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Archive for marzo 2011

Premessa: di seguito la seconda e ultima parte della presentazione critica in catalogo della collettiva musiva AFTER AFTER, curata da Felice Nittolo, Daniele Torcellini e da me. L’esposizione è attualmente in corso sino al prossimo 16 aprile 2011 presso Art gallery niArt di Ravenna.

Before AFTER AFTER (parte seconda) di Luca Maggio e Daniele Torcellini

Daniele 28/02/11 21.50

…ti riferisci all’articolo su Ravenna e Dintorni? Sì, io preferisco ragionare sul concetto di cultura visuale… anche se forse questo stesso concetto è solo una moda passeggera utile a rinfrescare una disciplina che mostra alcuni acciacchi… e sarà destinato ad essere superato come altre mode passeggere… e comunque sì… meglio spostare lo sguardo, come hanno fatto questi giovani artisti…

Luca 28/02/11 21.53

…infatti, tenendo presente che in quanto artisti del 2011 sono più emancipati nell’uso e nella combinazione dei linguaggi, o meglio aggiornati sulle possibilità odierne, senza particolari restrizioni, a parte l’onestà e la singolarità del proprio percorso…

Daniele 28/02/11 21.55

…ieri stavo riflettendo sul fatto che questi artisti sono usciti tutti da una formazione prevalentemente orientata al mosaico ed ognuno di loro ha prodotto e produce risultati differenti. Chi realizza opere strutturalmente musive, chi opere decorativamente mosaicate, chi opere che hanno solo un riferimento alla poetica del mosaico e chi opere che non hanno più nulla a che vedere con il mosaico…

Luca 28/02/11 22.01

verissimo: dovrebbero farsene una ragione coloro che pontificando ritengono il mosaico morto e finito e in realtà non conoscono quanto siano stati fertili anche solo gli ultimi dieci anni! Aveva ragione Catullo: “le chiacchiere dei vecchi inaciditi non stimiamole che un soldo bucato…”. Questa testimonianza che sarà After After dimostra proprio il contrario: tuttora si può partire dal mosaico più tradizionale, ma nulla osta a far sparire le tessere, a creare un mosaico solo virtuale (che sembra ma non è, anche se poi, essendo visibile, in effetti è, rimanda a… e qui si aprirebbero discorsi semiotici: ecco dove può anche condurre il mosaico-non mosaico contemporaneo…), per non dire di altre ricerche che interpretano la tessera in senso lato… o ancora chi ne costruisce andamenti inediti…

Daniele 28/02/11 22.02

…mmmhh… io penso che parlare del fatto che il mosaico è vivo sia come parlare del fatto che la pittura è morta… mosaico e pittura sono linguaggi, tecniche, non sono né morte né vive… le loro possibilità espressive dipendono dalla mano e dalla mente dell’artista… che poi dal loro utilizzo, come dall’utilizzo di qualunque altro mezzo, si possa arrivare ad un’opera d’arte, questo è da discutere, caso per caso, nel tempo, nel mercato e in ogni altra sede dove la definizione di artisticità possa avere un senso o un’utilità…

Luca 28/02/11 22.04

sul mercato preferirei glissare, per me non è un criterio valutativo affidabile (se non per autori storicizzati, e anche lì…), ma una banderuola quando non una bolla, a volte con preconcetti che ancora pesano e ingiustamente proprio sul mondo del mosaico artistico… mentre sulla definizione di artisticità… non so cosa vuoi/voglia dire, rispetto anche a quanto ci siamo scritti prima… riguardo al fatto che mosaico, pittura etc. sono linguaggi/tecniche e in quanto tali né vivi né morti, siamo d’accordo: ogni tanto salta fuori qualcuno col leitmotiv “l’arte è morta”: molto banalmente, finché esisterà l’uomo sul pianeta esisterà l’arte, che essendo espressione e pensiero vivo dell’uomo, miscela di carne mente mani e tempo umani, muta col trascorrere del tempo, necessariamente, o saremmo ancora qui a copiare statue greche o le colombine di Galla Placidia… il che è sempre possibile, magari attraverso il filtro dell’ironia, altro formidabile e feroce mezzo dell’intelligenza: mettere un paio di baffi alla Gioconda e il mito è denudato… ecco se l’uomo si estinguesse mi spiacerebbe quasi più per la scomparsa dell’ironia: in sé la natura non lo è, ironica intendo… ma non voglio andare troppo fuori tema… torniamo al nostro mosaico…

Daniele 28/02/11 22.07

…opere che ingannano, serialità, opere fatte di tessere che non sono mosaici, opere che possono essere mosaici ma non di tessere, realismi e astrazioni, tradizionalismi e sperimentazioni. Le possibilità espressive si inseguono e si intrecciano le une alle altre senza soluzioni di continuità… è il senso della vista quello che più viene solleticato in questa mostra…

Luca 28/02/11 22.08

sono d’accordo, ma proprio per la natura di queste opere, come accennavo poco fa, sono propenso a leggerle anche a livello semiologico e di rottura (o evoluzione) semantica in più di qualche caso… ma probabilmente sono mie deformazioni professionali, o meglio passionali… l’artista oggi sa che può fare e fa senza porsi limiti (ma anche questo non è vero sino in fondo o non sarebbe forse il limite dei limiti?)…

Daniele 28/02/11 22.09

…Luca come pensi di lavorare sul testo critico per la mostra?

Luca 28/02/11 22.10

…sai, io stavo pensando a qualcosa a quattro mani… che ne dici?

Daniele 28/02/11 22.11

…mmmhhh… a quattro mani? non sono molto convinto… abbiamo due modi di scrivere molto diversi l’uno dall’altro…

Luca 28/02/11 22.12

e se pensassimo a qualcosa come un dialogo?

Daniele 28/02/11 22.12

…ecco! anche io stavo pensando ad un dialogo!!!

Luca 28/02/11 22.13

e anche da un punto di vista critico, trattandosi di una collettiva, anziché fare il solito elenco della spesa con relative due righe a testa, può essere più stimolante costruire un dialogo cercando le linee comuni, se esistono, fra personalità così differenti e originali.

Daniele 28/02/11 22.15

…bene bene! vada per il dialogo!… o altrimenti una chattata su skype? eh eh…

Luca 28/02/11 22.15

ma sì, perché no?

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Art gallery niArt – Ravenna

Ravenna Web TV – video intervista ai tre curatori

Ps. Il linguaggio del mosaico è da molti anni veicolo di un intenso scambio tra Ravenna e il Giappone e molto nutrita è la presenza di artisti di provenienza giapponese che ha gravitato e che gravita intorno a Ravenna. È anche per questo motivo che si è deciso di mettere in vendita il catalogo della mostra al prezzo di € 5: il ricavato delle vendite sarà devoluto alla croce rossa del Giappone.

Atzuo Suzumura, Akatonbo, 2008

Gianluca Costantini, Opus cotidianum, 2009 (cartone di G. Costantini, realizzazione studio Koko Mosaico)

Mattia Battistini, Tigre, 2003

Luca Barberini, White collars, 2011

Takako Hirai, Istinto, 2011

Valeria Ercolani, 22, 2011

Filippo Tazzari, 2012, 2011

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Premessa: il testo seguente è la prima parte della presentazione critica in catalogo per la collettiva musiva AFTER AFTER, curata da Felice Nittolo, Daniele Torcellini e da me. L’esposizione è attualmente in corso sino al prossimo 16 aprile 2011 presso Art gallery niArt di Ravenna.

Before AFTER AFTER (parte prima) di Luca Maggio e Daniele Torcellini

Luca 28/02/11 21.32

ciao Daniele, ci sei?

Daniele 28/02/11 21.32

ciao Luca, sì, dimmi…

Luca 28/02/11 21.33

ti ha chiamato Felice?

Daniele 28/02/11 21.33

sì, …per After?… sì!

Luca 28/02/11 21.34

bella l’idea di riportare in vita quel progetto, aggiornandolo…

Daniele 28/02/11 21.34

…con una coincidenza cabalistica di date… il progetto si è svolto dal 1991 al 2001 e riapre i battenti nel 2011…

Luca 28/02/11 21.36

…che ne dici di chiamarlo After After?

Daniele 28/02/11 21.36

…mi piace! …era interessante l’idea di Felice di coinvolgere gli studenti diplomati all’Istituto d’Arte “G. Severini” per mettere in pratica ma anche andare oltre gli insegnamenti ricevuti durante gli anni scolastici. Era una prima verifica ed un prima opportunità del “dopo” …dell’after appunto…

Luca 28/02/11 21.38

…curioso anche il metodo che avevano adottato: i ragazzi si riunivano nello studio del prof. e a turno mettevano in una cesta un foglietto con una parola: ne estraevano una o un paio a caso ed ecco trovato il titolo e il tema di ciascuna edizione, ad esempio “Natura crescente”, “Vuoti d’ombra”, “Artificio”…  Poi alcuni di quei giovani talenti si sono persi per via, mentre altri hanno continuato. E nuove leve nel frattempo si sono aggiunte.

Daniele 28/02/11 21.40

a distanza di 10 anni dall’ultimo appuntamento, includere sia alcuni di quegli studenti, oggi artisti espressivamente maturi ed affermati, sia altri più giovani artisti, sempre formati a Ravenna e prevalentemente intorno al linguaggio del mosaico, be’, mi sembra un’idea efficace!

Luca 28/02/11 21.42

l’obiettivo è far dialogare due se non tre generazioni di nuovi interpreti del mosaico: dai ventenni ai neoquarantenni….

Daniele 28/02/11 21.42

intendi… dai giovani ventenni ai giovani quarantenni? Come va tanto di moda in Italia… giovani ad ogni età!… comunque, è importante fermarsi e riflettere su esperienze che si sono sviluppate e aprire possibili percorsi di altre esperienze che si svilupperanno: sono i due poli intorno ai quali collocare gli artisti in mostra…

Luca 28/02/11 21.43

inoltre, altro segno dei nostri tempi, non sono solo di provenienza ravennate o nazionale, ma ben oltre, dall’est Europa al Giappone… il discorso è anche quello sulla formazione artistica che Ravenna offre… e sulle possibilità che il linguaggio del mosaico può esprimere nel contesto dell’arte contemporanea (e va da sé internazionale).

Daniele 28/02/11 21.45

…dai Luca… il concetto di arte contemporanea è morto…  e pure quello di internazionalità! eh eh eh…

Luca 28/02/11 21.46

…no!!!… o meglio, questi sono artisti tout court, che non si pongono più il problema di emancipare la tecnica scelta, il mosaico, dall’ambito dell’artigianato o della mera trasposizione. Queste battaglie sono già state affrontate dai loro padri e maestri. Semplicemente loro operano con le tessere o con altri materiali che concettualmente diventano mosaico – e lo auspicava lo stesso Nittolo nel manifesto dell’Aritmismo già nell’84 – come un altro può usare i pennelli o il bulino. Anzi hanno talmente metabolizzato tutto questo che agiscono di conseguenza con naturalezza, tanto che in alcuni casi sono oltre lo stesso concetto novecentesco di contaminazione dei generi: cosa fanno? Scultura, pittura, mosaico? Ma che vale cercare di incasellare? Come hai già avuto modo di dichiarare, non ha senso chiedersi quali caratteristiche diano la targhetta di arte ad un’opera musiva contemporanea, come non avrebbe senso chiederselo per un’opera pittorica o d’altro…

(continua…)

Art gallery niArt – Ravenna

Ravenna Web TV – video intervista ai tre curatori

Ps. Il linguaggio del mosaico è da molti anni veicolo di un intenso scambio tra Ravenna e il Giappone e molto nutrita è la presenza di artisti di provenienza giapponese che ha gravitato e che gravita intorno a Ravenna. È anche per questo motivo che, si è deciso di mettere in vendita il catalogo della mostra al prezzo di € 5: il ricavato delle vendite sarà devoluto alla croce rossa del Giappone.

Silvia Naddeo, Cookie time, 2011

Giorgia Severi, Opus Hortus, 2011

CaCO3, Movimento n.13, 2011

Arianna Gallo, Dittico, 2011

Roberta Grasso, Soft, 2011

Dusciana Bravura, Stoffa, 2011

Matylda Tracewska, Il cane, 2008

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Alda Merini

Mi sarebbe piaciuto incontrarla, conoscere Alda Merini (Milano, 1931-2009).

C’ero quasi riuscito anni fa, quando in una delle mie tante volte a Milano, gironzolavo per la zona Navigli vicino casa sua. Ero con un amico. Ma non riuscimmo a trovarla. Non era destino.

Chissà se ci avrebbe accolti oppure no, per timidezza non per scortesia ché questo difetto so per certo non era suo. In ogni caso avrei lasciato sulla soglia le tre rose rosse che avevo pensato per lei.

Tempo dopo, l’amico con cui ero, andò a trovare un congiunto in ospedale e nel reparto, per caso, vide Alda. Era destino.

Sola nella stanza, con le lenzuola completamente coperte di cenere e da centinaia di cicche delle immancabili sigarette. La salutò e lei gli disse: “Mi trattano come uno straccio.”

Sarà stata la lentezza e la voce dolente con cui aveva pronunciato quelle sillabe, quasi un verso nell’aria satura di fumo, ma sono rimaste nella sua memoria e di riflesso nella mia.

Era così la Merini, carne di poeta, donna di follia e fede, corpo di poeta martoriato dalle torture del manicomio ed esibito nelle sue foto osé nonostante l’età poiché la poesia è nuda, non sa (né vuole) nascondersi, ma soffre e si offre generosamente, col Dio a fior di labbra (nel suo caso la divinità cristiana, ma ricordo che per i greci il poeta era enthousiasmós, “ispirato in dio”), quelle sue labbra cariche di rossetto e pronte a schiudere inni alla vita nel senso più ampio e comprensivo, anzitutto del dolore e, in una parola, dell’amore, quello che, come dichiarò, la stessa vita le aveva negato.

Quali scegliere fra tante poesie che mi rapirono da ragazzo e che tuttora hanno il potere di commuovermi (come certe musiche di Morricone e fra tutte Nuovo Cinema Paradiso), poiché toccano corde misteriose sotto pelle, dirette ai nervi, al cuore, e non puoi più controllare, fermare, sei nudo anche tu: le parole “bestemmiate e leggere” delle Osterie di Charles, o le invocazioni della Terra Santa, piante dalle mura della sua Gerico, o quella preghiera confessione capolavoro che è Io come voi sono stata sorpresa, da Ballate non pagate ?

Questo blog oggi compie un anno, nel giorno anniversario della nascita della Merini. Dedico questi versi al suo ricordo e ai lettori che si sono moltiplicati dalla dozzina di amici iniziali agli oltre 46.000 contatti attuali! Grazie a tutti. Grazie Alda.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini, da Vuoto d’amore (Einaudi, 1991)

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

Alda Merini, da L’anima innamorata (Frassinelli, 2000)

Alda Merini – sito ufficiale

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Tutt’ad un tratto, una botta di retorica?

No, sono sincero: buon compleanno Italia! E non per dimostrare il valore storico dello stato unito in polemica coi leghismi, coi pericolosi secessionismi nordisti o i ridicoli neoborbonici, etc., etc.

Un augurio schietto, di cuore e non dovuto, o avrei parlato d’altro. È bello essere, sentirsi italiano almeno una volta ogni 150 anni! Ma sono felice d’esserlo ogni giorno, nonostante… gli italiani, o almeno certi italiani… scherzo, ma non troppo.

Leggere i libri inchiesta di Rizzo e Stella, come l’ultimo, Vandali (Milano 2011), sul disastro in atto contro il nostro patrimonio culturale, di cui la “bondeide” col suo totale disinteresse e passività non è che il capitolo più recente di uno sfascio pluridecennale (e probabilmente il seguito sarà l’agghiacciante Galan), o La colata (Milano, 2010) di Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Giuseppe Salvaggiulo, edito da Chiarelettere, casa editrice benemerita, coraggiosamente specializzata nelle denunce di ogni scempio italico, in questo caso sullo stupro paesaggistico e ambientale inaudito che, ad esempio, fra il 1990 e il 2005 ha portato alla cementificazione di 3,5 milioni di ettari, una superficie superiore a Lazio e Abruzzo, leggere certe cose dicevo, provoca uno sconforto (ma siamo davvero così indegni del nostro grande Paese, così privi di amore per Esso?), un attacco di bile e una rabbia tali che… meglio soprassedere per oggi. Tacere mai.

Non scriverò sulla storia della bandiera, né farò l’apologo dell’inno nazionale, non citerò nessun articolo della nostra pur bellissima Costituzione repubblicana, né i pensieri di Gramsci o Calamandrei, di moda ultimamente, ma almeno sono ricordati com’è giusto che sia, né racconterò aneddoti sui padri della patria, Cavour, Cattaneo, Mazzini, Garibaldi o altri eroi anche anonimi (non ultimi quei poveri cristi dimenticati delle trincee del ’15-’18, o, con le dovute proporzioni, quanti oggi pagano le tasse, fanno il loro dovere, qui studiano o rischiano realizzando onestamente un’impresa sul territorio o da dipendenti tengono in piedi famiglie o se stessi e sono sottopagati, sottostimati, precari, in cerca di lavoro, cassaintegrati, ma resistono e affrontano ogni giorno le trincee della vita senza mollare, alla fine), né vi comunicherò le ragioni numerose del mio disprezzo per i Savoia, incluso Vittorio Emanuele II, che galantuomo non fu affatto (salverei giusto l’ultimo sfortunato re d’Italia, Umberto II, ma i suoi eredi…): mi limito a constatare che quand’ero bambino, venti-venticinque anni fa (al momento ne ho trentadue), sarebbe stato impensabile dir male di alcuno di loro, erano una sorta di santi laici, sicuramente con un eccesso di piaggeria storica… oggi (ma i primi pamphlets circolavano già da metà anni ’90, poi il diluvio) si è scaduti nell’esagerazione opposta, addirittura coi fantocci di Garibaldi bruciati fuori dalle discoteche: proprio non se lo merita. Ci credeva, lui.

Fortunatamente ci sono libri per il grande pubblico, pochi ma buoni, che rivalutano senza incensare e con equilibrio il Risorgimento, a cura di giornalisti attenti come Massimo Gramellini (La patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita, Milano 2010, scritto col grande Carlo Fruttero) o Aldo Cazzullo (Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, Milano 2010).

A ben vedere, la nostra unità poteva essere fatta meglio, ma è andata così: sta a noi raccoglierne l’eredità storica (che a livello identitario comincia ben prima dell’’800, coi grandi di ogni tempo e ambito che tuttora fanno l’orgoglio d’Italia nel mondo), raddrizzarla, farla fruttare, anche con un federalismo purché condiviso, che responsabilizzi le Regioni e ne rispetti le differenze, i dialetti ad esempio, ma non solo, senza scendere nella coglioneria più ottusa, al capo opposto ed equivalente del fascismo che voleva la traduzione, l’italianizzazione di ogni parola estera e la messa al bando di ogni localismo: per la gioia dei lettori consiglio Gran Circo Taddei (Palermo 2011), l’ultimo Camilleri, in particolare il racconto che dà il titolo al libro, o uno qualsiasi dei testi ripubblicati di Gian Carlo Fusco, ad esempio Le rose del ventennio (Palermo 2000).

Oggi, 17 marzo 2011 per la prima volta esporrò il tricolore alla finestra: mi va. E andrò a procurarmi la nuova edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi, edita quest’anno da Bollati Boringhieri, coi Pensieri di un italiano d’oggi di Franco Cordero.

Infine, essendo un genetliaco importante e simbolico, desidero dedicare una canzone alla diretta interessata: già, ma quale? Un’aria classica del povero Beppino Verdi, ormai appannaggio delle capre celtico-padane, o l’ufficialità (almeno in origine) commossa di Mameli-Novaro (magari nella versione femminile dello spot Calzedonia 2009 che tante polemiche, fastidiose e inutili come sempre, ha suscitato e che io ho trovato bellissimo)? Meglio le note cantautorali ed accorate di De Gregori, Gaetano, Battiato, Gaber e Tricarico o quelle nazionalpopolari di Cutugno e Reitano?

Il mio sentire spingerebbe verso due gioielli recentissimi che sono anche fotografie esatte dell’Italia d’oggi: Precario è il mondo di Daniele Silvestri e AAA Cercasi di Carmen Consoli (di cui senza pudore confesso di essere innamorato: mia moglie spero mi perdonerà!).

Ma credo sarebbe brutto presentarsi al compleanno di qualcuno e dire: sì, tanti auguri alla vecchia, ma è zoppa, cieca, pure un poco sorda… povera Italia! Che poi vecchia non è, ma giovanissima e forse proprio per questo si presenta così ai suoi primi centocinquanta, in preda a furori adolescenziali…

Oggi è festa: le dedico Meraviglioso del grandissimo Modugno.

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Loser, perdente: tipica (e terribile) espressione della società americana, in cui è ammesso essere solo winner, number one, al limite nerd ma vincenti come Bill Gates o Steve Jobs, giammai loser, un fallito, un paria, un reietto del sogno a stelle e strisce.

Per questa categoria a quanto pare non c’è posto.

O forse non è così: lo racconta quel paradiso meraviglioso e parallelo umano che è la letteratura, anche in forma grafica: esempio sommo e compiuto, tale da giungere alla perfezione, è il capolavoro di Chris Ware Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, pubblicato negli U.S.A nel 2000 da comic strips precedenti e in Italia nel 2009 per Mondadori Strade blu.

Jimmy Corrigan è tante cose: non aspettatevi il polpettone apologetico strappalacrime del perdente, il protagonista del titolo, un uomo di mezza età, solo, grassoccio, trasandato, dai capelli radi, con evidenti difficoltà relazionali e vessato dalle continue telefonate della madre. Certo, c’è la sua storia, che però si intreccia con numerosi flashback della sua storia familiare, sullo sfondo di una Chicago in piena mutazione dal XIX secolo a oggi, a partire dal nonno che venne abbandonato dal bisavolo, come il padre abbandonò sua madre e lui, povero Jimmy, quand’era ancora piccolo. Quando un bel (?) giorno il nostro (anti)eroe riceve una chiamata proprio da quel padre egoista ma ormai morente e… andate a leggervi il seguito.

Non è possibile riassumere la complessità e la bellezza di questo libro, una graphic novel inusuale, anche nella sequenza delle scene, degli incastri che non sempre troverete al primo colpo: Jimmy Corrigan vuole attenzione. E, in una parola, amore.

Ma non c’è pietismo, né cinismo nella narrazione. Ci sono altresì momenti lirici, e numerosi altri di fuga dal piattume quotidiano nel mondo della fantasia, dell’infanzia anche inventata. C’è spazio per la neve e per un red bird, per l’architettura e scene mute. Ci sono persino i ritagli di carta per costruire case e altri oggetti, come, ricordo personale, se ne trovavano nel Corriere dei piccoli da bambini. Il tratto è rétro, semplice e ben definito (tra fumetto anni ’30 e ’50, con un vago retrogusto bauhausiano in alcuni particolari), come i colori mai accesi, salvo innesti di spot pop da supereroe con la scritta leitmotiv Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, che compare in momenti generalmente ordinari o del tutto inopportuni.

C’è l’ironia, intellettuale certo, che trabocca sin dal titolo come dalle pagine iniziali, quelle di istruzioni per l’uso, essenziali, da leggere sin negli angoli, non per capire veramente qualcosa in più, quanto per godere fino in fondo, ogni virgola di questo gioiello, come la copertina e il suo retro o le pagine finali di Corrigenda (e vuoi mai che lo stesso cognome Corrigan venga da lì, dal latino corrigere, sbagliare?): non troverete la chiave di lettura, ma un sorriso in più sì, per ridere anche di voi stessi, della vostra, mia intelligenza presunta, la superiorità di chi si sente mille miglia oltre il Jimmy che abita invece nella natura umana di ognuno, con le tristezze, le paure, le timidezze e le viltà in lui portate al parossismo.

Queste però sono solo alcune conclusioni, mie e parziali e forse non vere per voi: perché Mr Corrigan, personaggio reale (semi-autobiografico) e immaginario, non vuole insegnare niente e nessuno. Non c’è la morale, non ci sono i buoni e i cattivi, siamo lontani da Dickens, per citare un nome credo indirettamente coinvolto. C’è solo la vita, avrebbe detto Carver, autore più vicino allo spirito di queste pagine, paragonate addirittura all’Ulisse di Joyce: non so dire se il confronto regga, perché, ammetto pubblicamente, quel libro o meglio quella montagna non l’ho mai scalata tutta, ma solo a “spizzichi e bocconi”, quelli indispensabili come il monologo di Molly Bloom e poc’altro, forse mal fidandomi del consiglio di Raffaele La Capria, di cui spero non perdiate L’estro quotidiano, pena sottrarre felicità al vostro tempo letterario e non.

JIMMY CORRIGAN, il ragazzo più in gamba sulla di Chris Ware

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Frammento di sarcofago a lenós con leone che azzanna un’antilope, metà III secolo d.C., Castello di Lagopesole

Roma quanta fuit, ipsa ruina docet.”/ “Quanto fu grande Roma, lo testimonia la sua stessa rovina.” Motto attribuito a Ildeberto di Lavardin (1056–1133), vescovo di Le Mans e arcivescovo di Tours.

Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila.” Giordano Bruno (in anticipo su Lavoisier!), da Il Candelaio, lettera dedicatoria alla signora Morgana, 1582.

Cosa rende una mostra importante? Più del pezzo celebre acchiappaturisti, più della cura attenta e dei servizi disponibili per i visitatori, anzitutto, che sia pensata, che ci sia un’idea sotto e una necessità nel realizzarla, oltre a saggi in catalogo che auspicabilmente colmino vuoti di studi precedenti.

Sino al 2008 Castel Sismondo a Rimini era teatro di mostre importanti e, appunto, ragionate (Seicento inquieto, Costantino il Grande, etc.), prima di cadere nelle belle trappole firmate Marco Goldin: un sacco di bei dipinti (l’anno scorso dal Fine Arts di Boston, quest’anno gli impressionisti, una specie di marchio di fabbrica per lui), un sacco di biglietti venduti che certo fanno piacere di questi tempi, ma progetti scientifici, critici, espositivi e didattici pari a meno di zero, in cui l’unica cosa ad emergere in genere è la firma dello stesso Goldin, ossessivamente ripetuta in ogni sala sotto ogni autocitazione proveniente dai suoi “indispensabili” scritti.

Questo tipo di mostre stanno a quelle serie come un reality sta a Kubrick, Hitchcock o John Ford.

Sino a tre anni fa invece l’antica Ariminum culminava il percorso di riscoperta delle proprie radici classiche inaugurando la Domus del Chirurgo con annesso e rinnovato museo, oltre ad un’edizione particolarmente ricca del Festival del mondo antico: tutte cose che fortunatamente continuano ad esserci, nonostante tagli più affilati di un bisturi non “tremontino”, anzi abBondino più che mai.

Scultore d’ambito federiciano, Testa di Zeus o di Silvano, XIII secolo, Museo Provinciale Campano, Capua

Completamento di tale e ideale panorama culturale era la mostra Exempla[1] (20 aprile-30 settembre 2008), per l’ottima cura di Marco Bona Castellotti e Antonio Giuliano, sul rapporto e l’influenza determinanti delle rovine classiche sulla riscoperta identità visiva occidentale a cominciare dal primo dugento, secolo cruciale e denso di conseguenze sin dagli esordi federiciani e romani quanto mai fondamentali e fondanti per le arti e le lettere dei tempi a venire, Dante e Giotto anzitutto.

Jacopo Torriti, Volto del Creatore, ultimo quarto del XIII secolo, tesoro della Basilica di San Francesco, Assisi

A proposito di colui che ebbe “nella pittura il grido” sottraendolo a Cimabue, studi recenti[2], oltre al restauro del Sancta Sanctorum[3] di Roma durante la prima metà degli anni ‘90, sembrano sempre più confermare il debito giottesco nei confronti della cosiddetta scuola romana di fine ‘200 (Jacopo Torriti, Pietro Cavallini e Filippo Rusuti i nomi più noti, ma chissà quanti altri anonimi o perduti), tuttora poco nota a causa dei pochi frammenti sopravvissuti ai secoli e a cui probabilmente si deve buona parte dello stesso ciclo francescano della Basilica Superiore di Assisi, frutto di almeno tre maestri distinti e relative botteghe, benché tradizionalmente attribuito alla sola mano (comunque rivoluzionaria) del pittore degli Scrovegni, Giotto[4].

Pietro Cavallini, Testa di Cristo, 1290-95, Collegio Teutonico di Santa Maria in Camposanto, Città del Vaticano

Confronto fra un particolare del Monumento funebre del Cardinale De Braye di Arnolfo di Cambio (dopo il 1282) presso San Domenico a Orvieto e una Figura femminile del sarcofago romano di Ifigenia (II secolo d.C.) presso Villa Pamphili a Roma

Dunque proseguendo lungo un solco di indagine originale oltre che di pregio, l’esposizione affrontava un tema poco o nulla considerato nelle grandi mostre: gli exempla ovvero i modelli antichi che cambiarono il corso della storia artistica successiva, a partire dal sogno di potere e cultura che fu il regno meridionale di Federico II di Svevia nella prima metà del XIII secolo, in particolare l’Apulia delle costruzioni federiciane (un luogo su tutti, Castel del Monte nelle vicinanze di Andria), oltre alla Roma cristiana, vera e propria cava a cielo aperto d’ogni sorta d’antichità, come ben apprese per avervi lavorato lungamente il toscano Arnolfo di Cambio, uno dei protagonisti più eccelsi in mostra, insieme al più drammatico Giovanni Pisano, entrambi allievi e figlio il secondo di Nicola Pisano, apulo d’origine e federiciano per formazione, il cui appellativo gli venne dall’essersi trasferito a Pisa, dove nel Camposanto monumentale trovò decine di statue, reperti, bassorilievi, formelle romane, spesso copia di altri originali greci.

Confronto fra il particolare del volto della Madonna nel pulpito del Battistero di Pisa di Nicola Pisano e il particolare del volto di Fedra dal sarcofago romano di Ippolito nel Camposanto pisano

E proprio la scultura e l’architettura del tempo furono gli ambiti privilegiati del rinnovo dell’arte tutta, pittura inclusa, trovando nuova linfa nella classicità circostante, abbandonata da secoli ma mai morta e solo liofilizzata dalla cultura bizantina precedente, per usare un’espressione cara a Panofsky.

Nicola e Giovanni Pisano, La lupa con Romolo e Remo, Rea Silvia, 1278, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

Exempla dava conto di tutto questo con sezioni ampie, ben documentate e scelte precise delle opere, spesso affiancate dagli originali punti di riferimento romani. Merito aggiunto dell’esposizione era la dedica alla memoria di un grande nel decennale della scomparsa, Federico Zeri (1921-1998).

Arnolfo di Cambio, Sepolcro Annibaldi, processione funebre, fine del XIII secolo, chiostro della basilica di San Giovanni in Laterano, Roma


[1] Exempla. La rinascita dell’antico nell’arte italiana. Da Federico II ad Andrea Pisano., AA.VV., a cura di Marco Bona Castellotti e Antonio Giuliano, Ospedaletto (Pisa) 2008.

[2] Il cantiere di Giotto, a cura di Bruno Zanardi,  Chiara Frugoni e Federico Zeri, Milano 1996.

[3] Sancta Sanctorum, AA.VV., Milano 1995.

[4] Bruno Zanardi, Giotto e Pietro Cavallini, Milano 2002.

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Georges Méliès, Le voyage dans la lune, 1902

LXXI
Quivi (sulla luna, n.d.r.) ebbe Astolfo doppia maraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ‘l mar ch’intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce.

LXXII
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.

LXIII
Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.

LXIV
Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.

LXXV
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

Ludovico Ariosto (Reggio Emilia, 1474 – Ferrara, 1533), Orlando furioso, Canto XXXIV, LXXI – LXXV.

Battista Dossi, Notte (o Sogno), 1544, Staatliche Kunstsammlung, Gemäldegalerie Meister Alte, Dresda

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