozzo", collaborazione didattica con la scuola “Tito Valbusa” di Classe , 2008

“La luna nel pozzo”, collaborazione didattica con la scuola “Tito Valbusa” di Classe (RA), 2008

Questa è semplicemente l’esistenza nel suo divenire, una forza che mi ha aperto uno spiraglio che non avrei mai creduto di scorgere: nel 2005 proposi alla Scuola un progetto di collaborazione con la Ginnastica Ritmica dell’Edera Ravenna (tre delle mie quattro figlie la praticavano a livello agonistico): la prima reazione fu “ma cosa centra il mosaico con la ritmica?”. Poi con il saggio finale  di ginnastica ritmica Frammenti in movimento  Mosaico tra Espressione Corporea e Ritmo al Pala de André il 30 maggio del 2006, si sono allargati i confini fino a oltrepassarli. Coordinai varie attività didattiche a scuola che ponevano in relazione il mosaico con la musica, Gino Severini e la danza, la poesia ed altro ancora e più di trecento ginnaste tra i vari corsi prepararono le loro performance sulle unità didattiche svolte dagli alunni del mosaico e furono i suoni del mosaico, le scansioni ritmiche della martellina sul tagliolo, i ritmi stessi del mosaico, i suoi andamenti e colori, quelli che avevo sentito e visto in tutti quegli anni. I frammenti sono poi diventati Mosaici in Movimento e proprio quest’anno, in occasione della V edizione de Il Corpo, la Mente, lo Spirito integrazioni artistiche per Mosaici in Movimento, patrocinato dall’Ufficio Scolastico Regionale, dal Coni e dal Comune di Ravenna, è stato presentato il regesto 2005/2014 Frammenti di Mosaici in Movimento, una raccolta di documenti e immagini delle attività che si sono svolte in questi nove anni incentrate sul valore simbolico e metaforico che imprimo al mosaico, attraverso la scuola del mosaico con i suoi alunni e facendo mosaico; ci sono state esperienze fatte in collaborazione con scuole dell’Infanzia, Elementari, Medie e Superiori, anche un’esperienza con l’Accademia di Belle Arti. Nel testo ho elaborato la teoria della “Didattica musiva” facendo riferimento alle nove “intelligenze multiple” di Howard Gardner, ho citato più volte il maestro Gino Severini e c’è anche una lettera della figlia Romana che nel 2007 venne alla presentazione del Mosaico News, che curai come edizione speciale a sintesi dello saggio Frammenti in Movimento, ancora una volta una performance delle ginnaste di ritmica da lei molto apprezzata. Analizzando l’etimologia della parola “mosaico” (da me intesa come corpo) e “musica” (come anima) sono pervenuta alla loro integrazione che per me si esprime, sia concettualmente che graficamente e foneticamente, nella parola MUSAICO! Il lavoro, l’opus delle Muse, lo vedo nelle ginnaste come muse ispiratrici del mosaico e la loro unione, attraverso la danza, il ritmo, il mosaico stesso e lo Spirito, diviene la mia ispirazione, il mio Musaico: mi definisco infatti “musaicista”.

Estemporanea musiva in Site-Specific E-Motion 4° Movimento, 2012

Estemporanea musiva in Site-Specific E-Motion 4° Movimento, 2012

Estemporanea musiva in Site-Specific E-Motion 7° Movimento, 2013

Estemporanea musiva in Site-Specific E-Motion 7° Movimento, 2013

A scuola da anni conduco un laboratorio, che ho definito di Musaico, come attività trasversale a più classi. Qui si preparano alcune delle performance per la manifestazione Mosaici in Movimento lavorando sia sul gruppo che sul singolo per mezzo di vari linguaggi, passando da quello del corpo, dal non verbale a quello verbale, a quello psicomotorio sino a quello musivo. Inoltre lavoro sulla scrittura creativa e spero prima o poi di pubblicare la fiaba La Principessa Diana, il Musaico Magico e la Musica Ritrovata, scritta per elaborare il vissuto di Diana, ragazzina Down che non parlava, per sdrammatizzare le situazioni-problema e trovare la soluzione. La fiaba non è altro che uno spaccato del nostro vissuto in un’azione di transfert e controtransfert in interazione con gli ultimi anni dell’Istituto Statale d’Arte Severini e con Ravenna. Ho messo a punto quella che definisco la “libera espressione musiva”, un’estemporanea in mosaico secondo una tecnica che avevo sperimentato e focalizzato in Accademia intervenendo prima su me stessa. Avevo lasciato agire liberamente il mio inconscio su telai di sabbia o a diretto contatto con la terra e dopo vari passaggi fissavo il tutto: l’ho teorizzata e definita “Mosaico psicoterapia”. Il mosaico diviene il medium tra la materia che si elabora, sabbia, marmi, smalti e quella “interiore”: tra esse si instaura un dialogo a volte simbiotico, altre volte conflittuale o empatico e può accadere che il mosaico interiore sa di noi ciò che ancora non sappiamo! Lo osserviamo prendendo le distanze da noi stessi, cogliamo parti di noi che spesso hanno la forza di indirizzarci verso scelte più consapevoli.

Sono ancora in fase di osservazione, prima di tutto su me stessa e di verifica rispetto alle ipotesi che feci relativamente a ciò che percepivo dalle mie opere musive e non, analizzando anche lavori (disegni e poesie) realizzati nella mia preadolescenza e adolescenza e che avevo conservato: a volte mi hanno realmente indicato direzioni ben precise. L’analisi in campo è continuata e continua ancora: ho avuto modo di fare il punto della situazione più volte, ad esempio presso l’Università di Mosca nel 2010 alla conferenza internazionale “Free verse and Free Dance: Embodied Sense in Motion” o a Derby nell’ambito di un progetto europeo. Ho cercato di portare il mosaico al di fuori dei suoi ambiti tradizionali anche perché si potesse appropriare di quella che ritengo essere la sua dignità primigenia.

Musaico 2013 “Anno Domini”

Musaico 2013 “Anno Domini”

Musaico 2013 “Anno Domini”

Musaico 2013 “Anno Domini”

Musaico 2013 “Anno Domini”

Musaico 2013 “Anno Domini”

Quest’anno invece ho relazionato a Vienna alla XIV conferenza biennale dell’AIMC con Mosaics in Motion Among the Living Mosaic, esponendo anche l’opera Musaico 2013 – Anno Domini, una quadratura del cerchio o cerchiatura del quadrato, esemplificativa del punto in cui sono fino ad ora pervenuta nella mia ricerca da “musaicista”.

Poi condurrò un laboratorio di “Musaico” a Praga quest’estate dal titolo Musaico: dal Mosaico Interiore al Mosaico Sociale in Site-Specific E-Motion.

Anche l’idea del Site-Specific E-Motion, ovvero il “Sito Specifico dell’E-Mozione”, nasce per socializzare la metafora della ricerca del Sé e della propria integrazione-inclusione nel Mosaico Sociale attraverso la gestualità del fare mosaico, del fare nuovi mondi nei quali tutti siamo necessari e indispensabili, nei quali armonizzarci in una concertazione in cui ciascuno dovrebbe trovare il proprio allettamento senza entrare in collisione con le altre “tessere”.

Ora sono giunta al 9° movimento, il primo movimento è nato a Sant’Alberto con Lapidem in Corde nel 2011, anno in cui si sono festeggiati i 150 anni dell’Unità d’Italia, in occasione della mia mostra Musa…cio – Lo spirituale nel Mosaico – Il Movimento Tricolore in un Nuovo Mosaico. Il 10° movimento si è realizzato il 6 luglio a Porto Corsini in occasione di I Giovani per Sant’Apollinare, l’11° è programmato in agosto a Praga e il 12° per la Commissione europea quando verrà in visita a Ravenna in ottobre, proprio poco prima che venga nominata la città italiana, rappresentativa di tutta l’Italia, a Capitale europea della cultura 2019!

Il Primo Paradiso - Giada

“Il Primo Paradiso – Giada”, all’interno di “Il Terzo Paradiso”, ISA 2012-2013

Il Secondo Paradiso - Gian Luigi

“Il Secondo Paradiso – Gian Luigi”, all’interno di “Il Terzo Paradiso”, ISA 2012-2013

Il Terzo Paradiso, laboratorio di Musaico, a.s. 2012-2013, Istituto d'Arte per il Mosaico “Gino Severini”

“Il Terzo Paradiso”, laboratorio di Musaico, a.s. 2012-2013, Istituto d’Arte per il Mosaico “Severini”, Ravenna

Progetti futuri o attuali che stai portando avanti o che vorresti realizzare?

È inutile dire che il mio rapporto con l’Arte e con il Mosaico è particolare in quanto io intendo l’arte semplicemente come una “scenografia alla vita” e l’esistenza come una coreografia alla “Danza della vita” che non sempre sappiamo armonizzare; spesso mi sono domandata quale sia il significato reale dell’Arte, mi è veramente difficile comprenderla secondo schemi unicamente tradizionali, e continuo a rispondermi che l’Arte e il Mosaico ancora di più, debbano essere un mezzo di riscatto, uno strumento terapeutico/psicoterapeutico, attraverso cui l’individuo (la persona, la tessera) può riscattare se stesso fino ad integrarsi nel Tutto (nel Mosaico universale), imparando a diventare mosaicista di se stesso, a individuare il senso stesso della sua esistenza, imparando “l’arte del saper vivere e convivere”. Ho scoperto che maestri ravennati come Corrado Ricci o Santino Muratori parlavano di Ravenna e di come sarebbe dovuta ritornare al suo Musaico, con valenze sicuramente diverse dalle mie, eppure io mi sono imbattuta nel “Musaico ravennate” per caso, seguendo l’“Altra Via dell’Arte Musiva” al punto da considerare il mosaico “Il Mito del Nuovo Millennio”, dopotutto quello di sempre. Per questo vedo il mosaico, o meglio il Musaico, come la metafora simbolica, sia concettuale che operativa, che può rimembrare ciò che è stato smembrato e, oggi come oggi, mi riferisco alla scissione, sia in senso intrasoggettivo che intersoggetivo, tra corpo, mente e spirito, a quella reiterata “caduta dell’uomo” in attesa di riscatto. Auspico che la Materia, oggi ancor più di ieri, trovi le sue sinergie con l’Anima e lo Spirito, affinché si riescano a contrastare l’eccessivo estetismo e tecnicismo contemporanei, esasperati da un virtuale che può solo emulare lo Spirito, senza rigenerarne i Corpi, anzi risucchiandone fin l’ultima linfa vitale. Solo attraverso la consapevolezza della singola persona-tessera si potrà pervenire a quella sociale ed ecocompatibile. L’anno scorso nel Laboratorio di Musaico, con due alunni in particolare, Giada e Gian Luigi, abbiamo lavorato sull’estemporanea musiva, le loro produzioni andavano ad hoc per partecipare al concorso promosso dal Museo Omero per non vedenti di Ancona sul simbolo Il Terzo Paradiso del maestro Michelangelo Pistoletto, cioè l’armonizzazione tra tecnologia e natura,  tra primo e secondo paradiso. Ora il lavoro è rappresentato su una parete a scuola, con l’augurio che Ravenna e Sofia (capitale bulgara che ho messo in relazione a Ravenna per il profondo significato della parola “Sofia – Saggezza Divina-Conoscenza”, e per il progetto di scambio culturale che coordino tra la nostra scuola del mosaico e quella della tessitura della Schoolart Saint Lucas di Sofia)  divengano Capitali europee della cultura 2019, portando come loro contributo all’Europa il seme della “Saggezza del Musaico”, quello del cambiamento che tutti stiamo aspettando. Il mosaico ha insito in sé una grande forza di trasformazione sociale, sia fisica che spirituale (ancora l’analogia tra Mosaico e Architettura e Mosaico e Architetture Interiori…).

La giustizia svelata, 2011

La giustizia svelata, 2011

Anima musiva in punta di piedi, 17 marzo 2011

Anima musiva in punta di piedi, 17 marzo 2011

Sant'Alberto (RA), settembre 2011

Sant’Alberto (RA), settembre 2011

Sant'Alberto (RA), settembre 2011

Sant’Alberto (RA), settembre 2011

Sant'Alberto (RA), settembre 2011

Sant’Alberto (RA), settembre 2011

Personalmente continuerò nella mia attività educativo-didattica vissuta direi quasi come una “vocazione-missione” e continuerà ad essere anche il canale prioritario della mia ricerca artistico-psicopedagogica che vede il Musaico come Arte Totale in cui si sommano le parti in un Tutto che è maggiore della loro somma. Ogni mio lavoro è presentato in un contesto euritmico: musica, danza, poesia e spesso con le mie opere prime… le mie figlie… e i miei studenti, naturalmente.

Molti credono che il riscatto del mosaico dalla sua condizione di arte minore sia quella di ambire alle massime sfere dell’arte contemporanea fino a “scemare e confluire nell’arte” perdendo la rintracciabilità della linea di confine, per non essere chiamato più neanche mosaico, se non per individuarne la tecnica fra le tante. Io invece vedo il Mosaico, meglio ancora il Musaico come la somma delle parti quindi anche di quelle artistiche: Musaico come supremo contenitore in cui le arti affluiscono, si riuniscono nell’espressione stessa della vita, rievocandone l’origine, quella della Musa Madre, generatrice stessa delle nove muse prima che fossero trainate da Apollo: insomma la reintegrazione dell’apollineo e del dionisiaco.

Nei miei lavori il legante ha un ruolo preminente, è visibile, e spesso lascia intravedere la struttura interna: ritengo che il legante sia la linfa per il mosaico, è l’anima che lo tiene insieme, che lo crea in quanto tale. Il legante è la forza universale dell’Amore! Continuerò in questa direzione, da una parte concettuale, ma dall’altra estremamente intuitiva: da anni sto elaborando l’idea di lasciare completamente la parola alla Natura, alla sua Danza Vitale, alla sua Musica, al movimento sottile che, nella confusione e nel caos di oggi, stiamo perdendo…

Sono alla ricerca della “Musica originaria”, forse il silenzio prima della frammentazione che il mosaico disperatamente tenta di ricostruire. E non è un caso che esso stia oggi dilagando nei più svariati settori, compreso quello hobbystico, con il rischio però di restare solo una mera decorazione superficiale, quella che impermeabilizza ulteriormente l’animo umano con una patina apparentemente armonica ed esteticamente attraente. Continuerò a lavorare sia concettualmente che sui pori del mosaico, gli interstizi, e sul rovescio, addentrandomi sotto la pelle fino a liberare l’“Anima musiva” affinché si ricongiunga allo “Spirito di ogni tempo”.

 

Segue una poesia esemplificativa del percorso:

 

Insieme per il Mosaico

Rimembrando le giornate del 17 e 18 maggio 2007

all’Istituto Statale d’Arte “Severini” di Ravenna con la presenza della Sig.ra Romana Severini

 

Anima Musiva

Fiore rosso reciso

sul verde esile stelo della speranza stai,

inerte come cuore infranto

in mille frammenti disperso,

di sottili candidi orditi privato,

il tuo spirito vaga smarrito.

Sofferti irrequieti palpiti

alla ricerca vanno dell’esangue linfa vitale.

Anima Musiva libera danzatrice

dall’Eterna Musica risvegliata,

riscattata vola

sull’Altra Via dell’Arte Musiva,

la via maestra,

maestra di vita.

Vetusto stanco corpo del mosaico

inerte, infranto cuore dalla ferrea regola governato,

sullo spartito si è addormentato.

Scivola sull’invisibile pentagramma il Canto Dorato,

irrompe con fulminea voce

dell’Anima recondita

la nota rintracciata,

frammenti ricercati alla fonte sonora,

dolce melodia frantuma

il Mosaico pietrificato

sull’andamento ritmato,

armonica partitura,

musica dell’Anima Musiva

risuona gioiosa

al grande Ballo degli Artisti

musaicato dalla notte dei tempi.

Discende Grande Spirito,

origine celata del Musaico di ogni tempo,

il tempo del non tempo,

il tempo dell’Estetica dell’Anima riaccordata

sulle note di violini sonanti.

musaicoravenna.wordpress.com

mosaiciinmovimento.wordpress.com

 

 

Paul Klee fotografato da Alexander Eliasberg, 1911

Paul Klee fotografato da Alexander Eliasberg, 1911

A Paul Klee (Münchenbuchsee, 18 dicembre 1879 – Muralto, 29 giugno 1940) non interessava l’esotico come incontro con un’alterità più pura e semplificata dalla soffocante stratificazione europea, come poteva essere stato per il Gauguin tahitiano e prima ancora per il Delacroix maghrebino.

A quasi 35 anni, dunque in età matura (del resto Van Gogh sbocciò e bruciò fra i 32 e i 37 anni), cercava una conferma identitaria,  la propria vocazione di pittore, dopo esser partito dalla pratica musicale, da figlio di due musicisti.

Non che prima non avesse provato a disegnare e dipingere, anzi. Dopo gli studi nell’Accademia di Monaco aveva anche contribuito nella stessa città a fondare nel 1911 Der Blaue Reiter– Il cavaliere azzurro, ovvero una delle principali avanguardie di inizio ‘900, con protagonisti assoluti quali Kandinskij, Franz Marc e August Macke, fra gli altri.

Solo che non aveva ancora trovato la propria voce. Era in cammino. La desiderava più d’ogni altra cosa. L’occasione capitò e lui la colse al volo. Anzi via mare, dacché un amico benestante e pittore dilettante, Louis Moilliet, propose di offrirgli un breve viaggio in Tunisia dal 6 al 19 aprile del fatale 1914. Con loro anche un altro sodale di vita e pittura, August Macke, che mai avrebbe previsto la propria fine sui campi della Grande Guerra il 26 settembre dello stesso anno.

Paul Klee, Veduta verso il porto di Hammamet, 1914

Paul Klee, Veduta verso il porto di Hammamet, 1914

Ma quel viaggio fu benedetto dalla luce del Mediterraneo e dal clima fresco, leggero, che rendeva piacevoli e scherzose le giornate dei tre viaggiatori e che rivelò Klee a se stesso in un crescendo d’illuminazioni di cui è data viva testimonianza nel Diario[1] dell’artista. Dal 7 aprile “in vista della costa della Sardegna” dove “i colori dell’acqua e dell’aria sono ancora più intensi oggi di ieri”, si passa al giorno dopo, a Tunisi, quando scrive: “La testa piena delle impressioni di ieri sera. Arte – Natura – Io. Mi metto subito all’opera e dipingo all’acquarello nel quartiere arabo. Affrontata la sintesi architettura edile – architettura del dipinto. In quella prima pittura, non ancora decantato ma ricco di stimoli, molto dello stato d’animo del viaggio e dell’entusiasmo provato. Appunto, il mio io. Esso diverrà più obiettivo più tardi, quando la bella nuvola sarà dispersa.”

Paul Klee, Case rosse e gialle a Tunisi, 1914

Paul Klee, Case rosse e gialle a Tunisi, 1914

E se “August è subito in vena”, Paul si ferma spesso, osserva, pensa. O resta semplicemente incantato. Così la domenica di Pasqua del 12 aprile a St. Germain, sempre vicino Tunisi: “Sera di un bello indescrivibile. Si leva poi anche la luna piena. Louis mi incita a ritrarre la scena. Gli rispondo che sarebbe tutt’al più un esercizio. È ovvio che di fronte a questa natura io sia incapace. Eppure so qualcosa più di prima. Avverto la distanza fra la mia incapacità e la natura. È un problema interiore, da risolversi nei prossimi anni.”

Paul Klee, Nelle case di St. Germain, 1914

Paul Klee, Nelle case di St. Germain, 1914

Sino a giovedì 16, giorno dell’autorivelazione che avrebbe per sempre cambiato la storia di Klee e quella dell’arte degli anni a venire: “Al mattino, dipinto fuori città; luce delicatamente diffusa, mite e limpida insieme. Non c’è nebbia. Qualche schizzo del paese. Una stupida guida si è interessata del lato comico. August gli ha insegnato qualche parola di tedesco, ma che parole!

Nel pomeriggio ci ha guidato alle moschee. Il sole picchia, su questo non c’è dubbio! (…) Un pomeriggio il cui colore era tanto delicato quanto nitido. Ora felice. Louis adocchia dolcetti colorati e mi spinge a dipingerli, visti che mi riesce bene.

Interrompo il lavoro. Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: il colore e io siamo una cosa sola. Io sono pittore.”

Paul Klee, Cupole rosse e bianche, 1914

Paul Klee, Cupole rosse e bianche, 1914

 

www.zentrumpaulklee.org

 

[1] Tutte le citazioni sono tratte da Paul Klee – Viaggio in Tunisia, trad. A. Bandinelli, C. Ercolani, Viterbo 1991.

Andy Warhol, Self-Portrait (Fight Wig), 1986

Andy Warhol, Self-Portrait (Fight Wig), 1986

“In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti.

Sarebbe affascinante reincarnarsi in un grande anello sul dito di una Rothschild.” Andy Warhol

Credo che non poco abbiamo influito sul giovanissimo Andrew Warhola  (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987) tre fattori della sua infanzia: la miseria vera provata negli anni ’30, durante la Grande Depressione, per lui nato a Forest City, small town vicino Pittsburgh, nel 1928 e figlio di due immigrati cecoslovacchi (il padre  minatore e muratore spesso assente perché in cerca di lavoro, quando non disoccupato, e la madre, cui era legatissimo, che s’arrangiava con lavoretti domestici, fra cui confezionare fiori di carta); il cattolicesimo materno e tipico dell’est Europa, ai limiti del culto ortodosso, fatto di grandi icone dorate da adorare; le grandi e divine star hollywoodiane degli anni ’30 e ’40 (Shirley Temple in particolare).

Più tardi, divenuto Andy Warhol, nella sua lucidissima (spietata?) visione pop della vita e della realtà, sostituirà la Vergine Maria e le altre sante con Marylin Monroe o Liz Taylor o il volto dolente di Jackie Kennedy, insieme a decine e centinaia di altri ritratti in serie di personaggi più o meno famosi (incluso l’idolo-ossessione: $, sua maestà il dollaro) di fatto giungendo a essere il più grande fabbricatore di icone del ‘900.

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Naturalmente su un protagonista così complesso si potrebbero scrivere centinaia di pagine. Acuta e concisa l’analisi di Achille Bonito Oliva: “Con la sua presenza fredda e distaccata, Warhol cancella ogni profondità e i suoi quadri, i suoi ritratti, diventano la celebrazione della superficie. Così l’artista adopera nell’arte l’idea del multiplo, dell’oggetto fatto in serie: l’individuo ripetuto in uomo massa, in uomo moltiplicato, portato dal sistema in una condizione di esistenza stereotipata. Al prodotto unico subentra l’opera ripetuta, la cui ripetizione comporta non più un’angoscia esistenziale ma il raggiungimento di uno stato di indifferenza che diventa l’ottica attraverso cui Warhol guarda il mondo. Infatti nei suoi ritratti ogni intenzione di segretezza viene ribaltata in ostentazione, che è la premessa di quel consumo cui la civiltà americana non intende sfuggire. L’occhio cinico dell’artista ci restituisce una condizione oggettiva dell’uomo alla quale egli stesso corrisponde, e i modelli adoperati sono anch’essi partecipi della stessa realtà. In questi ritratti l’accumulo grammaticale di ogni stereotipo è l’effetto di una mentalità che non ha e non vuole avere un’idea di complessità del mondo, anzi ha individuato le istanze dell’uomo in una necessaria e ineluttabile esibizione, collegata a una dimensione, considerata positiva anche dall’artista, di spettacolarità insita in ogni aspetto del sistema sociale. Così Warhol realizza le proprie immagini con una sensibilità decisamente pellicolare, cancellando ogni profondità ed eliminando ogni peculiarità psicologica: l’esibizione come esibizionismo e riduzione dell’immagine a uno splendente superficialismo. Lo spegnimento della profondità psicologica segna il punto di massima socialità nell’opera di Warhol.”

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

A queste chiarissime parole, posso solo aggiungere qualche breve citazione tratta da uno dei libri più celebri dell’artista, La filosofia di Andy Warhol, in realtà non scritto da lui (come i suoi quadri non erano da lui dipinti, né per i suoi film ha mai posato l’occhio su una cinepresa), ma da lui dettato e poi da altri ricomposto, ovvero dovuto alle trascrizioni delle centinaia e migliaia di telefonate che ogni mattina per anni Andy faceva alla sua solerte segretaria, Pat Hackett.

Infine un consiglio: Songs for Drella (“Drella” era uno dei soprannomi di Warhol, fusione di Dracula e Cinderella, a indicare due degli aspetti della sua personalità), il concept album che Lou Reed e John Cale, i due ex Velvet Underground, gli dedicarono nel ’90, a tre anni dalla scomparsa. È un disco bellissimo per testi e musiche, commosso, partecipato, per nulla agiografico, uno dei migliori dei due rocker e in Italia, temo, ancora poco noto. Ascoltatelo.

 

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

 

Love

“La cosa più eccitante è non-farlo. Innamorarsi di qualcuno e non farlo mai è molto più eccitante.”

 

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

 

Beauty

“Non è che mi interessino poi così tanto le «bellezze». Chi davvero mi piace sono quelli che sanno parlare. Per me i bravi parlatori sono meravigliosi, amo le buone conversazioni. Infatti uso il registratore più della cinepresa. Non si tratta di «colonne sonore». I Parlatori fanno qualcosa. Le Bellezze sono qualcosa. Che non è necessariamente un male, è solo che non capisco che cosa sono. È molto più divertente stare con quelli che fanno qualcosa.”

 

 

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

 

Time

Sul tempo

Di tempo in tempo

Tempo da scontare

Datti del tempo

 

weekend.

 

In tempo

In poco tempo

Per tempo

A un tempo

Tempo frequente

Tempo da vivere

Sciupato dal tempo

 

Tempo di percorrenza

Marcare il tempo

Guadagnare tempo

Tenere il tempo

 

In tempo

A tempo

Fuori tempo

Tempo libero

Tempo occupato

Marcatempo

Tempo perso

Tempo orario

 

Il tempo prima

Il tempo in mezzo

Il tempo dopo

Tutto il tempo.”

 

 

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

 

Death

“Non credo nella morte, non sono tenuto a sapere quello che è successo. Non posso dire niente perché non sono preparato a tutto questo.”

 

 

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

Art

“Prendi del cioccolato… e due pezzi di pane… metti il cioccolato nel mezzo e fanne un sandwich. Ecco fatta una torta.”

 

Andy Warhol, da La filosofia di Andy Warhol – da A a B e viceversa (Milano, 2009; titolo originale The Philosophy of Andy Warhol (From A to B and Back Again), 1975).

 

www.warholfoundation.org

www.warhol.org

 

Claudio Abbado

Claudio Abbado

Premessa: Claudio Abbado (Milano, 26 giugno 1933 – Bologna, 20 gennaio 2014) avrebbe festeggiato 81 anni fra tre giorni, il 26 giugno. Per me era il più grande. E per più motivi.

Il primo cd che abbia mai acquistato oltre 20 anni fa (avrò avuto 14 anni), nell’ormai scomparso Virgin di Bergamo, era quello delle Overtures di Rossini, Deutsche Grammophon, dirette appunto da Abbado ed eseguite dalla sua Chamber Orchestra of Europe (www.coeurope.org), una delle numerose e tutte eccellenti formazioni da lui fondate o promosse nel corso di una vita, basti ricordare le più recenti Lucerne Festival Orchestra (www.lucernefestival.ch/en/ensembles/lucerne_festival_orchestra) del 2003 o l’Orchestra Mozart di Bologna (www.orchestramozart.com) del 2004, che solo la miopia dirigenziale e politica tutta italiana, fatta di ignoranza, invidia, ipocrisia e disamore per il bene dell’uomo, può far fallire senza nulla muovere.

Grazie ad Abbado ho colto la gioia di Rossini (fra gli altri titoli, come non ricordare la riscoperta dello scintillante Viaggio a Reims), ma anche, col tempo, la necessità che avevo dell’adorato Mahler e di Berg e persino dell’ultimo Verdi (Requiem e Falstaff), oltre a quella quotidiana benedizione che è la musica di Mozart. Senza contare l’esempio dell’impegno sociale: ha sempre aiutato giovani musicisti e direttori d’orchestra in erba oggi famosissimi e se è sfumata per indecenza nostrana la sua ancora una volta bellissima idea di donare migliaia di alberi alla sua Milano a posto del suo compenso per un’esecuzione in programma nel 2010, date un’occhiata a L’altra voce della musica (libro e dvd, Il Saggiatore, Milano 2006), in cui Abbado ha prestato con successo, con la generosità e col sorriso di sempre la sua maestria nel progetto già avviato da José Antonio Abreu, che ha visto salvare attraverso l’insegnamento della musica migliaia e migliaia di ragazzi venezuelani da una sorte di povertà e criminalità.

Per questo quando un anno fa il Presidente della Repubblica, applicando perfettamente l’articolo 59 della nostra Costituzione[1], ha scelto quali nuovi senatori a vita Abbado insieme a Renzo Piano, Carlo Rubbia e all’ottima Elena Cattaneo, mi sono sentito orgoglioso di essere italiano: costoro davvero hanno dato e continuano a dare lustro al loro Paese nel mondo. E resteranno. E come appaiono miserabilmente infime le polemiche politiche leghiste e forza italiote contro queste nomine. Miserrime come chi le ha lanciate, gente il cui nome è già nulla e non merita neanche d’essere menzionato.

Preferisco lasciare spazio ad altre parole per celebrare Claudio Abbado: quelle pronunciate in Senato il 23 gennaio 2014 dal suo vecchio amico Renzo Piano per ricordare a tutti chi fosse stato questo grande italiano, questo grande uomo.

A proposito, un’ultima nota: dopo il primo cancro allo stomaco fortunatamente operato e guarito nel 2000, Abbado, una volta tornato sul podio visibilmente smagrito, dichiarò di avvertire il proprio corpo come un guscio o una sorta di conchiglia in grado di sentire e vibrare e trattenere il suono più di prima. Questo ha reso le interpretazioni dell’ultimo decennio ancora più intense, intime, in alcuni casi miracolose. E questo spiega anche perché proprio in quest’ultimo periodo di attività, al termine di ogni concerto, ovvero alla fine della musica, Abbado tenesse per più minuti in sospeso orchestra e pubblico nel silenzio, eco del suono appena trascorso che in lui, fattosi conchiglia, continuava a circolare, nonché dono estremo per tutto l’uditorio: assaporare il silenzio della musica. Sublime.

L'addio di Milano a Claudio Abbado: la sera del 27 gennaio 2014 Daniel Barenboim dirige la Marcia Funebre dall'Eroica di Beethoven nel Teatro alla Scala vuoto all'interno ma con le porte aperte sulla piazza colma di gente

L’addio di Milano a Claudio Abbado: la sera del 27 gennaio 2014 Daniel Barenboim dirige la Marcia Funebre dall’Eroica di Beethoven nel Teatro alla Scala vuoto all’interno ma con le porte aperte sulla Piazza colma di gente

“Signor Presidente, la mia non può essere che la testimonianza di un amico. Claudio ci ha lasciati lunedì mattina, tre giorni fa, e una settimana fa ancora si parlava del Senato, del suo progetto per il Senato.

È un’amicizia nella vita che cominciò all’inizio degli anni ‘60 a Milano. Eravamo dei giovani ribelli (io un po’ più giovane) e da allora non ci siamo più persi. Io andavo a casa sua, ero amico di suo fratello Gabriele, eravamo studenti di architettura, lui era musicista. Ci siamo ritrovati a Parigi quando abbiamo costruito l’Ircam, il centro per la ricerca musicale, insieme a Pierre Boulez e a Luciano Berio. Lì incontrammo Gigi Nono con il quale realizzammo il Prometeo a Venezia.
È stata una sequenza, ne abbiamo fatte – come si suol dire – di tutti i colori.

Poi ci siamo ritrovati a Berlino, lui dirigeva il Berliner Philarmoniker, io il cantiere in Potsdamer Platz. Lui attraversava la strada, Potsdamer Strasse, verso il cantiere e io l’attraversavo verso la Filarmonica, ed era una continua sintonia. Poi ci siamo ritrovati tante altre volte: a Berlino, al Lingotto di Torino, a Roma, insieme a Luciano Berio. Abbiamo fatto una piccola cosa per L’Aquila, dove ci siamo ritrovati. Era un continuo ritrovarsi.

Vi è una sorta di complicità tra il musicista e l’architetto, tra chi compone lavorando con la materia più immateriale e più leggera che esista, cioè il suono, e chi invece costruisce. C’è complicità e c’è anche una sorta di affettuosa invidia dell’intellettuale, del poeta, del musicista verso il costruttore e viceversa; il costruttore che lavora con una materia così pesante, infatti, quasi invidia il materiale con cui lavora il musicista. Quando poi l’architetto ama la musica ed il musicista ama l’architettura, evidentemente la cosa è fatta. Era un continuo sconfinare.

Non voglio annoiarvi con le questioni biografiche. Per tale ragione, mi sento al tempo stesso triste ed onorato di parlare per la prima volta in quest’Aula di un amico scomparso.

Vorrei, però, sottolineare una cosa importante. Gli anni ‘60 sono stati straordinari. Il ‘68 di Parigi è avvenuto solo otto anni dopo, ma era completamente diverso. Infatti, negli anni ‘60, a Milano, noi vivevamo una straordinaria stagione. Lui pensava alla musica, costruiva la musica, tutto diventava musica nella quotidianità; persino l’insalata del pranzo diventava musica. Ripeto che tutto diventava musica. Nel mio piccolo, tutto per me diventava architettura. Vi era una sorta di ostinazione assolutamente sublime, totale; tutta l’energia andava nel diventare musicisti. Tuttavia vi era quella che allora si chiamava l’ansia del sociale: nulla di quella esperienza straordinaria, che era fare musica o fare architettura (nel mio piccolo), era separato dalla società, dalla militanza, dalla passione, dall’idea impossibile di cambiare il mondo con la musica. Questo è il fatto importante.

Per tale ragione, lui ha sempre lavorato con la società assieme alla musica, assieme a questa meravigliosa arte, così straordinaria e così poetica: la musica come riscatto per i detenuti, la musica come modo per togliere i ragazzi dalla strada. Per questo, ha lavorato con Abreu e ogni tanto spariva e andava in Venezuela. Vi è sempre stata una straordinaria consonanza tra il suo impegno civile e la musica. In realtà, in quegli anni, siamo nati tutti così, si cresceva così, e lui è cresciuto straordinariamente in questo modo.

In quel contesto, ha inventato una cosa bellissima, cioè l’Orchestra Mozart. Si tratta di un’invenzione straordinaria: è un’orchestra che si struttura ogni volta. Scherzando, gli dicevo sempre che per lui l’Orchestra Mozart era come la tavolozza di un pittore, gli dicevo che lui era come Paul Klee. (…) Ripeto: l’Orchestra Mozart è un’invenzione straordinaria, bisogna salvarla. (…)

Un giorno mi chiamò e mi disse: «Diventiamo senatori a vita.» Fu un colpo perché nessuno di noi due – io faccio l’architetto, lui faceva il musicista – ci aveva mai pensato. Ci domandammo, e ce lo siamo domandati sino a pochi giorni fa, come renderci utili in qualità di senatori a vita. Ebbene, Claudio è sempre stato convinto di una cosa, che la bellezza, l’arte, la cultura – non quella paludata, quella con la C maiuscola, ma quella di tutti i giorni, fatta di curiosità, di esplorazione, di ricerca – rendono le persone migliori. Avete mai notato che questo accende negli occhi delle persone una luce particolare, la luce della curiosità?

È sempre stato convinto di una cosa importantissima, di cui anch’io sono convinto: la bellezza salverà il mondo e lo salverà una persona alla volta. Sì, una persona alla volta, ma lo salverà. Questo è davvero importante e lui aveva un’idea fissa che voglio proporre a questa Assemblea: insegnare la musica nelle scuole italiane. (…) Non ci vuole niente, bisogna farlo, perché la bellezza è un giardino straordinario ma va frequentato da piccoli. Bisogna insegnarglielo subito, finché sono piccoli, perché poi, quando si diventa grandi, insensibili alla bellezza, sembra qualcosa di estraneo, che non ci appartiene più, non ci interessa. Invece è proprio ciò che accende i desideri, che ci dà energia.

L’idea di insegnare la musica ai bambini è un’idea straordinaria e semplice. Vi chiedo quindi (…) di ascoltare questo desiderio, perché, anche se ci vorrà un po’ di tempo, renderà il nostro Paese migliore.

Renzo Piano, dal Discordo in commemorazione di Claudio Abbado, tenuto in Senato il 23 gennaio 2014

 www.renzopianobuildingworkshop.com

 

[1] Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. (Art. 59 comma 2 della Costituzione italiana).

 

mario brunello_silenzio

Premessa: da leggere e meditare, va da sé, in silenzio, l’ultimo saggio del grande violoncellista Mario Brunello, un musicista che davvero fa sentire la musica, il tutto della musica.

Titolo: Silenzio.

O meglio, in copertina si legge come attenuato, in tono minore, forse un’eco lontana:

silenzio

Poi, sotto, chiaro e scandito:

SIL

ENZ

IO

Una trovata grafica, d’accordo, ma a me ha ricordato il peso che persino alle singole lettere dava la lettura scavata del grande vecchio della poesia italiana, Ungaretti. Ascoltare per credere. E ogni suono di questa parola contiene universi, abissi di fatica e significati. E assenze.

Richiede lentezza, somma  l  e  n  t  e  z  z  a.  E, alfine, oblio.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), in primo piano l’arcosolio con le tombe dei Brion, sullo sfondo il muro di recinzione “obliquo”, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Talvolta l’architettura cerca il silenzio e il vuoto in cui la nostra coscienza si possa ritrovare. Il silenzio è come il buio, bisogna avere il coraggio di guardarlo e poi pian piano si cominciano a vedere i contorni delle cose. Renzo Piano

Tra le tante “cose” che parlano attraverso una loro musica, e tra i tanti silenzi nella musica delle “cose”, mi fa piacere parlare di una che vive in un silenzio particolare e che ha il potere di provocarne uno tutto suo: il muro di cinta del complesso monumentale Brion dell’architetto Carlo Scarpa. Una “cosa” semplice come un muro, un muro di recinzione, nell’interpretazione di un grande artista come Scarpa, diviene silenzio.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), padiglione sull'acqua, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), Padiglione della meditazione, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Il complesso monumentale, conosciuto come Tomba Brion, si trova nella campagna trevigiana ed è stato costruito tra il 1970 e il 1978: è considerato un capolavoro dell’arte architettonica e un esempio di “racconto architettonico” o “architettura narrativa”. In questo luogo, Scarpa non si è limitato a costruire un’architettura ammirevole. È come se uno scrittore, contemporaneamente, quasi con due mani indipendenti, scrivesse il suo testo e un sapiente commento o una lucidissima prefazione.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Scarpa, nella sua visionarietà, toglie al muro le sue principali caratteristiche fisiche e funzionali, come la verticalità e l’impenetrabilità. Il muro di Scarpa è obliquo, di materia solida e pesante qual è il cemento armato, eppure rimane miracolosamente sospeso in uno stato di attesa. In questa silenziosa attesa riesce a trasmettere pienamente la caducità e la casualità della vita e della morte. Sembra che in qualsiasi momento possa crollare e questo provoca come uno stato di apnea in cui ogni pensiero, voce o musica tace in un silenzio profondo e indefinito. (…)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare con vista dal Padiglione: specchio d'acqua con ninfee, muro di cinta obliquo sulla dx, sullo sfondo l'arcosolio tombale, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare con vista dal Padiglione della meditazione: in primo piano specchio d’acqua con ninfee, muro di recinzione “obliquo” sulla dx, parte degli edifici sulla sn e sullo sfondo l’arcosolio con le tombe dei Brion, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Di fronte al muro di Carlo Scarpa si vive un silenzio del tutto inaspettato, un silenzio che, una volta usciti dall’incanto, lascia spazio a un sentimento di speranza. Infatti il muro, la “cosa”, non assolvendo a compiti di ostacolo e impenetrabilità, lascia allo sguardo la libertà di superarlo attraverso vuoto o varchi. Non a caso, nel cemento armato che sembrerebbe inattaccabile sono state previste delle trasparenze quasi fossero ricami. L’effetto è quello di un’“ambiguità” del muro, che lo rende al tempo stesso “ostacolo” e negazione di quell’“ostacolo” che esso rappresenta: è dunque espressione di una speranza di libertà per chi voglia uscirne, ma anche uno spazio accessibile per chi voglia oltrepassarlo.

“Se alzi un muro pensa a ciò che rimane fuori”, scrive Italo Calvino nel Barone rampante. Sembra che Scarpa abbia colto l’invito pensando non solo a quelli che ne restano fuori, ma anche a quelli che stanno dentro, semplicemente scombinando le carte, fermando l’azione, mettendo in sospensione il tempo, provocando un silenzio.

Un silenzio inaspettato, come quello provocato dall’esecuzione di 4,33 di John Cage.

 

La composizione 4,33 è del 1952 ed è forse la composizione più nota di Cage. Alla prima esecuzione fu uno scandalo: il pianista seduto al pianoforte stette in silenzio per quattro minuti e trentatré secondi, esattamente quanto il compositore aveva previsto. L’intento di Cage era ridefinire il concetto tra suono e silenzio e ricondurre i due elementi a una parità di fronte all’arte musicale. (…)

Ancora una “cosa” silenziosa, ancora un muro. L’associazione tra silenzio e “cose” mi porta al Muro di Berlino o quello che resta. (…) Per fortuna il silenzio ha ben altri muri entro i quali e con cui esprimere tutto il suo fascino. L’architettura, se è “musica cristallizzata”, allora è silenzio. L’architettura vive nel silenzio della luce e del buio e vive di ombre e rifrazioni, mette ordine nel loro ritmo e lascia spazio alla nostra coscienza.

Immagino che qualsiasi forma architettonica nasca da uno spazio vuoto, così some la musica nasce dal silenzio. Il vuoto delimita le forme e mette in evidenza l’inizio e la fine del volume architettonico, così come il silenzio precede la musica e inevitabilmente la segue dopo la fine. La differenza è che nell’architettura l’atto della fruizione consente anche un attraversamento fisico del silenzio, oltre al poter viver e contemplare il silenzio. L’esperienza fisica di entrare attraverso le colonne di un tempio greco fa vivere la sensazione di immergersi nel silenzio dell’architettura. Uno spazio aperto in cui la sola alternanza di elementi verticali dà ritmo alla luce provocando l’esperienza di passare da un mondo di suoni a uno dove il silenzio è protagonista. In fondo è la stessa sensazione che si ha quando si entra in un bosco, e forse è stata proprio la natura a ispirare i grandi architetti dell’antica Grecia.

Mario Brunello, da Silenzio (il Mulino, Bologna 2014)

www.mariobrunello.com

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare (foto Gianluca Iannotta), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare (foto Gianluca Iannotta), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)