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Archive for gennaio 2012

Joachim Patinir, Caronte attraversa la laguna Stigia, 1520-24 ca., Museo del Prado, Madrid

Che siano i blu o l’azzurro zaffiro o il verde che trascolora nell’ultramarino ad attrarmi da sempre nei paesaggi di questo genio null’affatto minore tra i fiamminghi?

Mi ricordano quelle tonalità qualcosa dei grandi veneti coevi, qualcosa persino del gigante Leonardo, forse un desiderio di liquidità che, certo, nel toscano diviene testimonianza sublime del tempo, dello sfaldarsi delle cose, dell’essere della materia nel tempo e perciò stesso del suo distruggersi (e struggersi) e continuamente rimescersi in altro, Lavoisier avrebbe teorizzato.

Ma qui parlo di Joachim Patinier o Patenier o Patinir, secondo le varie dizioni, un fiammingo di cui quasi tutto oggi si ignora, cosa ancor più curiosa per aver egli goduto in vita di gran fama e stima anche presso importantissimi colleghi, da Quentin Metsys, tutore dei figli alla sua morte e autore delle figure di alcuni suoi quadri, ad Albrecht Dürer, che più volte andò a trovarlo e lo definì “buon pittore di paesaggi”, oltre ad assistere al suo secondo matrimonio nell’agosto del 1521.

Joachim Patinir (paesaggio) e Quentin Metsys (figure), Le tentazioni di Sant’Antonio abate, 1515 o 1520-24 ca., Museo del Prado, Madrid

A proposito di date e altri dati, qui tornano le incertezze: Patinir nasce nel sud est del Belgio ma non si sa se a Dinant o nella vicina Bouvignes, in un anno compreso fra il 1480 e l’85. Poi più nulla. La formazione presso Gérard David a Bruges è un’ipotesi, mentre sicuramente deve aver visto Bosch, da cui deriva la combinazione di singoli elementi anche realistici maniacalmente definiti (un mulino, un fuoco acceso, un animale che si abbevera, le foglioline vibranti degli alberelli), inseriti in paesaggi fantastici o meglio consapevolmente intellettuali e, da Patinir, resi a volo d’uccello (c’è chi ha messo questo in relazione alle nuove scoperte geografiche del tempo), perciò amplissimi e profondissimi, con linee d’orizzonte sempre più distanti in sfondi che da rocciosi diventano via via più acquei e quasi impercettibili, proprio grazie alla gamma ipnotizzante degli azzurri, dei verdi e dei blu violacei sempre più schiariti in lontananza.

Per dovere di cronaca, ricordo che il modo corretto di vedere un quadro fiammingo è quello induttivo, partendo dunque dai particolari per ricostruire la visione generale, all’inverso di un’opera coeva italiana, in cui deduttivamente si parte proprio dalla visione generale, vuoi anche per la prospettiva lineare centrica bellamente ignorata dai nordici, incluso il nostro, poeti invece e scopritori della luce e delle potenzialità dell’olio in pittura in dipinti preziosissimi benché spesso di formato minuscolo (uno dei motivi del loro disprezzo da parte di Michelangelo, Vasari e altri soloni del Rinascimento, che, non capendoli o forse non avendo mai veramente visto un Van Eyck, per dire, a torto li ritenevano deboli, decorativi, privi di sostanza e struttura interna, cfr. Federico Zeri, Dietro l’immagine, Milano 1987).

Albrecht Altdorfer, Paesaggio danubiano, 1520-25 ca., Alte Pinakothek, Monaco

Tornando a Patinir, ci sono almeno un altro paio di date da tenere in considerazione: nel 1515 il nostro diviene membro autorevole della gilda di San Luca ad Anversa, città dove probabilmente muore verso il 1524, dato che in quell’anno la seconda moglie risulta vedova.

Di lui restano 29 opere riconosciute, di cui solo 5 firmate: in quasi tutte gli uomini dipinti, spesso e significativamente non da lui ma dalla bottega o da collaborazioni con colleghi, divengono sempre più piccoli con la maturità dell’artista, suppellettili minute, per lasciare spazio all’unico vero protagonista, l’amato paesaggio di cui Patinir fu alfiere poiché da esso stregato a sua volta. Ma attenzione: le sue visioni sono appieno figlie della tradizione fiamminga e avranno infatti ancora lunga influenza; alle stesse date, il tedesco Albrecht Altdorfer s’inventa il paesaggio naturale totalmente privo di figure umane (cfr. Paesaggio con ponte alla National di Londra, 1518-20 ca., o il di poco successivo Paesaggio danubiano, 1520-25 ca., all’Alte Pinakothek di Monaco), introspettivo rispetto a quello di Patinir secondo la definizione di Alejandro Vergara (autore del catalogo più aggiornato sullo stesso Patinir, edito in occasione della grande mostra da lui curata al Prado nel 2007) e dominato dalle forze naturali contro cui poco o nulla vale l’uomo: questa linea non avrà conseguenze artistiche immediate, ma frutterà, eccome, nei secoli successivi, da Elsheimer ai grandi romantici, Friedrich in testa, sino alle fronde antropomorfe del conterraneo novecentesco Max Ernst.

Viceversa, ma è opinione, anzi, suggestione del tutto personale, mi piace credere che il viaggio di Caronte di uno dei quadri più noti di Patinir, termini fra certe alte rocce e gli ancor più alti cipressi, scuri come l’acqua rabbuiata che circonda L’isola dei morti di Böcklin, padre ispiratore del nostro De Chirico.

Patinir al Prado

Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1880, Kunstmuseum, Basilea


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Il poeta Pierluigi Cappello

Per caso, qualche anno fa, ho sentito parlare della poesia di Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, Udine, 1967) e da subito ho desiderato avere tra le mani, sotto agli occhi, le sue parole: tuttora ringrazio la cortesia dell’editore Liboà che mi spedì una delle rare copie della bellissima plaquette Dittico (Dogliani, 2004), come recita il sottotitolo “Poesie in italiano e friulano”, le due lingue dell’autore.

Appresi poi che Cappello sin dall’età di 16 anni è su una sedia a rotelle, causa un incidente di moto. Di recente la sue condizioni di disagio e indigenza si sono aggravate, talché faccio mio l’appello letto un paio di giorni fa sulla Domenica del Sole 24 Ore (22 gennaio 2012, pag.33) circa l’opportunità e l’urgenza di aiutare una delle voci più intense e originali della nostra poesia contemporanea, già vincitore di premi importanti per diverse sue opere (fra gli altri il Montale Europa di poesia per Dittico, il Pisa e il Bagutta Opera Prima per Assetti di volo del 2006 e il Viareggio-Repaci per Mandate a dire all’imperatore del 2010, entrambe le raccolte pubblicate da Crocetti Editore), affinché gli sia assegnato il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli.

Pertanto invito tutti gli amici di questo blog, followers, visitatori abituali e occasionali, a scrivere quanto prima un’e-mail in proposito all’attenzione del Presidente del Consiglio regionale friulano Maurizio Franz (presidente.consiglio@regione.fvg.it) e al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano (https://servizi.quirinale.it/webmail/): aiutiamo un uomo e un grande poeta a continuare a vivere con dignità.

 

In nissun puest ma achì ti volarès

niçant adôr sul niçul des peraulis

peraulis come fraulis  ti darès

che vite ator ator e je tampieste

jo e te mâr fer tal mieç da la tampieste

e messedant i tiei cui miei cjavei

amôr plui tô la mûse tô e sarès

e non il to plui non, cun dut il rest forest

in cheste lenghe nude e in nissun puest.

(In nessun luogo ma qui ti vorrei/ cullandoti nel su e giù delle parole/ parole fresche come fragole ti darei/ che la vita attorno è una tempesta/ io e te mare fermo in mezzo alla tempesta/ e mescolando i tuoi coi miei capelli/ più tuo, amore, il volto tuo sarebbe/ più nome il tuo nome, con tutto il resto straniero/ in questa lingua nuda e in nessun luogo.)

Pierluigi Cappello, da Dittico (Liboà Editore in Dogliani, 2004) 

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La Carta

Resta la carta mentre mi dileguo
specchio di me che non è me stesso
rimedio oppure tedio quando intesso
trame di me scrivendomi e m’inseguo.
 

Pierluigi Cappello, da Assetto di volo, (Crocetti Editore, Milano, 2006)

 

Pierluigi Cappello – sito ufficiale

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Mosaici romani d'età imperiale sfondati dagli scavi di Hera in Piazza Anita Garibaldi a Ravenna, estate 2011

Dei berluscones e della Lega s’è più volte detto su questo blog e il voto salva Cosentino della scorsa settimana ritengo sia un atto finale perfetto, oltretutto fuori tempo massimo, non necessitante di commenti ulteriori.

Ma quel che giusto è giusto: in quest’ultimo quasi ventennio anche il PD ha fatto la sua parte.

Come quasi tutti ha cambiato nome, ma non sostanza, che è ciò che conta. Quando è andato al governo come armata Brancaulivesca, be’, ha fatto la differenza: vogliamo parlare della ferocissima legge antitrust sul monopolio televisivo mai nemmeno sognata? E nell’ambito locale, il sistema Penati dice niente?

A Ravenna, candidata capitale europea della cultura per il 2019, nell’ultimo anno il Comune (giunta a maggioranza PD) in accordo con Hera, la holding energetica dell’Emilia Romagna, e scandalosamente con l’assenso della Soprintendenza archeologica, ha concesso ogni permesso di continuare a scavare sopra un’area, Piazza Anita Garibaldi in pieno centro storico, nonostante il ritrovamento di importanti mosaici pavimentali romani d’età imperiale, ora sfondati da piloni di cemento armato. Per far cosa? Un’isola ecologica interrata, ovvero una mega fossa raccogli monnezza puzzolente. E cercare altre soluzioni più rispettose e, fra l’altro, meno costose? Inutile ogni commento come le numerose proteste dei cittadini indignati completamente ignorate dalla dirigenza.

Ma non bisogna generalizzare, vero: ci saranno pure uomini validi nel Partitone, no? E fai pure che non ci siano! Spesso per la verità sono donne, ma tanto è come se non ci fossero o meglio, sono come le spillette e le coccardine da esibire al momento giusto sulla giacca dei soliti immarcescibili baffini, tanto perché non si dica che non siano al passo coi tempi.

E all’opposizione? Anche lì il super PD non s’è fatto mancare nulla: ha tuonato fermamente contro la barbarie belusconleghista facendo contestualmente controproposte serie (ma quando mai…), si è appropriato, questo sì, del risultato dei referendum di giugno che neanche voleva (anzi sulla privatizzazione dell’acqua sino a pochissimi anni fa Bersani era favorevolissimo e anche il nucleare non era certo un tabù) e sulle cose che contano davvero, tipo l’ignobile scudo fiscale tremontiano, ha fatto in modo che passasse grazie all’assenza di ben venti suoi deputati. Complimenti davvero.

Per non dire sulla contrarietà, talvolta ambiguamente taciuta, ad abolire province, privilegi, numero dei parlamentari, stipendi assurdamente alti e il porcellum elettorale che alla fine fa mooolto comodo a tutti. O il PD non è di sinistra o se la sinistra è il PD ha davvero finito il suo percorso storico, in modo pessimo peraltro.

“Noi siamo diversi, non dite che siamo tutti uguali”, ha ripetutamente ribadito Bersani: sì, nel senso che a differenza degli altri il PD fa la morale, non si capisce bene da quale razza di pulpito.

Mica è finita però. C’è un regalo anche per i bibliofili scattato lo scorso primo settembre 2011: il disegno di legge proposto da Ricardo Levi, parlamentare PD, e da tutti approvato, ovvero l’imposizione a tutte le librerie italiane incluse quelle online di non poter più fare i meravigliosi sconti del 25% talvolta anche 50% con cui i modesti acquirenti ma appassionati come il sottoscritto potevano permettersi qualche catalogone d’arte altrimenti troppo costoso. Per non dire del disastro provocato alle casse esangui delle biblioteche!

Contro ogni legge di libero mercato ora tutti sono eguali, al massimo è previsto un 15% di sconto ma non sotto i periodi festivi come dicembre e comunque non cumulabile con altri buoni o sconti ricevuti.

Motivo di questa genialata? Favorire le piccole librerie indipendenti distruggendo ogni concorrenza: ora, chi glielo va a spiegare a Levi e compagnoni che non è esattamente in questo modo e in questo periodo di crisi nerissima che si stimola il mercato librario italiano, già magrissimo peraltro?

Semplicemente si acquisteranno ancor meno testi sia da parte dei privati sia soprattutto da parte dei pubblici uffici, biblioteche in primis.

Ma a gentaglia che percepisce fra i 15 e i 20 mila euro mensili e fors’anche di più in alcuni casi, sganciata da ogni realtà nel dorato ancien régime romano, cosa vuoi che importino le magnifiche sorti e progressive di noi comuni mortali?

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Ps. Bene o male che se ne dica o pensi, il governo Monti in questi primi due mesi di operato ha dimostrato quanto mai chiaramente l’enorme lavoro che c’è da fare (e certo i tecnici non sono perfetti, anzi), ovvero tutto quello che l’intera nostra classe dirigente, in primis politica, non ha voluto né saputo fare per anni, causa sostanziale inadeguatezza, inettitudine cronica e un egoismo sfrenato.

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Premessa: il testo qui presentato è incluso nel libro Tessere – Parole di vetro e pietra (Angelo Longo Editore, Ravenna 2011, e Grafical Srl stampatore), parziale rielaborazione di un mio precedente scritto su Nittolo e l’operazione musiva sulla Fiat 500.

 

Una delle caratteristiche che mi ha sempre affascinato del percorso di Felice Nittolo è il suo essere artista tanto astratto ed essenziale, come nel giovanile e programmatico manifesto dell’Aritmismo dell’84 o nell’esplosione pirotecnica dei suoi dripping musivi o negli andamenti obliqui dei suoi mini cunei-tessera d’ascendenza sumera, ordinati e distanziati fra loro o, ancora, nella scelta di alcuni solidi tridimensionali quali la sfera e il cono completamente ricoperti di mosaico o, negli ultimi anni, le diverse serie di Vestigia in cui l’opera diviene fantasma di se stessa e delle memorie musive in sé celate e quasi trattenute, finezze liriche che lo hanno portato col tempo a numerose e coerenti collaborazioni col mondo nipponico e zen in particolare, quanto, su un versante opposto e parallelo, il suo essere sinceramente attratto e divertito dalla figurazione più vistosa e pop, solleticante il suo desiderio ludico e sperimentatore di materiali per connubi inediti, concentrando l’attenzione su alcuni oggetti simbolo dell’occidente massificato, ad esempio le shoes e il vestito firmato, dall’artista stesso s’intende, in particolare il suo cappotto-mosaico, o i vetri creati presso la Pilchuck Glass School di Seattle sin dagli anni ‘90, con la citazione warholiana delle bottiglie di Coca Cola riplasmate e collocate su parete, divenendo così esse stesse una sorta di tessere in serie, a loro volta contenitrici di tessere musive vere e proprie, rosse come il logo della celebre bibita, operazione singolare di assimilazione e scambio concettuale tra forma-colore-identità e radice vitrea del contenitore e del contenuto.

Felice Nittolo, Always mosaic, 1996

Dunque, perché no, deve essersi detto Nittolo, quando si è cimentato nel progetto Ravenna 2007, ovvero rendere mosaico e opera d’arte una macchina, altro simbolo popular del ‘900 e del nostro tempo, e non una qualsiasi, bensì la vecchia, mitica Fiat 500.

Il risultato è stato esposto sia a Tokyo sia a Torino, in occasione dei festeggiamenti per il 50° anniversario della Fiat 500, nonché del lancio del nuovo modello.

Felice Nittolo, Ravenna - Fiat 500, 2007

Ma la storia non finisce qui.

Sì, perché Nittolo è artista cui non piace solo scendere il fiume della creatività, ma anche risalirlo controcorrente, magari a bordo del suo kayak Pilchuck 2007, anch’esso completamente rivestito di mosaico: sicché la cinquecento mosaicata, ormai finita e creata senza alcun cartone di riferimento iniziale, ha generato nel corso del 2008 e 2009 disegni, pastelli, ceramiche e altri piccoli mosaici a tema, ribaltando l’uso tradizionale di progetto o bozzetto preparatorio.

Tutto ciò testimonia una volta di più l’estro di Nittolo, la sua passione polimaterica e il suo approccio sperimentale privo di preconcetti, in piena coerenza con la sua idea “allargata” di tessera-mosaico: “che cos’è il mosaico?” mi diceva in una vecchia conversazione, “una serie di tessere, parole o elementi, i più svariati, ordinati non secondo uno schema prestabilito, ma aritmico.”

Felice Nittolo, Olocausto (particolare), 2004

L’aritmia, quella del suo già citato manifesto poetico, e dunque gli interstizi, gli intervalli insieme diversi e costanti di spazio aria e luce fra tessere singolarmente tagliate in modo mai uguale ma similare, a ricoprire superfici tridimensionali o quadri da parete, spesso accompagnati da una mezza luna metallica, sorta di firma zen dell’artista ripresa anche negli sportelli della Fiat 500, come nelle sue piccole rivisitazioni musive, applicando così all’oggetto pop una leggerezza tutta orientale e personale.

A proposito di oriente, in più di qualche carta, è presente tale contaminazione anche per l’uso dell’inchiostro rosso giapponese e degli appositi pennelli calligrafici per tracciare un segno che non è più pittura-lettera, ma trasformazione dell’ideogramma in segno-automobile, dunque contaminando ulteriormente la gestualità calligrafica, frutto di tempo e concentrazione e velocità d’esecuzione, col pop dell’immagine prodotta.

Felice Nittolo, Fiat 500 - Il ritorno di un mito, 2009

“L’arte è un gioco serio” diceva Kant e Nittolo si diverte nel moltiplicare il soggetto in questione anche in ceramiche dipinte, ora piccole ora più grandi, in un caleidoscopio di Fiat 500 seriali, pur essendo diverse ogni volta: il mosaico stesso, del resto, le stesse tessere sono in questo senso, e per loro natura, seriali e il lavoro dell’artista riesce così a svelarne quest’anima nascosta e possibilità latente.

Tanto che, una piccola cinquecento dorata compare persino su una delle Vestigia nere: su un impianto ectoplasmatico di memoria dilavata e leggere pressioni, ecco apparire il pop d’oro di una mini cinquecento, in fondo fantasma essa stessa di un modello e di un’epoca, oggi lo possiamo dire, almeno nel ricordo collettivo, felice.

Felice Nittolo, Vestigia e Fiat 500 d'oro, 2009

Art gallery niArt – Ravenna

Grafical srl – foto 28.10.2011, serata di presentazione del libro Tessere

Ravenna Web TV – video servizio del 28.10.2011, serata di presentazione del libro Tessere

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Cristofano dell'Altissimo (1525 ca. - 1605), Ritratto di Giovanni Pico della Mirandola, Galleria degli Uffizi, Firenze

Primavera – estate 1485: due umanisti protagonisti assoluti della propria epoca, Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e il veneziano Ermolao Barbaro (1454-1493), e il loro scambio epistolare a proposito di filosofia ed eloquenza: quale delle due discipline è superiore all’altra, a quale dunque dedicare la propria vita?

In aprile comincia Barbaro a pungolare l’amico Pico invitando quest’ultimo dall’intelligenza universalmente nota a lasciar perdere i suoi “filosofi barbari”, in specie quelli medievali e tedeschi, per un sano e totale ritorno alle lettere e al loro bello stile, latino s’intende, e possibilmente allo studio del greco.

Il conte di Mirandola, presenza fissa della cerchia di Lorenzo Medici a Firenze insieme all’altro grande amico e poeta Agnolo Poliziano, non fa attendere la propria risposta giocata sul filo di ironia e cultura al massimo livello: dopo i complimenti e le dichiarazioni di stima iniziali, Pico mette in bocca ad un immaginario “filosofo barbaro” le difese delle proprie “barbare posizioni” presso l’altro Barbaro, quello di nome e non certo di fatto: in sostanza, si chiede il nostro, se la filosofia ha come unico scopo la ricerca della verità, di quali ornamenti abbisogna? Certo, lo stile di alcuni filosofi non sarà pulito ed elegante come quello degli antichi, ma è forse meglio avere un’eloquenza vuota benché ornata?

Il bello è che quest’arringa è detta dal “barbaro” nel più colto e raffinato dei modi, con le citazioni classiche più ricercate per l’epoca, oltre a rispecchiare le tesi platoniche e socratiche antisofistiche ben note al circolo ficiniano fiorentino.

Ciò detto, Pico conclude ambiguamente: egli ama le lettere e ad esse è già tornato come voleva il suo interlocutore, ma dalle posizioni del suo personaggio egli prende le distanze solo in parte: sempre meglio gli studi dei filosofi barbari rispetto alle vanterie vacue di qualche “grammaticuzzo” moderno. Per il resto, lascia all’aristotelico Barbaro la difesa della materia sua, la nobile eloquenza, cosa ch’egli farà nella missiva successiva con un nuovo ribaltamento dei personaggi fittizi, per cui proprio un barbaro filosofo patavino dice, ancora una volta in maniera coltissima e densa di riferimenti classici, che Pico ha fatto più danno che bene alla loro causa: tanto vale, termina Barbaro, lasciar perdere tali “scimmie” ingrate e “non dimenticarti dei vecchi amici, mio carissimo (Pico), per fartene di nuovi”. In realtà va riconosciuto che uno degli intenti di Barbaro era rifondare un legame fra eloquenza e filosofia da troppo tempo disgiunte dagli stessi filosofi e letterati, anche attraverso nuove traduzioni aristoteliche, purtroppo mai portate a termine. E, credo, a questo fine non fosse estraneo il pensiero di Pico secondo una delle espressioni più belle e da me amate della sua lettera: “Peccant qui dissidium cordis et linguae faciunt”/ “Errano quanti scindono il cuore dalla lingua”.

A proposito, le epistole originali di questi due grandi sono ovviamente in latino, come si conviene a due fra i massimi intellettuali del tempo: qui di seguito un breve estratto da quella pichiana nel prezioso volumetto “Filosofia o eloquenza?” (Napoli, 1998), a cura di Francesco Bausi.

Cicerone preferisce una saggezza non eloquente a una stolta loquacità. Nel denaro non guardiamo con quale conio sia battuto, ma di quale metallo sia. Non c’è nessuno che non preferirebbe avere oro puro di conio teutonico, piuttosto che oro falso sotto contrassegno romano. Errano quanti scindono il cuore dalla lingua; ma coloro che, senza cuore, sono tutti lingua, non sono forse, come dice Catone, puri e semplici glossari di morti? Vivere senza lingua possiamo, anche se forse non bene; ma vivere senza cuore non possiamo in alcun modo. Non è uomo di cultura chi non abbia alcuna pratica delle lettere più raffinate; non è uomo chi sia ignaro di filosofia. La sapienza del tutto priva di eloquenza può giovare; l’eloquenza priva di sapienza, come una spada in mano a un pazzo, non può non nuocere sommamente.” Giovanni Pico della Mirandola a Ermolao Barbaro, Firenze, 3 giugno 1485.

Centro Internazionale di Cultura Giovanni Pico della Mirandola

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