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Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

A fine settimana, sabato 20 dicembre, nel Salone delle Scuderie in Pilotta a Parma si inaugurerà la mostra Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri organizzata dallo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, il maggiore fondo sul Novecento esistente in Italia[1].

Il punto di partenza della mostra, il Fuoco nero del titolo, è il confronto tra la nota sequenza fotografica di Aurelio Amendola che ritrae Alberto Burri mentre crea con il fuoco una sua Plastica, e il grande Cellotex nero di Burri da lui stesso donato allo CSAC negli anni Settanta.

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Attorno a quest’opera, in occasione dell’approssimarsi del centenario della nascita dell’artista (1915-1995), è stato chiesto ad artisti significativi di diverse generazioni di donare allo CSAC un’opera che essi pensassero collegata alla ricerca di Alberto Burri.

A questo invito hanno risposto generosamente, e con importanti opere, in molti, tra cui Bruno Ceccobelli, Nunzio, Mimmo Paladino, Luca Pignatelli, Marcello Jori, Alberto Ghinzani, Pino Pinelli, Giuseppe Maraniello, Giuseppe  Spagnulo, Emilio Isgrò, Attilio Forgioli, Mario Raciti, Medhat Shafik, Franco Guerzoni, Luiso Sturla, Renato Boero, Raimondo Sirotti, Davide Benati, Concetto Pozzati, Enzo Esposito, Gianluigi Colin e William Xerra.

Oltre a questo, prendendo spunto dalla componente strutturale che sempre articola, sin dagli anni ’40, l’opera di Burri, si sono individuati due percorsi in qualche modo sempre collegati e comunicanti, quello della ricerca sulla materia e quello dell’articolazione delle strutture. Per mettere in evidenza questa vicenda si è dunque attinto alle raccolte dello CSAC puntando, ad esempio, su alcune figure del Gruppo Origine (1950-1951), con opere di Colla, Ballocco e Guerrini, e ancora del Gruppo1 con Biggi.

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Era inoltre necessario provare a restituire, almeno per cenni, le esperienze dei due centri principali della ricerca di quegli anni, da una parte Roma con Gastone  Novelli e Toti Scialoja che dialogano con Cy Twombly e con l’Abstract Expressionism americano, e, a Milano, Lucio Fontana.
Si è quindi ritenuto indispensabile ricostruire, almeno per poli, dalla Lombardia a Napoli, dalla Liguria all’Emilia, le proposte di alcuni dei molti protagonisti della ricerca sulla materia: ecco quindi, fra le altre, le opere di Tavernari, Spinosa, Pierluca, Morlotti, Mandelli, Bendini, Arnaldo Pomodoro, Zauli, Mattioli, Padova, Zoni, Lavagnino, Ruggeri, Olivieri, Vago, Guenzi, Carrino, Ferrari, Repetto, Chighine.

Distinto da questo filone di ricerca nel quale prevale il peso, la lunga durata della materia e che la critica ha definito prevalentemente come “informale”, si pone un altro modello, quello dell’indagine sulla struttura, un percorso che in mostra si individua attraverso opere di Perilli, Pardi, Garau e Scialoja.

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Era inoltre importante provare a definire, sia pure solo per cenni, il significato dell’opera di Burri fuori dei confini, così ecco la presenza in mostra di un pezzo di Joe Tilson e, a contrappunto, un grande collage di Louise Nevelson legato alla ricerca americana degli anni ’50, a cui si sono aggiunti un gruppo di collage della statunitense Nancy Martin attenta al filone astratto dopo Josef Albers.

In mostra la fotografia avrà una parte significativa. Prima di tutto con le immagini di Aurelio Amendola che hanno suggerito il titolo della mostra. Poi, di Nino Migliori verrà esposto un gruppo di pirogrammi degli anni ’50 di recente ristampati; di Mimmo Jodice un importante “muro”; di Giovanni Chiaramonte una ricerca degli anni ’70 su una casa distrutta; di Mario Cresci una sequenza sulle spiagge rocciose della Sicilia. A queste opere si aggiungono due ricerche differenti: più legata al filone concettuale quella di Brigitte Niedermair e più attenta alla lingua dell’astrazione quella di Gianni Pezzani.

Dunque l’esposizione, curata da Arturo Carlo Quintavalle, proporrà oltre settanta dipinti e altrettante fotografie e un gruppo di opere grafiche, per un totale di 172 pezzi tutti riprodotti in un ampio catalogo edito da Skira.

La mostra resterà aperta dal 21 dicembre 2014 al 29 marzo 2015

Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì

Ingresso gratuito

Testo a cura dell’Ufficio stampa di Irene Guzman (csac.press@gmail.com)

CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma

Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

[1] Il Centro conta su un archivio imponente, nato negli anni’80 su iniziativa di Arturo Carlo Quintavalle e cresciuto grazie alle donazioni di istituzioni, artisti e loro eredi. La raccolta è attualmente composta da circa 1.500.000 pezzi, in particolare sul ‘900 artistico italiano (pittura e disegno, scultura, fotografia, architettura, moda, design ecc.).

Vanni Cuoghi, I tuoi pensieri non toccano terra, 2013, acrilico e olio su tela, cm 45x45

Vanni Cuoghi, I tuoi pensieri non toccano terra, 2013, acrilico e olio su tela, cm 45×45

Conosco Vanni da qualche anno, grazie a un comune amico pianista e compositore, Matteo Ramon Arevalos, entrambe persone squisite.

Ciò che cattura nei lavori perfetti di Cuoghi non è tanto la perizia tecnica da miniatore (che c’è, letteralmente in punta di pennellini e bisturi), ma l’ironia colta, ricca di citazioni affatto differenti ma sapientemente occultate e miscelate, dal pop contemporaneo e musicale al rinascimento all’età bizantina, ecc. sino a riferimenti letterari e onirici, sempre intelligentemente filtrati e mixati da un sorriso che tanto ricorda quello del Ritratto d’uomo (il cosiddetto “ignoto marinaio”) di Antonello da Messina conservato a Cefalù.

Vanni Cuoghi, La Bugiardina, 2013, acquerello su confezioni di farmaci,cm18x18x18

Vanni Cuoghi, La Bugiardina, 2013, acquerello su confezioni di farmaci, cm18x18x18

Appaiono semplici, dirette le immagini di questo artista, quasi illustrative: nulla di più equivoco. Esse stanno sorridendo e ci invitano a farlo con loro, a entrare e partecipare al banchetto intellettuale apparecchiato, fatto sì di colori ora decisi ora svaporanti in taluni ritagli bianchi e bianchi dettagli e forme sinuose e intriganti come solo le linee del miglior secondo quattrocento fiorentino hanno saputo essere (si pensi ai fratelli Pollaiolo, a Botticelli, a Piero di Cosimo), senza nulla mai scordare quanto tali trame siano strettamente intrecciate all’ordito dei giochi di parole dei loro titoli (sorta di rebus autoevidenti) che concorrono alla natura di queste singolari, pungenti creazioni: esse desiderano farci godere e sino in fondo, dunque mai chiassosamente, anzi sottopelle ed esattamente là dove lavorano le sinapsi. Ah, che piacere!

www.vannicuoghi.com

Vanni Cuoghi, Oca Mannara, 2013, acquerello su carta, cm 33x22

Vanni Cuoghi, Oca Mannara, 2013, acquerello su carta, cm 33×22

 

Ps. Aldo Nove è uno dei grandi autori italiani contemporanei. Leggendo l’ultima sua raccolta, ho incontrato versi che subito m’hanno richiamato qualcosa del mondo di Cuoghi.

Li riporto qui sotto, dedicandoli con amicizia a Vanni.

Addio Mio Novecento

Una foresta che s’inoltra azzurra

nel sogno. Lì è che andavo da bambino,

in quell’entrare dentro me di alberi

e oceani, scompigliandone le foglie

e i pesci. Dove c’era il blu profondo

d’abissi sottosopra io avanzavo

con il pigiama bianco. C’era attorno

il Novecento e non morivo sempre,

per niente che morivo

Aldo Nove, da Addio Mio Novecento, p.25, Einaudi Torino 2014.

Vanni Cuoghi, Nuove isole, 2014, acrilico e olio su tela, 45×45 cm

Vanni Cuoghi, Nuove isole, 2014, acrilico e olio su tela, cm 45×45

 

Il pleut, Apollinaire

Il pleut, Apollinaire  (1)

 

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir

C’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie, ô gouttelettes!

Et ces nuages ​​cabres se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires

Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique

Écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

 

Il pleut, Apollinaire  (2)

(Piovono le voci delle donne come se fossero morte anche nel ricordo

Siete anche voi che piovete, meravigliosi incontri della mia vita, o goccioline!

E quelle nuvole imbizzarrite cominciano a nitrire tutto un universo di città auricolari

Ascolta se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono una musica antica

Ascolta cadere i legami che ti trattengono in alto e in basso)

 

Guillaume Apollinaire (Roma, 1880 – Parigi, 1918), Il pleut da Calligrammes, poèmes de la paix et de la guerre 1913-1916 (aprile 1918).

 

INVITO_MAPPEMONDI_bluu

Mappamondi, “globi”, mappe del mondo: miniature terrestri che ci accompagnano dall’infanzia, lungo la sottile linea rossa che separa la leggerezza ludica del giocattolo dall’inesauribile mistero di un simbolo che solo la sensibilità artistica è in grado di declinare.

Pino Pinelli, Pittura BL.B., 1997

Pino Pinelli, Pittura BL.B., 1997

Con “MappeMondi” – una mostra a cura di Luca Beatrice – Marcorossi artecontemporanea traduce il tema del globo terrestre in un percorso antologico ricco di sfumature. Arcangelo, Mirko Baricchi, Sergi Barnils, Vanni Cuoghi, Chris Gilmour, Franco Guerzoni, Riccardo Gusmaroli, Emilio Isgrò, Luigi Mainolfi, Mirco Marchelli, Davide Nido, Pino Pinelli, Medath Shafik, The Bounty KillArt: 14 opere di 14 artisti, accompagneranno il pubblico attraverso le mille sfaccettature di un simbolo antico e attuale.

Arcangelo, Pianeta, 1993

Arcangelo, Pianeta, 1993

The Bounty KillArt, 5,972E24 kg, 2014

The Bounty KillArt, 5,972E24 kg, 2014

Chiave di volta del mondo moderno, il 1492 non è stato solo l’anno che ha scandito la scoperta dell’America: mentre le caravelle di Colombo si imbattevano nel Nuovo Mondo, chilometri più a Est – nel Vecchio Continente – il cartografo tedesco Martin Behaim creava la prima rappresentazione sferica della Terra a noi pervenuta. La chiamarono Erdapfel (mela terrestre) o “globo terrestre di Norimberga”, ma poco importa: era nato il mappamondo. A distanza di cinque secoli, anziché scadere al rango di oggetto obsoleto e inflazionato, il mappamondo continua a sgranare un’infinita rosa di significati. È invito al viaggio, ma anche simbolo ambivalente che sintetizza una rassicurante miniatura del mondo e al tempo stesso allude al misterioso Vuoto che lo circonda: al Dio che “sospende la Terra sopra il Nulla” di biblica memoria.

Medath Shafik, “!???”, 2014

Medath Shafik, “!???”, 2014

Tanto apparentemente concreto quanto intimamente inafferrabile, il mappamondo è un caleidoscopico prisma di significati: una tematica che ha fatto sporadicamente capolino nella poesia – come nelle paradossali rime del Burchiello – e che incontra nelle arti figurative un campo in cui è sempre possibile sperimentare nuove vie. Le “MappeMondi” proposte da Marcorossi artecontemporanea non saranno quindi solo opere pittoriche, ma anche oggetti d’arte tridimensionali: vere e proprie sculture che reinterpreteranno il volto – anzi, i volti – dell’antica “mela terrestre”. Un percorso di respiro internazionale in cui gli artisti intrecceranno un dialogo a più voci.

Testo del comunicato stampa della mostra

Vanni Cuoghi, Maledette piantine, 2014

Vanni Cuoghi, Maledette piantine, 2014

MARCOROSSI artecontemporanea

C.so Venezia 29, MILANO tel. 02.795483

milano@marcorossiartecontemporanea.com

www.marcorossiartecontemporanea.com

“MappeMondi” a cura di Luca Beatrice

13 novembre – 23 dicembre 2014

da martedì a sabato: 11.00 – 19.00

domeniche di dicembre: 15.00-19.00

 

biennale giovani 3 bologna

L’Accademia di Belle Arti di Bologna, nelle sue massime autorità, il presidente Fabio Roversi Monaco, il direttore uscente Mauro Mazzali e il direttore subentrante Enrico Fornaroli, organizza una Biennale dei giovani artisti italiani, terza di una serie iniziata nel 2006, in collaborazione con l’allora esistente Premio DAMS, quindi nel 2008, in una edizione rivolta a fornire proposte di arredo urbano.

Bounty Killart

Bounty Killart

Questa terza puntata, inaugurata il 13 novembre, sarà aperta sino al 19 dicembre 2014 nei locali stessi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. La rassegna si avvale di un contributo dell’Assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna. La curatela è affidata ai critici Renato Barilli, Guido Bartorelli, Guido Molinari, quest’ultimo anche in qualità di docente dell’Accademia stessa. I tre avevano già svolto nel 2011 una rassegna analoga denominata Officina Italia 2Nuova creatività italiana, un titolo, questo, che potrebbe benissimo essere utilizzato come introduzione a questa nuova iniziativa.

Sara Benaglia

Sara Benaglia

Si è proceduto alla selezione di ventinove giovani artisti, con età media sui trent’anni, e casi limitati di minore o maggiore età. La selezione è stata condotta in base a criteri che confermano quelli già seguiti nella precedente Officina, partendo dalla convinzione che viviamo in un periodo di fertile eclettismo o ibridazione in cui non prevale alcuna tendenza, ma tutte sono in gioco, poste tra loro in un equilibrio dinamico che i curatori amano definire con una nozione offerta dal filosofi francesi Gilles Deleuze e Félix Guattari, la nozione di plateau, ovvero di un altopiano in cui appunto le diverse tendenze si intrecciano, in una concordia discors. Ci sono esempi di pittura, ma nella versione dinamica del wall painting, ricorsi alla fotografia, alle installazioni, a materiali verbali o comunque di alta tensione concettuale.

Valerio Nicola

Valerio Nicola

La mostra è accompagnata da un catalogo riccamente illustrato, con ampi saggi dei curatori, edito da Asterisco, Bologna.

Dopo l’avvio bolognese, la mostra si sposterà a Rimini, Museo della Città, dal 10 gennaio all’8 marzo 2015.

Artisti partecipanti: Sara Benaglia, Francesco Bertelé, Giulia Bonora, Bounty Killart, Chiara Camoni, Federica Delpiano, Niccolò Morgan Gandolfi, Gabriele Garavaglia, Nicola Genovese, Laura Giovannardi, Marco Gobbi, Roberta Grasso, Andrea Grotto, Federico Lanaro, Dario Lazzaretto, Gemis Luciani, Daniela Manzolli, Cristiano Menchini, Damiano Nava, Valerio Nicola, Simona Paladino, Emmanuele Panzarini, Fabrizio Prevedello, Roberto Pugliese, Alessandro Roma, Angelo Sarleti, Cristina Treppo, Adriano Valeri, Lucia Veronesi

Accademia di Belle Arti di Bologna – Biennale Giovani 3

Il presente comunicato è a cura dell’ufficio stampa di Irene Guzman (irenegzm@gmail.com)

Gabriele Garavaglia

Gabriele Garavaglia

scuola_protesta

Premessa: questa lettera è il racconto e lo sfogo di una lavoratrice che, come tanti, ogni giorno è costretta a lottare contro una politica scolastica sbagliata. Questa lettera circola già da qualche mese in ambiente sindacale, almeno da quest’estate. Ora sembra giusto e più che opportuno pubblicarla su questo spazio, a seguito anche della manifestazione di sabato 8 novembre a Roma.

In ultima battuta, desidero ricordare la prima parte dell’articolo 9 della nostra Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.”

“Egregio Presidente Renzi, Onorevole Giannini, esimio Sottosegretario Reggi, chi vi scrive è una professoressa, una donna come tante, che fino ad oggi ha vissuto con entusiasmo il proprio lavoro, spendendosi giorno dopo giorno, ora dopo ora per i propri ragazzi. Sono 30 anni che insegno, di cui 27 come insegnante di sostegno. Per scelta, sono fiera di precisarlo.

Oltre alla specializzazione per l’insegnamento ai ragazzi disabili, che ai miei tempi constava di un biennio parauniversitario (mica il corsetto di 6 mesi che proponete oggi), con 18 esami, fra cui neuropsichiatria infantile, clinica delle minorazioni, psicologia, pedagogia, normativa scolastica, e annesse prova scritta in braille e tesi finale, ho conseguito diverse altre specializzazioni: sono specializzata in didattica della musica, sono facilitatore alla comunicazione di primo livello ed ho superato l’esame di accertamento linguistico (lingua inglese) per l’insegnamento all’estero. Oltre agli innumerevoli corsi di formazione in tecniche della comunicazione, ABA, dislessia e quant’altro.

Sono andata a discutere la mia tesi di specializzazione con la media del trenta, questo solo per farvi capire quanto io abbia investito sulla mia formazione. Ogni mattina mi sveglio e affronto problemi che vanno dalle crisi di un ragazzino autistico all’incapacità di memorizzare di un alunno dislessico, fino alla gestione di crisi epilettiche o psicotiche. Ogni giorno, quando torno a casa, sono talmente stanca che vorrei solo dormire, ma mi metto a cercare materiali utili da mettere sul cloud che ho creato per tutta la classe. Perché, sì, io faccio sostegno “alla classe”: a me vengono affidati i ragazzi immigrati che non conoscono bene l’italiano, gli alunni con problemi di dislessia, e i famosi BES, i bisogni educativi speciali, oltre alle problematiche che devo necessariamente affrontare con gli alunni certificati.

Lo sa, Presidente Renzi? Ho una cicatrice sul braccio sinistro, causata da un cutter che un ragazzino autistico era riuscito a trovare nella cattedra dei bidelli, e per difendere lui da se stesso mi sono ferita io.

Lo sa, Onorevole Giannini? Spesso sono tornata a casa coi lividi, da scuola, per un calcio, un pugno, perché ho dovuto contenere un ragazzino che si sarebbe fatto male.

Lo sa, Sottosegretario Reggi, che mi sono pagata da sola la supervisione, assolutamente necessaria per non scaricare sui ragazzi i miei problemi e le mie frustrazioni personali?

E oggi mi sento dire che “non faccio abbastanza”, che rispetto all’Europa “gli insegnanti italiani lavorano meno”. Ma con quale faccia! Ognuno di voi, è mai stato un’ora, dico una sola, in cattedra? Avete mai avuto a che fare con un ragazzino autistico che si autolesiona? Conoscete le teorie comportamentiste, l’approccio psicanalitico, le neuroscienze in rapporto all’autismo? Se vi chiedessi quale ritenete più consona sapreste rispondere? No, che non sapreste rispondere. Perché di scuola sapete poco o nulla.

A voi interessa risparmiare.

Ed è per questo che avete montato ad arte una campagna pubblica contro gli “insegnanti fancazzari”, è per questo che volete raddoppiarci l’orario di lavoro, a parità di stipendio, si badi bene, in modo da non dover pagare supplenti e non assumere i precari, è per questo che propagandate una scuola che sia al contempo succursale dell’ASL, degli assistenti sociali, dei campi estivi.

Solo per risparmiare. Sulla nostra pelle, si intende.

Io sfido chiunque si azzardi a dire che non lavoriamo abbastanza a fare non dico una mattinata, ma almeno 3 ore in una classe problematica.

Vi invito caldamente a venire a pulire la bava alla bocca di un ragazzo epilettico, poi a cambiarlo, perché si è urinato addosso, e soprattutto a rassicurarlo e pregare Dio che la crisi passi presto. Per lui, per i suoi genitori, per voi stessi che vi trovate di fronte all’imponderabile.

Vi sfido a contenere la crisi di un ragazzo autistico che sbatte la testa contro al muro e comincia a sanguinare.

Lo sapreste fare? No che non lo sapreste fare…. e allora di cosa parlate?

E i miei colleghi, che gestiscono classi eterogenee, dove si devono fare fino a 5 versioni differenti dello stesso compito in classe per andare incontro alle esigenze di ogni alunno, pensate che a casa non facciano niente?

Fate pure tutti i vostri piani, allora, costringeteci, col plauso del popolo bue, che non vede l’ora di punire gli “insegnanti fannulloni”, a fare più di quanto sia umanamente possibile, toglieteci ogni motivazione, spremeteci come limoni…. Come pensate sarà la scuola, poi?

Ve lo dico io: insegnanti che perderanno ogni motivazione, che ridurranno la propria disponibilità all’osso, che andranno in burnout a discapito degli allievi, che non saranno più disposti a fare nulla più di quanto dovuto.

Da ultimo, una mia personalissima considerazione: ho amato il mio lavoro, ci ho creduto, mi sono spesa senza riserve, ho fatto molto, molto più di quanto sarebbe stato richiesto. Oggi, invece, l’unico pensiero che riesco ad avere è di scappare il più presto possibile, anche a costo di fare la cameriera.

Un bel risultato, eh? Complimenti, da parte mia e da parte di tutti gli insegnanti che da anni si prendono cura dei nostri ragazzi, che sono il nostro futuro.”

Annachiara Piffari

manifestazione-studenti-10-ottobre

Copertina del libro con particolare di Utagawa Hiroshige, Pesci rossi e funduli, 1843-47 ca., Honululu Academy of Arts

Copertina del libro con particolare di Utagawa Hiroshige, Pesci rossi e funduli, 1843-47 ca., Honululu Academy of Arts, Honululu

 

Per questo, quando ho visto che Hōsen veniva menzionato nei soli diari di pugno di Keigaku, sono stato preso da una profonda emozione che mi ha fatto apparire le cose sotto una luce diversa. Che straordinaria ironia che all’inizio della loro carriera si fossero trovati sulla stessa linea di partenza Keigaku, il pittore acclamato da tutti, e Hōsen, che voltando la schiena alle acclamazioni della folla aveva continuato a lanciare i suoi fuochi d’artificio, senza neanche girarsi a vedere che effetto facessero. (…)

La vita di Hōsen sarebbe probabilmente stata diversa, se non avesse avuto con Keigaku una relazione di intima amicizia. Sarebbe entrato prima o poi nel mondo della pittura e si sarebbe fatto un nome che gli avrebbe almeno garantito la partecipazione alle esposizioni ufficiali e magari la possibilità di venir ricordato. Ho le mie ragioni per credere che la presenza di Ōnuki Keigaku abbia avuto un peso considerevole nella vita sfortunata di Hara Hōsen. E anche possibile però che sia un mio arbitrario punto di vista. (…)

In questi due giorni in cui sono rimasto Monte Amagi, senza neanche toccare il materiale della biografia di Keigaku, sui cespugli di lagerstroemia del giardino è finita la fioritura di certi piccoli bottoni viola all’antica, e sono sbocciati tutti insieme i fiori bianchi. Sarà stato a causa del mio umore, ma mi sembra che le nuvole estive che si accavallano tutto il tempo sopra il Monte Amagi si siano trasformate in nuvole autunnali, che si spostano impercettibilmente. Guardando il calendario, ho visto che è il primo giorno d’autunno.

Mi sono venute in mente quelle copie di Keigaku dipinte da Hōsen, Fiori e uccelli e La volpe, quei due rotoli appesi nei tokonoma[1] di due cascine in un villaggio della Catena Centrale, perduto tra i monti che devono già essere soffusi di un’atmosfera autunnale; di nuovo ho provato per un istante quel senso di eternità che avevo già intuito una volta. Quelle opere hanno un legame sia con Keigaku che con Hōsen, eppure posseggono una vita propria, una modesta realtà del tutto indipendente da quei due. A questo punto, che si tratti di opere autentiche o di falsi, non ha più alcun significato. Per un po’ sono rimasto assorto in questo pensiero che brilla di limpido distacco, dicendomi che in autunno mi recherò a Kyōto a far visita a Ōnuki Takuhiko[2], a parlargli di quest’aspetto di Hōsen a lui sconosciuto, magari davanti a una bottiglia di sakè.

Yasushi Inoue (1907-1991), da Vita di un falsario (1951), Skira editore 2014.

 

[1] Il tokonoma è una specie di vano rientrante una parete della stanza tradizionale, nel quale vengono esposti oggetti d’arte, come pitture su rotolo, ceramiche, composizioni di fiori.

[2] Figlio del pittore Ōnuki Keigaku.

 

Ps. Sempre di Yasushi Inoue è un altro gioiello imperdibile, Il fucile da caccia: leggerlo vi farà riflettere sulle possibilità dell’amore come mai prima.