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Archive for agosto 2010

Bologna: 2 agosto 1980, h.10.25, stazione ferroviaria centrale: lo squarcio che provocò ottantacinque morti e duecento feriti e che divise la storia cittadina in un prima e un tragico dopo attentato.

Quest’anno, per la prima volta, nessun ministro, nessun alto papavero governativo a presenziare alla manifestazione pubblica: nessuno a prendersi fischi, proteste e responsabilità pubblico-istituzionali (ché solo gli applausi comandati fanno piacere in tempi di assuefazione e telecrazia) per le risposte mancate dopo trent’anni, per l’assenza di un mandante di questa come delle altre quattordici stragi italiane dal secondo dopoguerra, non legate alla mafia (fra cui: Piazza Fontana nel 1969, Piazza della Loggia e l’Italicus nel 1974, Moro e la sua scorta nel 1978, Ustica nel 1980), mandante tuttora ignoto (e per sempre?) degli esecutori materiali condannati in via definitiva, Fioravanti detto Giusva e la Mambro all’ergastolo, Ciavardini a trent’anni di carcere poiché all’epoca minorenne, oltre ai depistatori riconosciuti, Gelli, capo della P2, Pazienza, Musumeci e Belmonte, rispettivamente consulente e dirigenti del SISMI di allora. Chi, forse, sapeva qualche cosa in più, come il senatore Francesco Cossiga, ha preferito tacere per sempre.

Laprovitera - Vivaldo, Il treno (Rizzoli-Lizard, Milano, 2010)

Senza retorica, con una trama intelligente e ben costruita sui binari della memoria e una grafica altrettanto convincente nel suo essere livida, colma di grigi acquerellati adatti al fiume narrativo, Il treno (Rizzoli-Lizard, Milano 2010), scritto da Andrea Laprovitera e illustrato da Andrea Vivaldo, offre uno spunto duplice di riflessione, poiché fa correre parallele due storie: quella tragica della maledetta bomba, e un’altra cominciata dodici anni prima, una storia d’amore amicizia e morte fra tre giovani studenti sessantottini, quando, si può dire, tutto cominciò. Da notare che i due autori non erano ancora nati nel ’68: ma forse, per leggere certi eventi e rielaborarli col distacco necessario, è bene non avervi preso parte diretta. Le ombre lunghe e plumbee dei volti dei protagonisti di quegli anni di protesta giusta/sbagliata, comunque insanguinata, si protrarranno durante il decennio dei ’70, sino all’epilogo commovente e (purtroppo) realistico del racconto, con quella catarsi che c’è stata (o forse non del tutto), fra nuvole di polvere, cumuli di macerie e l’odore di sangue rappreso per lo scoppio dell’ordigno.

Il libro, dedicato alle vittime della strage e ai loro parenti, si conclude con un’intervista significativa a Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i parenti delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Bologna, 2 agosto 1980

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Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, stoffa, terre su tela

play: “…ogni tanto, per staccare dalla pittura e per riposare gli occhi, ho proprio bisogno di fisicità, anche di fare le cornici, di segare legni, di sudare saldando i vari materiali” (Mattia Battistini).

Fine registrazione.

Leggo una citazione nel catalogo Il mio nome è rosso (Ravenna, 2003: titolo volutamente ripreso dall’omonimo libro dello scrittore turco Orhan Pamuk, ndr.): “Io sono un albero, sono molto solo…stavo per far parte di una storia, ma ne sono caduto a terra come una foglia.” Osservo le immagini: mondi pieni, all’apparenza lontani, eroi di infanzie andate o in attesa di ritorno. Mondi che non lasciano spazio al vuoto, e raccontano di crociati erranti, mori e dame d’oriente, legni e mosaici, gatti e cavalli e cammelli, città in assedio costante di pittura.

Poi Dimenticare Parigi (Ravenna, 2005), con angoli inediti e maghrebini della capitale francese che Mattia Battistini, nato a Ravenna nel 1968, conosce bene per averci vissuto cinque anni. Ancora animali (i suoi gatti) e tetti e polizie e automezzi, navi e volti, squarci di case a colmare ogni triangolo di realtà, a ricucirne stralci privi di pulizia apparente e per ciò stesso finissimi, quasi precari nell’uso convinto delle terre base dei colori: “all’inizio sembrano quasi quadri astratti: uso terre miscelate con acqua, matite colorate, pastelli anche a cera e questi materiali sono forse l’unica costante del mio lavoro.” Battistini ama il collage, riassembla anche legni che sceglie o si fanno trovare sui suoi passi, “raccolgo cose che trovo per strada o sulla spiaggia, ciò che il mare restituisce e io riutilizzo”, e diventano quadri o cornici, entro cui svolgere le figure del suo immaginario. “Se evadono lo fanno nei tuoi occhi”, dice.

Mattia Battistini, serie "Dimenticare Parigi", 2005, terre, collage, stoffa e pizzi su tela

Altre presenze, i gatti: “Ne ho sempre avuti, non ricordo un tempo senza gatti, forse giusto un anno…sono sempre loro che sono venuti da me. Mi piacciono gli occhi dei gatti: una volta pensavo di essere io un gatto o un uccello. Ora ti mostro quest’ultimo lavoro: è un libro che sto preparando. Da una parte la favola del gatto con gli stivali, dall’altra quella del soldatino di piombo. In mezzo restano le pagine bianche perché i personaggi del soldatino si andranno a incrociare con la favola del gatto, e da qui nasce l’idea per la mostra C’era due volte” (Ravenna, 2006). A metà del libro, l’incontro: il gatto, alter ego di Mattia, e il soldato, specchio del Battistini impegnato al fronte delle periferie conosciute.

Mi dice di alcuni suoi maestri ideali: Paul Klee, Franz Marc e i suoi animali, il Malevič figurativo, “meno noto, trovo poi bellissimi i lavori di Emanuele Luzzati”, a conferma di una vocazione ludica di tanti suoi lavori, a cominciare dai giocattoli di legno (cavalli e cigni a dondolo, navi, camionette dei pompieri, scacchi, etc.), quasi a recupero di un’infanzia perduta nell’epoca del virtuale.

Mattia Battistini, serie "Le metamorfosi di Ovidio", 2006, terre e collage su carta e gesso su compensato

Al momento sta preparando una serie di carte per una mostra autunnale, prevista per metà novembre 2006, presso la Galleria Stella di Roma, vicino a S. Maria in Trastevere. Il tema riguarderà Le metamorfosi di Ovidio e sarà svolto oltre che da Battistini, da un artista francese suo amico, che ormai da diversi anni vive e lavora in Italia, Serge Uberti. Per questa occasione, Mattia sta stendendo tracce simili a volti, maschere emerse oltre il palcoscenico ovidiano, colori forti e stracciati, strade e cinema e interni da cui questa nuova galleria di personaggi dirà il proprio racconto e insieme la propria fatica fantastica.

Altre previsioni per il futuro? “Berlino, forse.” E ora? ”Sono qui a Ravenna, purtroppo: nel senso che ho sempre avuto difficoltà a stare nelle città in cui mi trovavo, a Roma o Parigi. Forse sono uno che non sta bene da nessuna parte”, come un gatto randagio, dico e sorride. Alto e magro Mattia, gran fumatore, lungo come il cognome che porta e asciuga nel firmare con la B, prima o dopo la M, ogni cosa fatta sua.

Per ulteriori info: Mattia Battistini, cell. 333.3927144; 366.5399831; e-mail: mattiab68@gmail.com; myspace.com/battistinimattia

Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, ferro, terre su legno

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Fausto Fori, Senza titolo, 2006, tecnica mista su legno

Noi preghiamo di immergerci in questa caligine lucente, e di vedere e di conoscere, per via di questa cecità ed ignoranza, ciò che sfugge alla visione e alla conoscenza e che è precisamente non vedere e non conoscere.” Pseudo-Dionigi l’Areopagita, da Teologia mistica, V sec. d.C.

Non da oggi mi convince e mi coinvolge il viaggio nella pittura di Fausto Fori (Pesaro, 1950), cominciato qualche decennio fa e ora giunto ad una svolta nuova, l’apnea.

Coerente, d’altro canto, questa immersione senza respiro dei suoi personaggi, che cominciarono anni addietro ad affacciarsi su fogli e legni di fortuna, provenendo da ricordi, vecchie foto, immagini sbiadite e rimescolate di grandi maestri quali Soutine, Rouault, Goya sino a Rembrandt e Tintoretto: sembravano, allora, ombre, fantasmi d’ambra, come rappresi nel fango (ravennate) della storia e non puliti come i volti emersi e intatti dalle sabbie di El-Fayyum, piuttosto slavati, sporcati gli ocra, gli ori, gli arancio e i neri, persino gli azzurri, memorie (nessuno mai crederebbe) di tonalità tiepolesche, qui spente, fuse col più cupo Van Gogh degli inizi, quello dei Mangiatori di patate o dei carboncini sui minatori del Borinage (e non per caso fra gli interventi dell’artista è anche la combustione di alcune sue cose).

Fausto Fori, Senza titolo, 2009, tecnica mista su legno

Ebbene, tutte queste forme-figure che spingono dalle mani dell’autodidatta Fori, queste sindoni epifaniche dall’oscuro (non dal nulla), per forza di colore e vocazione ad esistere, a risalire e farsi visibili, non nitide, in forma di girotondi, ritratti, ultime cene, sono ora state risucchiate da un impasto cromatico via via più denso, di cui l’autore, come sempre, si dichiara solo in parte consapevole. Cosa succederà alla fine sulla superficie picta è sorpresa che anche egli aspetta.

Nel maelström che appare in questi lavori ultimi, i vecchi profili, inquietudini sospese fra pietà e incubo, i volti d’un tempo, svaporano o meglio affogano nell’indistinto, ma secondo il dettato lavoisieriano del nulla si distrugge tutto si trasforma (e quanto è cara a Fori la metamorfosi anche di una stessa opera: sono in fondo tutte o quasi suscettibili di sempre nuove modifiche, come una pelle, viventi col loro demiurgo), dal magma caotico, dal cozzo-fusione-scomparsa di ex tratti ritratti già a mala pena distinguibili, ecco profilarsi facce nuove e corpi inattesi, del tutto involontari (quasi fosse la pittura, non il pittore, l’unico responsabile), che fissano lo spettatore dal fondo scorrente del divenire, che accade sotto ai suoi occhi, oltre e fra la coltre del colore.

Fausto Fori, Senza titolo, 2010, tecnica mista su legno

(Testo di presentazione della mostra L’arte ai margini della solitudine, attualmente in corso sino al 27 agosto 2010, presso la Galleria Art Studio EM di Ravenna.

Per ulteriori info: Fausto Fori, cell. 335.6726421. Studio dell’artista: via Alberoni 13, Ravenna)

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Leonardo da Vinci, Uomo Vitruviano, fine XV sec. c.a., Gallerie dell'Accademia, Gabinetto dei Disegni, Venezia

 

Già Dio, sommo Padre ed architetto, aveva costruito con leggi di un’arcana sapienza questa dimora mondana della divinità che noi possiamo vedere: e aveva ornato di intelligenze la regione che sta sopra i cieli e riempito di una grande quantità di animali di ogni genere le parti marcescenti e maleodoranti del mondo inferiore. Ma, terminata la sua opera, gli rimaneva il desiderio che ci fosse qualcuno che di tale capolavoro comprendesse l’intima ragione, amasse la bellezza, rimanesse ammirato della grandiosità. Proprio per questo, nonostante tutto fosse già compiuto (secondo la testimonianza di Mosè e del Timeo), pensò infine di creare l’uomo. (…)

E così accolse l’uomo, opera di immagine indefinita, e lo pose al centro dell’universo, rivolgendosi a lui in questo modo: “Non ti abbiamo dato, o Adamo, né una dimora certa, né un aspetto proprio, né qualche dono particolare, perché tu possa decidere di raggiungere ed ottenere quella dimora, quell’aspetto e quei doni che più desideri. La natura delle altre creature, che è definita, l’abbiamo costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, invece, senza alcuna costrizione, sceglierai la tua natura grazie alla libertà cui ti ho affidato. E non ti abbiamo creato né terrestre né celeste, né mortale né immortale, cosicché tu stesso, come libero e sovrano scultore del tuo destino, ti modelli nella forma che preferisci. Potrai degenerare nelle inferiori che sono brute, ma per tua libera scelta potrai anche rigenerarti nelle superiori che sono divine”.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), De hominis dignitate, 1486 (trad. a cura di L. Lacchini e P.C. Rivoltella, Padova 1992)

Ps. “I libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umidità, le bestie, il tempo; e il loro stesso contenuto.” (Paul Valéry)

Il post di oggi è dedicato a Elvira Giorgianni Sellerio (Palermo, 1936-2010), una grande donna scomparsa pochi giorni fa, che ha fatto dei libri (“l’equivalente più prossimo d’un uomo”, F. Gualdoni), della loro diffusione, difesa e conoscenza, la sua vita e, per decenni, la gioia e il respiro di milioni di lettori.

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Poeta d’una poesia appartata, Luciano Erba (Milano, 1922-2010), come la sua vita, spesa fra versi, insegnamento, traduzioni bellissime dal francese e spentasi senza clamore pochi giorni fa, poiché i poeti, quando ci lasciano, non fanno rumore.

Eppure, per scrivere poesia, bisogna provare un sentire più vasto, più attento alle cose minime della vita, anche per accorgersi della “pena di quanto ci sfugge/ sia pure se in un raggio di verde”, forse lo stesso di Rohmer (di Verne), quando “l’istante sembra avvicinarsi all’eterno”, o “sulla strada di Jaipur”, vedere come bruchino “altri animali di lungo collo/ (…) tutti con l’innocenza degli inizi/ e la grande pazienza della fine”.

Linea K, Il male minore, Il nastro di Moebius, Il cerchio aperto, Il tranviere metafisico, L’ippopotamo, L’ipotesi circense, I remi in barca, sono alcuni titoli delle sue raccolte, dal ’51 a oggi: qui lo si saluta con due liriche, rispettivamente da Il prato più verde (Milano, 1977) e da Nella terra di mezzo (Milano, 2000):

GLI ANNI QUARANTA

Sembrava tutto possibile/ lasciarsi dietro le curve/ con un supremo colpo di freno/ galoppare in piedi sulla sella/ altre superbe cose/ più nobili prospere cose/ apparivano all’altezza degli occhi./ Ora gli anni volgono veloci/ per cieli senza presagi/ ti svegli da azzurre trapunte/ in una stanza di mobili a specchiera/ studi le coincidenze dei treni/ passi una soglia fiorita di salvia rossa/ leggi “Salve” sullo zerbino/ poi esci in maniche di camicia/ ad agitare l’insalata del tovagliolo./ La linea della vita/ deriva tace s’impunta/ scavalca sfila/ tra i pallidi monti degli dei.

MANI

Mani che ti hanno accarezzato sopra la testa/ mani di preti di zie di ortolani/ mano del compagno di scuola/ che scriveva in inchiostro verde/ mani di Berta asciugate dal vento/ se appendeva il bucato sopra i fili/ larghe mani polacche/ che spaccavano legna nell’Arbeit Lager/ mani e dita affusolate/ degli amici indiani/ mano scarnita che prendi la penna per firmare/ mano che arrivata la sera/ accarezzi la gatta più nera.

Luciano Erba (1922-2010), doppio ritratto

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