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Archive for marzo 2012

Sergio Policicchio, Corpi Celesti, marmo, 2011

Sergio Policicchio (Buenos Aires, Argentina, 1985): la tua formazione è informatica con una passione per la ricerca teatrale e performativa, tutti ambiti piuttosto dinamici. Poi nel 2007 la decisione di iscriverti all’Accademia di Belle Arti di Ravenna per studiare e approfondire il mosaico, che per definizione è qualcosa di piuttosto stabile e duraturo: cosa ti ha spinto in questa direzione? Un desiderio di completamento in senso opposto a quanto già conoscevi o stavi sperimentando?

La decisione di iscrivermi all’Accademia di Ravenna è maturata in due anni di transizione trascorsi a Bologna. Dopo un anno di studio al Dams con  indirizzo Artistico, scelsi di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti: in un primo momento pensavo all’Accademia di Bologna, poi decisi di tornare a Ravenna, mi piaceva l’idea di un luogo meno dispersivo in cui poter iniziare a costruire un percorso di studi. Dopo questo primo anno al Dams e dopo due anni di collaborazione con la compagnia teatrale Motus, la mia idea di Accademia gravitava attorno alle arti visive contemporanee con una coscienza particolare alla presenza fisica, allo spazio che il corpo costruisce, al suo tempo. L’incontro con il mosaico è stato del tutto casuale, in coincidenza al momento in cui l’Accademia chiudeva tutti gli altri corsi per mantenere soltanto il corso di “Mosaico sperimentale” e, dopo un po’ di tempo per riflettere, ho deciso di provare. Mi piacevano due cose di questa situazione: la prima era la ricchezza di “attraversare” una possibilità che altrimenti avrei escluso, l’altra, proprio attraverso questa ricchezza, era quella di creare comunque il mio personale percorso di studi imparando un altro linguaggio, imparando ad ascoltare altri suoni. 

Sergio Policicchio, Presenza, marmi su lastra di pietra, 2011

Ho visto l’opera Presenza, selezionata per partecipare al Premio G.A.E.M. 2011: su una lastra di pietra grezza di dimensioni non grandi (cm 32×48,5×7), hai cumulato tessere marmoree, bianche per lo più, talvolta sovrapposte, il tutto intorno a un nucleo colorato formato da due scaglie rosso e oro. Attorno altre micro tessere, ora disposte in file verticali, ora in semiarchetti che si intersecano, ora isolate e sparse in casualità apparente, ma tali che il disegno finale risulta armonico nel suo complesso anche in rapporto alla superficie, non un semplice supporto dunque, ma parte integrante dell’opera stessa. È stato scritto che questa visione ricorda costruzioni primitive riprese dal satellite: a me, ad esempio, ha riportato la memoria ai templi megalitici di Malta, ma è solo una suggestione personale.

Sergio Policicchio, Ciò che vede l'acqua nella roccia (particolare), marmo, filo, installazione 2012

Ho poi avuto modo di vedere altri tuoi lavori, dalle installazioni con fili di tessuti ai ritratti col micromosaico su base fotografica, ad esempio. Vorrei che parlassi della tua poetica, dei materiali che prediligi e della tua idea di mosaico, che cosa cerchi in esso e con esso.

Il mosaico per me è stato in primo luogo una Materia e cioè la Pietra, e in secondo luogo un modo per dialogare con questa materia. Il taglio è stato la mia idea di mosaico per tutto il primo anno: la mia ricerca ha avuto inizio proprio da quel luogo mentale e anche fisico, per arrivare alla fine del primo anno a un’idea di mosaico infinitamente piccolo, un’indagine sul micro, un’indagine, questa, statica e molto introspettiva, e, come la Pietra dalla quale è nata, con un tempo quasi geologico. “Presenza” è stato il primo momento in cui la ricerca formale è diventata un lavoro vero e proprio. “Presenza” è anche un “ritorno”: ritorno da un viaggio di sei mesi a Bilbao e di conseguenza quasi un ritorno da un altro mondo. Con questo lavoro che ho fatto appena tornato a Ravenna ho cercato di fissare un vissuto intenso e ricco di esperienze ed è un lavoro che nasce dalla Pietra e finisce in essa, è la Pietra che parla. La Pietra: è questo il nocciolo della mia poetica, come cardine, punto fisso attraverso il quale ascoltare e confrontare le forze dinamiche con le quali convivo e mi nutro, che sia la performance, il disegno frenetico o le camminate infinite in un luogo completamente sconosciuto è attraverso la Pietra e il suo tempo geologico che tutte le cose, per caotiche che possano sembrare, acquistano un ordine. Pensare che tutte le generazioni degli uomini siano (cronologicamente parlando) concentrate in pochi centimetri quadri dentro le venature di un frammento di pietra è per me una suggestione immensa ed è attraverso questa suggestione che le cratofanie antiche acquistano una validità senza tempo e in questa validità, questa materia acquista una “virtualità” creativa che contempla sia la pietra ma anche tantissime altre cose del mondo. 

Sergio Policicchio, In tensione verso (particolare), marmo, filo, installazione 2011

Infine, una cosa che amo chiedere anche come buon augurio: a che punto sei della tua ricerca e quali progetti hai o vorresti avere per il futuro?

Credo profondamente nella scelta delle cose: scegliere di intraprendere un percorso di ricerca artistica per me è inscindibile da una ricerca personale. Non so dire gli sviluppi di un percorso che implica il vivere giorno dopo giorno, ma se “un uomo si confonde con la forma del suo destino, se un uomo è alla fine ciò che lo determina” (da L’Aleph, J.L.Borges), vorrei che questa “forma” non tradisca la scelta che sto vivendo.

Info e contatti: sergiopolicicchio@libero.it

Sergio Policicchio, Sonorità, disegno, 2011

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Premessa: oggi questo blog compie due anni di attività! Per festeggiare anche l’arrivo della Primavera, dedico a tutti gli oltre 138.500 visitatori, lettori abituali e casuali, followers e amici, la bellezza dei versi di Poliziano che ispirarono Botticelli in uno dei suoi oggi più noti capolavori.

Sandro Botticelli, La Primavera, 1482 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze

Candida è ella, e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba;
lo inanellato crin dall’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Rideli atorno tutta la foresta,
e quanto può suo cure disacerba;
nell’atto regalmente è mansüeta,
e pur col ciglio le tempeste acqueta.

Folgoron gli occhi d’un dolce sereno,
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aier d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose;
ogni aura tace al suo parlar divino,
e canta ogni augelletto in suo latino.  (…)

“Sovente in questo loco mi diporto,
qui vegno a soggiornar tutta soletta;
questo è de’ mia pensieri un dolce porto,
qui l’erba e’ fior, qui il fresco aier m’alletta;
quinci el tornare a mia magione è accorto,
qui lieta mi dimoro Simonetta (Cattaneo Vespucci, n.d.r.),
all’ombre, a qualche chiara e fresca linfa,
e spesso in compagnia d’alcuna ninfa. (…)”

Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sovra l’erbetta e passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelletti a pianger cominciorno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia e azzurra fassi.

Angelo o Agnolo Ambrogini detto Poliziano (Montepulciano, 1454 – Firenze, 1494), dal Canto I delle Stanze per la giostra del magnifico Giuliano di Piero de’ Medici (1475-78).

Ps. Questo post scriptum è un’aggiunta pomeridiana, dopo aver saputo della scomparsa di Tonino Guerra proprio stamane, lo stesso giorno della nascita di Alda Merini. Ed è con affetto che dedico a lui i bei colori evocati dal Poliziano, l’incanto dello sguardo di ninfa Simonetta, le meraviglie che le parole possono dire, sanno fare.

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Atena pensosa, 460 a.C. ca., Museo dell’Acropoli, Atene

Premessa: desidero dedicare questa pagina alla Grecia come augurio di rinascita. I suoi politici hanno sbagliato, e molto, negli scorsi anni a truccare i bilanci (nell’immediato futuro, servirà anche a noi italiani questa lezione?), con la conseguenza di far pagare prezzi altissimi oggi ai loro cittadini e ciò nonostante, c’è stato il rischio concreto sino all’altro ieri che l’intera nazione dovesse essere completamente distrutta da logiche (e speculazioni) di mercato omicide. Spero che alla fine, grazie anche ai recenti aiuti europei, non sia più costretto a uscire dall’unione monetaria proprio il paese che all’Europa ha dato il nome e la civiltà oltre 2500 anni fa.

Se la morte ha sognato la vita accanto a Odisseo, come raccontano i versi ispirati di Nikos Kazantzakis (Iraklion, 1883 – Friburgo, 1957, autore noto ai più per il suo romanzo del ’46 Zorba il greco,  poi divenuto film celebre con uno strepitoso Anthony Quinn), dopo il dolore di milioni di vite sconvolte da una povertà solo sfiorata o purtroppo già reale, anche per l’Ellade ci sia vita nuova.

 

La Morte venne e si coricò al fianco di Odisseo;

stanca per aver vagato tutta notte, le palpebre pesanti,

bramava anche lei distendersi sulla riva col vecchio amico,

sotto l’ombra di un salice, dormire anche lei un poco;

posò lievemente le mani ossute sul petto dell’Arciere

e così abbracciata la valorosa coppia precipitò nel sonno.

Dorme la Morte, e sogna che esistano uomini vivi,

che s’innalzino case sulla terra, e palazzi e regni,

che vi siano giardini fioriti, e che alla loro ombra

passeggino donne gentili e cantino le schiave.

Sogna che sorga il sole, e che la luna illumini,

che giri la ruota del mondo, e che ogni anno porti

erbe e fiori, e frutti d’ogni sorta, e dolci piogge e neve;

e compia un altro giro rinnovando ancora la terra.

Sorride di nascosto la Morte, lo sa bene ch’è un sogno,

vento multicolore, fantasia della sua mente stanca,

e tollera incurante che l’incubo la assilli.

Ma pian piano si rianima la vita, la ruota prende slancio;

la terra apre avida le viscere, penetrano pioggia e sole,

infinite uova si schiudono, la terra brulica di vermi,

muovono folti eserciti di uomini, uccelli, fiere,

pensieri e si avventano per divorare la Morte addormentata.

E una coppia di umani rannicchiata nelle grotte delle sue nari

accende e attizza il fuoco, poi si prepara il pranzo,

e al suo forte labbro sospende la culla del neonato.

Sente un sollecito sulle labbra, un formicolio alle nari,

si scuote d’improvviso la Morte, così svanisce il sogno;

per un attimo fulmineo ha dormito, per quell’attimo ha sognato la vita.

Nikos Kazantzakis, da Odissea, 1938 (trad. di Nicola Crocetti, in Poeti Greci del Novecento, Milano 2010).

Ps. Nicola Crocetti, il fondatore dell’omonima casa editrice Crocetti e grande editore di libri poetici, nonché del mensile internazionale di cultura poetica “Poesia”, è di origine greca.

Athanodoros, Agesandros e Polydoros, Testa di Odisseo (particolare), I sec. a.C. ca., Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga

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Pierluigi Cappello a Tricesimo (UD)

Circa un mese fa, pubblicavo un appello rivolto a tutti i miei lettori  sulla necessità di far avere il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli al grande poeta Pierluigi Cappello, caduto in ulteriore indigenza gravata anche dalle sue condizioni fisiche.

Desidero ringraziare tutti coloro che hanno aderito mandando e-mail alle istituzioni preposte che non si sono fatte attendere: ho ricevuto nel corso del mese di febbraio un paio di lettere, una da parte del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, l’altra dal Segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in cui veniva reso noto che l’iter previsto per l’oggetto richiesto è stato avviato! E sono certo avrà buon fine.

Dunque grazie anche ai funzionari e alle cariche pubbliche che hanno accolto la domanda, dimostrando non solo che lo Stato c’è, ma soprattutto che ha cura delle persone in difficoltà vera, in questo caso un artista della parola. Ed è proprio la poesia, oggi come sempre, che alla parola restituisce senso, linfa nuova, verità.

Non resta che lasciare spazio proprio ai versi di Cappello (a proposito, se non avete nulla di suo vi invito a comperare, a leggere, a sottolineare, a fare vostro almeno uno dei suoi libri), quale ringraziamento finale al poeta che li ha composti e a quanti hanno contribuito e tuttora stanno lavorando per il buon esito della vicenda.

OMBRE

Sono nato al di qua di questi fogli

lungo un fiume, porto nelle narici

il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio

di quando nevica, la memoria lunga

di chi ha poco da raccontare.

Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno

l’ombra delle nuvole sul fondo della valle

sono i miei punti cardinali;

non conosco la prospettiva senza dimensione del mare

e non era l’Italia del settanta Chiusaforte[1]

ma una bolla, minuti raddensati in secoli

nei gesti di uno stare fermi nel mondo

cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste

di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa

di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende

in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci

di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;

come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera

ho sognato di raggiungere i miei morti

dove sono le cose che non vedo quando si vedono

Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta

alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo

e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne

scampati al tiro della storia

quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno

e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri

oltre gli sguardi delle guardie confinarie

un odore di cipolle e di industria pesante premeva,

la parte di un’Europa tenuta insieme

da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.

Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto

da una mano anonima, geniale

su di un muro graffito alla periferia di Udine,

il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate

nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.

E qui, mentre intere città si muovono

sulle piste ramate degli hardware

e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,

mio padre torna per sempre nella sua cerata verde

bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere

come fosse eternamente schiuso.

Se siamo ancora cosa siamo stati,

io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,

che portava in casa un odore di traversine e ghisa

e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra

si raduna nei miei occhi

da occidente a oriente, piano piano

a misura del passo del tramonto, bianco;

e anche se le voci del mondo si appuntiscono

e qualcosa divide l’ombra dall’ombra

meno solo mi pare di andare, premendo un piede

dopo l’altro, secondo la formula del luogo,

dal basso all’alto, seguendo una salita.

Pierluigi Cappello, da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore, Milano 2010


[1] Paese friulano (UD) dell’infanzia e dell’adolescenza del poeta.

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Scorcio di una parte della Collezione dei Mosaici Contemporanei del CIDM, presso il MAR: in primo piano, Francesca Fabbri, Puttino assopito, soddisfatto e satollo, III millennio, 2008

Linda Knifftz: sin dalla nascita tu dirigi il CIDM (Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico) presso il Museo d’Arte della città di Ravenna.

Direi di cominciare con una breve biografia e un bilancio di questi anni: quando è nato il Centro e che obiettivi avevate in origine? Quali se ne sono aggiunti in corso d’opera?

Quando Claudio Spadoni – redigendo il progetto fondante del Museo d’Arte della città nel 2001/2002 -, mi ha chiesto di occuparmi di una sezione dedicata al Mosaico, conosceva la mia formazione – laurea in Archeologia e Storia dell’Arte Bizantina all’Università di Bologna con tesi sull’Imago potestatis nei mosaici parietali paleocristiani e bizantini, e specializzazione in Catalogazione dei Fondi Antichi presso l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia-Romagna – e la mia lunga esperienza nella sezione Fondi Antichi e Archivio Storico della Classense di Ravenna.

L’Amministrazione Comunale, in un programma di ampia riqualificazione dell’Istituzione, voleva creare un luogo che promuovesse gli studi e la ricerca sul mosaico e che valorizzasse quest’arte così identitaria per la nostra città. Nel febbraio 2001 un Gruppo di lavoro, presieduto da Anna Puritani (allora Direttore del Museo, e tornata oggi a ricoprire quell’incarico, mentre Claudio Spadoni è attualmente il Direttore scientifico), aveva stilato alcune idee guida per il Progetto, presentate alla cittadinanza dal Sindaco Mercatali.

Abbiamo declinato il progetto iniziale cercando di creare un Dipartimento che fosse un osservatorio permanente sul mosaico: raccogliendo, uniformando e rendendo fruibili le informazioni afferenti a varie discipline; creando una bibliografia ragionata e un percorso storico e geografico; approfondendo i sistemi estetici da cui il mosaico viene generato, senza dimenticare l’importanza della prassi. Un luogo che divenisse il luogo in cui cercare il mosaico nel mondo.

Alla genesi del CIDM ha contribuito nel 2003 un Comitato Promotore a cui hanno preso parte le Soprintendenze Archeologica, Architettonica e Artistica, la Scuola per il Restauro del Mosaico dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, l’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei e la Fondazione RavennAntica, le Facoltà di Lettere e Filosofia e di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna  e l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, accanto ad altri istituti di formazione.

Il CIDM porta avanti tre azioni principali: la cura della collezione dei Mosaici Contemporanei; la gestione di una Sala Archivio e Biblioteca, che raccoglie documenti cartacei e digitali relativi al mosaico ravennate del XX secolo; la messa in rete di tutte le informazioni relative alle decorazioni e alle opere musive e agli artisti, senza limiti cronologici e geografici, con il ricorso ai metadati – dati elaborati con l’aiuto dell’informatica -, incrociando ed espandendo informazioni tratte da opere bibliografiche, manoscritte e documentali, che non risiedono in buona parte presso la nostra istituzione. Quest’ultimo progetto, che ha richiesto anni di lavoro, la creazione di specifici sistemi informatici con l’aiuto dell’ENEA e la collaborazione di 12 borsisti laureati delle Facoltà di Lettere e di Conservazione dei Beni Culturali, e della Scuola per il Restauro del Mosaico, è sempre in aggiornamento ed è fruibile attraverso il sito www.mosaicoravenna.it e due Banche Dati: Mosaico e Mosaicisti. Le nostre schede catalografiche sono visibili anche nel Catalogo del Patrimonio Culturale dell’Emilia Romagna, nel sito dell’Istituto per i Beni Culturali della nostra Regione, e presto saranno reperibili anche nel Portale Cultura Italia. 

Luca Barberini, Bone Flower, 2011, Selezionato al Premio GAEM 2011

Il mondo del mosaico, specie contemporaneo, è una realtà artistica ancora poco nota al grande pubblico, sia di semplici fruitori sia di collezionisti, nonostante il fermento creativo continuo oltre che di qualità oggettiva raggiunta: sono fermamente convinto di questo ed è uno dei motivi che mi hanno spinto a dare voce a chi partecipa a questa rinascenza musiva anche attraverso queste interviste.

Credo inoltre che la carta del mosaico odierno insieme a quella della darsena possano essere i due assi vincenti su cui la città dovrebbe puntare per la candidatura a capitale europea della cultura, Ravenna 2019, possibilmente unendo le cose e dando al progetto un respiro culturale, innovativo ed economico davvero unico in Europa.

CaCO3, Movimento n. 18, 2011, Vincitore Premio GAEM 2011, Collezione Mosaici Contemporanei, Mar, Ravenna

In qualità di funzionario pubblico e curatrice di mostre ed eventi legati al mosaico attuale e d’ultima generazione in particolare, di cui so che sei sostenitrice attenta e appassionata (fra le cose più recenti da te organizzate ricordo il premio G.A.E.M., Giovani Artisti E Mosaico, svoltosi fra ottobre e novembre 2011 a Ravenna), ti chiedo quali siano state nel tempo le risposte dell’Amministrazione pubblica, dei partners privati locali e stranieri, oltre che dei visitatori interessati alle vostre proposte e, in questo senso, quali siano le maggiori ed eventuali difficoltà che ancora si incontrano.

Io opero nel Museo d’Arte della città che è un’Istituzione Comunale: la nostra esistenza testimonia già da sola gli ideali e i principi che hanno portato alla nostra formazione e configurazione. Senza dilungarmi sull’argomento possiamo ricordare che il nostro Museo – la Loggetta Lombardesca, nome assunto negli anni settanta con il trasferimento qui della Galleria dell’Accademia che diventa Pinacoteca Comunale – da contenitore di una collezione soprattutto didattica al servizio degli allievi dell’Accademia,  si è nel tempo strutturato come luogo pubblico dove i cittadini possono fruire di importanti raccolte di opere d’arte, espressione del loro territorio, preservate a beneficio anche delle generazioni future, e di un vivace luogo di intrattenimento per curiosi e appassionati, di consumo d’arte di alto profilo, grazie all’organizzazione di Eventi espositivi che favoriscono il confronto culturale, formativo e didattico di un vaso pubblico.

Naturalmente la crisi della finanza pubblica, iniziata negli anni novanta, che ha investito negli ultimi tempi anche le risorse private, costringe tutti a inventare nuove strategie per tenere alto il livello qualitativo dei progetti. In questo contesto però credo che l’aggiornamento delle abitudini mentali e procedurali possa liberare la creatività e la voglia di rischio delle nuove generazioni di artisti.

Forte di una competenza maturata in anni di studio, cura delle collezioni, raccolta e gestione di dati, pubblicazioni di documenti e informazioni, il Centro di Documentazione vuole ora sempre più sostenere la tecnica musiva come una delle forme espressive dell’arte contemporanea con varie iniziative.

Abbiamo acquisito dei parternariati importanti, con Progetti Europei e collaborazioni a riviste straniere, con la lunga consuetudine con l’Accademia di Ravenna, con lo stretto contatto con l’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, e con l’apertura a Paesi emergenti in ambito storico-artistico.

Nel 2011 siamo stati invitati in Israele a partecipare alla mostra Mosaic Code con sette opere musive della nostra collezione.

L’affermazione del binomio Ravenna=Mosaico è un merito che va equamente diviso fra i Mosaici Paleocristiani e Bizantini della nostra città e la grande attività messa in campo nel secolo scorso dal Gruppo Mosaicisti dell’Accademia. Noi abbiamo il dovere di non disperdere questa identità, ma di accompagnarla al confronto, non più eludibile, con le esigenze curatoriali, commerciali, formative e didattiche dell’arte contemporanea.

Takako Hirai, Istinto, 2011, Selezionato al Premio GAEM 2011

Una delle cose che più amo delle recenti esperienze musive è l’approccio di ricerca creativa, concettuale anche, verso la materia e il comporre-scomporre tessere in senso lato, di tutti gli artisti con cui ho avuto a che fare: il mosaico non è più, e da tempo ormai, una stampella della pittura come nella classicità e fino a buona parte del ‘900, ma è uno stato mentale, parafrasando Chance il giardiniere, tanto da arrivare a soluzioni originali o che s’appropriano di modalità scultoree, d’installazione etc., sino a verificare atteggiamenti musivi più o meno inconsapevoli anche in artisti che non si occupano direttamente di tessere, ma che di fatto creano-pensano musivamente (l’esempio più noto credo sia Vik Muniz).

Cosa è per te il mosaico e in quali direzioni sta andando? A questo proposito, che progetti anche collaborativi ha il CIDM nel prossimo futuro?

Come ho già avuto occasione di scrivere, Ravenna rappresenta un buon paradigma dell’evoluzione del concetto di arte musiva: gli apparati musivi dei suoi antichi monumenti di V e VI secolo sono uno splendido esempio della originaria funzione celebrativa del mosaico parietale paleocristiano, un’arte che, per la ricchezza dei materiali e per l’estrema specializzazione delle maestranze, necessitava di una committenza ricca e potente, che voleva compiere un forte investimento simbolico per scopi politici e dottrinari.

Quando l’importanza politica della città decade, il canone cattolico è pienamente affermato in Occidente e il mosaico non è più il genere-guida della pittura, a Ravenna si vivono secoli d’oblio.

Ma, a partire dai primi anni del Novecento, proprio qui rinasce il fare mosaico: si intensificano i restauri, rendendo necessario formare delle maestranze locali. Nel 1924 viene istituito il corso quadriennale di Mosaico all’Accademia di Belle Arti, grazie al quale si formano maestranze specializzate. L’Accademia di Ravenna oggi offre un percorso di alta formazione, interamente dedicato al mosaico, affiancata dall’Istituto Statale d’arte per il Mosaico G. Severini che fornisce un’istruzione superiore di secondo grado.

Oggi possiamo constatare che, nelle nostre scuole di formazione e nelle nostre botteghe operanti da quasi un secolo, si è venuta a costituire a pieno titolo una Scuola Ravennate, con caratteristiche stilistiche e tecniche pienamente riconoscibili e un prestigio affermato in tutto il mondo.

Certo che, nella pluralità eterogenea di esperienze che caratterizzano l’orizzonte artistico attuale, il mosaico può oggi mutare la propria identità e cercare una nuova autonomia, aperta a  sperimentazioni e ibridazioni, come il caso di Muniz che tu hai citato, ma se ne potrebbero fare tanti altri nel campo della Video art e in quello della Land art. Ma a Ravenna si respira il talento di dare forma e senso alla materia, non sprechiamolo e agevoliamo l’apprendimento della nostra arte.

La crisi economica minaccia la sopravvivenza di questo virtuoso sistema. Auspico che non si voglia disperdere il patrimonio di idee e esperienze già consolidato: l’investimento in cultura è fondamentale per lo sviluppo economico e sociale di un territorio.

Per quanto riguarda il CIDM, per difendere i risultati di qualità, visibilità e anche sperimentazione che stiamo portando avanti, vogliamo concretizzare una serie di progetti. Alcune anteprime: a giugno inaugurerà una mostra sul Micromosaico legato all’esperienza Sette-Ottocentesca del Grand Tour. Fra non molto daremo la comunicazione ufficiale, intanto ti anticipo che intendiamo coinvolgere anche l’Accademia. A fine settembre una mostra antologica del percorso artistico di Marco De Luca, un mosaicista che non ha bisogno di presentazioni.

E’ uscito il catalogo del Convegno che abbiamo organizzato su Architettura e Mosaico, appena possibile pubblicheremo il ciclo di conferenze sulle Capitali del Mosaico, in cui è intervenuta tra gli altri Maria Andaloro.

Nel frattempo stiamo lavorando al nuovo Catalogo della collezione dei Mosaici Contemporanei del MAR, circa 90 pezzi, che sarà edito da Longo.

Grazie al Progetto Europeo Open Museum che abbiamo vinto l’estate scorsa, vogliamo attrezzare meglio e possibilmente ampliare, il percorso espositivo delle collezioni permanenti della Pinacoteca e della Collezione Musiva.

Un’ultima notazione: il CIDM ha l’ambizione di presentarsi come una vivace piazza di confronto culturale, formativo e didattico (inteso come visione globale da tutti i punti di vista: storico e tecnico) in grado di accogliere e stimolare il dibattito sul contemporaneo, coinvolgendo l’Associazione Mosaicisti, che ha sede presso di noi, le associazioni di giovani artisti e curatori, le Istituzioni culturali e gli esperti del settore, un pubblico di appassionati d’arte. A questo proposito stiamo cercando di offrire ai giovani artisti un luogo adatto alle esposizioni temporanee, che sia in parte autogestito. Vedremo . . .

La sfida dell’artista è di aiutarci a vedere di più, con tutti i mezzi che gli sono congeniali, l’evoluzione della società e in ultima analisi, la vita, nel suo farsi: la nostra quella di creare un ambiente adatto al ripensamento, all’equilibrio e al riordino, alla progettazione di nuovi traguardi.

Info e contatti: CIDM

Associazione Mosaicisti Ravenna, Mobile aulico, 1987, Collezione Mosaici Contemporanei, Mar, Ravenna

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