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Archive for agosto 2010

Dino Risi, I mostri, 1963

Volle che/ nel cimitero/ sulla tomba/ fosse scritto/ NON È VERO

Se quando le ho detto/ ti amo/ non mi avesse detto/ passami l’insalata/ l’avrei sposata

Disse Adamo ad Eva/ due volte/ oggi/ hai cambiato/ la foglia di fico/ cos’hai/ un amico?

Disse Eva/ ad Adamo/ non ti amo/ disse Adamo a Eva/ e ti pareva

In una vecchia foto/ trovata in un cassetto/ mio padre e mia madre/ appena sposati/ sotto un mandorlo in fiore/ come due innamorati./ Mi ha fatto piacere/ sì insomma mi ha persuaso/ che non ero nato per caso

Fuori dal teatro/ armati di randello/ aspettaron Pirandello/ sei personaggi/ in cerca d’autore

Leggeva ogni mattina/ in cronaca cittadina/ gli annunci funerari/ sperando di trovarvi/ gli amici suoi più cari

La donna più bella del mondo/ conobbe un cieco/ e lo volle sposare/ per non vedersi invecchiare

Aveva smesso di bere/ di fumare/ chiamò/ Whisky il cane/ e la cagnetta/ Sigaretta

Ciao come stai?/ Che piacere vederti/ ti trovo bene./ E tu ma che fai/ non invecchi mai?/ Quanti anni son passati?/ Cinque? Dieci?/ Suppergiù./ Sei sposato?/ Separato. E tu?/ Convivevo. Adesso più./ Ti sei lasciato?/ Non ho sposato./ Hai saputo di Renato?/ No che ha fatto?/ S’è sparato./ Non mi dire. Poveretto./ E di Gianni l’avrai letto./ Indagato, s’è impiccato./ Non sapevo stavo fuori./ Quando torni son dolori./ Anche Franco ci ha lasciato./ E sua moglie poverella/ ti ricordi la Fiorella?/ Sì lo so ma come andò?/ Un tumore alla mammella./ Vivi solo?/ Ho una compagna/ abitiamo in campagna./ Senti una sera/ vieni da noi./ Alla buona/ porta chi vuoi./ Va bene ti chiamo./ Son sulla guida./ A presto Roberto./ Mi chiamo Alberto./ Scusa ma certo./ Io Gaetano./ Sì ma il cognome./ Perché non lo sai?/ Sì che lo so/ stai sulla guida/ ti troverò.

Appena morto/ incontrò un tale/ che non aveva niente/ di speciale/ gli chiese di Dio/ e quello rispose/ sono io

L’invito romano/ ad andare/ a morire ammazzato/ è molto ascoltato/ nel mondo/ civilizzato

Dice l’assassino seriale/ (un professore di Udine)/ purtroppo dopo un po’/ subentra l’abitudine

Un comico da strapazzo/ ebbe un’ala audizione/ ripetendo la parola cazzo/ in Televisione

Garibaldi romanziere/ Mussolini violinista/ Reagan attore/ Clinton sassofonista/ Hitler pittore/ Berlusconi cantante/ tutti catalogati/ come artisti mancati./ Perché non li hanno/ incoraggiati?

L’amore che aveva/ per sé stesso/ era mal riposto/ poiché non era/ corrisposto.

Volevi/ l’amore grande/ l’amore puro/ e adesso ti lamenti/ perché non ce l’ho duro?

Sul punto di morire/ gli venne un rimorso/ il rimorso/ di quando era bambino/ e minacciò suo padre/ con un cucchiaino

Render l’anima a Dio/ vuol dire semplicemente/ che il Padre Eterno/ non ti regala niente

Una domanda infinita./ Si può per distrazione/ buttare via la vita?

Che bello/ amarsi/ quando/ non ci si ama più

A chi non parla/ non vede/ non sente/ han dato un nome: si chiama/ la Gente

Memento./ Se uccidi un uomo/ puoi finire in prigione/ ma avrai un monumento/ se ne uccidi un milione

Abbandonata di fresco/ dall’amante tedesco/ piangeva ascoltando/ il merlo parlante/ ripetere petulante/ le dolci frasi/ di lui:/ “Vaffangulo!/ Sdronza!/ Pfui!”

Non è vero che ai piccini/ piacciono i film per bambini/ voglion le scene crude/ voglion le donne nude

Sono solo a un passo/ dal non esser più nulla/ un’ombra/ un ricordo/ un sasso/ o forse un vagito in una culla/ se mai dovrò tornare/ a vivere/ soffrire/ amare

Aveva appena/ seppellito/ il marito/ disse alle amiche/ son contenta perché/ la sera adesso/ almeno so dov’è

Belli ricchi/ in buona salute/ per sentirsi/ più fortunati/ andarono/ all’Olimpiade/ degli handicappati

Felicità/ è star solo/ d’estate/ nella città deserta/ sulla tazza del cesso/ con la porta aperta

È una modella/ top/ sposò un pittore/ pop/ che a letto fece/ flop

Dino Risi, dai Versetti sardonici (Roma, 1995)

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Dino Risi (1916-2008)

Dino Risi (Milano, 1916 – Roma, 2008) è fra i padri nobili della commedia all’italiana, insieme a Comencini, Germi, Lattuada, Salce, Zampa, Nanni Loy, Steno, De Sica, alla Wertmüller, al grandissimo Monicelli e ad altri giganti di questo genere stupendo, che abbracciando una gamma infinita di caratteri e di toni, dal comico al drammatico al grottesco (il segreto dell’immortalità di Shakespeare: rispecchiare la vita che è loro mescita continua), è riuscito a cogliere l’altrettanto infinita gamma del tirare a campa’ italico, talché, fra cento o anche meno anni, varrà più una rassegna di certe pellicole rispetto a tanti trattati storici per descrivere l’identità e il costume nazionale di una dato periodo.

Poveri ma belli (1956), Il vedovo (1959), Il mattatore (1960), Una vita difficile (1961), Il sorpasso (1962), La marcia su Roma (1962), I mostri (1963), Operazione San Gennaro (1966), Straziami, ma di baci saziami (1968), La moglie del prete (1970), In nome del popolo italiano (1971), Sessomatto (1973), Profumo di donna (1974), La stanza del vescovo (1977), Fantasma d’amore (1981), sono alcune delle perle di Risi, nella cui carriera si evidenziano il periodo d’oro, gli anni ’60, e l’attore-feticcio-amico-alter ego Vittorio Gassman, pur avendo egli lavorato coi più grandi di sempre, Tognazzi, Sordi, la Valeri, Mastroianni, la Vitti, Manfredi, la Loren, per citarne alcuni.

Gli ultimi decenni di una carriera tanto spettacolare (anche letteralmente), sono avari di film validi e vedono un declino progressivo del regista sino al ritiro completo con gli anni 2000, quando si cumulano riconoscimenti e celebrazioni.

Tuttavia Risi, dopo un tempo brevissimo, in gioventù, da psichiatra (tale doveva essere la sua carriera per i genitori), per il resto della vita, da milanese trapiantato a Roma, ha esercitato nel modo più creativo la sua professione e il suo sguardo clinico, mostrandoci come siamo, per quel che siamo (cinico lui o cinici noi?), beffardamente, con disincanto e senza sconti, ma anche con un’attenzione particolare al lato comico d’ogni situazione, irridendo le non poche miserie di questo Paese e dei suoi abitanti.

Nella fase finale, aveva ancora in serbo dei péchés de vieillesse notevoli, sebbene letterari: a parte l’autobiografia I miei mostri (Milano, 2004), si segnalano le raccolte Versetti sardonici ((Roma, 1995) e Vorrei una ragazza. Epigrammi e aforismi (Milano, 2001), che per intelligenza, humour, ritmo, stile pungente e messa a fuoco di dettagli, tali da delineare con pochissime parole storie ed esistenze intere (anche meglio dell’ideatore del genere Romanzi in tre righe, il dandy Félix Fénéon, recentemente ripubblicato da Adelphi), e una lucidità giocata tra (finto-vero) cinismo, talvolta lirismo, commozione e forse, anche un po’ di noia esistenziale (quasi da sopravvissuto), ricordano in pillole il grande cinema degli anni passati, oltre a raggiungere in campo epigrammatico ed aforistico alcuni dei vertici di sempre. Nei prossimi giorni se ne darà testimonianza.

Ps. Nota a margine su Suso Cecchi d’Amico (Roma, 1914-2010), grandissima signora del cinema e sceneggiatrice italiana che ci ha lasciati quasi un mese fa, la più grande insieme ad Age (Agenore Incrocci, Brescia, 1919 – Roma, 2005) e Scarpelli (Furio Scarpelli, Roma, 1919-2010), anch’essi partiti non molto tempo prima per altri luoghi dove continuare, litigando, a scrivere commedie uniche e dialoghi formidabili.

Non mi risulta che la d’Amico avesse mai collaborato con Risi, o almeno non a progetti noti e poi concretizzati. Chissà perché. In comune giusto un luogo, Castiglioncello (LI), dove Risi girò alcune scene de Il sorpasso e la d’Amico soggiornava d’estate, e un libro di Mario Tobino, Il deserto della Libia, che ha ispirato due loro distinte sceneggiature, Scemo di Guerra (1985), diretto da Risi e scritto insieme ad Age e Scarpelli e, vent’anni dopo, nel 2006, Le rose del deserto di Monicelli, scritto appunto con la d’Amico.

Cosa dedicare a questi e agli altri benefattori (non saprei definirli in altro modo) che ho sopra citato e ad altri ancora, viventi e non, registi, interpreti (protagonisti o le altrettanto fondamentali spalle, senza scordare tanti caratteristi strepitosi) e scrittori di cinema, di cui il poco spazio o la memoria non mi hanno permesso di accennare (ma vogliamo anche solo citare Giannini e la Melato wertmülleriani, gli esordi folli e graffianti di Benigni, Verdone, Pozzetto e Villaggio/Fantozzi, o le glorie storiche, Fabrizi e la Magnani, Fernandel e Gino Cervi, Totò, Peppino e i De Filippo tutti, Nino Taranto, i Giuffré, Tina Pica e Troisi, tanto per stare dalle parti di Napoli, o, ancora, fra gli sceneggiatori, Luciano Vincenzoni, Benvenuti e De Bernardi, Ugo Pirro o il vulcanico Zavattini, etc., etc.)?

Forse per tutti basta un solo grazie, senza malinconia ma di cuore, col sorriso del cuore, vero come una risata, e tanta riconoscenza infinita, per chi ha saputo e tuttora continua a rendere felice per lo spazio immenso di 90, 100 o 110 e più minuti, qualsiasi pubblico, mai un pubblico qualsiasi. Grazie.

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Felice Nittolo, progetto "Ravenna 2007", Fiat 500 mosaicata

E perché no, deve essersi detto Felice Nittolo (Capriglia Irpina, Av, 1950), quando due anni fa si è cimentato nel progetto Ravenna 2007, ovvero rendere mosaico e opera d’arte una macchina: certo non una qualsiasi, ma la vecchia mitica FIAT 500.

A dire il vero, la prima idea risaliva agli anni ’90, non a caso in un periodo di piena sperimentazione pop per l’artista (si veda la serie di bottiglie della Coca Cola). Il risultato è oggi visibile presso la sede ravennate della concessionaria S.V.A. (via Trieste 227), dopo le esposizioni a Tokyo (ORIE Gallery e FIAT Cafè) e a Torino, in occasione dei festeggiamenti per il 50° anniversario della FIAT 500, nonché del lancio del nuovo modello.

Ma la storia non finisce qui. Sì, perché Nittolo è un artista cui non piace solo scendere il fiume ma anche risalirlo controcorrente, magari sul suo kayak Pilchuck 2007: sicché la grande macchina mosaicata, ormai finita e creata mano a mano senza un cartone di riferimento iniziale, ha generato nel corso del 2008 e 2009 disegni, pastelli, ceramiche e altri piccoli mosaici a tema, ribaltando l’uso tradizionale del concetto di preparatorio.

Felice Nittolo, "Fiat 500, il ritorno di un mito", 2009

Tutte queste opere, in parte anche inedite, sono oggi qui esposte per la prima volta (dopo una parziale mostra sempre in Giappone), a chiarire una volta di più l’estro creativo di Nittolo, l’uso polimaterico di ogni materiale che gli interessi sperimentare, senza preconcetti e in piena coerenza coll’idea “allargata” di mosaico dell’autore: “che cos’è il mosaico?” mi diceva in una vecchia conversazione, “una serie di tessere o di parole o di elementi, i più svariati, ordinati non secondo uno schema prestabilito, ma aritmico.”

Aritmia, quella del suo manifesto poetico del 1984: e dunque gli interstizi, gli intervalli insieme diversi e costanti di spazio e aria fra tessere singolarmente tagliate in modo mai uguale ma similare, a ricoprire coni o sfere tridimensionali, rettangoli o quadrati da parete, tutti leggerissimi e con le mezze lune (quasi una firma dell’artista stesso), non a caso riprese anche nelle piccole rivisitazioni musive della FIAT 500.

Felice Nittolo, "Fiat 500, il ritorno di un mito", 2009

Inoltre, in più di qualche opera su carta, è presente la contaminazione orientale, per l’uso dell’inchiostro rosso giapponese e degli appositi pennelli calligrafici, per tracciare un segno che non è più pittura-lettera, ma dove l’ideogramma si trasforma in segno-automobile, dunque contaminando ulteriormente la contaminazione materico-gestuale col pop dell’immagine riprodotta.

“L’arte è un gioco serio” diceva Kant e Nittolo si diverte nel moltiplicare il soggetto in questione anche in ceramiche dipinte, ora piccole ora più grandi, in un caleidoscopio di FIAT 500 seriali, pur essendo diverse ogni volta: il mosaico stesso, del resto, le tessere stesse sono in questo senso, e per loro natura, seriali e il lavoro dell’artista riesce così a svelarne quest’anima (e possibilità) nascosta.

Tanto che, una piccola cinquecento dorata compare persino su una delle Vestigia nere (Vestigia nel senso di “tracce”): tra le serie ultime e più poetiche di Nittolo, in cui su superfici scurite, il mosaico è assente, ma ricordato da reticolati che emergono finissimi per questioni di luce. E su questo impianto ectoplasmatico di memoria quasi persa, rovine e leggere pressioni, ecco apparire il pop d’oro di una mini cinquecento, in fondo fantasma essa stessa di un modello e di un’epoca, oggi lo possiamo dire, almeno nel ricordo collettivo, felici.

Felice Nittolo con Vestigia - Fiat 500 oro, 2009

(Testo di presentazione della mostra Felice Nittolo: FIAT 500, il ritorno di un mito, novembre 2009 – gennaio 2010, presso la niArt Gallery di Ravenna)

Felice Nittolo – Art gallery niArt

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Leonardo da Vinci, Madonna col Bambino, san Giovannino e un angelo (La Vergine delle rocce, seconda versione), 1490 ca., National Gallery, Londra

 

Trattato della pittura

La pittura sol si estende nella superficie de’ corpi, e la sua prospettiva si estende nell’accrescimento e decrescimento de’ corpi e de’ lor colori; perché la cosa che si rimuove dall’occhio perde tanto di grandezza e di colore quanto ne acquista di remozione. Adunque la pittura è filosofia, perché la filosofia tratta del moto aumentativo e diminutivo, il quale si trova nella sopradetta proposizione; della quale faremo il converso, e diremo: la cosa veduta dall’occhio acquista tanto di grandezza e notizia e colore, quanto ella diminuisce lo spazio interposto infra essa e l’occhio che la vede.

Chi biasima la pittura, biasima la natura, perché le opere del pittore rappresentano le opere di essa natura, e per questo il detto biasimatore ha carestia di sentimento.

Si prova la pittura esser filosofia perché essa tratta del moto de’ corpi nella prontitudine delle loro azioni, e la filosofia ancora lei si estende nel moto. Tutte le scienze che finiscono in parole hanno sí presto morte come vita, eccetto la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è parte meccanica. (parte prima, 5)

La pittura si estende nelle superficie, colori e figure di qualunque cosa creata dalla natura, e la filosofia penetra dentro ai medesimi corpi, considerando in quelli le lor proprie virtú, ma non rimane satisfatta con quella verità che fa il pittore, che abbraccia in sé la prima verità di tali corpi, perché l’occhio meno s’inganna. (parte prima, 6)

Se tu sprezzerai la pittura, la quale è sola imitatrice di tutte le opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera tutte le qualità delle forme: mare, siti, piante, animali, erbe, fiori, le quali sono cinte di ombra e lume. E veramente questa è scienza e legittima figlia di natura, perché la pittura è partorita da essa natura; ma per dir piú corretto, diremo nipote di natura, perché tutte le cose evidenti sono state partorite dalla natura, dalle quali cose è nata la pittura. Adunque rettamente la chiameremo nipote di essa natura e parente d’Iddio. (parte prima, otto)

Il pittore è padrone di tutte le cose che possono cadere in pensiero all’uomo, perciocché s’egli ha desiderio di vedere bellezze che lo innamorino, egli è signore di generarle, e se vuol vedere cose mostruose che spaventino, o che sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è signore e creatore. (…) Ed in effetto ciò che è nell’universo per essenza, presenza o immaginazione, esso lo ha prima nella mente, e poi nelle mani, e quelle sono di tanta eccellenza, che in pari tempo generano una proporzionata armonia in un solo sguardo qual fanno le cose. (parte prima, 9)

Leonardo da Vinci (1542-1519), Trattato della pittura (condotto sul Codice Vaticano Urbinate 1270), Roma, 1996

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Leonardo da Vinci, Autoritratto (?), 1512 ca., Biblioteca Reale, Torino

 

Trattato della pittura

Scienza è detto quel discorso mentale il quale ha origine da’ suoi ultimi principî, de’ quali in natura null’altra cosa si può trovare che sia parte di essa scienza, come nella quantità continua, cioè la scienza di geometria, la quale, cominciando dalla superficie de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa superficie; ed in questo non restiamo satisfatti, perché noi conosciamo la linea aver termine nel punto, ed il punto esser quello del quale null’altra cosa può esser minore. (…)

Nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni; e se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscono nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si nega per molte ragioni; e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza. (parte prima, 1)

Le scienze che sono imitabili sono in tal modo, che con quelle il discepolo si fa eguale all’autore, e similmente fa il suo frutto; queste sono utili all’imitatore, ma non sono di tanta eccellenza, quanto sono quelle che non si possono lasciare per eredità, come le altre sostanze. Infra le quali la pittura è la prima; questa non s’insegna a chi natura nol concede, come fan le matematiche, delle quali tanto ne piglia il discepolo, quanto il maestro gliene legge. Questa non si copia, come si fa le lettere, che tanto vale la copia quanto l’origine. Questa non s’impronta, come si fa la scultura, della quale tal è la impressa qual è l’origine in quanto alla virtú dell’opera. Questa non fa infiniti figliuoli come fa i libri stampati; questa sola si resta nobile, questa sola onora il suo autore, e resta preziosa e unica, e non partorisce mai figliuoli eguali a sé. (parte prima, 4)

Leonardo da Vinci (1542-1519), Trattato della pittura (condotto sul Codice Vaticano Urbinate 1270), Roma, 1996

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Bologna: 2 agosto 1980, h.10.25, stazione ferroviaria centrale: lo squarcio che provocò ottantacinque morti e duecento feriti e che divise la storia cittadina in un prima e un tragico dopo attentato.

Quest’anno, per la prima volta, nessun ministro, nessun alto papavero governativo a presenziare alla manifestazione pubblica: nessuno a prendersi fischi, proteste e responsabilità pubblico-istituzionali (ché solo gli applausi comandati fanno piacere in tempi di assuefazione e telecrazia) per le risposte mancate dopo trent’anni, per l’assenza di un mandante di questa come delle altre quattordici stragi italiane dal secondo dopoguerra, non legate alla mafia (fra cui: Piazza Fontana nel 1969, Piazza della Loggia e l’Italicus nel 1974, Moro e la sua scorta nel 1978, Ustica nel 1980), mandante tuttora ignoto (e per sempre?) degli esecutori materiali condannati in via definitiva, Fioravanti detto Giusva e la Mambro all’ergastolo, Ciavardini a trent’anni di carcere poiché all’epoca minorenne, oltre ai depistatori riconosciuti, Gelli, capo della P2, Pazienza, Musumeci e Belmonte, rispettivamente consulente e dirigenti del SISMI di allora. Chi, forse, sapeva qualche cosa in più, come il senatore Francesco Cossiga, ha preferito tacere per sempre.

Laprovitera - Vivaldo, Il treno (Rizzoli-Lizard, Milano, 2010)

Senza retorica, con una trama intelligente e ben costruita sui binari della memoria e una grafica altrettanto convincente nel suo essere livida, colma di grigi acquerellati adatti al fiume narrativo, Il treno (Rizzoli-Lizard, Milano 2010), scritto da Andrea Laprovitera e illustrato da Andrea Vivaldo, offre uno spunto duplice di riflessione, poiché fa correre parallele due storie: quella tragica della maledetta bomba, e un’altra cominciata dodici anni prima, una storia d’amore amicizia e morte fra tre giovani studenti sessantottini, quando, si può dire, tutto cominciò. Da notare che i due autori non erano ancora nati nel ’68: ma forse, per leggere certi eventi e rielaborarli col distacco necessario, è bene non avervi preso parte diretta. Le ombre lunghe e plumbee dei volti dei protagonisti di quegli anni di protesta giusta/sbagliata, comunque insanguinata, si protrarranno durante il decennio dei ’70, sino all’epilogo commovente e (purtroppo) realistico del racconto, con quella catarsi che c’è stata (o forse non del tutto), fra nuvole di polvere, cumuli di macerie e l’odore di sangue rappreso per lo scoppio dell’ordigno.

Il libro, dedicato alle vittime della strage e ai loro parenti, si conclude con un’intervista significativa a Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i parenti delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Bologna, 2 agosto 1980

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Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, stoffa, terre su tela

play: “…ogni tanto, per staccare dalla pittura e per riposare gli occhi, ho proprio bisogno di fisicità, anche di fare le cornici, di segare legni, di sudare saldando i vari materiali” (Mattia Battistini).

Fine registrazione.

Leggo una citazione nel catalogo Il mio nome è rosso (Ravenna, 2003: titolo volutamente ripreso dall’omonimo libro dello scrittore turco Orhan Pamuk, ndr.): “Io sono un albero, sono molto solo…stavo per far parte di una storia, ma ne sono caduto a terra come una foglia.” Osservo le immagini: mondi pieni, all’apparenza lontani, eroi di infanzie andate o in attesa di ritorno. Mondi che non lasciano spazio al vuoto, e raccontano di crociati erranti, mori e dame d’oriente, legni e mosaici, gatti e cavalli e cammelli, città in assedio costante di pittura.

Poi Dimenticare Parigi (Ravenna, 2005), con angoli inediti e maghrebini della capitale francese che Mattia Battistini, nato a Ravenna nel 1968, conosce bene per averci vissuto cinque anni. Ancora animali (i suoi gatti) e tetti e polizie e automezzi, navi e volti, squarci di case a colmare ogni triangolo di realtà, a ricucirne stralci privi di pulizia apparente e per ciò stesso finissimi, quasi precari nell’uso convinto delle terre base dei colori: “all’inizio sembrano quasi quadri astratti: uso terre miscelate con acqua, matite colorate, pastelli anche a cera e questi materiali sono forse l’unica costante del mio lavoro.” Battistini ama il collage, riassembla anche legni che sceglie o si fanno trovare sui suoi passi, “raccolgo cose che trovo per strada o sulla spiaggia, ciò che il mare restituisce e io riutilizzo”, e diventano quadri o cornici, entro cui svolgere le figure del suo immaginario. “Se evadono lo fanno nei tuoi occhi”, dice.

Mattia Battistini, serie "Dimenticare Parigi", 2005, terre, collage, stoffa e pizzi su tela

Altre presenze, i gatti: “Ne ho sempre avuti, non ricordo un tempo senza gatti, forse giusto un anno…sono sempre loro che sono venuti da me. Mi piacciono gli occhi dei gatti: una volta pensavo di essere io un gatto o un uccello. Ora ti mostro quest’ultimo lavoro: è un libro che sto preparando. Da una parte la favola del gatto con gli stivali, dall’altra quella del soldatino di piombo. In mezzo restano le pagine bianche perché i personaggi del soldatino si andranno a incrociare con la favola del gatto, e da qui nasce l’idea per la mostra C’era due volte” (Ravenna, 2006). A metà del libro, l’incontro: il gatto, alter ego di Mattia, e il soldato, specchio del Battistini impegnato al fronte delle periferie conosciute.

Mi dice di alcuni suoi maestri ideali: Paul Klee, Franz Marc e i suoi animali, il Malevič figurativo, “meno noto, trovo poi bellissimi i lavori di Emanuele Luzzati”, a conferma di una vocazione ludica di tanti suoi lavori, a cominciare dai giocattoli di legno (cavalli e cigni a dondolo, navi, camionette dei pompieri, scacchi, etc.), quasi a recupero di un’infanzia perduta nell’epoca del virtuale.

Mattia Battistini, serie "Le metamorfosi di Ovidio", 2006, terre e collage su carta e gesso su compensato

Al momento sta preparando una serie di carte per una mostra autunnale, prevista per metà novembre 2006, presso la Galleria Stella di Roma, vicino a S. Maria in Trastevere. Il tema riguarderà Le metamorfosi di Ovidio e sarà svolto oltre che da Battistini, da un artista francese suo amico, che ormai da diversi anni vive e lavora in Italia, Serge Uberti. Per questa occasione, Mattia sta stendendo tracce simili a volti, maschere emerse oltre il palcoscenico ovidiano, colori forti e stracciati, strade e cinema e interni da cui questa nuova galleria di personaggi dirà il proprio racconto e insieme la propria fatica fantastica.

Altre previsioni per il futuro? “Berlino, forse.” E ora? ”Sono qui a Ravenna, purtroppo: nel senso che ho sempre avuto difficoltà a stare nelle città in cui mi trovavo, a Roma o Parigi. Forse sono uno che non sta bene da nessuna parte”, come un gatto randagio, dico e sorride. Alto e magro Mattia, gran fumatore, lungo come il cognome che porta e asciuga nel firmare con la B, prima o dopo la M, ogni cosa fatta sua.

Per ulteriori info: Mattia Battistini, cell. 333.3927144; 366.5399831; e-mail: mattiab68@gmail.com; myspace.com/battistinimattia

Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, ferro, terre su legno

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