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Archive for luglio 2011

Guariento da Arpo (notizie dal 1338 1l 1367), Schiera di angeli armati (Arcangeli?), Musei Civici, Museo Bottacin, Padova

Bella giornata mercoledì scorso per visitare la doppia mostra padovana sul tempo dei da Carrara, signori cittadini del XIV secolo (Civici Musei agli Eremitani e Palazzo Zuckermann), e sul Guariento (Palazzo del Monte), pittore che nel rispondere alle loro esigenze diede stile ad una corte e a un’epoca in terra veneta, nel tentativo riuscito di andare oltre il dettato giottesco e radicale degli Scrovegni di inizio ‘300 (espressività dei volti, massa dei corpi, prospettiva intuita, eredità che, toccando poco più che nulla la vicina Serenissima per il tramite di Paolo Veneziano, sarà appieno e per primo colta dal toscano Masaccio cent’anni dopo), eseguendo personaggi bizantineggianti ma dalle linee sempre più eleganti, sinuose e allungate nel tempo, e così anticipando il gusto cortese e fiabesco definito in tempi moderni “gotico internazionale” poiché diffuso in tutte le più raffinate corti europee tra la fine del ‘300 e la metà del ‘400 e oltre in più di qualche caso.

Antonio Vivarini e Giovanni d'Alemagna, Incoronazione della Vergine, 1444, Chiesa di San Pantalon , Venezia

Chi può si affretti a visitare queste due intelligenti ben curate e interconnesse esposizioni ormai in chiusura (il 31 luglio!), non solo per la riscoperta piacevolissima di un autore medievale null’affatto minore ma protagonista vero del suo tempo (a proposito, di Guariento da Arpo si hanno notizie dal 1338 al 1367 circa, con l’ultima grande commissione nota, il Paradiso di Palazzo Ducale a Venezia, sostituito da quello del Tintoretto dopo l’incendio del 1577), qui messo a confronto con altri grandi che lo precedettero, ne furono contemporanei o ne presero il lascito (da Giotto ai riminesi Pietro e Giuliano all’espressionista bolognese Vitale, da Giusto de’ Menabuoi ad Altichiero, dai veneziani Pietro e Lorenzo sino alla sontuosa Incoronazione della Vergine di Antonio Vivarini  e Giovanni d’Alemagna), ma anche per le sezioni ricche di codici miniati e disegni, vasi e sculture, avori, oreficerie religiose, monete, armi e ricostruzioni urbane ottocentesche e odierne dedicate appunto al contesto in cui molti di quegli artisti fiorirono, ovvero l’età carrarese di Padova, dal 1318 al 1405, date dell’ascesa e della caduta di questa famiglia fra gli artigli della Repubblica di San Marco, con relativa incarcerazione e uccisione violenta, per strangolamento, degli ultimi sfortunati da Carrara, Francesco Novello e figli.

Cronaca Carrarese, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia

Questi signori, come del resto Petrarca che aveva casa a due passi da qui, ad Arquà, e che probabilmente ispirò gli affreschi perduti di alcune sale della loro reggia, furono vero e proprio esempio di intelligenza e avanguardia protorinascimentale, capendo che nel rendere davvero grande la città di cui, sebbene per breve tempo, ressero le sorti, di riflesso anche la loro dinastia, la loro immagine e il loro ricordo ne avrebbero beneficiato per sempre (passatemi l’avverbio, in realtà assai relativo riguardando cose umane): commissionarono architetture e affreschi religiosi e civili, potenziarono l’università e la ricerca, specie gli studi scientifici e un aristotelismo indipendente dai dettami rigidi della Chiesa (indipendenza mantenuta anche sotto Venezia, come si legge nel motto universitario “universa universis patavina libertas”/“la libertà di Padova è totale per tutti”), in generale fecero prosperare l’economia e la cultura, costituendo anche una delle biblioteche più preziose del tempo, poi dispersa: Padova visse un’età d’oro e divenne uno dei centri più illustri e attivi dell’Europa di allora, oltre che incubatrice del tempo a venire, da Donatello al giovane Mantegna, sino a Galilei.

Giovanni Dondi, astrario, sec. XIV (ricostruzione moderna)

E di fatto, dopo sei secoli dalla scomparsa dei carraresi, non solo gli studiosi, ma l’intera città li celebra e ne riconosce i meriti, comuni anche ad altre signorie di cui anticiparono il modello: Medici, Farnese, Gonzaga, Sforza, etc., usurai, tagliagole, predoni ripuliti ma tutti dotati di gusto eccezionale, senza il minimo dubbio sì sul potere dell’immagine, ma anche sull’amore autentico per le proprie terre, che tuttora continuano a risplendere proprio grazie ai loro antichi domini.

Si rifletteva su queste cose con Andrea Picco, l’amico fraterno, quello vero di una vita, che anche in questa passeggiata m’ha accompagnato, e si concludeva su come quella gente, talvolta illetterata ma non rozza o comunque spesso più ferrata di cavalli e guerra che di pennini e inchiostri e con mezzi economici e tecnici infinitamente minori rispetto agli attuali, abbia voluto e saputo lasciare segno indelebile di sé cambiando in bene urbano le proprie scorribande, peraltro figlie delle loro epoche feroci, senza mai dubitare del fatto che economia e potere abbiano il dovere di produrre cultura nuova, altro che svilirla, sentirla estranea o dichiarare che non rendendo moneta sia cosa inutile, anzi sentendola come bene personale e collettivo, sino a far identificare il proprio nome con essa, traccia del presente e via per il futuro, e non caso circondandosi, anzi, contendendosi i migliori talenti d’ogni ambito, senza gerarchie… il paragone col nostro presente è talmente impietoso che conviene fermarsi qui.

Senza pensare di cosa parleranno i cosiddetti posteri, quelli dell’ardua sentenza, in riferimento all’oggi fra sei o sette secoli, in finale di battuta faccio solo notare come l’occhio possa abituarsi alla bellezza delle nostre città e paesaggi, dandola quasi per scontata: errore! Essa è frutto di secoli e di più congiunture fortunate e bastano pochi dissennati anni e qualche criminale politico e cementifero per distruggerla in un lampo.

Palazzo della Ragione, XIII-XV sec., Padova

A Padova, come in tante altre località dal cento storico quasi intatto, è il tessuto connettivo a commuovere, non il singolo benché straordinario monumento, ma l’infilata di strade, case, logge, porticati, piazze, muri medievali, rinascimentali, settecenteschi, che fanno l’armonia diffusa pur nella diversità di stili, epoche ed in assenza totale di piani regolatori (e lo stesso si potrebbe dire dello straordinario paesaggio italiano, coltivato, collinare, boschivo, etc., con villaggi o cascine da presepe, in equilibrio perfetto ma delicato): a questo proposito, passata Piazza delle Erbe col meraviglioso Palazzo della Ragione e infilandoci nel ghetto antico, benché assorbiti dal nostro chiacchierare, sia io che Andrea siamo subito rimasti male nel vedere una discontinuità palese causata da una palazzina anni ’60, con intonaco d’un giallastro tipo maionese scaduta, crepato e con tanto di luminaria natalizia ancora attaccata con babbo natale, si suppone perenne, come l’orrore che causa tale visione.

Cosa può aver spinto a costruire in un luogo così un cesso (anche in senso etimologico, essendo posto indietro rispetto alle abitazioni adiacenti) di tal fatta? Cosa spinge tanti imprenditori veneti (e non ultimi i Marzotto, come mi è stato confermato) a cementificare a “capannonizzare” una campagna bellissima, ora palladiana ora selvatica, a quanto pare inutilmente difesa da fior di poeti, non ultimo il grandissimo Zanzotto?

La sete di denaro, si dirà… forse però la differenza fra i signori spietati del passato e quelli attuali non è nella brama di ricchezze, comune ad entrambi, ma è nel sentirsi davvero e profondamente parte di un territorio, amarlo non solo come cosa da sfruttare, vendere e dimenticare, ma essendone depositari e responsabili: di là si viene, da lì partiranno anche i discendenti: meglio che lo trovino al meglio. Così, semplicemente, dovevano ragionare in tempi andati, spero non del tutto perduti in favore di un disamore e di un disinteresse apparentemente verso ciò che non è nostro possesso, in realtà verso la vita tout court, poiché si è sempre parte di un contesto, per quanto grande è bello ci si illuda possa essere il nostro giardino chiuso con villone annesso.

Omar Galliani, Blu Oltremare, 1995 (foto Luca Trascinelli)

Meglio consolarsi col finale di mostra, in Piazza Duomo: dopo le tavole angeliche del Guariento al Monte di Pietà, già parte della decorazione della cappella privata nella reggia dei da Carrara, tempere su tavola che mi hanno indotto a rileggere con piacere il paragrafo dedicato da Chiara Frugoni alle nove schiere angeliche descritte dallo pseudo-Dionigi l’Aeropagita nel suo bellissimo e recente La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo (Torino 2010), si è proceduti verso l’antistante Museo Diocesano, dove, sempre in tema d’angeli, nello splendido Salone dei Vescovi è l’omaggio al Guariento di Omar Galliani, grazia preraffaellita e delicatezze ora in punta di grafite ora di blu, come il primo angelo al book-shop, colore che, ricordano gli antichi, è quello del sogno, dell’oltremondo, degli dei: se appare essi ti vogliono parlare.

A questo proposito, non si può che concludere con l’immagine paradisiaca della cupola del vicinissimo Battistero, altra commissione carrarese e capolavoro totale del fiorentino Giusto de’ Menabuoi (1376-78), vero e proprio mandala cristiano, vortice di colore, ali e nimbi verso l’assoluto aperto, il Cristo col libro su cui è scritto: “Ego sum ΑΩ”.

Ps. Caro Andrea, va da sé, questo post è dedicato a te.

Giusto de' Menabuoi, Cupola del Battistero, 1376-78, Padova

Guariento e la Padova Carrarese – sito ufficiale

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Indro Montanelli (1909 - 2001)

Oggi, a dieci anni esatti dalla scomparsa, desidero ricordare uno dei più grandi (il più grande?) fra i giornalisti italiani del secolo scorso, Indro Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001).

La prima e unica volta che lo incontrai fu a Milano, di sfuggita, in università, nel dicembre 1999: forse usciva da una conferenza, non so. Mi colpì questo altissimo e magrissimo signore nel suo cappotto cammello, occhi di ghiaccio (e il paragone col pistolero interpretato da Eastwood non mi pare del tutto inopportuno) severi e sicuri, cui mai avrei dato 90 anni compiuti, non fosse altro per l’andamento agile e svelto e la schiena dritta (anche in senso morale). La leggenda che voleva la sua figura simile al profeta Abacuc di Donatello non era poi così infondata, anzi.

Un paio di anni più tardi, stavo preparando l’esame di storia contemporanea e volevo saperne di più su Ferruccio Parri, trovando le notizie sul manuale del liceo che avevo piuttosto scarse.

Gli scrissi, chiedendogli anche due parole su Hemingway, su cui all’epoca avevo costruito un reading teatrale col mio gruppo di recita universitario. Per la verità la parte iniziale della mia lettera era un elogio del coraggio e della coerenza di Montanelli nella vicenda Berlusconi: non so se gli abbiano fatto piacere le mie chiacchiere, che opportunamente non vennero pubblicate sul giornale, ma sono lo stesso contento di avergliele scritte.

Oggi riporto la risposta che mi diede, con la consueta franchezza, sulla sua mitica rubrica La stanza di Montanelli, uscita sul Corriere della Sera mercoledì 30 maggio 2001 col titolo “Parri non poteva rappresentare l’Italia” . Per me resta una testimonianza ancor più preziosa dal momento che fu uno degli ultimi ritratti che tratteggiò, visto che di lì a meno di due mesi sarebbe scomparso.

Purtroppo, causa un’imprecisione dello stesso Montanelli, dopo tre giorni seguì una breve polemica degli eredi di Parri e Pizzoni, vero presidente del CLNAI: anche di questo strascico dal titolo “Parri, Pizzoni e il primato resistenziale” (Corriere della Sera, sabato 2 giugno 2001) si dà qui contezza, specie per la battuta finale del gigante Indro (“su questo non ho proprio nulla da rettificare né tanto meno da ritrattare.”), che immagino accigliato e anche piuttosto annoiato dalla solita immancabile italianissima (per quanto con giusta precisazione in questo caso) discussione a seguire.

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La stanza di Montanelli: “Parri non poteva rappresentare l’Italia” (Corriere della Sera, mercoledì 30 maggio 2001)

Caro Montanelli,
Sono un ragazzo ventiduenne appassionato di storia. Ultimamente, per una serie di coincidenze, mi è più volte capitato sotto gli occhi il nome di Ferruccio Parri. Le notizie circa questo personaggio sono scarse, sul mio testo liceale.
La prego, dunque, di dedicargli una «stanza» per aiutarmi a capire chi fosse e cosa fece.
Infine le chiedo la cortesia di un parere su Ernest Hemingway, sull’uomo e sullo scrittore da me molto amati.
Luca Maggio

Caro Luca,
Mi poni due domande difficili da incollare l’una all’altra. Ho conosciuto entrambi i personaggi, che più umanamente dissimili non si potrebbero immaginare, e non ho avuto particolari simpatie né per l’uno né per l’altro. Che l’uno sia stato un grande scrittore, ne sono convinto. Che lo sia stato per i motivi per i quali la critica letteraria gliene ha attribuito i galloni, ne dubito (ma non apro questo discorso, che ci porterebbe fuori strada). Che avesse, sul piano umano, alcunché di accattivante, lo escludo: tutto ciò che fece, lo fece per il successo e badando solo a quello. E qui mi fermo.
Ferruccio Parri fu esattamente il contrario. Nulla di più rettilineo del suo passato di uomo e di cittadino. Fu un combattente coraggioso e superdecorato (non sempre le due qualifiche coincidono, ma nel caso di Parri sì) nella prima guerra mondiale e un inflessibile oppositore del fascismo fin dal suo apparire.
Faceva parte del movimento «Giustizia e libertà», padre (o madre) del futuro Partito d’Azione, destinato a vivere lo spazio d’un mattino. Fu condannato al confino. Al ritorno, visse del tutto in disparte come impiegato di serie B di un’azienda privata. E ne emerse, diventando una figura pubblica, al momento della Resistenza, occupandone la carica più pericolosa: quella di presidente del Cln (Comitato di liberazione nazionale). Scoperto e arrestato nella primavera del ’45, ebbe salva la vita grazie a un intervento degli inglesi che posero ai tedeschi il salvataggio di Parri come condizione alla trattativa della resa.
A Liberazione avvenuta, Parri fu nominato capo del governo come l’italiano più qualificato a trattare con gli Alleati in nome di un’Italia sinceramente democratica e antifascista: qual era, nel suo rigore politico e morale, quella di Parri; ma quale non era, proprio per il suo rigore ideologico e morale, quella degli italiani.
Quest’uomo irreprensibile, cui non c’era nulla da perdonare, ma che non intendeva perdonare nulla a nessuno che fosse sceso a compromessi con un regime durato vent’anni; povero in canna, refrattario a qualsiasi retorica; che rifiutava automobile blindata e guardia del corpo, che mangiava pane e salame al suo tavolo di presidente del Consiglio, non solo non piaceva all’Italia, ma aveva tutto per dispiacerle. Lo chiamavano Fessuccio Parri, a Napoli gli rovesciarono la macchina, i vignettisti lo flagellavano.
Insomma, fu una crisi di rigetto che pose prematura fine a una carriera politica in realtà e nella sostanza sbagliata. Come poteva un moralista, anzi un puritano come Parri «rappresentare» un Paese come l’Italia? Si dirà che anche De Gasperi era un galantuomo. È vero, ma non un puritano. Il galantuomo è quello che non transige con la propria regola morale. Il puritano è chi non vuol transigere nemmeno con quella altrui, e in tal caso non può «rappresentare» un Paese come l’Italia.
Non finì male, Parri. Finì, com’era giusto, Senatore a vita; circondato, com’era giusto, dal generale rispetto e, come era altrettanto giusto, dalla generale antipatia. Siccome lo scrissi (sul Borghese di Longanesi) press’a poco con queste stesse parole, me ne volle. Ma anche questo lo trovai giusto.

Indro Montanelli

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La stanza di Montanelli: “Parri, Pizzoni e il primato resistenziale” (Corriere della Sera, sabato 2 giugno 2001)

Caro Montanelli,
Con riferimento alla figura di Ferruccio Parri, da lei efficacemente tratteggiata, desideriamo precisare e sottolineare quanto segue (…).
Per quanto riguarda il giudizio sul puritanesimo come componente del carattere di Parri, riteniamo che, se Puritanesimo fu, esso sia stato rafforzato, se non determinato, dalle particolari vicende storiche che egli ebbe la ventura di vivere e dalla partecipazione alla guerra di Resistenza condotta in qualità di vicecomandante generale del CLN, che lo portò, di necessità, a adottare delle decisioni, anche, dolorose e a sentirne, fin dentro la propria pelle, e per tutto il resto della vita, la responsabilità. Da ciò la sua intransigenza (come di tanti silenziosi resistenti), da ciò la necessità di «non mollare» anche nell’impegno politico che non può, e non dovrebbe, essere valutato solo con il metro del successo, ma che fu foriero, secondo la nostra opinione, attraverso l’esperienza parlamentare della «Sinistra Indipendente» di nuove, e per l’epoca (fine Anni 60) inattese, consonanze politiche e morali (…).
Solo in parte ci sentiamo di concordare con l’affermazione secondo la quale Parri (assunto a personaggio paradigmatico, ma si dovrebbe piuttosto dire le idee di Parri, così come quelle di Carlo e Nello Rosselli, di Gobetti e di tanti altri) non poteva rappresentare l’Italia. Certamente egli non poteva, né tantomeno voleva, rappresentare quella parte dell’Italia che, acquisiti benefici e benemerenze di ogni tipo durante il fascismo, caduto il regime, aveva semplicemente svestito l’orbace e continuato, indossato altro abito, a occuparsi impunemente e impudentemente dei propri affari. Forse noi siamo ancora giovani e ingenui, però, riteniamo che egli avrebbe potuto rappresentare quella parte del Paese, e riteniamo sia la maggioranza, composta da persone le quali, nella libertà, si adoperano con semplicità e onestà per la realizzazione del bene comune, ciascuna attraverso la propria occupazione e secondo la propria capacità (…)
Ferruccio e Francesca Parri, Milano

Caro Montanelli,
Ahimè, povera Resistenza! Come può accadere che nella «stanza» di uno dei più autorevoli testimoni del ventesimo secolo appaia, a proposito di Ferruccio Parri, un’affermazione tanto grossolana: Parri presidente del CLN?
Parri (Maurizio) aveva la responsabilità del CVL (Corpo Volontari della Libertà).
La carica più «pericolosa», quella di presidente del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) fu occupata da mio padre, Alfredo Pizzoni (Pietro Longhi).
Mi rattrista vedere trasmessa ai suoi numerosi lettori un’informazione errata circa quelli che ancora e soprattutto oggi restano i momenti più belli della nostra storia recente, quando un folto gruppo di cittadini – numerosi dei quali senza alcun secondo fine – si ribellò alla dittatura rischiando la vita propria e dei propri cari, semplicemente per amore della Libertà.
E lei dovrebbe saperne qualcosa…
Le accludo le memorie di mio Padre, raccolte nel volume «Alla guida del CLNAI», con la bella prefazione di Renzo De Felice, nell’edizione fuori commercio pubblicata da Einaudi. L’edizione corrente fu pubblicata dalla casa editrice Il Mulino di Bologna. Mi auguro che possa interessarle e mi auguro che possa interessare anche i giovani per una più puntuale informazione.
Emma Pizzoni, Milano

Caro Montanelli,
Ho letto recentemente un libro autobiografico di Alfredo Pizzoni, l’ex capo del CLNAI defenestrato dai partiti di allora subito dopo la Liberazione.
Il suo nome è stato dimenticato anche nei libri di storia (in effetti non ne avevo mai sentito parlare), con l’unica eccezione di Renzo De Felice.
Perché mai in questo Paese uomini di tal tempra vengono dimenticati anche dagli storici?
Marco Vitali

Cari lettori,
Sì, è vero, il Presidente del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) fu Alfredo Pizzoni, personaggio di altissimo rilievo personale e civile, ma afflitto da un grave difetto: quello di essere il rappresentante di un partito liberale a cui quelli di sinistra non intendevano riconoscere primati resistenziali. Ecco perché nella memoria di quegli avvenimenti il nome che finì per emergere sugli altri fu quello di Parri, e non per volontà o per qualche manovra di Parri, incapace di ricorrere a simili astuzie, ma perché, come rappresentante del Partito d’Azione, era più accetto alle sinistre, e fu su di lui e sulla sua pelle che si svolsero le trattative per la resa dei tedeschi (con la complicazione del colpo di Sogno sull’Hotel Regina). Chiedo scusa della mia imprecisione a tutti gl’interessati, e agli altri lettori che me l’hanno rimproverata, ma la mia era la risposta alla lettera di un giovane che mi chiedeva qualche lume sulla figura dell’uomo e del politico Parri e sul perché della sua precoce eclisse politica. E su questo non ho proprio nulla da rettificare né tanto meno da ritrattare.

Indro Montanelli

Fondazione Montanelli Bassi

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Marcello Venusti (1512 ca.-1579), Ritratto di Michelangelo Buonarroti, Casa Buonarroti, Firenze

Caro m’è ’l sonno e più l’esser di sasso,
mentre che ’l danno e la vergogna dura.
Non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso.

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Michelangelo Buonarroti, La Notte, 1526-31, San Lorenzo, Sagrestia Nuova, Firenze

O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn’opra sempr’al fin assalta.
Ben ved’e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onor’ha l’intellett’intero.
 

Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero,
che l’umid’ombra ogni quiet’appalta,
e dall’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti ov’ire spero.
 

O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria, a l’alma, al cor nemica,

l’ultimo delli afflitti e buon rimedio, 

tu rendi sana nostra carn’inferma,
rasciugh’i pianti e posi ogni fatica

e furi a chi ben vive ogn’ire e tedio.

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Michelangelo Buonarroti, Cleopatra, Casa Buonarroti, Firenze

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
ch’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo soverchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.
 

Il mal ch’io fuggo e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, Donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde, e, perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.
 

Amor dunque non ha né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno,
del mio mal colpa o mio destino o sorte,
 

se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
non sappia ardendo, trarne altro che morte
.

Michelangelo Buonarroti (Caprese, Arezzo, 1475 – Roma, 1564), dalle Rime (Bari, 1967).

Casa Buonarroti – sito ufficiale

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Aligi Sassu, Lucifero (particolare con Dante e Virgilio), 1965, MAR, Ravenna

Risale al settembre 2007 il mio incontro con Michel Butor, in occasione di una sua conferenza al MAR di Ravenna. Ricordo tuttora con piacere l’emozione di conoscere un mito vivente, rafforzata dal contesto: coincidenza voleva che fossero esposti alle pareti  alcuni dei cartoni appena restaurati -12 su 21- sulla Commedia dantesca, lavori del 1965, voluti da Giuseppe Bovini, benemerito docente d’archeologia cristiana, funzionario ministeriale e studioso d’arte e antichità ravennati e paleobizantine.

Tale commissione arrivò per il 7° centenario della nascita dell’Alighieri, coinvolgendo artisti quali Brancaccio, Cantatore, Ferrazzi, Gentilini, Lazzaro, Mattioli, Migneco, Purificato, Ruffini, Sassu, Tamburi, Vistoli, per poi successivamente essere tradotta da valide maestranze locali in mosaici, tuttora visibili nel Parco di Mirabilandia.

Domenico Cantatore, Gli iracondi, 1965, MAR, Ravenna

A distanza di anni, aver visto certe figure fiammeggianti, infernali, quale sfondo alle parole del genio Butor, mi ha aiutato a tenerle vive, a ricordarle tuttora.

Fu una lezione di semplicità, sin dall’aspetto: il gigante francese ormai ottuagenario si presentò con una salopette blu dai grandi bottoni, confezionata dalla moglie e di cui andava particolarmente orgoglioso.

Aveva voce acuta e sicura (avete mai fatto caso: una delle prime cose ad andarsene dalla memoria è il suono delle voci) nel dire del senso delle cose, della necessità del mito, quanto di più apparentemente lontano da noi, nel quotidiano senza mitologie intellettuali. È bello riconoscere in vecchi signori come la vita non sia passata solo scritta o indenne, come nel celebre paradosso di Canetti sui finti vecchi, incarogniti ché nulla hanno appreso nonostante l’età, essendo l’esistenza passata sopra loro come una punizione, non già quale opportunità, come il malvissuto di memoria manzoniana.

Franco Gentilini, Caco il centauro, 1965, MAR, Ravenna

Bisogna saper ascoltare le cose, diceva Butor, ciò che distingue e accomuna linguaggio e realtà degli oggetti: il riferimento immediato è all’acutezza magrittiana del celebre ceci n’est pas une pipe, un dipinto e non una pipa appunto, nel tentativo di destare occhi e coscienze spesso dipendenti dal grigiore di cui si è vittime e carnefici a un tempo. L’invito di Butor era chiaro: non spegnetevi!, riscoprendo invece quei connettivi comuni al mondo delle parole e al circostante naturale, perché il tutto è un unicum vivibile dalla comunità di persone, dunque anche l’arte del romanzo non può banalmente essere per sé, ma avere piuttosto finalità comunicative integranti, quasi dilaganti dalla pagina alla collettività delle coscienze, in un dialogo continuo tra dentro e fuori, senza soluzione di continuità com’è nel mito, l’estrema modernità del mito. Vengono in mente gli elenchi e le prescrizioni preziose nei passi omerici, oggi ritenute a torto noiose: attraverso esse, oralmente e seguendo il ritmo poetico per non dimenticare, generazioni di uomini, col presupposto di dei ed eroi, impararono a costruire navi, vasi, scudi, appresero a intrecciare corde e preghiere, a cucinare e a seppellire con onore i propri morti: impararono a tramandarsi le radici della civiltà e della memoria.

René Magritte, La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe) , 1929, County Museum of Art, Los Angeles

Al contrario, privilegiare all’eccesso un solo senso, l’occhio occidentale odierno, ha avuto tanta parte in causa nella frammentazione in monadi impazzite della nostra società, ovvero noi stessi. La parola-mito generatrice di vita ha continuato ad essere presente nei codici medievali ad esempio, doppiamente preziosi poiché la forma mentis di quel tempo non ammetteva contenuti inutili visto il costo altissimo, spesso intere greggi, per ottenere le pergamene necessarie, cui s’aggiungevano nessi sacrali, tra l’agnello sacrificato e l’uomo che leggendo su quelle pelli si nutriva nel meditare la comprensione del mondo.

Percepire ciò che sottende le cose, quasi un loro mana, può aprire alla relazione col tutto, a partire dalla materia cellulare, se non atomica, che col tutto condividiamo. Saremo capaci di porci in ascolto e di comunicare? Di non cedere all’abitudine indifferente dello sguardo?

Je distille une teinture ou un alcool de certaines de mes rencontres, opération qui peut me prendre des années. Où que je sois, quoi que je fasse, au profond de mon sommeil, je transporte un laboratoire empli d’alambics à divers stades de leur activité. Tout cela pour réaliser des cristallisations, des architectures de parfums, tons, gestes ou voyages. (Michel Butor)

Michel Butor, 2003, fotografia di Daniele Ferroni

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Piazzetta degli Ariani a Ravenna: in primo piano il battistero degli Ariani, poi il muro -“casa di Drogdone” e sullo sfondo parte del portico della chiesa dello Spirito Santo

Nel Liber Pontificalis dello storico ed ecclesiastico ravennate Andrea Agnello (IX secolo), si legge che la casa di Drocdone è situata nell’antico quartiere ariano di Ravenna non lontano dalla chiesa di S. Teodoro, ovvero l’attuale chiesa dello Spirito Santo, originariamente cattedrale ariana dell’Aghia Anastasis (Santa Resurrezione) o Anastasis gothorum (Resurrezioni dei goti, ovvero gli ostrogoti di re Teoderico), e dunque vicino all’ex battistero ariano, divenuto in seguito alla vittoria bizantina (540 d.C.) chiesa cattolica col nome di S. Maria Ornata o in Cosmedin. Tale abitazione, riferisce sempre Agnello, faceva parte dell’oggi scomparso episcopio ariano, con tanto di cappella dedicata a S. Apollinare costruita nella sua parte superiore, specularmente al complesso cattolico tuttora esistente e visitabile nella zona opposta della città e comprendente cattedrale, battistero ed episcopio, al cui interno è la meravigliosa cappella di S. Andrea.

Parte superiore del muro -“casa di Drogdone”, Ravenna

Ora, cosa effettivamente sia rimasto di longobardo, o meglio di ariano nell’unico muro superstite tuttora indicato come casa di Drogdone, appunto, fra la chiesa dello Spirito Santo e il battistero degli Ariani, è difficile dire: già nel 1923 nella sua Guida di Ravenna Corrado Ricci (che, va ricordato, pur scrivendo in buona fede, in quanto ad attendibilità e precisione va spesso preso con la dovuta cautela) indicava come unica parte originale la zona bassa dell’alzato fino a1,7 m, per il resto trattandosi di modifiche successive avvenute sin dall’alto medioevo, quando ad esempio intorno al X secolo questo e gli altri edifici connessi passarono ai basiliani prima, ai benedettini poi e infine, dal ‘600, ai teatini (fu anche costruito l’oratorio della Croce nel 1708 a ridosso dell’adiacente battistero che funse così da abside), fino ai “recenti ristauri” di inizio ‘900 curati da Giuseppe Gerola. Senza poi contare le demolizioni belliche e post belliche che consegnano nelle condizioni attuali questo quartiere e questa parete in particolare, oggi non più collegata al battistero e alla cui sommità sono tre timpani murati, ornati da tre croci a bracci uguali e tre formelle marmoree antiche su sei, forse, sempre stando al Ricci, d’influenza veneziano-bizantina e databili fra X e XII secolo.

Muro -“casa di Drogdone”, Ravenna: particolare del timpano centrale con croce e due formelle

Di certo resta però l’indicazione precisa del sito: lì visse Drogdone. Già, ma chi era costui?

La fonte principale in questo caso è la ricchissima Historia Langobardorum di Paolo Diacono (VIII sec.), dove ai paragrafi 18 e 19 del libro terzo si narra che ai tempi di re Autari (fine VI secolo), il duca d’origine sveva Droctulfo, forse figlio di prigionieri di guerra o addirittura egli stesso prigioniero in gioventù ma tanto valente da guadagnarsi onore e il massimo titolo presso i Longobardi, suo nuovo popolo, da cui a un certo punto, forse per vendicarsi della prigionia patita o per dissidi col sovrano, si staccò tornando ad essergli nemico e, da Brescello sul Po dov’era arroccato, passò dalla parte dell’imperatore d’oriente, ovvero andò a difendere Ravenna e Classe dagli attacchi dei suoi ex sodali uscendone vincitore. Per tali meriti i ravennati posero le sue ossa, come da lui richiesto, nell’insigne basilica di S. Vitale (il che farebbe supporre anche una sua conversione religiosa), con un epitaffio commovente, riportato per intero dal Diacono: pare fosse terribilis visu facies, sed mente benignus, “terribile d’aspetto, ma benigno d’animo e con una lunga barba sul cuore coraggioso./ Poiché amava i pubblici segni di Roma,/ fu sterminatore della sua stessa gente./ Trascurò i suoi cari genitori, mentre amò noi,/ ritenendo che questa fosse, o Ravenna, la sua patria”.

Che spiegazione dare ad una tale radicale presa di posizione? Il grande cieco veggente della letteratura del ‘900, Jorge Luis Borges, avanza un’ipotesi lirica e plausibile a un tempo nella bella pagina dedicata a questo personaggio nel L’Aleph (1952), in particolare nel racconto Storia del guerriero e della prigioniera: “Immaginiamo, sub specie aeternitatis, Droctulf, non l’individuo Droctulf, che indubbiamente fu unico e insondabile (tutti gli individui lo sono), ma il tipo generico che di lui e di molti altri come lui ha fatto la tradizione, che è opera dell’oblio e della memoria. Attraverso un’oscura geografia di selve e paludi, le guerre lo portarono in Italia, dalle rive del Danubio e dell’Elba; forse non sapeva che andava al Sud e che guerreggiava contro il nome romano.

Forse professava l’arianesimo, che sostiene che la gloria del Figlio è un riflesso della gloria del Padre, ma è più verosimile immaginarlo devoto della Terra, di Hertha, il cui simulacro velato andava di capanna in capanna su un carro tirato da vacche, o degli dèi della guerra e del tuono, che erano rozze immagini di legno, avvolte in stoffe e cariche di monete e cerchi di metallo. Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo. Le guerre lo portano a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. Vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di queste opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi si toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale.

Forse gli basta vedere un solo arco, con un’incomprensibile iscrizione in eterne lettere romane. Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche ch’essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania. Droctulf abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore, e sulla sua tomba incidono parole che non avrebbe mai comprese:

Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,

hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Non fu un traditore (i traditori non sogliono ispirare epitaffi pietosi), fu un illuminato, un convertito. Alcune generazioni più tardi, i longobardi che avevano accusato il disertore, procedettero come lui; si fecero italiani, lombardi, e forse qualcuno del loro sangue – un Aldiger – generò i progenitori dell’Alighieri… Molte congetture è dato applicare all’atto di Droctulf; la mia è la più spiccia; se non è vera come fatto, lo sarà come simbolo.”

Ravenna, muro -“casa di Drogdone” e, ormai disgiunto, il battistero degli Ariani oggi

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Giovanni Giudici (1924-2011)

 

Perché con gli occhi chiusi?

Perché con bocca che non parla?

 

Voglio guardarti, voglio nominarti.

Voglio fissarti e toccarti:

 

Mio sentirmi che ti parlo,

Mio vedermi che ti vedo.

 

Dirti – sei questa cosa hai questo nome.

Al canto che tace non credo.

 

Così in me ti distruggo.

Non sarò, tu sarai:

 

Ti inseguo e ti sfuggo,

Bella vita che te ne vai.

 

Giovanni Giudici, da Il male dei creditori, Milano, 1977

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Coniglietto

 

Non è da escludersi la catastrofe,

Coniglietto mio: tutto che ti frana addosso

E non scappi – eccoli già

I castigatori sbràitano a più non posso.

 

Ma non turarti gli orecchi, non tapparti gli occhi,

È appena una previsione teorica e comunque

Saranno gli stessi avvenimenti a guidarti

Sulla strada che altra non se ne dà.

 

Per adesso ancora niente – magari

Ti si volterà la carta,

Chi doveva non esserci sparirà,

Il raggio della stella fissa insiste in viaggio.

 

Però non puoi vederlo com’è fatto in faccia

Il piccolo futuro che ti stringe in pugno.

Senza contare che in tempi passati

Il contrario era forse la regola.

 

Giovanni Giudici, da L’ordine in Il ristorante dei morti, Milano, 1981

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È vero, il paese è come hai detto

tu – con una corte in fondo al nastro

polveroso detto La Serpentina.

 

Sono passato qui sulla tua traccia,

nel luogo dove adolescente e prima

di partire, sventata Caterina

Bandini, anche tu una margherita

avrai sfogliato e lungamente un oro

di farfalla annerito fra le dita.

Giovanni Giudici, da Svolta, 1958, in Prove del Teatro 1953-1988, Torino, 1989

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Ho letto che il limite principale della poesia di Giovanni Giudici (Le Grazie, Porto Venere,1924 – La Spezia, 2011), poeta scomparso un mese fa, sarebbe il manierismo, peraltro sua forza e pregio, oltre che punto d’arrivo d’una ricerca sottilissima, d’una lingua coltissima, benché, da post ermetico, giocata su parole e toni del quotidiano, intellettualmente ironici, di chi ha detto “non cerco la tragedia ma ne subisco la vocazione”, facendo della propria “autobiologia”, titolo di una sua stupenda raccolta del ’69, il teatro d’azione e d’indagine delle molte maschere di un unico e spesso smarrito io, senza dimenticare attimi di lirismo puro: “…però ci furono quelli/ Che ebbero per casa solo il cuore/ Sospeso tra abissi e buio – di una vita/ Tutta nell’invisibile – il cuore/ Che lentamente si crepava e null’altro”.

Ho incontrato per caso i versi di Giudici oltre dieci anni fa: stavo per partire da Genova, ma c’era ancora un buon quarto d’ora per il treno. Vicino al binario c’era un banchettino ambulante di libri nuovi a prezzi stracciati: trovai Petrolio l’incompiuto di Pasolini, cupi frammenti di un discorso spezzato che tuttora, di tanto in tanto, apro a caso e leggo per trovare quella forza, quello stile, quella visionarietà lucida e violenta, tipica dell’ultimo suo periodo.

Lì accanto presi anche le poesie di Rebora e, appunto, quelle di Giudici, che comperai perché dei due volumi previsti ce n’era uno solo, il secondo: chi altri, mi chiesi, avrebbe potuto dare casa e dunque amare quel libro a metà?


Scrittori in corso – Giovanni Giudici

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