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SeaCreative, VisionePeriferica 2013, Mosciano Sant'Angelo (TE)

SeaCreative, VisionePeriferica 2013, Mosciano Sant’Angelo (TE)

Antonella Perazza (Giulianova, TE, 1981): ho avuto il piacere di conoscerti un anno fa quando abbiamo curato il Premio Tesi 2013 in collaborazione con Maria Rita Bentini per conto dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna e prima ancora per la vincita di RAM 2013, sempre come curatori. In entrambi i casi si trattava di opere e mostre inerenti il mosaico, ma so che tu vieni dalla Street Art. A questo proposito ti chiedo: come ci sei arrivata e cosa te ne ha fatto innamorare?

La Street Art è così: quando fa centro c’è poco da fare, non smetti più di scovarla tra le strade. Basta alzare gli occhi o semplicemente non abbassare mai lo sguardo per rendersi conto che non si è mai soli. Immagini, scritte, poster, sticker, bombardano di messaggi intere città ma anche le periferie.

Ma fare centro non è sempre così immediato. O almeno per me non lo è stato. Quando qualche anno fa giravo per Berlino, le immagini di Blu impresse sui palazzi mi incuriosivano e insospettivano nello stesso tempo. Poi ho iniziato a documentarmi. Ho comprato libri, ho girato per il web alla ricerca di artisti che non conoscevo. Nel giro di qualche anno anche il mio compagno ha iniziato a fare lavori di questo tipo ed è stato il modo più veloce per catapultarmi dentro quel mondo senza nessuna possibilità di uscirne. I lavori degli artisti mi appassionavano e potevo rimanere delle ore seduta sull’asfalto a vedere i loro work in progress.

Mp5, VisionePeriferica 2014, Mosciano Sant'Angelo (TE)

Mp5, VisionePeriferica 2014, Mosciano Sant’Angelo (TE)

Negli ultimi anni non mi bastava più osservare passivamente ma sentivo la necessità di vivere in prima persona questa realtà e il modo più attivo per farlo, non essendo un’artista, era organizzare un festival. Ho girato l’Italia per conoscere gli artisti e più li conoscevo e più mi convincevo che le immagini che scaturivano dalle loro opere erano totalizzanti, rappresentavano l’estetica della rivolta, la poesia di chi odia l’inganno e le false ideologie. Le sensazioni che percepivo erano talmente complesse che a un certo punto ho pensato: “Beh, ma in Abruzzo? Non è possibile che in pochi conoscano questo linguaggio artistico”. E allora ho provato a unirmi con persone che più o meno avevano un interesse comune al mio e siamo riusciti, con budget limitatissimi, a mettere su un’associazione, DimensioniBastarde, e un primo festival, in collaborazione con la ProLoco locale. Oggi il mio interesse per la Street Art è totale. Ho addirittura un gatto che si chiama Sea (come SeaCreative) e aspetto di averne un altro che chiamerò Opi (da Opiemme). A ogni chiusura di festival la mancanza di questi artisti è tale da doverla riempire con degli animali. A 40 anni avrò una fattoria!

Gio Pistone, Avere Fame, tecnica mista su carta, 2014

Gio Pistone, Avere Fame, tecnica mista su carta, 2014

Dunque in questo ambito, a dire il vero fertilissimo di nuovi talenti, sei attivissima: hai curato diverse cose tra cui, lo citavi prima, un vero e proprio festival in Abruzzo, sino alla personale Is Animas di Gio Pistone proprio il mese scorso presso la galleria Mirada di Ravenna: come hai conosciuto questa artista e come è nata e si è sviluppata la vostra collaborazione?

Sì, esatto, come ti dicevo, il festival Visione Periferica è stato un po’ il nostro primo grande progetto ed effettivamente è una cosa che mi sta veramente a cuore. Ed è stato anche il motivo per cui ho conosciuto Gio. L’ho contattata lo scorso anno per chiederle di parteciparvi, ma lei era già impegnata in un altro progetto. Quest’anno ci ho riprovato e la cosa è andata in porto due volte. Prima è stata ospite del festival abruzzese, regalando al paese un bellissimo murales con un cavaliere-astronomo in atto di domare un cavallo. Poi abbiamo lavorato per alcuni mesi alla mostra che ho curato da Mirada, Is Animas. La cosa interessante è che per quanto possa essere diverso l’impatto fra una parete grande e un foglio di carta, l’emozione regalata è la stessa. I suoi disegni mi hanno innescato una serie di ricordi, scavando nelle mie emozioni più profonde, e ne è venuta fuori una bella collaborazione. Ho un’ammirazione fortissima per Gio e per tutte le StreetArtist donne che molto spesso passano in secondo piano ma che meriterebbero molta più attenzione. Per esempio quando parlo di Gio o presento la sua mostra, molti credono che sia un uomo. La StreetArt è anche al femminile e le nostre ragazze sono tra le migliori. È bello che questo si sappia.

VisionePeriferica 2014, work in progress di Gio Pistone e Alleg (a sinistra), Giulio Vesprini (a destra)

VisionePeriferica 2014, work in progress di Gio Pistone e Alleg (a sinistra), Giulio Vesprini (a destra) 

La mostra di Gio Pistone è inserita all’interno di Subsidenze – Street Art Festival ravennate del settembre 2014, che alla fine lascerà diversi lavori murali in città: puoi parlarne? Pensi sia un esempio esportabile?

Sì, penso che lo sia, anche se in realtà noi non abbiamo inventato nulla. In Italia ogni anno c’è un proliferare di festival di cui esempi lampanti sono quelli di Memorie Urbane e Frontier, che hanno regalato una visibilità fortissima ai loro territori.

Subsidenze, il festival organizzato con l’Associazione Indastria, è nato principalmente per la nostra passione comune verso i murales. Io amo definire affettuosamente il nostro presidente, Marco Miccoli, “lo stalker degli streets”. Qualsiasi informazioni su questi artisti è reperibile contattandolo.

Lo abbiamo conosciuto, in effetti, proprio per questo motivo e ci siamo trovati diverse volte a parlare di festival e artisti. A un certo punto eravamo diventati talmente ripetitivi che ci è venuto in mente di concretizzare qualcosa a Ravenna, mettendo a disposizione della città le nostre conoscenze in questo settore. L’assessora Valentina Morigi e le Politiche Giovanili hanno subito appoggiato l’idea del primo festival di Street Art a Ravenna. D’altronde già l’ex dirigente Raffaella Sutter aveva spinto per portare avanti un discorso di riqualificazione urbana attraverso l’arte.

Dopo mesi di riunioni e centinaia di e-mail ce l’abbiamo fatta e a settembre è partita la prima edizione di Subsidenze. Dico la prima perché credo realmente che ce ne saranno molte altre, rinnovate nella formula per non correre il rischio di cadere in festival fotocopia. Noi ce la mettiamo tutta. Ma come ti dicevo prima con la Street Art si corre sempre il rischio di cadere nelle polemiche, anche se fortunatamente sono più gli apprezzamenti. 

DissensoCognitivo, Subsidenze 2014, Ravenna

DissensoCognitivo, Subsidenze 2014, Ravenna

Infine, tuoi progetti futuri?

Tanti, troppi. Mille idee che mi frullano per la testa e che spero si realizzino. Sicuramente punteremo a una terza edizione di VisioniPeriferiche, allargando i confini fuori da Mosciano Sant’Angelo, il paese dove sono cresciuta e dove si sono tenute le edizioni precedenti. A Ravenna stiamo già lavorando per la seconda edizione di Subsidenze che sarà molto ricca di eventi collaterali.

Per quanto riguarda il mio percorso individuale, invece, proseguirò la collaborazione con Mirada curando una serie di mostre legate alla Street Art.

Ho anche due progetti a Bologna ma fin quando non si concretizzano preferisco non parlarne…

Spero anche di continuare con qualche supplenza di storia dell’arte a scuola (con questa classe di concorso è sempre un terno a lotto essere chiamati), portando le mie esperienze anche tra i giovanissimi che meritano un assaggio di contemporaneità. Mi piace pensare che proprio a partire dai più giovani sia importante sviluppare un senso critico che non li limiti a giudicare senza capire. E la Street Art merita di essere portata anche nelle scuole. Chissà se facendo così tra qualche decennio non saremo bombardati di immagini ovunque, come auspica Banksy: “Immagina una città dove i graffiti non siano illegali, una città dove ognuno possa disegnare ovunque gli piaccia. Dove ogni strada sia inondata da milioni di colori e piccole frasi. Dove stare alla fermata dell’autobus non sia mai noioso. Una città che sembri un essere vivente, una cosa che appartenga a tutti, non solo agli agenti immobiliari e ai magnati della finanza. Immagina una città come quella e smetti di appoggiarti contro il muro – è fresco di vernice.”

Zedone, Subsidenze 2014, Ravenna

Zedone, Subsidenze 2014, Ravenna

Samantha Holmes, Geometric Application 2, 2014

Samantha Holmes, Geometric Application 2, 2014

Last Friday, October 10 was the inauguration of No More Place, a group show at Gallery Aferro in Newark, New Jersey, that opened in conjunction with Newark’s annual Open Doors arts festival.

Samantha Holmes, Geometric Application 3 (partial), 2014

Samantha Holmes, Geometric Application 3 (partial), 2014

My artist friend Samantha Holmes showed work from a new series, Geometric Applications, installations of hand cut paper that trace the distorted geometries created by projecting perfect quasicrystalline patterns onto the objects of everyday life. A pattern found in both the mystic ornament of Medieval Islam and the molecular structures of particle physics, the tiling represents the notion of an underlying order – be it spiritual or scientific – rendered illegible by the disorder of modern life.

Samantha Holmes, Geometric Applications, 2014

Samantha Holmes, Geometric Applications, 2014

The exhibition also features work by New York based artists and fellows of the Bronx Museum AIM program Anna Ablogina, Hannes Bend, Patricia Dominguez, Glenn Fischer, Shanti Grumbine, Nicholas Hamilton, Maria Hupfield, Tatiana Istomina, Tasha Lewis, Eleen Lin, Sharon Ma, Julie Nymann, Gamaliel Rodriguez, Sarah Rowe, Catherine Telford-Keogh, David Gregory Wallace, Margaret Inga Wiatrowski, Didier William and Brian Zegeer.

No More Place,

Gallery Aferro, Newark, NJ

93 Market Street (7 blocks from Newark Penn Station)

October 9-19, Monday-Friday 1-5 PM; Saturday & Sunday 3-6 PM

Samantha Holmes, Geometric Application 1, 2014

Samantha Holmes, Geometric Application 1, 2014

www.samantha-holmes.com

 

Franco Guerzoni, Affreschi 1973, tavola fotografica e frammento di gesso. Foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Affreschi, 1973, tavola fotografica e frammento di gesso, foto di Luigi Ghirri

Nessun luogo. Da nessuna parte – Viaggi randagi con Luigi Ghirri è una mostra che presenta per la prima volta al pubblico un aspetto originale e assolutamente inedito del lavoro di Franco Guerzoni (Modena, 1948) e Luigi Ghirri, (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992). Curata da Davide Ferri e frutto della collaborazione tra la Triennale di Milano, Skira Editore e Nicoletta Rusconi Art Projects, che ne hanno curato l’organizzazione e il coordinamento, inaugurerà giovedì 9 ottobre alle ore 18.00 alla Triennale di Milano e si potrà visitare fino al 9 novembre.

Franco Guerzoni, Affreschi, 1972

Franco Guerzoni, Affreschi, 1972

Franco Guerzoni, Affreschi, 1973, tavola fotografica e frammento di gesso. Foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Affreschi, 1973, tavola fotografica e frammento di gesso, foto di Luigi Ghirri

Nessun luogo. Da nessuna parte nasce parallelamente all’omonimo libro di Franco Guerzoni a cura di Giulio Bizzarri e introdotto da un saggio di Arturo Carlo Quintavalle (Skira Editore, 2014). Come il libro, è il racconto di un’amicizia e di una collaborazione tra due artisti negli anni della loro formazione, dei loro “viaggi randagi” nella campagna modenese a cavallo tra gli anni sessanta e settanta.

Franco Guerzoni, Pozze d'acqua, specchi e luce al neon, misure variabili, 1969, foto di Luigi Ghirri e Franco Guerzoni

Franco Guerzoni, Pozze d’acqua, specchi e luce al neon, misure variabili, 1969, foto di Luigi Ghirri e Franco Guerzoni

Franco Guerzoni, Pozze d'acqua, specchi e luce al neon, misure variabili, 1969, foto di Luigi Ghirri e Franco Guerzoni

Franco Guerzoni, Pozze d’acqua, specchi e luce al neon, misure variabili, 1969, foto di Luigi Ghirri e Franco Guerzoni

Franco Guerzoni, Pozze d'acqua, specchi e luce al neon, misure variabili, 1969, foto di Luigi Ghirri e Franco Guerzoni

Franco Guerzoni, Pozze d’acqua, specchi e luce al neon, misure variabili, 1969, foto di Luigi Ghirri e Franco Guerzoni

A questo proposito scrive Quintavalle nel saggio introduttivo: “Un libro come questo pone subito dei problemi: la gran parte delle fotografie che vi appaiono, e quelle che illustrano il mio testo, sono certo di Luigi Ghirri, ma le foto rappresentano veramente l’esperienza del Ghirri che conosciamo, o rappresentano un momento diverso, e quindi sono qualcosa che è “di” Ghirri ma di un Ghirri che dialoga con Guerzoni perché deve seguire le sue richieste, perché deve documentare un evento, un movimento, un luogo, un tempo  che altrimenti  potrebbe sfuggire? Certo, queste sono immagini di Ghirri ma, nel libro, emergono subito delle indicazioni che ci fanno comprendere come Ghirri sa adattarsi alle richieste di Guerzoni, sa quindi modificare le sue idee sul fare immagine, sul fare fotografia, per rispondere a quello che gli viene chiesto.”

Franco Guerzoni, Progetto per pavimento imbottito, primi anni '70, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per pavimento imbottito, primi anni ’70, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per pavimento imbottito, primi anni '70, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per pavimento imbottito, primi anni ’70, foto di Luigi Ghirri

Il progetto espositivo, tuttavia, si pone più come contraltare che come compendio al libro. Come un dispositivo dotato di una propria autonomia e struttura narrativa.

Franco Guerzoni, Progetto per aia, 1970, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per aia, 1970, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per aia, 1970, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per aia, 1970, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per aia, 1970, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Progetto per aia, 1970, foto di Luigi Ghirri

Per quasi un decennio, negli anni ‘70 Ghirri e Guerzoni intrattennero un dialogo costante, condividendo l’entusiasmo e le incertezze degli esordi, dei loro primi esperimenti e tentativi. I due condivisero un territorio: un paesaggio di aie, case abbandonate, ruderi, edifici industriali e cantieri che amavano perlustrare da cima a fondo, più o meno quotidianamente.

Franco Guerzoni, Antropologie, 1976

Franco Guerzoni, Antropologie, 1976

Franco Guerzoni, Antropologie 1976

Franco Guerzoni, Antropologie, 1976

Franco Guerzoni, Orsi a Modena, primi anni '70, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Orsi a Modena, primi anni ’70, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Orsi a Modena, primi anni '70, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Orsi a Modena, primi anni ’70, foto di Luigi Ghirri

Di quelle esplorazioni resta un’ampia documentazione in centinaia di scatti inediti che Luigi Ghirri realizzava per Guerzoni perché costituissero il punto di partenza, la base materiale dei suoi lavori. In quegli anni Guerzoni ha usato solo alcune di quelle fotografie, ma tutte le altre, conservate nel suo archivio personale senza mai essere dimenticate, sono ora state riportate alla luce e raccolte in questa mostra.

Franco Guerzoni, riprese per Archeologie, 1973, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, riprese per Archeologie, 1973, foto di Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Archeologia, 1973

Franco Guerzoni, Archeologia, 1973

Franco Guerzoni, Dentro l'immagine, 1974

Franco Guerzoni, Dentro l’immagine, 1974

L’esposizione prevede una selezione dei lavori realizzati da Franco Guerzoni tra il 1970 e il 1978 (dalle serie Archeologia, Dentro l’immagine, Affreschi) a partire dalle fotografie di Ghirri, ma anche tutte le altre immagini che circoscrivono i contorni di questa collaborazione: quelle di Luigi Ghirri degli stessi anni (per lo più rovine, muri, impalcature) e che non sono confluite nei lavori di Guerzoni; poi – a comporre un grande mosaico di sequenze che possono accavallarsi, intersecarsi o interrompersi bruscamente – una serie  di scatti che Guerzoni chiama “irrisolti” e che sono la testimonianza di opere che non esistono più, di azioni estemporanee, di interventi più o meno concordati.

Saranno inoltre presentati due nuovi lavori, in forma di dittico, che descrivono la necessità, da parte di Guerzoni, di ricollocare nel presente  le tracce e i resti di quelle esperienze.

Testo a cura di Sara Zolla – Ufficio stampa mostra

Triennale di Milano – Franco Guerzoni: Nessun luogo. Da nessuna parte – Viaggi randagi con Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Avventura a guardia della libreria, 1978, collaborazione fotografica con Luigi Ghirri

Franco Guerzoni, Avventura a guardia della libreria, 1978, collaborazione fotografica con Luigi Ghirri

Pedro e Jorge Reinel, Lopo Homem (cartografi) e António de Holanda (miniatore), Atlante Miller, Oceano Indiano, 1519 circa, Bibliothèque Nationale de France, Parigi

Pedro e Jorge Reinel, Lopo Homem (cartografi) e António de Holanda (miniatore), Atlante Miller, Oceano Indiano, 1519 circa, Bibliothèque Nationale de France, Parigi

A Francesco dei Medici, Granduca di Toscana

Cochin, 22 gennaio 1584

Serenissimo Signore. L’armata che si partì per questa costa d’India di Lisbona agli 8 aprile passato si condusse per grazia di Dio tutta a salvamento. Quattro navi d’essa si condussero a Goa a’ tempi soliti da 15 a 22 settembre. (…)

Questa costa è quasi tutta piana e con ogni grosso legnosi naviga tutta a vista di terra; è divisa da mezzogiorno a tramontana, come l’Italia da l’Apennino, da una schiena di monti che domandano[1] la terra del Gatto[2]; lungo la marina è tutta vestita di palma di diverse sorti e altre piante diferenti in tutto dalle nostre, tra le quali tengono in primo luogo le palme che fanno i cocchi o noci d’India, per essere il loro frutto il più vivo rendimento di questi popoli per trarne tutti que’ comodi che d’essi si raccontano. Sono secondariamente altre palme che fanno un frutto che domandano arecca[3], della grandezza delle nostre noci che questi naturali[4] mangiano col betle[5]; e di questo e de’ cocchi vanno fuori assai per Cambaia[6] e altre parti più fredde. Altri frutti ci sono molti senza nessuna proporzione a’ nostri, non ostante che i portoghesi ne chiamino alcuni con i medesimi lor nomi, come i fichi che non hanno di fico altri che il nome: la pianta fa un sol gambo e apre in fogli grandi quanto un uomo giusto aprirebbe nelle braccia o più, di larghezza di due spanne e maggiori; il frutto è lungo un palmo, grosso come un citriuolo o poco meno; mondasi come il fico da una buccia assai grossa; il frutto in sé è tenero e dolce e scipito. L’ananas mi pare a me la più gustosa frutta che ci sia: è fatta da una pianta come il carciofo e egli non è dissimile, se non che tira più a fazione della pina; matura, getta un odor suavissimo. Il sapore è di fragola e di popone[7] e col vino acquista forza grande; trovanlo costoro caldissimo e argumentono dal consumarvisi dentro un coltello che vi si ficchi la sera e lascivisi stare fino a la mattina. Questa pianta è qui forestiera, venutaci dal Verzino e, condottasi in Portogallo, non visse. (…)

Filippo Sassetti (Firenze, 1540 – Goa, India, 1588), dalla Lettera 98 in Lettere da vari paesi 1570-1588, a cura di V. Bramanti, Milano, 1970.

G. Mercator - H. Hondius, India orientalis, Amsterdam 1648

G. Mercator – H. Hondius, India orientalis, Amsterdam 1648, coll. privata

[1] Chiamano.

[2] La catena dei Ghati occidentali.

[3] Arecca: frutto a forma di nespola

[4] Gli indigeni.

[5] Betle: foglia tonica che gli indigeni masticavano appunto con l’arecca.

[6] L’odierna Khambhat, in precedenza Cambay, sul Mare Arabico.

[7] Melone.

 

 

Invito italianoIl 17 settembre è stata inaugurata presso la Sala Raffaello del Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo, la mostra Retrospettiva 1965-2014 – Marco Bravura, Marco De Luca, Verdiano Marzi, curata da Anna Mapolis per la Ismail Akhmetov Foundation.

I tre artisti che attualmente vivono tra Russia, Italia e Francia, hanno studiato giovanissimi nella stessa scuola, l’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico Gino Severini di Ravenna. Dopo aver assorbito i principi base dell’arte musiva tradizionale, sin dagli anni ’80, con una scelta controcorrente, hanno iniziato una ricerca e sperimentazione del mosaico nella contemporaneità.

da sinistra: Marco Bravura, Verdiano Marzi, Marco De Luca

Da sinistra: Marco Bravura, Verdiano Marzi, Marco De Luca

Sala concerti durante la presentazione della mostra

La Sala dei concerti durante la presentazione della mostra

La mostra presenta pezzi unici: da opere monumentali, progettate per spazi pubblici, a gruppi scultorei finemente lavorati. Concepita come un programma di screening retrospettivo dei tre artisti, spazia in un periodo di trent’anni di creatività e comprende più di cento opere tra pannelli, installazioni, sculture, dipinti e collage.

La Sala Raffaello del Museo dell'Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

La Sala Raffaello del Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

All’inaugurazione erano presenti il console generale d’Italia a San Pietroburgo Leonardo Bencini, la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo Redenta Maffettone, il rettore dell’Accademia Repin, storico dell’arte e commissario del padiglione russo alla Biennale di Architettura di Venezia, Semyon Mikailovsky e il capo del Comitato delle Relazioni Internazionali del Governatorato di San Pietroburgo, Evgeni Grigorev. È stato letto il messaggio di saluto e auguri alla manifestazione inviato dall’assessore alla Cultura del Comune di Ravenna, Ouidad Bakkali. I discorsi di apertura hanno ampiamente sottolineato l’amicizia e gli scambi culturali fra Italia e Russia, sottolineando la necessità di proseguire nella collaborazione. La mostra, inserita nel quadro delle manifestazioni dell’Anno del Turismo Italia-Russia, ha il patrocinio del Consolato Italiano a San Pietroburgo e dell’Istituto Italiano di Cultura.

La Sala dei concerti durante la presentazione della mostra

La Sala dei concerti durante la presentazione della mostra

Redenta Maffettone, direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo, Leonardo Bencini, il console generale d'Italia, Semyon Mikailovsky, rettore dell'Accademia Repin e storico dell'arte, Evgeni Grigorev, capo del Comitato delle Relazioni Internazionali del Governatorato di San Pietroburgo

Redenta Maffettone, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo, Leonardo Bencini, console generale d’Italia, Semyon Mikailovsky, storico dell’arte e rettore dell’Accademia Repin e il vice rettore Andrey Skrialenko

Un attento pubblico di oltre duecento visitatori ha assistito al concerto per piano preparato con mosaico, la composizione Rituel, creata dal pianista e compositore Matteo Ramon Arevalos. La Tv Channel 1 ha registrato un servizio sul concerto e intervistato i tre artisti e la curatrice della mostra. Il Giornale dell’Arte, edito da Allemandi in Russia, ha dedicato un bell’articolo all’evento.

(Il presente testo è una rielaborazione dei comunicati stampa usciti sulla mostra)

www.artsacademy.ru

Video della Televisione nazionale russa

 

Invito russo

ALFAZETA. Andy Warhol

Andy Warhol, Gold (ALFAZETA)

In occasione dell’undicesima edizione Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte, sarà presentata domani, martedì 16 settembre alle ore 19.00, grazie alla collaborazione della Biblioteca Universitaria di Bologna che ha messo a disposizione la sua prestigiosa Aula magna e i suoi arredi, la mostra ALFAZETA, una nutrita selezione di libri d’artista conservati nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Si tratta di libri straordinari, in tiratura limitata, illustrati da alcuni tra i massimi artisti che hanno operato nel secolo scorso e che si sono misurati, oltre che con la pittura e la scultura, anche con l’oggetto libro. Libri che sembravano riservati a una ristretta cerchia di bibliofili e collezionisti e che ora sono patrimonio comune, in seguito all’acquisto da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo della Collezione di Loriano Bertini, conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, e offerti alla fruizione di tutti nell’importante cornice della Biblioteca Universitaria di Bologna, composta, quasi a contrappunto, da rari e preziosi manoscritti, incunaboli e cinquecentine.

Il progetto espositivo a cura di Sergio Risaliti – e realizzato in collaborazione con Maria Letizia Sebastiani, Silvia Alessandri e Micaela Sambucco della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – costituisce una campionatura essenziale della cospicua raccolta della biblioteca fiorentina. Il titolo ALFAZETA richiama alla mente una forma di consultazione elementare e primaria, una possibile selezione secondo la prospettiva alfabetica, che vige e detta legge in ogni archivio, in quel labirinto che è la biblioteca. Per ogni lettera dell’alfabeto la scelta è ricaduta su un artista, e in molti casi il punto di partenza è stata la qualità intrinseca dell’oggetto libro, con le sue specifiche editoriali e il suo peculiare design.

ALFAZETA. Alexander Calder

Alexander Calder, Fetes (ALFAZETA)

Due sole eccezioni a questa regola: una coppia composta da un letterato artista e da un artista: Raymond Queneau insieme a Enrico Baj,  a rappresentare la lettera Q  e una doppia rappresentanza di artisti per la lettera L: El Lissitzky con un altro poeta artista, Vladimir Majakovskij e Fernand Léger con le sue composizioni in colori ad illustrare un’ opera di Blaise Cendrars.

Da sempre il libro con le sue pagine bianche ha attratto l’artista, in una competizione antica con il mondo delle parole, dominio incontrastato di poeti e scrittori. Pittori e scultori si sono impossessati di quello scrigno cartaceo per restituirlo trasformato secondo un fare arte diverso, plastico e visivo, manipolandone la forma, i caratteri, scegliendo la qualità della carta, giocando con le misure, l’inizio e la fine, il recto e il verso, il bordo della pagina, con la composizione grafica e l’impaginato, fino a distribuire parole e caratteri in libertà sul foglio, usato come materia povera, quindi bruciato, tagliato, stropicciato e impastato con ogni sorta di elemento utile a farsi lettera e segno.

Tra le molte rarità esposte in questa occasione, si fanno notare per qualità Fêtes di Alexander Calder e Gold di Andy Warhol: uno è un’epifania di colori, un equilibrismo di forme, l’altro è un libro d’oro prezioso come un’icona neo-bizantina. Dalla lettera A di Vincenzo Agnetti alla Zeta di Ossip Zadkine si è inteso organizzare la mostra come un itinerario nell’arte del libro d’artista del Novecento, partendo da Oscar Kokoschka (1908) e Fernand Léger (1919) fino ad arrivare alle più contemporanee invenzioni di Claes Oldenburg, Jasper Johns, Maurizio Nannucci ed Emilio Isgrò, passando per il surrealismo di René Magritte, la metafisica composizione di Giorgio De Chirico, la genialità di Pablo Picasso, la verve grafica di El Lissitszky, il taglio di Lucio Fontana, la ferita aperta nella carta da Alberto Burri e molte altre declinazioni di questa modalità artistica su carta.

Testo a cura di Irene Guzman – Ufficio stampa Artelibro 2014

ALFAZETA. Giorgio De Chirico

Giorgio De Chirico, Mythologie (ALFAZETA)

In mostra i libri d’artista di: Vincenzo Agnetti, Alberto Burri, Alexander Calder, Giorgio De Chirico, James Ensor, Lucio Fontana, George Grosz, Georges Hugnet, Emilio Isgrò, Jasper Johns, Oscar Kokoschka, Fernand Léger, Vladimir Majakovskij/El Lissitzkij, René Magritte, Maurizio Nannucci, Claes Oldenburg, Pablo Picasso, Raymond Queneau/Enrico Baj, Robert Rauschenberg, Kurt Schwitters, Yves Tanguy, Raoul Ubac, Ben Vautier, Andy Warhol, William Xerra, Ylla, Ossip Zadkine.

 

ALFAZETA – Libri d’artista della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
Biblioteca Universitaria di Bologna, Via Zamboni, 35
Dal 16 settembre al 17 ottobre
A cura di S.Risaliti in collaborazione con M.L.Sebastiani, S.Alessandri e M.Sambucco
Mostra promossa da Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte in collaborazione con Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e Biblioteca Universitaria di Bologna

Orari: lunedì-venerdì 10.00-18.00; sabato 9.30-13.00; domenica chiuso
Ingresso gratuito

Per info: www.artelibro.it

Giochi d’estate

Premessa: con questo post saluto i lettori e auguro a tutti un buen retiro, in attesa di riaprire questo mio “orto” verso metà settembre. Di nuovo, buona estate.

giochi d'estate

“Giocare è sperimentare con il caso.” Novalis

I cuccioli giocano per scoprire il mondo e imparare a vivere. E i cuccioli umani non fanno eccezione. A ogni età, poi, giochi diversi, corrispondenti.

Il film di Rolando Colla Giochi d’estate, presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 2011, narra le storie parallele di due mondi opposti e non comunicanti: quello di un gruppo di preadolescenti e dei loro rispettivi genitori, sullo sfondo di un campeggio estivo nel grossetano.

L’ambientazione spazio-temporale non è irrilevante: le vacanze al mare e vicino alla natura solo luogo d’elezione per esplorazioni e libertà altrimenti limitate in città o a scuola.

E la pellicola, girata con cura specie nei primi piani sempre intensi e motivati, e altrettanto ben sceneggiata, porta lo spettatore a riscoprire sentimenti provati secoli prima e messi, forse inevitabilmente, in ombra negli anni: provate a leggere Pomeriggio d’agosto, racconto brevissimo di José Emilio Pacheco contenuto nella raccolta capolavoro Il vento distante: gli odî e gli amori a quell’età sono totali, devastanti. Tanto più unici se irrealizzabili.

In questo caso i cinque ragazzi protagonisti sono di provenienza ed estrazione sociale differente, ma questo non rappresenta alcun problema a differenza degli adulti dove certe cose contano, eccome. I ragazzi sono curiosi perché non sanno, anzi tutti i loro sforzi, inclusi quelli dei giochi più “pericolosi”, sono in realtà tesi a vincere il cinismo di facciata (l’essere dei duri che non provano dolore), che è uno degli standard degli adulti. I ragazzi alfine sono dei puri, o bianco o nero, perché le sfumature appartengono ancora una volta agli adulti, come sapeva bene il ribelle Antoine Doinel: ricordate lo sguardo smarrito e consapevole al contempo, in una parola vero sino al midollo, del finale cult de I 400 colpi, ripreso non a caso dopo una corsa liberatoria verso il mare?

 

 

I ragazzi di questa narrazione, partiti da un iniziale scontro fisico, scoprono spesso attraverso il corpo, esperienza concreta e che non sa mentire, amicizia, amore, morte, delusione, fragilità, consolazione, tutta una gamma emotiva che loro possono provare, e soprattutto la verità su alcune questioni davvero importanti che gli adulti, per proteggerli dalle proprie paure e dalla paura del confronto con i fantasmi del proprio passato, celano con caparbietà, quasi a pretendere di bloccare nell’immobilità loro peculiare l’esplodere di vita dei figli (si veda la madre di Marie che vorrebbe cancellare dalla ragazza persino il nome del padre mai conosciuto).

Gli adulti peccano d’egoismo, di cecità e neanche si rendono conto di ripetere stancamente ritmi usurati cui si sono costretti come Sisifo alla sua pietra (si vedano i genitori di Nic, intrappolati in un circolo di violenze fisiche e verbali). Gli adulti insomma sembrano privi di capacità effettiva di reagire e dunque di cambiare e, forse, dovrebbero vedere (per la prima volta?) i loro ragazzi, quella piccola parte di futuro che ognuno di loro rappresenta e porta avanti con difficoltà, certo, ma anche con coraggio e forza per tutti esemplari. Buona vita.