Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for agosto 2010

Fausto Fori, Senza titolo, 2006, tecnica mista su legno

Noi preghiamo di immergerci in questa caligine lucente, e di vedere e di conoscere, per via di questa cecità ed ignoranza, ciò che sfugge alla visione e alla conoscenza e che è precisamente non vedere e non conoscere.” Pseudo-Dionigi l’Areopagita, da Teologia mistica, V sec. d.C.

Non da oggi mi convince e mi coinvolge il viaggio nella pittura di Fausto Fori (Pesaro, 1950), cominciato qualche decennio fa e ora giunto ad una svolta nuova, l’apnea.

Coerente, d’altro canto, questa immersione senza respiro dei suoi personaggi, che cominciarono anni addietro ad affacciarsi su fogli e legni di fortuna, provenendo da ricordi, vecchie foto, immagini sbiadite e rimescolate di grandi maestri quali Soutine, Rouault, Goya sino a Rembrandt e Tintoretto: sembravano, allora, ombre, fantasmi d’ambra, come rappresi nel fango (ravennate) della storia e non puliti come i volti emersi e intatti dalle sabbie di El-Fayyum, piuttosto slavati, sporcati gli ocra, gli ori, gli arancio e i neri, persino gli azzurri, memorie (nessuno mai crederebbe) di tonalità tiepolesche, qui spente, fuse col più cupo Van Gogh degli inizi, quello dei Mangiatori di patate o dei carboncini sui minatori del Borinage (e non per caso fra gli interventi dell’artista è anche la combustione di alcune sue cose).

Fausto Fori, Senza titolo, 2009, tecnica mista su legno

Ebbene, tutte queste forme-figure che spingono dalle mani dell’autodidatta Fori, queste sindoni epifaniche dall’oscuro (non dal nulla), per forza di colore e vocazione ad esistere, a risalire e farsi visibili, non nitide, in forma di girotondi, ritratti, ultime cene, sono ora state risucchiate da un impasto cromatico via via più denso, di cui l’autore, come sempre, si dichiara solo in parte consapevole. Cosa succederà alla fine sulla superficie picta è sorpresa che anche egli aspetta.

Nel maelström che appare in questi lavori ultimi, i vecchi profili, inquietudini sospese fra pietà e incubo, i volti d’un tempo, svaporano o meglio affogano nell’indistinto, ma secondo il dettato lavoisieriano del nulla si distrugge tutto si trasforma (e quanto è cara a Fori la metamorfosi anche di una stessa opera: sono in fondo tutte o quasi suscettibili di sempre nuove modifiche, come una pelle, viventi col loro demiurgo), dal magma caotico, dal cozzo-fusione-scomparsa di ex tratti ritratti già a mala pena distinguibili, ecco profilarsi facce nuove e corpi inattesi, del tutto involontari (quasi fosse la pittura, non il pittore, l’unico responsabile), che fissano lo spettatore dal fondo scorrente del divenire, che accade sotto ai suoi occhi, oltre e fra la coltre del colore.

Fausto Fori, Senza titolo, 2010, tecnica mista su legno

(Testo di presentazione della mostra L’arte ai margini della solitudine, attualmente in corso sino al 27 agosto 2010, presso la Galleria Art Studio EM di Ravenna.

Per ulteriori info: Fausto Fori, cell. 335.6726421. Studio dell’artista: via Alberoni 13, Ravenna)

Annunci

Read Full Post »

 

Leonardo da Vinci, Uomo Vitruviano, fine XV sec. c.a., Gallerie dell'Accademia, Gabinetto dei Disegni, Venezia

 

Già Dio, sommo Padre ed architetto, aveva costruito con leggi di un’arcana sapienza questa dimora mondana della divinità che noi possiamo vedere: e aveva ornato di intelligenze la regione che sta sopra i cieli e riempito di una grande quantità di animali di ogni genere le parti marcescenti e maleodoranti del mondo inferiore. Ma, terminata la sua opera, gli rimaneva il desiderio che ci fosse qualcuno che di tale capolavoro comprendesse l’intima ragione, amasse la bellezza, rimanesse ammirato della grandiosità. Proprio per questo, nonostante tutto fosse già compiuto (secondo la testimonianza di Mosè e del Timeo), pensò infine di creare l’uomo. (…)

E così accolse l’uomo, opera di immagine indefinita, e lo pose al centro dell’universo, rivolgendosi a lui in questo modo: “Non ti abbiamo dato, o Adamo, né una dimora certa, né un aspetto proprio, né qualche dono particolare, perché tu possa decidere di raggiungere ed ottenere quella dimora, quell’aspetto e quei doni che più desideri. La natura delle altre creature, che è definita, l’abbiamo costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, invece, senza alcuna costrizione, sceglierai la tua natura grazie alla libertà cui ti ho affidato. E non ti abbiamo creato né terrestre né celeste, né mortale né immortale, cosicché tu stesso, come libero e sovrano scultore del tuo destino, ti modelli nella forma che preferisci. Potrai degenerare nelle inferiori che sono brute, ma per tua libera scelta potrai anche rigenerarti nelle superiori che sono divine”.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), De hominis dignitate, 1486 (trad. a cura di L. Lacchini e P.C. Rivoltella, Padova 1992)

Ps. “I libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umidità, le bestie, il tempo; e il loro stesso contenuto.” (Paul Valéry)

Il post di oggi è dedicato a Elvira Giorgianni Sellerio (Palermo, 1936-2010), una grande donna scomparsa pochi giorni fa, che ha fatto dei libri (“l’equivalente più prossimo d’un uomo”, F. Gualdoni), della loro diffusione, difesa e conoscenza, la sua vita e, per decenni, la gioia e il respiro di milioni di lettori.

Read Full Post »

Poeta d’una poesia appartata, Luciano Erba (Milano, 1922-2010), come la sua vita, spesa fra versi, insegnamento, traduzioni bellissime dal francese e spentasi senza clamore pochi giorni fa, poiché i poeti, quando ci lasciano, non fanno rumore.

Eppure, per scrivere poesia, bisogna provare un sentire più vasto, più attento alle cose minime della vita, anche per accorgersi della “pena di quanto ci sfugge/ sia pure se in un raggio di verde”, forse lo stesso di Rohmer (di Verne), quando “l’istante sembra avvicinarsi all’eterno”, o “sulla strada di Jaipur”, vedere come bruchino “altri animali di lungo collo/ (…) tutti con l’innocenza degli inizi/ e la grande pazienza della fine”.

Linea K, Il male minore, Il nastro di Moebius, Il cerchio aperto, Il tranviere metafisico, L’ippopotamo, L’ipotesi circense, I remi in barca, sono alcuni titoli delle sue raccolte, dal ’51 a oggi: qui lo si saluta con due liriche, rispettivamente da Il prato più verde (Milano, 1977) e da Nella terra di mezzo (Milano, 2000):

GLI ANNI QUARANTA

Sembrava tutto possibile/ lasciarsi dietro le curve/ con un supremo colpo di freno/ galoppare in piedi sulla sella/ altre superbe cose/ più nobili prospere cose/ apparivano all’altezza degli occhi./ Ora gli anni volgono veloci/ per cieli senza presagi/ ti svegli da azzurre trapunte/ in una stanza di mobili a specchiera/ studi le coincidenze dei treni/ passi una soglia fiorita di salvia rossa/ leggi “Salve” sullo zerbino/ poi esci in maniche di camicia/ ad agitare l’insalata del tovagliolo./ La linea della vita/ deriva tace s’impunta/ scavalca sfila/ tra i pallidi monti degli dei.

MANI

Mani che ti hanno accarezzato sopra la testa/ mani di preti di zie di ortolani/ mano del compagno di scuola/ che scriveva in inchiostro verde/ mani di Berta asciugate dal vento/ se appendeva il bucato sopra i fili/ larghe mani polacche/ che spaccavano legna nell’Arbeit Lager/ mani e dita affusolate/ degli amici indiani/ mano scarnita che prendi la penna per firmare/ mano che arrivata la sera/ accarezzi la gatta più nera.

Luciano Erba (1922-2010), doppio ritratto

Read Full Post »

Verdiano Marzi, Grimace, 2008

Verdiano Marzi (Ravenna, 1949) è tra quei ragazzi nati sullo scorcio degli anni’40, inizio anni’50, il cui riferimento formativo oltre all’Istituto d’Arte fu il laboratorio di restauro e mosaico Signorini a Ravenna.

Verdiano Marzi, Senza titolo, 1989

Una generazione che, oltre alla trasposizione di pitture e cartoni di artisti moderni su mosaico e al restauro e riproduzione di quelli antichi, attività già caratterizzanti i loro maestri e predecessori, per prima ha dato libertà creativa totale e identità artistica contemporanea all’antica tecnica musiva, non più solo al servizio di, ma arte tout court, capace di sfidare con risposte uniche la modernità.

Verdiano Marzi, Autunno, 2008

Marzi fin dai primi anni’70 sceglie come sua sede abitativa e di lavoro Parigi, per amore della città e di sua moglie Beatrice.

Nella capitale francese, dove inizialmente collabora con Riccardo Licata, erede della cattedra severiniana di mosaico, affina la sua arte in una continua ricerca lirica che dura tuttora, fonte rinnovata di passione per l’universo mosaico, coincidente con la sua stessa vita.

Verdiano Marzi, Alba (dittico), 2008

Marzi: un artista che dopo premi numerosi, commissioni pubbliche, private, restauri antichi e moderni, nonché creazioni originali sempre attente alle soluzioni eleganti della materia trattata, ancora oggi dedica buona parte della sua attività alla didattica musiva, attraverso corsi al Louvre o dovunque egli riesca e possa aggiungere al proprio amore per il mosaico, quello delle persone, scambiandosi nell’incontro conoscenze reciproche.

Verdiano Marzi, Caduta di Icaro, 2007

Grazie al lavoro con i non vedenti, ad esempio, si è meglio approfondito il senso tattile delle tessere, la loro dimensione nello spazio, il peso tra le dita.

Nei lavori degli ultimi tempi, Marzi giunge a suggestioni di tipo liquido, quasi fossero mosaici liquidi. Spesso le sue opere da cavalletto sono preparativi a realizzazioni di grande formato. Eppure, in sé, già compiute, definite.

Verdiano Marzi, Volo di Dedalo, 2007

Come le sue Stagioni o i mosaici dedicati alle luci naturali di Alba e All’imbrunir, con l’evidenza delle vene terresti lungo le superfici trattate e delle raffiche ventose nelle tessere del cielo, o la serie splendente di voli e discese di Dedalo e delle precipitazioni di Icaro, peraltro entrambi, padre e figlio, legati ad etimologie di luce: gli inserti classici di Marzi, paste vitree o lastre marmoree (quasi richiamo all’antico opus sectile delle ville romane) dai colori puliti, azzurri, arancio, bianchi o neri, verdi o i rossi intensi di certe sue Icone e lune, sono laghi di luce liquefatta e riaddensata, attorno a cui i singoli soggetti si formano compiendosi, come nei bianchi perlacei dell’Odalisque, quasi un hommage à Ingres.

Verdiano Marzi, Odalisca bianca, 2007

La dualità di Marzi: un’unità di superficie data dalla percezione dell’insieme, sottende nel particolare dettagli dal taglio più incisivo, netti come lame di rasoio, minuti come certe sue scaglie infinitesimali, accanto a tessere di voluta grande dimensione, poiché il mosaico in queste creazioni, coerentemente mai monocrome, si agita, come onde acquatiche, non può riposare, non solo per questioni di luce, ma anzitutto di disegno.

Verdiano Marzi, Luna rossa, 2008

A tratti possono ricordare dettagli figurativi: ad esempio i suoi visi, le Icone, miracoli di abilità, dunque di semplicità, dallo sfondo di tessere disposte regolarmente, che tuttavia non sono ritratti, ma reinvenzioni totali della mappa facciale umana, grazie a pochi, rapidi inserti di dimensione maggiore, come nelle deformazioni delle maschere inquietanti Grimace e Silenzio, un autoritratto o meglio, il ritratto del fratello, memoria incancellabile del dolore per la sua scomparsa.

Verdiano Marzi, Silenzio, 2007

Del resto, Icaro e Dedalo cosa sono? Ali frecce foglie al vento? O aquiloni impazziti, sebbene legati alla terra da cui provengono da una sorta di cordone ombelicale, l’asta ritorta che sostiene questi mosaici-scultura, l’altra vocazione in cui confluisce il lavoro di Marzi.

Verdiano Marzi, Petalo di luna, 2005

In ognuna di queste creazioni, è lo scivolare ricomposto del mosaico (come nel notturno della sua Estate, come nel bianco abbagliante nelle onde del suo Inverno, come nelle delizie minute dei suoi controluce, Contrejour, al solito, con pochi elementi sapientemente disposti a ricreare paesaggi inattesi, atmosfere intere), atto a liberare sentimenti esprimibili solo con la forza della pietra e del taglio, resi voce delicata e ferma dall’arte di questo maestro del mosaico contemporaneo: artevita, mosaicomarzi.

Verdiano Marzi, Verso il Terzo Millennio, 1998

(Nb. Con qualche modifica lieve, questo è il mio testo di presentazione della mostra -e relativo catalogo, Fusignano, Ra, 2008- Verdiano Marzi, tenutasi nel 2008 all’inaugurazione della nuova sede dello studio d’architettura Antao Progetti, nella Repubblica di San Marino.)

Verdiano Marzi – M comme Mosaïque

Verdiano Marzi – contatti

Verdiano Marzi, Verso il Terzo Millennio, 1998

Read Full Post »

Luigi Ghirri, Arles, 1978

Il grande ruolo che ha oggi la fotografia, da un punto di vista comunicativo, è quello di rallentare la velocizzazione di processi di lettura dell’immagine. Rappresenta uno spazio di osservazione della realtà, o di un analogo della realtà (la fotografia è sempre un analogo della realtà), che ci permette ancora di vedere le cose. Diversamente al cinema e alla televisione la percezione dell’immagine è diventata talmente veloce che non vediamo più niente. È come riuscire, una volta tanto, a leggere un articolo di giornale senza che qualcuno ci volti in continuazione le pagine. È una forma di lentezza dello sguardo che trovo estremamente importante, oggi, considerato il processo di accelerazione di tipo tecnologico e percettivo che è avvenuto negli ultimi anni. (…)

Luigi Ghirri, Bologna, 1985

La macchina fotografica sostanzialmente funziona come il nostro occhio: se c’è molto buio, noi non ce ne accorgiamo ma le nostre pupille si dilatano per far arrivare più luce alla retina; al contrario, se c’è molto sole la pupilla si stringe, se il sole ci abbaglia addirittura noi tendiamo a chiudere gli occhi. (…) I due meccanismi sui quali è possibile agire  per regolare l’equilibrio della luce – e teniamo presente che la parola fotografia significa scrittura con la luce – sono il diaframma e il tempo di posa. (…)

Tra quello che si vede nella realtà e ciò che appare in una fotografia c’è sempre uno scarto. Intanto c’è una variazione di scala, la differenza di proporzione è uno dei dati fondamentali. (…) Altre differenze riguardano il materiale utilizzato: la fotografia non è tridimensionale, i colori che vediamo in essa non sono quelli naturali. Esistono insomma molti elementi di scrittura, interni alla fotografia, che possono condurre a esiti scoraggianti e magari farci dire “non è venuta come volevo”. Dovremmo piuttosto dire: “Non è venuta come vedevo”. È chiaro che “farla venire come vediamo” implica innanzitutto un processo di avvicinamento, di approssimazione. (…) È questa la direzione, non la fotocopia della realtà.

(…) chi fa fotografia lavora con un oggetto opaco, perché l’immagine si forma e si rivela al buio, ma utilizza materiali trasparenti, come gli obiettivi, come la pellicola. Questo connubio tra il massimo dell’opacità e il massimo della trasparenza determina una particolare percezione della realtà. Allora l’esito finale che vogliamo raggiungere non è tanto quello di fare fotografie che denotano ancora una volta la trasparenza, ma eventualmente quello di togliere tutta la trasparenza che c’è tra noi e il mondo, sostanzialmente per arrivare a rivederlo.

Luigi Ghirri, Formigine, Modena, 1985

(…) la scelta dell’inquadratura è un lavoro profondo sul sistema di rappresentazione, sulla scoperta di una realtà che è presente all’interno della realtà.

(…) Normalmente tendo ad avere, nelle mie fotografie, delle zone molto compatte senza grandi scarti di illuminazione. Sono convinto che la fotografia sia una rappresentazione attraverso la quale si mettono in evidenza, si mettono in luce le cose. Consiste nel dare luce alle cose. La fotografia essenzialmente è scrivere con la luce, quindi una delle cose essenziali è imparare a lavorare con la luce, avere sensibilità nei confronti della luce.

(…) quando dico sensibilità alla luce, non parlo solo di sensibilità nel senso di sapere le zone che devi fare in ombra o non in ombra. Ma proprio di una risposta al tuo interno, al momento in cui tu stai fotografando, alla luce che c’è in quell’attimo.

(…) Devi fare analogie spaziali, provare le inquadrature, insomma lavorare; vi ricordo che fare il fotografo è percorrere il mondo, un lavoro. Un lavoro complesso, ma anche più divertente, comunque più vicino alla ricerca, nel senso globale del termine.

Luigi Ghirri (1943-1992), dalle Lezioni di Fotografia tenute a Reggio Emilia  fra il 1989 e il 1990, ora pubblicate da Quodlibet Compagnia Extra, Macerata, 2010)

Biennale del Paesaggio – Provincia di Reggio Emilia

Fotografia Europea.it

Luigi Ghirri, 1984, foto di Marco Ambrosi

Read Full Post »

« Newer Posts