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Archive for febbraio 2011

Dosso Dossi, Venere e Cupido, 1524 ca., Coll. Nelson Shanks, Andalusia, Pennsylvania, U.S.A.

LXVII

Le bellezze d’Olimpia eran di quelle
che son più rare: e non la fronte sola,
gli occhi e le guance e le chiome avea belle,
la bocca, il naso, gli omeri e la gola;
ma discendendo giù da le mammelle,
le parti che solea coprir la stola,
fur di tanta escellenzia, ch’anteporse
a quante n’avea il mondo potean forse.

LVIII
Vinceano di candor le nievi intatte,
et eran più ch’avorio a toccar molli:
le poppe ritondette parean latte
che fuor dei giunchi allora allora tolli.
Spazio fra lor tal discendea, qual fatte
esser veggiàn fra picciolini colli
l’ombrose valli, in sua stagione amene,
che ‘l verno abbia di nieve allora piene.

LIXX
I rilevati fianchi e le belle anche,
e netto più che specchio il ventre piano,
pareano fatti, e quelle coscie bianche,
da Fidia a torno, o da più dotta mano.
Di quelle parti debbovi dir anche,
che pur celare ella bramava invano?
Dirò insomma, ch’in lei dal capo al piede,
quant’esser può beltà, tutta si vede.

Ludovico Ariosto (Reggio Emilia, 1474 – Ferrara, 1533), Orlando furioso, Canto XI, LXVII – LIXX.

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(Premessa: il testo seguente è la seconda parte del mio saggio critico in catalogo per la mostra Coniglio attualmente in corso sino al prossimo 12 marzo presso la Galleria AMArte e l’associazione culturale Strativari di Ravenna. La mostra è curata da me e Alessandra Carini)

Cuore con ulivo (particolare)

Opere di ieri

Col tempo dunque, l’artista ha preso a ragionare per sistemi più articolati, scissi in apparenza, ma conchiusi nella relazione d’insieme, che lo vedono intimamente coinvolto e spesso sviluppano in orizzontale la verticalità di strutture dall’equilibrio improbabile, formate dall’unione e giustapposizione ironica di animali e cose, da cui sono cominciate anni fa le sue riflessioni.

Come quelle attuali, non sono sculture in movimento nello spazio, col quale anzi sembrano non avere apparenza di dialogo, essendo al più fotogrammi immobili (ma la calma apparente può nascondere l’oscuro, l’It in agguato) di un’idea, di visioni notturne, ma non surreali, al più articolazioni di fantasie infantili: da qui la necessità come sempre del bianco prevalente (persino sui bronzi), variata ed esperita ogni volta, di queste macchine-concetto candide e in assedio costante, burroughsiano, sia dall’aspetto razionale dell’uomo che ne nega la realtà e con essa le sue origini naturali, sia dall’assurdo, quasi clownesco che le sostanzia, riducendo la presunzione umana a miseria:

Rinoceronte con sedie

– per quanto testarda e aggressiva sia la capacità umana del costruire impalcature e architetture persino sulla groppa di un rinoceronte, basterebbe un solo passo di questo ammasso enorme di potenza naturale e tutto crollerebbe vanificato.

Elefante con vasca

– l’elefante africano-doccia con la sua proboscide (immancabile l’elemento lusorio), richiede in realtà aiuto trasportando o presentando una vasca vuota e viva, animata da zampe e in cerca d’acqua, presagendo la tragedia del futuro, che è già quotidiana nel continente da cui proviene. Con ribaltamento semantico, quest’opera si può anche leggere come elevatore organico-meccanico, cui è stato ridotto il pachiderma. Per ora.

Leone con poltrona

– un leone si avvicina ad una poltrona, elemento dei salotti e simbolo della nostra civiltà: che intenzioni ha? Attaccarla, dormirci sopra? La teme, la distruggerà, ne riconoscerà le zampe marcandola con l’urina? “Il leone dorme al sole./ Il naso tra le zampe./ Può uccidere un uomo.” (Wallace Stevens).

Cane

E questo zoo carrolliano-malerbiano continua con altri soggetti altrettanto sospesi, ora più ludici (il gorilla sui pattini, il cane col berretto da aviatore: chi da bambino non ha giocato a travestirlo con sciarpe o altri accessori? Ma qui spuntano impalcature lignee, forse corna di cervo, metamorfosi naturale del gioco animale), ora più inquietanti (il coccodrillo-appendiabiti divorerà i suoi gentili ospiti?

Gorilla

Quale urlo baconiano o vivisezione atomica ha ridotto a brandelli il corpo del gorilla dal volto calmo, quasi sorridente?), ora più poetici (i cuori sul cuscino, al solito anatomicamente perfetti, da cui per penitenza o speranza, forse preghiera, nascono piante, germogli, addirittura ninfee da sott’acqua, il liquido della vita), ed infine estetici (gli omini totem, divenuti essi stessi porta oggetti: la sedia sul capo, leitmotiv di Raimondi Malerba, o la citazione del ready-made duchampiano, la Roue de bicyclette, che da oggetto comune venne certificato arte dal gesto dada, per tornare ora normalmente alzabile, sebbene su un piedistallo non comune, la testa dell’uomo: parafrasando Chance il giardiniere, l’arte è uno stato mentale.)

Omino ready-made

Giochi di carte

La natura è esatta, basta a sé, non ha coscienza della propria bellezza e trova per necessità forme cui l’uomo può arrivare attraverso processi speculativi ed eventualmente estetici. La natura, dice Raimondi Malerba, è sempre un passo avanti all’uomo e continuerà ad essere in nostra assenza.

Giraffa

Sta a noi scoprirne la bellezza, specie se occultata: l’artista, con operazione parallela e per certi versi contraria a Rotella, recupera manifesti circensi, rimando ennesimo al mondo ludico, e li cancella, o meglio li sbianca, lasciando in evidenza solo l’animale di volta in volta raffigurato e così liberato in tutta la sua bellezza, oltre ad una lettera dello stesso manifesto, purché connessa per similitudine e analogia alla bestia rappresentata, come nei giochi d’apprendimento e associazione infantili, dove la C stava per casa, mentre qui, ad esempio, la I della giraffa rimanda sia alla parola “giraffa” in cui è compresa, sia all’animale “giraffa” in quanto lettera alta, come la A, in altro caso, indica la bocca spalancata dell’ippopotamo. Nelle carte di dimensione minore, prese da fogli di giornale imbiancati, sebbene ancora riconoscibili, restano evidenti sia gli animali (tigre, pantera, scimmia, etc.), selezionati con una passione zoofila e biofila degna di Aldrovandi, Linneo o, venendo a campi d’arte odierni, di Gilles Aillaud, sia i piccoli alberi, cespugli e vegetali, quasi fiamminghi per l’esattezza microscopica del tratto di bianco attorno e tra le foglioline, caratterizzati dalle lettere S, F, V, H, in assonanza ai suoni del vento, del respiro naturale (l’ánemos greco, da cui anima), che ne fa vibrare le foglie, sorta di piccola catarsi domestica, di esercizio e ricreato giardino zen.

Albero (particolare)

Marcantonio Raimondi Malerba

Galleria AMArte – Ravenna

Associazione Culturale Strativari



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(Premessa: il testo seguente è la prima parte del mio saggio critico in catalogo per la mostra Coniglio attualmente in corso sino al prossimo 12 marzo presso la Galleria AMArte e l’associazione culturale Strativari di Ravenna. La mostra è curata da me e Alessandra Carini)

Coniglio rosa (particolare)

E, dunque, con corpi nascosti Natura regge le cose.” Tito Lucrezio Caro, De rerum natura

L’uomo e l’animale. L’uomo è l’animale. L’animale, l’altro da sé, da dominare eppure nel sé compreso, può riesplodere.

L’osservazione del mondo naturale e animale in specie, a fini antropomorfici, ha radici antiche, dai rilievi pararituali e religiosi dei primordi alle allegorie degli animalia biblici, del Physiologus e dei bestiari medievali, dalle favole moraleggianti di Esopo e La Fontaine, sino ai criteri scientifici adottati da uno dei padri dell’etologia, Konrad Lorenz, che pone uno scarto netto con la letteratura passata, avendo fini differenti. Eppure scrive nel suo L’anello di Re Salomone (1949): “Ci comporteremo allora come le colombe o come i lupi? Sarà la risposta a questa domanda a decidere del destino dell’umanità.

Anche Marcantonio Raimondi Malerba (Massa Lombarda, 1976) parte dall’osservazione del rapporto fra umanità e natura per individuarne complessità e contraddizioni: non possedendo l’anello magico che secondo la leggenda salomonica permetteva al re di parlare con le fiere, analizza quasi chirurgicamente la dicotomia insanabile della natura umana, la frattura e quasi l’imbarazzo dell’uomo al centro del corto circuito, posto a un tempo dentro e fuori la Natura per la natura stessa del suo essere pensante e istintuale, animale (nome etimologicamente legato all’anima) naturale e innaturale. Suo mantra è un aforisma di Wilde: “Nulla è più evidente del fatto che la Natura odii la Mente.

Amore per la natura e per la natura delle cose

Eppure nulla di più lontano dalla scena cruenta nelle immagini dell’artista, ferme e spesso anzi prive di espressioni, sia nelle opere singole, di dimensioni ridotte, ma studiate sino alla resa delle vene di mammiferi e foglie, sia nelle installazioni, dove i particolari sembrano perdersi negli accumuli scenografici di materiali, dati per placare almeno parzialmente l’ansia (e il rito) e la fatica onnivora di portare avanti e mettere ogni cosa a posto, soluzione e sublimazione di un fatto biografico, i mille traslochi effettuati nel tempo dell’infanzia e della prima adolescenza, cui fa riferimento anche l’oggetto feticcio di Raimondi Malerba, la sedia, in specie quella di legno e paglia: essa evoca anzitutto stabilità ed è ricordo dei familiari cui apparteneva, ma anche del bosco, dell’albero che era: ecco nascere dalla spalliera un ramo nuovo, vero, come se potesse rifiorire, tornare ad essere arborea e vivente, una Dafne degli oggetti, la cui metamorfosi prosegue negli innesti di rametti e foglie rifatte come dal vero dall’artista, grazie ad una téchne che è abilità personale e dà ragione al desiderio di ritorno alla vita delle cose.

Sedie con germoglio (particolare)

Opere di oggi

Cose che l’artista ama, poiché ama la possibilità di riprodurle interamente da sé (avendo in questo modo controllo maniacale dell’oggetto, della realtà composta), oltre alla passione per le materie in sé, di volta in volta selezionate, manipolabili, trovando ciascuna opera ragione nell’elemento o negli esperimenti polimaterici di cui si sostanzia: creta, carta, legni naturali e truciolati, ferro, resine viniliche e siliconiche, vetro e pigmenti, mai troppi, necessitando di base del bianco neutro o, al più, di tinte iperreali, concentrate solo su un particolare dell’insieme, che rappresentando uno stato d’animo trova la sua acme nell’essere dipinto, oltre ad attirare su sé l’osservatore, in analogia ai processi di impollinazione e accoppiamento naturali:

Bimbo con grillo (particolare)

– nel neonato nudo e completamente bianco, lo sguardo va immediato al grillo venato d’azzurro che gli è sul cuore, puro e saggio (come l’animaletto collodiano: c’è sempre un tuffo, un riferimento all’infanzia nella poietica di Raimondi Malerba), poiché il bimbo di pochi mesi è a tutti gli effetti essere incontaminato, ancora naturale e distante certo anni luce dall’adolescente pure nudo (di fronte alla vita, al sé, a noi) e bianco, che tende le proprie viscere, colorate con precisione anatomica e raccolte nelle mani, come non capendo da dove vengano, non riconoscendole come parte fondante di sé o non sapendo gestire quella parte di sé con cui è in conflitto. Sicché le allontana, smarrito il destino del proprio istinto, e impassibile o quasi stupito, sembra chiedere perché.

Con le viscere in mano (particolare)

Lo stesso spaesamento che coglie il Cristo malerbiano in riflessione, seduto alle spalle della croce, la mano sul capo, forata come gli altri arti dai chiodi visibili nelle vicinanze: tutto è già successo, ma sembra domandarsi: “perché? E ora?”. All’interrogativo postogli da Pilato (“Quid est veritas?”), verrebbe da rispondere con l’anagramma dell’ateo Luigi Pintor: “Est vir qui adest.” Ma qui nulla o nessuno si può avanzare, neanche una risposta.

Amen

Sono proprio questi lavori, relazioni fra due esseri viventi o parti interne ed esterne, comunque organiche, dello stesso corpo, gli esiti ultimi dell’artista:

– una donna incinta, positiva per definizione, che regge nelle mani due cuori: offre il suo con la sinistra, senza valenza sacrificale, piuttosto come atto istintivo, quanto lo è proteggere quello piccolo del figlio che verrà nella destra, nascosta.

Madre (particolare)

– il teschio, memoria capovolta e cava del cervello che fu e vanitas alla Raimondi Malerba, da cui spuntano, quasi a scherno postumo dello Yorick che ogni uomo è, una chiocciola dall’orbita e un soffione dall’attaccatura del midollo spinale, un mollusco semplice e il fiore sciocco dell’infanzia, benché quello dei desideri, creature tra le più fragili e umili, ormai proprietarie della sede vuota della mente.

– l’uomo coniglio che dà il titolo alla mostra, al solito bianco e anespressivo, degno di Kulešov: l’umano travestito da animale è fra le ossessioni (anche fotografiche) dell’artista: in altre opere è un gorilla a grandezza naturale a celare in una zampa la maschera atarassica dell’autore, dell’Homo, o il mezzobusto di un gorilla a indossarla (o, ancora, un omino mascherato da Topolino, etc.). Qui, la pelle pelliccia o costume indossato dall’uomo lo connoterebbe nel gioco carnascialesco (e speculare per l’osservatore) del rimando al coniglio=codardo: in realtà per Raimondi Malerba l’animaletto, come qualsivoglia altro essere vivente, flora inclusa, nulla ha di negativo, semmai è l’uomo spaesato a calzarne i panni, ma stando su un tronco d’albero, distante dal (suo) cervello, organo fulcro dell’installazione, infatti colorato e posto su un supporto artificiale (questo il vero accordo semantico, come l’omino coniglio è poggiato su di uno naturale), sorta di scatola da imballaggio o oggetto d’uso industriale.

L’uomo, essendo parte e figlio della natura che vorrebbe annichilire è in conflitto con essa, ma in ultima istanza lo è solo con se stesso: il cut-up è autoinflitto.

Coniglio rosa

Marcantonio Raimondi Malerba

Galleria AMArte – Ravenna

Associazione Culturale Strativari

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Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, metà del XV secolo ca., National Gallery, Londra

Dedicare un post a Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 1899 – Ginevra, 1986) è per me quasi impossibile, tanto trovo immenso questo autore che mi accompagna da tempo (nel tempo), dall’adolescenza. Come molti fui folgorato sulla via dell’Aleph e soprattutto di Finzioni nella splendida traduzione di Franco Lucentini, anche se li precedettero i versi di La cifra (“La notte impone a noi la sua fatica/ magica. Disfare l’universo,/ le ramificazioni senza fine/ di effetti e di cause che si perdono/ in quell’abisso senza fondo, il tempo.”), nell’edizione tascabile ed economica dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, a 3.900 lire, una raccolta purtroppo non più proposta, ma che ha significato per la mia generazione la possibilità di scoprire una quantità di poeti contemporanei oltre i soliti quattro che impartivano negli stantii programmi scolastici patri (senza scordare gli altrettanto mitici romanzi, racconti e testi teatrali della Newton Compton a 1000 lire cadauno!).

Proseguii con l’Elogio dell’ombra, L’oro delle tigri, Il libro di sabbia, Storia dell’eternità, L’invenzione della poesia, etc., sino a comperare i due Meridiani dedicati a Borges con quasi tutta l’opera omnia, ad eccezione del Manuale di zoologia fantastica (in collaborazione con Margarita Guerrero), del Libro dei sogni e poche altre cose.

Scrive Calvino in Perché leggere i classici (postumo, Milano, 1991): “Borges è un maestro dello scrivere breve. Egli riesce a condensare in testi sempre di pochissime pagine una ricchezza straordinaria di suggestioni poetiche e di pensiero: fatti narrati o suggeriti, aperture vertiginose sull’infinito, e idee, idee, idee. Come questa densità si realizzi senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso; come il raccontare sinteticamente e di scorcio porti a un linguaggio tutto precisione e concretezza, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti, questo è il miracolo stilistico, senza uguali nella lingua spagnola, di cui solo Borges ha il segreto.”

Miracolo stilistico che, mi permetto di aggiungere, ho riscontrato solo rarissimamente altrove, ad esempio nella meravigliosa Wisława Szymborska.

A me Borges ricorda Piero della Francesca, altro autore da me amato alla follia, o meglio l’ipotesi di equivalenza che mi sono fatto delle loro strutture mentali, rette dall’idea che un ordine (e dunque un senso) al caos sia possibile, addirittura auspicabile, e nel caso di Borges si chiama scrittura, libro, testimonianza redatta, segno lasciato nei secoli, ai secoli, attraverso la sabbia dei secoli, complice il moltiplicarsi degli eventi (e degli esiti) negli universi paralleli (e letterari) immaginabili e dunque per ciò stesso esistenti, come nelle forme di Piero, solidi geometrici e curve ripetute, un’eco infinitamente replicabile (variabile) sotto un sole perennemente zenitale.

Borges ha influenzato una quantità di scrittori anche italiani, non ultimo Sciascia, autore del seguente aneddoto, di sapore appunto borgesiano: “Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374 (…). Stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo della Seta vide «come una nuvoletta in su salire» l’anima del maestro. La sera del I marzo 1938, Gabriele D’Annunzio moriva allo stesso modo. Nessuno vide la sua anima in su salire. Ma stava leggendo Petrarca. Se non sapessimo che cosa Petrarca stava leggendo quando la morte lo colse, diremmo che – nel labirinto del tempo o nella siderale circolarità fuori del tempo – stava leggendo D’Annunzio.” (da Nero su nero, Torino, 1979).

Non resta che dare spazio diretto alle sue parole, al verso-prosa borgesiano: mesi fa ho riportato I giusti in spagnolo e italiano, stavolta tocca all’Altra poesia dei doni (data la lunghezza solo in traduzione), facente parte della raccolta L’altro, lo stesso (1964), successiva a L’artefice (1960), in cui era inclusa la prima Poesia dei doni.

Prima però desidero citare un ricordo di Alberto Manguel, noto saggista e scrittore che da ragazzo fu gli occhi di Borges, essendo stato fra i lettori del grande cieco. Ho avuto modo di incontrarlo qualche settimana fa, dopo una bella conferenza sul senso delle biblioteche oggi, e gli ho chiesto di descrivermi il suono della voce del maestro, notando come, col tempo, la memoria delle voci pare sbiadirsi, ma appena suscitata torni fresca. Infatti alla mia domanda, seguita da qualche secondo per richiamare alla mente quel timbro particolare, mi risponde: “Era lenta, calma, cadenzata, apposta anche per sorprendere l’interlocutore. Una volta un giornalista gli ha chiesto cosa gli piacesse del nostro eroe nazionale José de San Martín, una specie di Garibaldi argentino. E lui con quella voce solenne e lenta, gli ha risposto: “La sua effigie sulle banconote, il suo nome nelle canzoni dei bambini prima di iniziare scuola e nei discorsi ufficiali dei politici.” Il giornalista si è sorpreso della non risposta e allora Borges: “Bueno, così ci siamo allontanati dall’eroe.””

Clara Peeters, Natura morta, 1622 ca., Museo del Prado, Madrid

Ringraziare desidero il divino
Labirinto delle cause e degli effetti
Per la diversità delle creature
Che compongono questo universo singolare,
Per la ragione, che non cesserà di sognare
Un qualche disegno del labirinto,
Per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
Per l’amore, che ci fa vedere gli altri
Come li vede la divinità,
Per il saldo diamante e l’acqua libera,
Per l’algebra, palazzo di cristalli esatti,
Per le mistiche monete di Angelus Silesius,
Per Schopenhauer,
Che forse decifrò l’universo,
Per lo splendore del fuoco
Che nessun umano può guardare senza uno stupore antico

Per il mogano, il cedro e il sandalo,
Per il pane e il sale,
Per il mistero della rosa
Che dona il suo colore e non lo vede,
Per certe vigilie e giorni del 1955,
Per i duri mandriani che nella pianura
Aizzano le bestie e l’alba,
Per il mattino a Montevideo,
Per l’arte dell’amicizia,
Per l’ultimo giorno di Socrate,
Per le parole che in un crepuscolo furono dette
Da una croce all’altra,
Per quel sogno dell’Islam che abbracciò
Mille notti e una,
Per quell’altro sogno dell’inferno,
Della torre di fuoco che purifica,
E delle sfere gloriose,
Per Swedenborg,
Che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
Per i fiumi segreti e immemorabili
Che convergono in me,
Per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
Per la spada e l’arpa dei sassoni,
Per il mare, che è un deserto risplendente
E un simbolo di cose che non sappiamo,
Per la musica verbale d’Inghilterra,
Per la musica verbale della Germania,
Per l’oro, che riluce nei versi,
Per l’epico inverno,
Per il nome di un libro che non ho letto: “Gesta Dei per Francos”,

Per Verlaine, innocente come gli uccelli,
Per il prisma di cristallo e il peso del bronzo,
Per le strisce della tigre,
Per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
Per il mattino nel Texas,
Per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
E il cui nome, com’egli avrebbe preferito, ignoriamo,
Per Seneca e Lucano, di Cordova,
Che prima dello spagnolo scrissero

Tutta la letteratura spagnola,
Per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
Per l’odore medicinale degli eucalipti,
Per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
Per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
Per l’abitudine,
Che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
Per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,

Per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
Per il coraggio e la felicità degli altri,
Per la patria, sentita nei gelsomini
O in una vecchia spada,
Per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
Per il fatto che questa poesia è inesauribile
E si confonde con la somma delle creature
E non arriverà mai all’ultimo verso
E cambia secondo gli uomini,
Per Frances Haslam[1], che chiese perdono ai suoi figli
Perché moriva così lentamente,
Per i minuti che precedono il sonno,
Per il sonno e la morte,
Quei due tesori segreti,
Per gli intimi doni che non elenco,
Per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

Jorge Luis BorgesAltra poesia dei doni, da L’altro, lo stesso (1964), traduzione di Luca Maggio sulla base della precedente di Francesco Tentori Montalto.


[1] Frances Haslam: nonna dell’autore.

Internetaleph – sito dedicato a Jorge Luis Borges

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È più difficile osservare che inventare.” Gioacchino Rossini

27 gennaio, ultimo giorno: maledico i vicini di stanza che incuranti dei richiami lasciano accesa la maledetta TV tutta la notte. Maledetta maleducazione. Verso le 7.30 la spengono. Notte in bianco.

In genere mi basta perdere un’ora di sonno per essere un orso l’indomani. Eppure, stavolta, respirazione zen, doccia lunga e liberatrice, colazione doppia e si va.

Carlo Ademollo (Firenze, 1824-1911), Breccia di Porta Pia, Museo del Risorgimento, Milano

Via XX Settembre comincia (o termina) con la monumentale Porta Pia: in realtà la breccia storica è avvenuta lungo le mura poco più in là, in un punto oggi colmo di marmi e lapidi commemorative con tanto di vittoria alata risorgimentale su colonna antistante: anche la retorica ha la sua storia.

Lungo la via mi fermo a Santa Maria della Vittoria: l’estasi di Santa Teresa nella cappella Cornaro, capolavoro del Bernini, mi delude coperta com’è da un visibile e nero strato di polvere, che oltre a insozzare la Santa, incupisce anche i nobili astanti di marmo che osservano la scena, pensata dal grande artista come un piccolo teatro:

– “Ma Padre, possibile che dopo anni non si sia ancora riusciti a pulirla?”

– “Mancheno li sordi, fijjo, la chiesa è povera…”

– “Già, storicamente…”

Proseguo al Quirinale dove pare sia aperta una mostra piccola e gratuita sul famoso Cratere greco di Belgrado (VI a.C.), insieme ad altri bronzi ed ori coevi: chiedo ad un carabiniere in piazza se posso accodarmi alla fila. In un linguaggio preitalico, credo osco-sannita, mi dice che il gruppo “mo’ sta prenodade” e che “mo’ tocca veni’ cchiù tarde”, almeno alle “decemmienz”. Obbedisco.

E colgo l’occasione per buttare la monetina nel fontanone de Trevi e mi sento un po’ giappo anch’io come tutti i cento e più nipponici sorridenti che mi circondano: mi ricordano, chissà perché, i piccioni, con le moltitudini di teste sempre pronte ad inchini lievi e sussultori.

Visita a Santa Maria sopra Minerva, l’unica gotica di Roma e altro scrigno di tesori (basti ricordare la Cappella Carafa affrescata da Filippino Lippi), nonché tomba dei domenicani Santa Caterina da Siena e del buon Beato Angelico, fra Giovanni da Fiesole, che io sappia il solo beato nella schiera eletta dei suoi colleghi pittori. Sino a qualche anno fa, qui assisteva alla prima messa del mattino il senatore Andreotti, immagino uscendo da qualche lapide sotterranea.

Facciata principale del Palazzo del Quirinale, Roma

Torno al Quirinale e ho la prova dello spreco immenso delle risorse di sicurezza nei palazzoni romani: e Napolitano è uno che almeno un po’ ha tagliato!

Carabinieri in piazza, piantoni al portone, corazzieri e agenti di sicurezza varcata la soglia (“Lei dove va?”, “Vorrei visitare la mostra”), un altro cordone di sette uomini che mi squadrano e uno mi ferma (Lei dove va?”, “Vorrei visitare la mostra”), un secondo blocco con tre agenti impalati e uno allo scanner (“Lei dove va?”, “…la mostra”, “Qualcosa da dichiarare?”, “Una bottiglietta d’acqua nel borsello”, “E quel vetro?”, “È il mio succhino”, succhino, non succo di frutta, lo dico apposta, sperando di irritarlo, “Vada, vada pure”), passo il cortile e mi aspetta l’ennesimo agente all’ingresso della mostra (che poi è accanto al portone d’ingresso), faccio per entrare e mi chiede: “Lei dove va?”, “a uccidere il Presidente, no?”, vorrei rispondergli, ma evito di passare il resto della giornata sotto interrogatorio, anche perché alle 17.30 ho il treno e mi limito a bisbigliare “…mostra”, “ah, vada”.

Comunque ne valeva la pena. Anche perché al termine delle due sale espositive, esco, mi avvicino al portone e da un’auto blu scende Maroni, il Ministro, assai basso: si fermano tutti, stanno sull’attenti e io dietro queste guardie impalate lo guardo a venti centimetri di distanza e anche lui mi squadra e penso che abbia pensato: “ma chi l’è questo qui? E se adess mi tira fuori un’arma contundente?”, il mio succhino assassino, ad esempio… Il tutto dura pochi secondi, ovviamente, ma avrei potuto meritarmi l’apertura dei telegiornali serali.

Come molti stimo La dolce vita un capolavoro e più passano gli anni più lo apprezzo (da ragazzo preferivo ), considerandolo un lungo cerimoniale funebre, nero-bianco e sontuosamente barocco: proprio all’inizio della salita di Via Veneto sorge Santa Maria della Concezione, con la famosa cripta dei cappuccini, abitata da mummie di frati e interamente rivestita di ossa umane, pare circa 4000 scheletri, che formano decorazioni, croci, lampadari, nicchie, vero monumento alla vanitas e al memento mori. Recita un’iscrizione: “Sei ciò che fummo, sarai ciò che siamo”. E anche in chiesa, sulla semplice lastra tombale del fondatore, il pio cardinale e frate cappuccino Antonio Barberini, morto nel 1646, è scritto: “hic jacet pulvis, cinis et nihil”, “qui giace polvere, cenere e null’altro”.

Cripta dei Cappuccini (particolare), Roma

Tutto questo contrasta col vicino e sfarzoso palazzo di famiglia Barberini, oggi Galleria Nazionale d’Arte Antica, un’altra pinacoteca colma di tesori d’ogni epoca specie cinque-secentesca. Ma si sa, ad ogni buona e altolocata famiglia romana, non si può negare un papa, qualche cardinale e come contraltare, almeno un sant’uomo. Al bookshop del museo, una checchissima gentile col maglione da ape maia mi dice che la guida che sto sfogliando non è aggiornata:

– “Ce n’è un’altra?”

– “No, ahimè”

– ”Sa se ne è in preparazione una nuova?”

– “No”, sospirone e affondo sconsolato, “purtroppo”.

Vorrei quasi scusarmi, dirgli che mi spiace, se avessi saputo non avrei chiesto. Mi limito ad acquistare. Così pago un libro intonso e già vecchio.

Il tempo stringe, ma ho voglia di vedere ancora qualcosa: Santa Maria Maggiore, inutilmente gigantesca e imbarocchita, per essere nata da un miracolo tanto gentile quale quello della neve (5 agosto 358), secondo la leggenda legata a papa Liberio. In realtà la costruzione pare si debba a Sisto III (432-440) e di quest’epoca sono i mosaici meravigliosi della navata centrale e dell’arco trionfale, rispettivamente con le storie dell’Antico Testamento e quelle di Cristo, le cose che più amo qui (sebbene al semibuio non facilmente leggibili), come gli altrettanto stupendi mosaici absidali di fine ‘200 del Torriti con l’Icoronazione della Vergine e quelli coevi del Rusuti sulla facciata antica (coperta poi da quella marmorea del Fuga nel 1741), con la nascita della Basilica sull’Esquilino.

Non lontano sorgono due chiese che sento più vicine, sarà perché più sono piccole e meno ci si perde, entrambe dedicate a due sante probabilmente mai esistite: nell’abside di Santa Pudenziana (nome femminile generato da un errore di traduzione latina, da Ecclesia Pudentiana, sorta sulla domus di Pudenzio o Pudente, presunto senatore convertito del I secolo, e a lui dedicata, forse lo stesso che San Paolo cita nei saluti della seconda lettera a Timoteo), c’è il mosaico cristiano più antico al mondo in un edificio di culto, col Cristo in trono e i suoi dodici (dieci dopo i rimaneggiamenti cinquecenteschi), un capolavoro del V secolo, perfettamente pittorico, come ancora tre secoli dopo Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae vuole che sia l’arte del mosaico. Dalla suora filippina che riordina l’altare compro la guidina per euro tre e in inglese le chiedo se è possibile vedere il piccolo oratorio mariano con gli affreschi del XII secolo, posto a metà della navata di sinistra: “sorry, only in the morning”. Peccato.

Mi consolo con l’ultima visita, la ciliegina, come si dice: Santa Prassede (sorella supposta di Pudenziana) col doppio miracolo musivo absidale e del sacello di San Zenone, splendori voluti da papa Pasquale I (817-824). All’uscita il sacrestano-custode toscano mi allunga un paio di santini: lo prendo come buon auspicio.

Arco trionfale e abside coi mosaici del IX secolo, Santa Prassede, Roma

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