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la rivoluzione della luna_andrea camilleri

Si vede che il nome Eleonora porta bene alle donne che nella sventurata storia degli uomini si sono trovate ad avere un qualche ruolo politico sempre migliorando le cose: è il caso di Eleonora d’Aquitania, madre di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra e figlia di Guglielmo X il Tolosano (e sarebbe interessante sul filo dei trovatori collegare e raccontare le loro vicende in relazione all’unica vera spada nella roccia medievale, quella della Rotonda di San Galgano nella campagna senese) o di Eleonora d’Arborea, figura splendida della storia sarda, esempio di coraggio e virtù civili che andrebbe studiata in tutte le scuole italiane.

Non conoscevo invece Eleonora di Mora, nobile spagnola vedova di don Angel de Guzmán, che alla morte del marito per lascito testamentario si trovò a governare la Sicilia nel 1677, sebbene per soli ventisette giorni, giusto il tempo di una rivoluzione lunare (da cui il titolo del romanzo di Camilleri La rivoluzione della luna, appunto) sufficienti però a portare una serie di benefici, di piccole rivoluzioni a quella bellissima e così spesso maltrattata terra: calmierò e abbassò il prezzo del pane, istituì il Magistrato del Commercio per mettere ordine nelle maestranze palermitane, si occupò delle ragazze senza dote, delle orfane e di quelle costrette a prostituirsi o non più in grado di farlo, oltre a ridurre il “numero dei figli per ottenere i benefici concessi ai «padri onusti»”[1].

Venne sostituita solo per un cavillo legale trovato dal vescovo di Palermo (a sua detta “perseguitato” da donna Eleonora), ovvero la carica di Viceré siciliano assommava alla sua figura anche quella di Legato nato del Papa, cosa impossibile da attribuire a una donna.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925)

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925)

Andrea Camilleri, da quel mago della narrazione che a tutti gli effetti è (e a mio modesto parere nei romanzi storici e civili, come nel capolavoro Il re di Girgenti o nei coinvolgenti e divertenti La concessione del telefono, La stagione della caccia, Il birraio di Preston e tanti altri, è sempre un passo avanti ai Montalbano, specie a quelli degli ultimi anni), prende spunto dalle scarne notizie su questo personaggio e ci costruisce uno dei suoi racconti più belli di sempre, essendo un elogio all’intelligenza, all’onestà e alla giustizia femminile, parole-virtù femminili anche nel genere.

Morto il Viceré don Angel durante una riunione, i sei titolati e corrotti Consiglieri siciliani anziché annunciarne il decesso, anzi in presenza dello stesso defunto, pensano di fare il comodo loro più che mai, cominciando ad approvare nefandezze varie.

Ma non hanno fatto i conti con le ultime volontà vicereali che assegnano il potere a Donna Eleonora, sua sposa. A nulla valgono i sotterfugi, le astuzie, i tiri bassi dei sei che pensano di unirsi in un fronte comune di disonestà per farsi forza e sconfiggerla. Non solo lei resisterà, ma circondandosi di amici fidati (e innamorati, perché fra le altre qualità, Eleonora è bella da togliere il fiato) come il suo medico personale, e inducendo alle dimissioni i suoi nemici, li sostituirà con altrettanti galantuomini sempre siciliani (perché, parabola moderna, di uomini giusti e desiderosi di fare il bene del popolo e della propria terra ce n’è sempre stati: spesso manca la volontà politica di servirsene), i quali a loro volta incrimineranno i loro predecessori riducendoli in carcere e sul lastrico (e non c’è peggior cosa per un ricco malfattore della povertà), sino alla strenua lotta col peggiore di tutti, il diabolico vescovo, assassino e pedofilo, corrotto e corruttore, mafioso ante litteram, una delle figure più sulfuree della fantasia camilleriana, ma che alla fine dovrà cedere, battuto da Eleonora, perché come insegna la saggezza popolare solo le donne ne sanno una più del diavolo.

Senza alcuna piaggeria da quote rosa, come sarebbe bello, anzi necessario avere oggi molte più donne nei punti chiave della politica e dell’economia a contrastare con la loro identità, col loro operato e con le squadre di lavoro da loro scelte i tantissimi diavoli che le e ci circondano.

E che tristezza, che sconforto, che pena ascoltare gli insulti rivolti al neo ministro per l’integrazione Cécile Kyenge in quanto donna, per il colore della sua pelle (ma davvero gli italiani sono razzisti? Non siamo ancora usciti dai tragici fasti di Rodolfo Graziani delle nostre campagne coloniali? Dalle parti di Affile, provincia di Roma, pare proprio di no: come se in Germania costruissero un mausoleo per uno dei peggiori gerarchi nazisti, cosa peraltro lì impensabile), oltre che per la proposta legittima e intelligente fra le altre di dare cittadinanza immediata ai bimbi nati in Italia benché da genitori stranieri. Non è solo questione di diritti, umanità, integrazione, ma di normale e banale buon senso. Dunque un’impresa in questo Paese.

Sellerio – La rivoluzione della luna

www.andreacamilleri.net


[1] Andrea Camilleri, Nota a La rivoluzione della luna, pg.275, Sellerio, Palermo 2013.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

E la vita continua/ anche senza di noi/ che siamo lontani ormai/ da tutte quelle situazioni che ci univano/ da tutte quelle piccole emozioni che bastavano, Vasco Rossi, Anima fragile, 1980 

Vi è mai capitato di pensare che quella volta, se aveste preso un’altra direzione, fatto un’altra scelta, forse la vostra vita sarebbe cambiata, in meglio o in peggio chissà, comunque sarebbe diversa?

Del resto ogni scelta implica una rinuncia, sono possibilità che ci precludiamo in forza di ragionamenti o spinti dall’emotività che assai più spesso di quanto non riconosciamo condiziona, se non guida costantemente, i nostri passi.

Ma è poi vero che possiamo scegliere del tutto liberamente? Non sono qui a fare una lezione sul libero arbitrio, ci mancherebbe, ma ognuno di noi è  vincolato da se stesso, dal proprio passato che ha una parte non piccola nel continuare a formare il nostro carattere, dunque acuendo o meno la nostra capacità di rispondere in determinati modi, talvolta anche prevedibili, ai bivi che la vita ci pone dinanzi. Certo, mica vero sempre. Sempre si fa in tempo a sparigliare le carte, a fregarsene di orgoglio e calcoli e compagnia bella. Per fortuna. O la vita sarebbe un déjà vu inutile.

E la vita è qualcosa di delicato, fragile, quanto più ci fa male più si chiarisce la visione. Lo hanno capito (o sempre saputo) i tre struggenti protagonisti di Cinquemila chilometri al secondo, gioiello del 2010 di Manuele Fior, giustamente libro dell’anno ad Angoulême 2011.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Piero e Nicola, due adolescenti, amici per la pelle. Nel condominio dove abitano arriva Lucia, la timida magra Lucia, con sua madre, una donna ingrassata separata e dal pollice verde.

Inutile dire che le vite dei tre ragazzi si incroceranno sulla strada dell’amore, dell’innamorarsi reciproco e della gelosia conseguente sullo sfondo di un paesino della provincia italiana che, sbaglierò, ma a me ha ricordato Cervia sul finire degli anni’70 o inizio ’80. Ma queste supposizioni non sono importanti, perché questa vicenda è ovunque valida e attuale.

Con le dovute differenze di trama, l’atmosfera di certe scene riporta alla mente C’eravamo tanto amati di Scola, capolavoro denso di battute folgoranti che valgono il pur tutto stupendo film: “Vincerà l’amicizia o l’amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?”.

Dopo la fine della storia fra Piero e Lucia, lei va a studiare in Norvegia, lui comincia la sua carriera di archeologo fra le sabbie dell’Egitto. Nicola appartiene al passato.

Entrambi, come si dice, si rifanno una vita: lei con Sven, un norvegese, lui con Cinzia un’italiana. E i loro percorsi corrono paralleli, al punto che più o meno nello stesso tempo aspettano un bimbo coi rispettivi compagni, solo che Lucia abbandonerà Sven divenuto così ostile a lei così dolce in gravidanza. Tornerà in Italia, da sua madre, dove crescerà sua figlia diventando insegnante di lettere in un istituto tecnico e come sua madre ingrassando oltre misura e oltre misura intristendosi.

Piero riuscirà a diventare un nome dell’egittologia e una sera, dopo anni, tornando al paese, eccolo al tavolo di un bar di un barista sgarbato o solo stanco, con l’unica voglia di chiudere bottega.

All’altro capo del tavolo Lucia. E che risate quei due ragazzi invecchiati, ma per una sera ancora così freschi e leggeri. Bellissimi, perché l’amore sembra non vedere i chili in eccesso di lei, la stempiatura di lui, le rughe, le borse sotto gli occhi e anche le rispettive amarezze, delusioni, dispiaceri e solitudini paiono svanire alla luce dell’altro. Tanto da riaccendersi la voglia dell’altro, il desiderio del corpo, che importa se nel bagno del bar. Invece importa. Perché è un attimo e tutto l’incantesimo, la sospensione temporale che aveva annullato il loro essersi persi, si rompe e tutto appare più buio, quasi squallido, impossibile continuare. La vita, quella loro vita, è andata via. È stata.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

E così a volte ci aggrappiamo ai ricordi anche con alcuni amici per non dover ammettere che è finita, che abbiamo più passato che futuro davanti, anche se lo si sa benissimo ma non lo si dice per non essere sommersi dal dolore della perdita che ne conseguirebbe, trovarsi privi di una parte di vita importante sui cui abbiamo costruito la nostra identità, il nostro essere oggi.

Una passeggiata lungo la strada lucida di pioggia e la spiaggia di tanti anni prima ed ecco Lucia a casa. Piero sale sul taxi e via. Si volta, però. E vede. Vede dal portone uscire Nicola, anch’egli imbolsito, accogliere Lucia. Qualcosa si è salvato o doveva, poteva andare tutto diversamente? Sono domande cui ognuno risponderà ai propri giorni in fila fra dieci, venti o più anni, con pietà, c’è da augurarsi.

Ad alcune già ora chi è più che trentenne può cominciare a rispondere. Non prima di essersi commosso nelle ultime pagine del libro, in cui con un flashback l’autore ci fa tornare all’adolescenza dei tre ragazzi, dove i toni stessi dell’acquarello tornano solari (poteva esserci un linguaggio più delicato per raccontare questa storia? Si è catturati dalla magia di Fior proprio grazie al suo saper annegare i nostri occhi nei suoi colori, che a nuoto ci conducono nel tempo pagina dopo pagina, personaggio per personaggio, paesaggio dopo paesaggio), lasciandosi anni luce alle spalle i blu viola lividi del presente delle pagine appena precedenti e si chiude così, sulle note di una canzone di cui non sapremo mai il titolo né l’autore, ma che ha fatto da colonna sonora alla prima volta di Piero e Lucia e non li ha più lasciati. Si chiude così: appena prima di fare l’amore.

www.manuelefior.com

Klaus Kinski in Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982)

Klaus Kinski in Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982)

Anche la sequenza finale del film Fitzcarraldo è legata a particolari circostanze della mia vita. Abbattendo gli alberi su alberi al prezzo di inenarrabili fatiche gli uomini creano una pista attraverso la foresta vergine e, con argani primitivi, trasportano la nave oltre il crinale montuoso fra i due fiumi, fin quando, dopo che l’assurdo progetto si è praticamente realizzato, l’imbarcazione di nuovo dondola tranquilla sullo specchio dell’acqua. Ma la notte, durante i festeggiamenti, gli Hivaros, che vogliono rimettersi in viaggio, tagliano le gomene, e subito il piroscafo prende la via verso valle, alla deriva in mezzo alle pareti rocciose del Pongo das Mortes. Fitzcarraldo e il suo capitano olandese non vedono altra prospettiva che l’ineluttabile naufragio, mentre gli Hivaros, raccolti sul ponte, guardano muti davanti a sé, persuasi che ormai il paese migliore da loro agognato non sia lontano.

E in effetti la nave sfugge come per miracolo alle cateratte della morte. Un po’ ammaccata, certo, e sbilenca, ma con l’eleganza di una primadonna, lascia le tenebre della giungla e, disegnando un ampio arco, esce sul fiume illuminato da una luce sfolgorante. È l’ora della salvezza, nella quale – altro miracolo – giunge la notizia che una compagnia italiana ha messo in scena a Manaus un’opera di Bellini, ed eccoli gli artisti che arrivano sull’acqua, un’imbarcazione dopo l’altra, eccoli che salgono a bordo, e si mettono a recitare e a cantare. Dietro i cappelli a punta dei puritani svetta la quinta di cartapesta delle montagne che, a quanto dice il libretto, si troverebbe nella regione di Southampton. Indiani dalle guance paffute suonano meravigliosamente il corno da caccia, come nemmeno gli angeli saprebbero fare, e Arturo e la folle Elvira, alla quale un felice concorso di circostanze ha restituito il senno, uniscono le loro voci in un duetto, che annulla la separazione dei corpi in una beatitudine incontaminata e si spegne con le parole “Benedici a tanto amore”. Nel frattempo la nave dei folli scivola via sul fiume d’argento. Così il sogno di Fitzcarraldo, quello di un’opera messa in scena nel cuore della foresta equatoriale, ha finito per realizzarsi. Lui è lì in piedi, appoggiato a una poltrona rossa di teatro, fuma un enorme sigaro, ascolta quella musica meravigliosa e sente un venticello leggero sfiorargli la fronte.

Winfried Georg Maximilian Sebald (Werthac, 1944 – Norfolk, 2001), da Moments musicaux, Milano 2013.

 

Sonya Louro Do Rego, Roots, 2011

Sonya Louro Do Rego, Roots, 2011

Sonya Louro Do Rego (Johannesburg, South Africa, 1977): what was your course of study? How did you discover the language of mosaic?

Well, I grew up in South Africa and from a very early age I knew I wanted to be an artist, so all my life I’ve dedicated my studies to art – in every possible form. In high school, I had the most amazing and inspiring art teacher, Mr Gibb, who not only instilled in me a passion for painting and expressive use of colour, but also introduced us to the versatile technique of collage and use of the ‘found object’, which was very much a part of contemporary South African art in the 90′s. After finishing high school with solid training in drawing, painting and ceramics, I then went on to study Fine Arts at Rhodes University where I majored in Painting. It was here where my quest to create 3-D paintings was born. Although I had come across mosaic in the form of lovely decorative objects, it was many years later, while living in Italy, that the word ‘mosaic’ took on a whole new meaning – I had heard about this beautiful mosaic school in Spilimbergo and the minute I set foot inside I knew that I had found the medium I’d been looking for!

Sonya Louro Do Rego, Order, 2009

Sonya Louro Do Rego, Order, 2009

Sonya Louro Do Rego, Fall, 2011

Sonya Louro Do Rego, Fall, 2011

Drawing, painting, sculpture and mosaic: in which of these possibilities is your home?I find your work Fall (presented at the Prize GAEM 2011, Ravenna, Italy) very interesting both for its asymmetrical balance and the use of natural materials (shells and marble) that were used to obtain a final, 3-dimensional result that reminds me of a kind of fossilized dorsal spine or of a canyon, but perhaps it couldn’t be like this… Can you explain your way of interpreting the mosaic?

I’ve always been interested in exploring the boundaries between the various art forms. Despite my classical (and rather rigid) training in drawing and painting, I guess I’ve always leant towards sculpture as a means of expression, or more specifically, the use of sculpture as a means to break up the flatness of the image surface. So, in mosaic I’ve found a technique that, not only allows me to achieve this, but is ideal in pursuing another constant theme of mine: seriality. It’s in the repetitiveness of the ‘tessera’ that I aim to create rhythmic compositions. In Fall I’ve tried to capture the sense of something moving, something alive, yet ancient – like something that’s been lying dormant for ages and is now slowly stirring awake. Your interpretation is quite insightful – the title Fall refers to both a ‘waterfall’ and ‘the fall of mankind’. The composition is designed as a landscape in aerial view. And, yes, it’s a canyon, with a waterfall and a river running through. But it’s obviously not meant to be a figurative representation, but only serves as the foundation or the ‘canvas’ to then be mosaicked. The materials were specifically chosen and applied to create a flowing and cyclical composition, to be read like a story (or history, if you prefer), with a beginning, a middle, a cathartic ending and a rebirth. I couldn’t have found better materials to help express this: marble is eternal and is symbolic of man’s evolution; and the shells naturally evoke images of ancient remains and bones. I loved the idea of creating a composition that is vaguely reminiscent of an archaeological site.

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 1 (Dyptich), 2009

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 1 (Dyptich), 2009

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 2 (Dyptich), 2009

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 2 (Dyptich), 2009

What is the mosaic situation in your country and what are your plans for the future?

Actually, I now live in Italy permanently with my partner and my 1-year-old daughter. Here, in Friuli, I think I’m not alone in the struggle to have mosaic recognized as an art form. As my colleagues and I have had training at the ‘Scuola Mosaicisti del Friuli‘, we are generally seen as artisans, despite the school’s constant endeavors to promote and teach mosaic, not only as a trade, but also as a means of artistic expression. Mosaic is still predominantly used as a decorative technique in design and architecture or as a suitable method to make copies of preexisting images or artworks. Slowly this perception is changing as mosaicists are realizing the diversity that this medium provides and more and more ‘alternative’ mosaics are emerging. But at the moment, I still feel torn between working on commissions and dedicating my time to creating my personal pieces. As for my future projects, I’ve just recently started working after a long maternity leave. Being filled with the joy of motherhood, you can expect my new works to be far more colorful and uplifting. I’m also experimenting with a new medium, or rather, a very old craft: needlework!

sonyadorego.blogspot.it

Mosaic Art Now – Sonya Louro Do Rego

Sonya Louro Do Rego, Time, 2008

Sonya Louro Do Rego, Time, 2008

Filippo Berta, Istruzioni d'uso (particolare), 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso (particolare), 2012

“Molti dei mortali preferiscono l’apparire all’essere, e così commettono ingiustizia.” Eschilo, Agamennone

L’assunto della mostra curata da Raffaele Quattrone e visibile presso la Galleria OltreDimore (Piazza San Giovanni in Monte 7, Bologna) sino al prossimo 25 maggio è chiaro sin dal titolo, pensare l’impensabile ovvero “attraverso l’arte e la creatività provare a superare i limiti” di una società, quella occidentale, che ha fatto della gloria effimera (dal fiato corto, non certo quella dell’eroe omerico) connessa al denaro e al successo in termini di notorietà warholiana, i cardini fenomenologici su cui costruirsi. Da qui sembra non ci sia via d’uscita se questo modello è esportabile anche in altre culture che ammaliate dal potere dell’immagine desiderano farlo proprio: si pensi ai neomiliardari cinesi, russi, arabi o indiani o, anche, alle fasce più basse di reddito anche nostrane che ambiscono all’ultimo modello di telefonino o di Nike pur essendo disoccupate: viene in mente, tristemente profetica, la casa dei proletari interpretati da due superlativi Volontè-Melato, piena di cianfrusaglie scambiate per lusso, nel capolavoro di Petri, La classe operaia va in Paradiso (1971).

Filippo Berta, Istruzioni d'uso, 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso, 2012

Ma non è sempre stato così. Ad esempio nell’antichità classica la questione etica era strettamente connessa a quella estetica, per cui la ricerca del bene era inseparabilmente composta da giustizia e bellezza, come nelle tragedie greche, Antigone di Sofocle in testa: “Assistendovi, siamo commossi dalla bellezza del dramma e, contemporaneamente, pensiamo a cosa è il bene”[1].

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Poi il cammino occidentale ha progressivamente scisso questa unità, per cui se nel ‘500 la Chiesa raggiunse il massimo estetico toccando il minimo etico, viceversa, la ben più rigida e pragmatica morale protestante-calvinista produsse attraverso il puritanesimo la base “spirituale” del capitalismo americano (Max Weber docet) ma anche, quale conseguenza diretta del moralismo ad essa sottostante, un senso anestetico essendo ogni sforzo umano volto al profitto. Dunque in ambo i casi un vuoto.

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Come ben argomenta Zygmunt Bauman, si è passati da un atteggiamento premoderno da guardiacaccia, sostanzialmente accettando l’equilibrio naturale Dio-Natura, a quello rinascimentale da giardiniere, che fa, disfa, pensa, progetta e concepisce però anche utopie, sino alla deregulation attuale, individualista e consumatrice, tipica del cacciatore che semplicemente continua a uccidere per sé: chi non partecipa alla caccia non ne viene esattamente escluso, diventa selvaggina. Questa caccia ha ipotecato l’idea di futuro per un “qui ed ora” senza scopo. O meglio: per i giardinieri l’utopia era la meta ideale della strada, per il cacciatore è la strada stessa.[2]

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Del resto, anche a livello sociale e urbanistico si è passati dalla contrapposizione machiavellica fra palazzo (il “palagio” delle Istorie fiorentine, 1525), sede del potere, e la piazza, luogo del ritrovo e anche di protesta popolare, alla scomparsa di quest’ultima in favore della street [3], dove non ci si ferma, non ci si raccoglie per discutere, ma si scorre mentre tutt’attorno sorgono alti e algidi i grattacieli, torri distanti di un’economia sempre più spesso non reale.

Enrica Borghi, Medusa, 2010

Enrica Borghi, Medusa, 2010

La stessa modernità virtuale rischia di isolare ancora di più l’essere umano privandolo del contatto fisico con l’altro, cancellando il residuo spazio fisico dello scambio, della condivisione, che senza indirizzo etico (ed estetico nel senso antico) può falsare se non annullare le potenzialità buone della rete, facendo sprofondare la vita di milioni di persone in una zona grigia melmosa, anonima, senza vita vera, ovvero destinata all’estinzione etica e priva di bellezza, come della complessità necessaria in cui può agire l’eroe tragico, mai veramente riducibile alla dicotomia bene-male.[4]

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

È in grado oggi l’arte di dare risposte multiformi rispetto a tale ansia-urgenza etico-estetica? Porre un punto definito e definitivo al riguardo non è possibile, ma sempre usando la forza dell’immagine (e dell’immaginazione) le opere di questa mostra rendono credibili situazioni altrimenti contraddittorie o meglio impensabili: i “giochi militari” del video e delle foto di Filippo Berta, le plastiche riciclate aggrovigliate scultoree di Enrica Borghi, l’energia che si fa pittura nelle tele di Alberto di Fabio, il mosaico che si fa morbido in Roberta Grasso, i neon ironici e relativisti di Michele Giangrande, l’installazione analitica di Alessandro Moreschini circa Crescita e sviluppo insostenibili all’infinito (quando lo capiremo?) e la performance culinaria del collettivo ZUP-Zuppa Urban Project.

Sino a che l’arte saprà domandare e domandarsi criticità complesse (riguardo a sé, al circostante  e contemporaneamente meta-riflettendo sui differenti linguaggi espressivi) avrà un ruolo fondamentale e giammai decorativo nel riscatto dell’uomo dalle prigioni che egli stessi si è fabbricato.

Think The Unthinkable – Galleria OltreDimore, Bologna

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012


[1] Luigi Zoja, Giustizia e Bellezza, Torino 2007.

[2] Zygmunt Bauman, Modus vivendi, Bari 2007.

[3] Luigi Zoja, op. cit.

[4] Luigi Zoja, op. cit.

Daniel Pennac durante la Laurea ad honorem in Pedagogia, Bologna 26 marzo 2013

Daniel Pennac durante la Laurea ad honorem in Pedagogia, Bologna 26 marzo 2013

(…) Altri fortunatamente – professori, critici, librai, bibliotecari – preferiscono essere dei passeurs, degli intermediari che trasmettono la cultura agli altri. Che è molto più di un ruolo, è una maniera d’essere, un comportamento. I passeurs sono curiosi di tutto, leggono tutto, non confiscano nulla, trasmettono il meglio ai più.

Passeurs sono i genitori che non pensano solo a bardare i figli di letture utili in vista di un rapido diploma, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura, si augurano di trasformarli in lettori di lungo corso.

Passeur è il professore di lettere, le cui lezioni ci spingono a correre immediatamente nella prima libreria. Non accontentandosi d’insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, egli – grazie a quell’altro passeur, il traduttore – apre tutte le frontiere letterarie, dando accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura.

Passeur è il libraio che introduce i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, insegnando loro a viaggiare tra i generi, le tematiche, gli autori, i paesi, le epoche… facendo della sua libreria il loro universo.

Passeur sono i professori universitari che non si limitano a formare dei chirurghi della letteratura, ma delle persone capaci di risvegliare le coscienze e di scatenare la meraviglia.

Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali!

Passeur è l’editore che si rifiuta d’investire esclusivamente nelle collane di best seller, senza però rinchiudersi nella torre d’avorio della letteratura sperimentale.

Passeur, il critico letterario che legge tutto, che scopre e fa leggere il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, oppure colui che resuscita il grande scrittore dimenticato, invece di pavoneggiarsi in una vanità da becchino raffinato.

Passeur il lettore, la cui biblioteca personale contiene ormai solo romanzi brutti e saggi di seconda mano, dato che ha prestato tutti i suoi libri migliori senza che questi venissero mai restituiti. In effetti, poiché l’atto di lettura è fondamentalmente un atto di antropofagia, è sconsiderato aspettarsi che un libro prestato ci venga un giorno restituito.

Passeur supremo infine è colui che non vi domanda mai cosa pensate del libro che avete appena finito di leggere, perché sa che la letteratura non ha nulla a che fare con la comunicazione. Se siamo passeurs convinti, siamo anche i guardiani del nostro tempio interiore.

L’ho scritto in Come un romanzo: “L’uomo vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità.”

Sì, è proprio la paradossale missione del passeur di libri: offrire a ciascuno di noi il piacere segreto di poter diventare il guardiano del proprio tempio interiore.

Daniel Pennac, da Una lezione di ignoranza, lezione dottorale tenuta in occasione della Laurea ad honorem in Pedagogia conferitagli dall’Alma Mater Studiorum di Bologna il 26 marzo 2013.

baffi leone

Metti un pomeriggio un’amica che ti chiama e propone di andare a sentire Andrea Canevaro che proprio qui vicino, in campagna, avrebbe tenuto una lezione-incontro dal titolo I baffi del leone (bastano i baffi di un leone per conquistare un figlio? Dalla lettura di una fiaba etiope alla ricerca di un posto nella vita dei nostri ragazzi)[1].

Non ringrazierò mai abbastanza Francesca, la mia amica.

Tutto parte appunto dalla lettura di una fiaba etiope tratta da Passaggi di vita. Le crisi che ci spingono a crescere di Alba Marcoli (Milano 2003): un vedovo con un figlio si risposa e la cosiddetta matrigna più di tutto desidera essere una buona madre per il piccolo, che però rifiuta anche in malo modo ogni sua attenzione, ogni segno di affetto da cui si sente inondato, quasi investito. Insomma la respinge completamente. Disperata si rivolge allo stregone del villaggio perché le prepari una pozione: per farla però è necessario che la donna di sua mano gli procuri i baffi del leone più feroce della foresta. Che fare? La donna sembra ancora più disperata di prima. Poi ha un’intuizione. Nottetempo porta una cesta di carne all’ingresso del territorio della bestia. Il giorno dopo fa lo stesso, spingendosi un po’ più in là. E così via finché, dopo molto tempo, riesce ad arrivare nella tana dell’animale e “spaventatissima ma determinata, depone direttamente il cesto di carne davanti al leone che comincia tranquillamente a mangiare.” Così lei ne approfitta, gli stacca un paio di baffoni e corre forse incredula ma al colmo della gioia dallo stregone, il quale per tutta risposta le dice di non poterla aiutare. La donna ricade nella disperazione. Al che, lo stregone: “Non bastano i baffi di un leone per conquistare un figlio! (…) Sai perché non ti posso preparare la magia? Perché non è più nelle mie mani, ormai ce l’hai già nelle tue. E la magia è semplicemente questa: devi fare col tuo bambino esattamente quello che hai fatto col leone”.

Questa fiaba si presta a riflessioni molteplici: anzitutto, di fronte alle difficoltà che la vita ci pone (o impone che dir si voglia) e dopo un’iniziale e umana fase di scoramento, non arrendersi e polarizzare l’impotenza, ovvero individuare il punto debole della sfida dove poter intervenire. Nel caso della fiaba, anche l’invincibile leone deve mangiare, ha bisogno di carne.

Ciò fatto (o intuito), cercare la strategia da applicare e spesso la via pratica si rivela migliore dell’astratta pur pensata in buona fede: la donna col bambino ha tentato un approccio socio-affettivo fallimentare, ma col leone non si è esposta a una contrapposizione-scontro, neanche l’ha sfiorata il pensiero e giustamente. Si è concentrata sui bisogni materiali ovvero reali (quelli che Canevaro chiama “mediatori” mentre altri definiscono “oggetti transizionali”). Viceversa sarebbe stato come presentare alla bestia un’elegante sciarpa anziché del cibo.

Attenzione dunque a riempire i vuoti dei nostri figli con regali non necessari per sedarli, col rischio fra l’altro che essi alla fine confondano il capriccio con la necessità. Certo, essendo cuccioli d’uomo è difficile trovare subito la direzione giusta, ci si può e deve sbagliare, ma almeno non lasciarsi andare a seduzioni di cose inutili.

Altro dato importante: il fattore tempo. Voler subito raggiungere un obiettivo senza darsi tempo, anzi creando ansia, è più che mai nocivo. Dando l’esempio (non ordinando o imponendo) bisogna abituare (e abituarsi) all’attesa, ad aspettare, a darsi e dare tempo, a fare passo dopo passo il nostro cammino: solo la progressione di avvicinamento ha permesso alla donna di consolidare la strada fatta quotidianamente (il sapere acquisito) oltre al coraggio impiegato per percorrerla, elemento necessario peraltro a compiere passi sempre nuovi, per quanto pochi ma ogni giorno qualcuno in più. Così si accresce anche l’autostima e davanti al leone si deve fare solo il gesto decisivo, non tutto lo sforzo dal nulla.

Inoltre solo nel tempo può avvenire una ricerca vera (anche scientifica), sviluppando dubbi, curiosità, soluzioni e soprattutto quesiti nuovi per “abitare un paese di domande e poche risposte” (A.Canevaro), comunque da cercare senza preconcetti, poiché ancora tante sono le cose da scoprire. E la vera autonomia sta nel riconoscere le proprie dipendenze dall’altro (non siamo monadi), i propri limiti certo ma anche la capacità di organizzarsi con quei limiti. La vera autonomia è coabitare con tante domande dandosi il tempo delle risposte.

E tempo ci vuole per far entrare in circolo le idee, le discussioni avute anche con gli amici e il perdono, altra parola magica. A proposito di discussioni, non bisogna evitare il conflitto, anzi, è salutare e va affrontato, certo nel rispetto reciproco e mai con la volontà di annullare l’altro: avere pazienza, imparare la pazienza, dimostrare la pazienza, parola legata al “patire”, alla “compassione”, alla capacità di sano “compromesso”, ovvero promettere insieme, andare insieme verso il futuro, verso persone diverse, verso il bene comune grazie alla capacità di immedesimarsi nel pensiero dell’altro, di essere empatici.

Tutto questo è difficile? Sì, senza dubbio. Ma è ciò che davvero prolunga la nostra vitalità e in definitiva riempie di senso il vivere la vita.

Ps. Vorrei sottolineare l’atteggiamento di Andrea Canevaro durante la conversazione: non un professore e fra i più importanti del settore essendo uno dei padri della Pedagogia speciale, ma solo un uomo carico di umanità, umiltà, voglia di incontrare e condividere. Dunque, anzitutto, un grande Uomo.


[1] Presso l’Aula Magna della Scuola Media Statale di San Pietro in Campiano (Ravenna), mercoledì 6 marzo 2013, ore 17.15, con la partecipazione di M. Grazia Bartolini e Mirella Borghi.