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Archive for marzo 2010

Ettore Sottsass

La prima volta che ho incontrato il nome di Ettore Sottsass Jr. (1917-2007) è stato leggendo, per caso molti anni fa, questo suo pensiero: “se questa fatica porterà a qualcosa non lo so: non si sa se stiamo facendo la stessa vita e la stessa fine degli ignoti che muoiono esangui senza sorriso e senza primavera alla periferia di tutte le città del mondo o se un giorno potremo dire che è stata dura ma che adesso sappiamo meglio cos’è un tramonto.

Poi, incuriosito, avrei scoperto che architetto e designer di genio fosse, con una coerenza umana e una curiosità antropologica che hanno reso unico il suo operare, dalla Olivetti a Poltronova, dal gruppo Memphis alla Sottsass Associati, dal disegnare gioielli (inizialmente per la prima moglie, Fernanda Pivano) agli scatti fotografici estemporanei, ora in parte raccolti in un libretto prezioso e imperdibile, Foto dal finestrino (Adelphi, Milano 2009), col corredo delle sue parole (“abbastanza raramente mi incontro con l’architettura, quella che prova ad avvolgere con cura il mio corpo e la mia molto fragile anima”) a commento delle 26 immagini “rubate” negli angoli più disparati del pianeta (India, Cina, Catania, Los Angeles, Bali, Milano, gli altopiani iranici, etc.) per una delle rubriche perla di Domus.

Poco prima della sua scomparsa venne inaugurata a Trieste un’esposizione su tutte le sue attività, per la quale in fase di preparazione Sottsass raccomandò: “Vorrei che fosse solamente solitudine e intensità.

Di tale mostra resta il bellissimo catalogo, Vorrei sapere perché (Electa, Milano 2007), titolo  preso dalle parole dette da Sottsass dopo aver visto alcuni templi in India nel 1962: “Senza che io sappia cosa sono, le forme di pietra hanno il senso del sacro, sacro per sempre. Vorrei sapere perché.

Ettore Sottsass, intervista americana ;  Ettore Sottsass, intervista italiana

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Election day: oggi è domenica e c’è pure il sole…

Fondazione Giorgio Gaber

Far finta di essere sani – sito dedicato a Giorgio Gaber (1939-2003)

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Peter Brook, The Empty Space, 1968

La Biennale teatro-danza di Venezia solitamente offre scelta ampia di qualità. Nel 2002 fu presentata La tragédie d’Hamlet di Peter Brook: magia pura.

In francese, ma chiunque avrebbe capito: il testo venne rispettato nella sua integrità, eppure era come non conoscerlo, stava accadendo lì per la prima volta, come se la conclusione fosse ignota. Gli attori non recitavano, erano Amleto, Ofelia, Polonio… In scena niente luci o costumi sensazionali: tutto pulito, semplice, altissimo: un tappeto color ambra su cui agivano gli interpreti vestiti di scuro, usando cuscini ora come trono, ora come rocce, ora come merlature di torre e bastoni, ora spade ora pale da becchino.

Nel monologo più celebre, William Nadylam – Amleto si inginocchiò ipnotizzando la sala e mentre il fluire di parole e pensieri continuava, una mosca inattesa gli ronzò intorno: continuando a dire, la afferrò senza distrarre lo sguardo, un lampo, per poi liberarla dal pugno al termine del parlato, nel proseguire di vita e tragedia.

Peter Brook – official website

Peter Brook, La tragédie d'Hamlet, 2002

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Passeggiando per le vie di Roma, s’incontrano decine di epigrafi dedicatorie. In via Sistina, ad esempio, su un palazzo rosato si legge:

Roma, Via Sistina, lapide dedicatoria a Luigi Rossini, posta nel 1882

“S.P.Q.R / In questa casa/ Luigi Rossini (1790-1857)/ da Ravenna/ incisore architetto/ compose tutte le magistrali opere/ che lo resero famoso in Europa/ 1882”

In effetti Rossini si iscrive appieno nella tradizione illustre dei grandi incisori ravennati, da Marco Dente (1493-1527) a Giuseppe Maestri (1929-2009), purtroppo recentemente scomparso.  Anzi in tempi tristi di intitolazioni stradali a politici di non chiara fama, anzi ladronesca, si potrebbe pensare di dedicare una via ravegnana proprio a quest’ultimo artista che, in quanto tale, ha reso concreta l’utopia dostoevskijana sulla bellezza che salverà il mondo e la memoria dell’uomo: in fondo, tutto ciò che spesso resta di secoli di storia, fiumi di sangue, guerre e ogni sorta di ingiustizia è l’arte prodotta dai popoli e dagli artefici, talvolta anonimi, del passato.

Ma tornando a Rossini, dopo l’apprendistato bolognese presso Antonio Basoli e Giovanni Antolini, si trasferì presto a Roma (dicembre 1813) dove rimase fino alla morte, incantato sia dalle rovine antiche perfettamente sposate alle architetture papaline, sia dal paesaggio dell’Agro romano, a quelle date ancora arcadico.  Così nascono le centinaia di tavole delle sue vedute romane in più serie, dal 1818 al 1850, che, in un certo senso, chiudono gloriosamente quest’antica espressione figurativa: dopo Rossini, solo la fotografia.

Luigi Rossini, Veduta del Ponte Molle sul Tevere, 1822, acquaforte

Partito dagli esempi neoclassici “dell’immortale Piranesi”, come lo definisce nell’autobiografia, e delle delicate atmosfere di Giovanni Volpato, grandi incisori veneti attivi nel corso del XVIII secolo nella capitale dei papi, Rossini aggiornò le loro intuizioni nella sua opera di acquafortista-vedutista, riuscendo a coniugare certo gusto per il pittoresco, spesso in collaborazione con Bartolomeo Pinelli per le figure umane, con una sensibilità nuova, archeologico-scientifica, adatta ai tempi

Luigi Rossini, Rovine di San Paolo Fuori le Mura, 1823, acquaforte

che andava vivendo (in questo senso risulta pure esemplare un’incisione datata 1823, istantanea di un’epoca poiché eseguita immediatamente dopo lo spaventoso incendio che devastò l’antica basilica paolina fuori le mura), sensibilità che considerava i monumenti non più solo cave di opere scultoreo-musive da asportare come fino a tutto il ‘700, ma aventi ormai valore in sé, una coscienza culturale moderna dunque, maturata a Roma grazie a figure di studiosi eminenti quali Giovan Battista Visconti, suo figlio Ennio Quirino e, dopo l’occupazione francese che diede nuovo impulso agli scavi, Carlo Fea.

Luigi Rossini, Veduta di fianco dell'Arco di Costantino, 1836, acquaforte

Sarebbe interessante credo, pensare ad una mostra, peraltro semplice, con alcune vedute della Roma di allora, comparate a fotografie degli stessi luoghi oggi: senza intento polemico, piuttosto documentario, si potrebbero avere idee nuove su come restituire ad angoli più e meno noti, il loro fascino rubato: partendo dall’antico.

Luigi Rossini, Veduta di fianco del Campidoglio, 1819, acquaforte

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Con Ennio Flaiano (1910-1972), si inaugura la rubrica “Quelli che… avevano capito tutto, dedicata a quei grandi italiani che, appunto, avevano capito tutto e prima degli altri.

Ennio Flaiano e Federico Fellini

Di recente, credo solo Gramellini su Rai3 lo abbia ricordato in occasione del centenario della nascita, lo scorso 5 marzo, citando queste sue intuizioni fulminanti, concentrati di lucidità e ironia amara, nello stile tipico, ovvero disincantato, di Flaiano:

-Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore.
-La situazione politica in Italia è grave ma non seria.
-Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione.
-L’italiano è un tentativo della natura di smitizzare se stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio, preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico che prima non ci aveva colpito.
-In Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco.
-Gli italiani fanno le barricate col mobilio degli altri.
-In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.
-Per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo.

Ps. Di Ennio Flaiano leggete ciò che volete, ma non mancate Diario notturno, Le ombre bianche e Tempo di uccidere.

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Dusciana Bravura – sito ufficiale

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Premessa

Tempo fa un’amica mi scrive: “Apri un blog, Luca. Uno di quelli seri, non seriosi, in cui si scrive per riflettere e nel quale le domande siano più preziose delle risposte. Un salotto cibernetico in cui passare a prendere un tè filosofico, senza la spocchia pretenziosa di chi si dà l’aria da intellettuale. Un tempo c’erano il ginnasio, il caffè letterario, circoli apolitici e aconfessionali dov’era dato diritto di parola e replica a chiunque. Un blog, in tal senso, avrebbe grosse potenzialità e il pregio di arrivare ovunque e a chiunque. E tu saresti un perfetto padrone di casa. Pensaci.”

Cara Anna, questo il nome dell’amica fotografa, detto fatto. E non poteva esserci presentazione migliore, anche perché involontaria, delle sue parole. Sarà uno spazio dedicato all’arte e all’attualità, ma dalla curiosità onnivora, in cui accanto alla segnalazione permanente delle mie attività di guida turistica e consulenza critica per artisti e collezionisti, ogni settimana compariranno articoli commentabili, alcuni scritti appositamente per il blog, altri, riedizioni di vecchi, mi auguro non troppo invecchiati, pezzi. Vado dunque a cominciare e benvenuti nel mio orto, il 21 a primavera.

Hasegawa Tohaku (1539-1610), La fioritura dei ciliegi

PS. Ringrazio i ragazzi di CaCO3, di cui avrò modo di parlare prossimamente: il particolare del mosaico d’oro che apre la testata di questo blog, viene da una delle loro bellissime opere (Movimento n.7, 2008).

Infine, un ringraziamento particolare all’amico Christian, mago del pc: in assenza delle sue illuminazioni informatiche, starei ancora navigando al buio.

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