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Archive for giugno 2011

Premessa: testo critico di presentazione dell’opera di Marco Bravura Lo scudo invisibile (2008), in collezione permanente presso il centro Solo Mosaico di Mosca.                                                                                      

   

Marco Bravura, Scudo Invisibile (2008), Centro Solo-Mosaico, Mosca

                                                                             

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.” Jorge Luis Borges, da L’artefice, 1960

Uno scudo significa difesa in tempo di guerra e trionfo dopo la battaglia, su cui erigere il capo tribù vittorioso o da dipingere per essere esibito in marce e sfilate festose o come dono fra signori rinascimentali, sul più noto dei quali Caravaggio rappresentò la testa spiccata e ancora sanguinante di Medusa, il mostro vinto da Perseo proprio grazie ad uno scudo riflettente.

Lo scudo che avete di fronte è un racconto: di un popolo di conquistatori formidabili e del loro re, della mappa di un impero e dell’amicizia fra due uomini. Tutto racchiuso nella forma ovoidale propria dell’oggetto rappresentato e, al contempo, simbolo antico di vita.

L’artista Marco Bravura, affascinato dallo splendore barbarico dei guerrieri tartari, che dalla steppe seppero creare una civiltà potentissima, ha voluto omaggiarne il ricordo e il suo mecenate, Ismail Akhmetov, d’origine tartara, ispirandosi con un ulteriore gioco di rimandi al racconto di Italo Calvino Le città invisibili, in cui Kublai Khan ascolta il narrare di Marco Polo, suo ambasciatore, ospite ed amico, che, come Shahrāzād, ma senza l’ombra della morte che incombe, descrive e ricrea con le parole luoghi visitati e insieme immaginari dell’impero vastissimo e fantastico del re, in realtà, mettendo in ogni città un po’ di Venezia, sua patria, e luogo di formazione del ravennate Bravura.

Due sono i moti che animano lo scudo, opposti e necessari all’equilibrio generale: forze centrifughe partono dal centro di esso, in cui è il Khan, e forze centripete ritornano ad esso, dai quattro punti cardinali, ovvero dalle quattro onde-Orde che formano il suo popolo: l’Orda Grigia, l’Orda Blu, l’Orda d’Oro e l’Orda Bianca. Ogni elemento permette all’altro di esistere: i guerrieri danno al loro signore parte del bottino ed egli con essi lo condivide. Il retro dello scudo è un blu ondoso, poiché come ogni cavaliere di deserti e steppe sa, all’inizio come alla fine dei tempi, cielo e oceani torneranno uniti nell’indistinto infinito.

Ma nella faccia anteriore dello scudo, la parte che si mostra al nemico o, in questo caso, all’osservatore pacifico, appare un vortice armonico come riemerso dalle viscere del tempo, che è storia, letteratura e arte, fatto di conchiglie, scarabei, murrine, tessere musive (dunque altri omaggi di materiali veneziani che sono nel DNA di Bravura-Polo), forse a simulare gli zaffiri, i rubini, gli ori, gli argenti e i diamanti del tempo di Gengis, Tamerlano e Kublai, sicuramente a costituire la pelle e la luce riflettente dello scudo, gioiello in sé sontuoso, apparato scenografico atto al racconto barocco (e perciò testimone perfetto anche del nostro tempo), volutamente carico, com’è nella cifra di Bravura, erede ed artefice d’un barocco moderno (e, una volta ancora, veneziano, colmo di riflessi acquei e dorati), difesa di bellezze conosciute e, anche più, di bellezze dimenticate o invisibili, difesa della memoria, della memoria della bellezza e della bellezza della memoria, poiché per affrontare lo sfacelo quotidiano cui ognuno di noi assiste e, in qualche modo, partecipa pur non volendo, “l’inferno dei viventi”, come scrive Calvino a conclusione del suo libro, non ci sono che due vie: accettarlo e soccombere come purtroppo accade ai più, o fare la differenza, con “attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)

Marco Bravura – sito ufficiale

Solo-Mosaico – official website

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Jan Van Eyck, Ritratto di Van Eyck con la moglie (ex coniugi Arnolfini), 1434, National Gallery, Londra

Marco Paoli, funzionario del Ministero dei Beni culturali, bibliotecario di grande esperienza, saggista e studioso d’arte, è l’autore di un libro formidabile, Jan Van Eyck alla conquista della rosa. Il Matrimonio “Arnolfini” della National Gallery di Londra. Soluzione di un enigma (Lucca, 2010), appassionante giallo storico artistico che restituisce la vera identità ad una delle coppie più celebri mai dipinte, appunto, i presunti “coniugi Arnolfini” del 1434, due lucchesi emigrati nelle Fiandre, di cui lui banchiere come altri suoi colleghi toscani, ma che altri non sarebbero se non il pittore stesso, Van Eyck, con sua moglie in attesa del loro primogenito.

Paoli, con pazienza e precisione e per sua stessa ammissione, “destoricizza un’icona” e fa luce, indizio dopo indizio, sull’incredibile equivoco storico che ha portato all’errata attribuzione universalmente nota, convalidata a metà ‘800 da due illustri storici dell’arte, Crowe e Cavalcaselle, anch’essi caduti nel tranello del cognome Arnolfini.

Sì, perché la soluzione dell’enigma di cui si parla sin dal titolo, è tutta nel significato originale del nome (poi divenuto cognome nel quadro) Arnolfo, ovvero “Hernoul” o “Arnoult le fin”, che con altre varianti franco-fiamminghe medievali vuol sempre dire “cornuto”, marito tradito.

Nell’Histoire des trois Maries il carmelitano Jean de Venette (XIV sec.) arriva a chiamare persino San Giuseppe “sire Arnolfo”, prima che l’angelo con un annuncio chiarificatore lo rassicuri sulla purezza di Maria.

E prima ancora Jean de Meung (seconda metà del XIII sec.), nel Roman de la Rose, fa dire al marito furente di gelosia verso sua moglie: «Attraverso voi e la vostra lascivia, io vengo collocato nella confraternita di sant’Arnolfo, il signore dei cornuti».

“L’accostamento del nome Arnolfo al marito ingannato sarebbe rimasto vivo per secoli nella cultura popolare francese e lo si ritrova ancora, al più alto livello della letteratura, ne La scuola delle mogli di Molière”, aggiunge Paoli.

Col passare del tempo però si perse il nome originale dei due personaggi ritratti, che si passò ad indicare come Arnolfini (già dal 1516), vale a dire “cornuti”, visto che sul muro dietro gli sposi compare la scritta “Van Eyck passò di qui”: non una semplice firma, ma qualcosa di più infamante visto che si tratta di una camera da letto, con tanto di signora incinta! Cosa peraltro in contraddizione sia col cagnolino in primo piano, simbolo di fedeltà, sia con le stesse evidenze fisiche dei due volti, che hanno ben poco dei tratti italiani e sono decisamente più fiamminghi.

Chiarito l’inganno, il resto è meraviglia di luce che invade la stanza, una delle grandi invenzioni della pittura occidentale e fiamminga in particolare insieme all’olio che la rende tuttora così viva, ed entrambe si devono a Jan Van Eyck, il genio pittore che, ora si può affermare, ha qui lasciato più che mai testimonianza indelebile di sé.

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Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Tommaso Moro, 1527, Frick Collection, New York

…una volta, milleduecento anni fa, una nave fu spinta da una tempesta all’isola di Utopia e vi fece naufragio. Vi sbarcarono alcuni romani ed egiziani, che poi non se ne allontanarono più.

Notate ora che vantaggio seppero ricavare quei popoli di Utopia da quest’unica occasione.

Nei limiti dell’Impero romano non c’era arte che essi non abbiano o appreso dagli stranieri approdati o scoperto da sé, accogliendo gli stimoli giusti: a tal punto riuscì loro di sfruttare quest’unico approdo di pochi dei nostri!

Ma se, per qualche caso analogo, qualcuno di Utopia è mai approdato qui da noi nel vecchio mondo, la cosa è stata completamente cancellata dalla nostra memoria, allo stesso modo come si dimenticherà presso i posteri il ricordo che una volta io fui là. E mentre essi, incontratisi coi nostri una volta sola, si appropriarono di tutte le nostre scoperte utili, penso che ci vorrà molto tempo prima che noi accogliamo qualcuna delle loro istituzioni più perfette. Io credo che questo sia il motivo per cui, pur non essendo noi inferiori a loro per ingegno e per mezzi, il loro stato sia governato più saggiamente del nostro e fiorisca più felicemente. (…)

È delitto capitale decidere di cose pubbliche fuori del Senato o dell’Assemblea del popolo e ciò fu stabilito per evitare che il re e gli anziani potessero con una congiura mutare la costituzione. Perciò dunque ogni faccenda giudicata importante è rimessa al giudizio dell’Assemblea dei controllori distrettuali, i quali, dopo averne informato le proprie famiglie e deliberato fra loro, presentano una proposta al Senato. A volte invece si ricorre alla consultazione di tutta l’isola.

Un’altra regola vuole che non si discuta una proposta lo stesso giorno che viene presentata, ma la si rimanda alla seduta seguente, perché nessuno dei presenti dica le prime sciocchezze che gli vengono in mente e debba poi ingegnarsi a difendere le proprie conclusioni anziché gli interessi dello stato.

Tommaso Moro (Londra, 1478 – 1535), Utopia (Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu deque nova Insula Utopia), 1516.

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Signore e signori, vi ho convocato oggi con molta emozione per annunciarvi una notizia importante che riguarda la mia vita privata e il mio lavoro.

Ho avuto la fortuna di diventare assistente di Christian Dior a 18 anni, di succedergli a 21 anni e di conoscere il successo con la mia prima collezione nel 1958, quarantaquattro anni fa tra pochi giorni. Da allora ho vissuto per il mio mestiere e grazie al mio mestiere. E sono molto fiero che le donne di tutto il mondo portino tailleur pantalone, smoking, caban e trench.

Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli.

Ogni uomo per vivere ha bisogno di fantasmi estetici. Io li ho inseguiti, cercati, braccati. Ho sperimentato molte forme di angoscia, molte forme di inferno. Ho conosciuto la paura e la terribile solitudine, la falsa amicizia dei tranquillanti e degli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Da tutto questo un giorno sono uscito, stordito, ma nuovamente in me.

Marcel Proust mi aveva insegnato che la magnifica e lamentosa famiglia dei nevrotici è il sale della terra. Non ho scelto questa fatale discendenza, ma è grazie a lei che mi sono innalzato nel cielo della creazione, che ho frequentato i “ladri di fuoco” di cui parla Rimbaud, che ho trovato me stesso, che ho compreso che l’incontro più importante della vita è quello con se stessi.

Nonostante questo, oggi ho deciso di dire addio a questo mestiere che ho tanto amato.” Y.S.L.

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio 2002. In queste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Yves Saint Laurent e Pierre Bergé nell'appartamento di rue de Babylone, Parigi, 1982

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio2002. Inqueste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Esse si trovano anche ad apertura del bellissimo docu-film di Pierre Thoretton, Yves Saint Laurent – Pierre Bergé, L’Amor Fou (2010), uscito il mese scorso in dvd per Feltrinelli Real Cinema, insieme ad un piccolo e prezioso libretto d’accompagnamento con diversi interventi, in particolare di Pierre Bergé, il compagno, il socio e l’amico di tutta la parabola Saint Laurent sin dal ‘58, anno del loro primo incontro che li avrebbe portati tre anni dopo a fondare la famosa maison d’haute couture, una delle più grandi e rivoluzionarie avventure d’eleganza e design del secolo appena trascorso.

Bergé, oltre ad essere un coltissimo e raffinato bibliofilo intimo di Cocteau e Giono, ha collezionato con Saint Laurent una delle raccolte d’arte più formidabili del nostro tempo, con nomi di primissimo ordine, da Matisse a Picasso a Mondrian a Klee, da Degas a Gauguin a Cézanne a Klimt, da Brancusi a Duchamp a Calder a Warhol (loro amico personale), da Géricault a Goya a Giambologna a Hals, oltre a numerosi altri nomi da brivido, senza contare gli arredi, dai vasi greci ai mobili déco agli smalti di Limoges, etc. …

Tutte cose che dopo la scomparsa del grande stilista, Bergé ha deciso di mettere in vendita, “perché ai miei occhi, dopo la morte di Yves, … (la collezione) ha perso gran parte del suo significato.”

Il film ruota proprio attorno all’asta milionaria di Christie’s del febbraio 2009, che fruttò un incasso pari a 373,9 milioni di euro, destinati a Sidaction per la lotta contro l’AIDS.

Jardin Majorelle - Marrakech

Ciò detto, in quelle opere, nelle immagini che le restituiscono alle case che adornavano (si pensi all’appartamento di rue de Babylone a Parigi o al rifugio in Normandia o al meraviglioso Jardin Majorelle di Marrakech, tuttora visitabile, uno dei luoghi da non perdere nella vita), così dov’erano, vissute da questa straordinaria coppia di esteti, c’è il senso del loro lavoro, della loro ricerca e fatica, che fece dire a Bergé “se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere” e allo stesso Saint Laurent: “La moda non è arte, ma ha bisogno di un artista per esistere: gli abiti sono sicuramente meno importanti di musica, architettura e pittura, ma era ciò che sapevo fare e che ho fatto, forse, partecipando alle trasformazioni della mia epoca.”

Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent – sito ufficiale

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Andate a votare, rinunciate a mezz’ora di mare o collina, ma andate a votare domenica 12 e lunedì 13 giugno: raggiungere il quorum è davvero fondamentale!

Non a caso l’inquilino di Palazzo Chigi ha tentato in tutti i modi, con ricorsi rincorsi sino all’ultimo, di boicottarlo, sino all’invito esplicito da parte sua di alcuni suoi ministri e della maggioranza in generale di disertare il referendum, cosa ancor più grave viste le cariche istituzionali che lor signori ricoprono.

Io voterò 4 Sì per dire 4 decisi NO al nucleare, allo stato attuale inutilmente rischioso e costoso (senza parlare del problema approvvigionamento uranio e stoccaggio scorie), alla privatizzazione dell’acqua, che è qualcosa di criminale a livello di principio oltre a quintuplicare le bollette laddove disgraziatamente è stata fatta, e infine per impedire il cosiddetto legittimo impedimento poiché “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” (art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana) e nessuna casta, nessun privilegiato può dichiararsi al di sopra di essa.

Andate a votare anche voi e possibilmente 4 Sì. La democrazia è adesso.

Referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011

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Luca Andreoni, Tunnel, 2005-2006

La galleria è una notte per gioco,/ è corta corta e dura poco.// Che piccola notte scura!/ Non si fa in tempo ad avere paura.” Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra (Torino, 1960).

Il titolo dell’ultimo bellissimo lavoro fotografico di Luca Andreoni (1961) viene proprio da questi versi, opportunamente citati in apertura del libro, in sostanza uniche parole presenti (a parte i fogli di accompagnamento coi commenti di Francesca Mila Nemni, Francesca Lazzarini e soprattutto dell’ottimo Francesco Zanot, che è anche curatore dell’insieme e fra i migliori giovani talenti critici della fotografia oggi in Italia) in un prodotto editoriale di totale cura, nettezza e pulizia sin dalla copertina, rigida, a facciata nera, con costa e contorno dorato: un piccolo capolavoro rilegato (edito da Musumeci, 2010).

Luca Andreoni, Orridi, 2007

Dentro l’attenzione è tutta volta all’immagine, al racconto del trittico dantesco-valdostano di Andreoni qui riunito: Tunnel (2005-2006), Orridi (2007) e Crepacci (2008-2009), cinque anni di fatiche anche fisiche per catturare scatti in cui l’orizzonte è assente, concentrati sul soggetto di volta in volta trattato, che satura e ossessiona lo spazio fotografico, l’occhio e la coscienza del fotografo, dell’osservatore, con silenzi inumani, lunghissimi, e pochi selezionati colori, ripartiti fra i neri notturni e i rossi quasi cinematografici della prima serie Tunnel (e quasi s’avverte la paura, il ricordo del bambino la prima volta che ha attraversato in macchina una galleria, la grande bocca spalancata, il ventre della balena di roccia e oscurità), i grigi, i neri d’ombra e i marroni pietrosi degli Orridi antropomorfi, volti enormi e intrappolati di giganti dormienti fra gole e canyon alpini, su cui si innestano scalette metalliche, quasi rievocazione romantica alla Caspar Friedrich del poco nulla che è e può l’uomo inghiottito dal mistero naturale, ancora più evidente nell’ultima serie, il sublime raggiunto dai Crepacci, ghiacciai dalle tonalità bianco azzurre, trasparenze acquee che evocano l’origine stessa della vita, la feritoia e l’elemento primordiale dei quali avere soggezione e desiderio, in cui volersi calare, da sempre obliare.

Luca Andreoni, Crepacci, 2008-2009

Luca Andreoni – sito ufficiale

Ps. Dopo oltre un mese di attesa, ricevo il volume di Andreoni, finalmente. E dopo qualche giorno, al mercatino dell’usato locale che cade il terzo week-end d’ogni mese, trovo (o mi chiamano loro?) proprio le rime di Rodari che gli fanno da titolo, ora mie per cinque euro. Non le stavo cercando, anzi sul momento neanche le ho collegate: è stata la copertina di Munari ad attrarmi.

Come di recente mi è stato ricordato, aveva ragione Savinio: le cose accadono, a noi decifrarle.

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