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Archive for maggio 2012

Proprio una bella sorpresa la mostra attualmente in corso per i trent’anni delle edizioni Pulcinoelefante a due passi da Ravenna, a Russi, presso l’ex chiesa in Albis (12 maggio – 17 giugno 2012).

Per la verità fino a poco tempo fa ignoravo l’esistenza di questi meravigliosi “Pulcini”: ne ho visti esposti alcuni per la prima volta in occasione dell’omaggio fotografico ad Alda Merini sempre qui a Ravenna durante la primavera del 2011 ed è stato amore totale a prima vista (ma che fatica procurarsene qualcuno! Ci sono riuscito solo grazie ad una libreria gentilissima di Erba).

D’accordo, io sono un feticista della carta, ma la bellezza, anzi la grazia dei Pulcinoelefante è oggettiva. A proposito, cosa sono? Libri certo, ma un tipo particolare di libri d’arte: plaquettes minute, otto pagine copertina inclusa, cucite a mano, al cui interno è stampata, sempre a mano usando caratteri mobili Bodoni, una frase, un aforisma o un’intera purché breve poesia, accompagnata da una piccola opera d’arte, un disegno, un’acquaforte, una fotografia, un collage, un cd, una scultura, un acquerello o un pastello. Il tutto a tirature limitate (da poco meno di 20 fino alle 30, 35 copie circa) e per un costo irrisorio, 15 euro. E gli autori? Giganti come elefanti o null’affatto noti, ma non meno importanti, come pulcini, perché il “guizzo” arriva inaspettato e a noi sta coglierlo, come dice Alberto Casiraghi, il geniale inventore, artista ed editore che da Osnago (LC), dal 1982 a oggi, è arrivato a quasi 9.000 titoli (!) di questi imperdibili gioiellini. A proposito: non c’è, né potrebbe essere diversamente, un piano prestabilito dell’opera: tutto nasce anno per anno, giorno per giorno, dalla casualità dell’incontro, con i libri  e anzitutto con le persone. I Pulcinoelefante sono anche una questione di ritmo, umano, densamente umano.

Credetemi, c’è un Pulcino adatto a ognuno di noi: da quelli con i versi Beat, a quelli coi pensieri della Merini, amica di Casiraghi, o di filosofi e scrittori illuminati, da quelli con le piccole opere di Baj e Paladino e altri big, a quelli di artisti e poeti ignoti ai più, ma capaci di rendere prezioso quel momento fra noi e l’oggetto in mano: ciò che conta, alla fine, ben al di là dei nomi, è l’invito alla gioia, alla semplicità (nell’eleganza di una estrema cura formale) cui Casiraghi dà voce attraverso questi suoi/nostri piccoli momenti di felicità.

Conoscerlo un paio di settimane fa è stato un piacere reso più grande dal fatto che l’uomo corrisponde appieno alle qualità delle sue creazioni. Riporto qui di seguito la dedica che ho scritto per lui quando, dopo qualche giorno, sono tornato a rivedere la mostra con i miei affetti più cari, Silvia e Niccolò: “Il poeta è un animale piccolo, pieno di grazia. Non ha pretese. Ci abita. Intuisce la verità col suo carico di luce e dolore. Se bussi, se giri la pagina, ti sarà aperto.” Grazie, Alberto C.

Ps. Questo post è dedicato a mia moglie Silvia e a nostro figlio Niccolò che proprio oggi compie un anno! A questo “pulcinoelefante” in edizione unica (che tanto mi sta insegnando) vanno i versi di Trilussa: “C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa, lo succhia e se ne va. Tutto sommato la felicità e ‘na piccola cosa.”

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Andrea Sala e Giulia Alecci in “co-musivo”, 28.04.2012 presso niArt Gallery, Ravenna

In occasione del finissage di After After 2012, lo scorso 28 aprile, è stato proiettato all’interno della niArt Gallery il video co-musivo di Andrea Sala e Giulia Alecci.

I due artisti hanno usato i loro corpi come tele e specchio dell’altro per dipingere una “seconda pelle di tessere”. I due esseri umani, Giulia e Andrea, hanno messo in comunione quanto potevano di se stessi, centimetro per centimetro, realizzando un lavoro intenso e coinvolgente: durante la proiezione si sono tenuti stretti, abbracciati, davanti alle immagini che scorrevano, dopo aver significativamente condiviso un piccolo quadratino di cibo.

Dunque il mosaico può anche essere questo, elastico, effimero (in quanto a durata), video and body art.

Alcuni anni fa in Marocco vidi degli henné stupendi e annotai un’idea che, senza saperlo, questi ragazzi hanno in parte realizzato.

Da sempre e in diverse culture l’uomo si tatua per i motivi più svariati: appartenenza a un gruppo, rito religioso, propiziazione, scaramanzia, segno del passaggio all’età adulta, etc.

Il mosaico, sino all’altro ieri fratello minore dell’arte contemporanea, è oggi libero, maturo, capace di confrontarsi con qualsiasi altro linguaggio: ha ormai passato la propria iniziazione.

 

Come nasce l’idea di co-musivo?

G.A.: Co-musivo nasce come reazione al tempo fisso del mosaico. Elasticizzare sulla pelle il reticolo bizantino per farlo respirare e vivere per qualche ora, renderlo morbido e mobile, pensare a come i suoni del corpo si potessero legare al disegno di una tessera sulla pelle ci è sembrato un esperimento a cui non si poteva rinunciare.

Ci piaceva pensare al mosaico legato direttamente a una prima persona, de-storicizzarla ed immaginarci nei panni pesanti ed importanti dei santi e personaggi dei mosaici di Ravenna. Quei panni li abbiamo poi realmente indossati, con un tempo e una comunione nel lavoro che lo ha consolidato per me, proprio durante la sua esecuzione, come valido.

La curiosità e l’affetto sono stati indispensabili e decisivi, la prima ne è uscita piena di domande e la seconda rafforzata.

A.S.: Questa nostra performance oltre ad essere interessante da un punto di vista materico e visivo, in particolare di come il disegno di un reticolo di tessere si adatti a un corpo, trovo che esprima, raffiguri e descriva ciò che accade fisicamente e spiritualmente in una relazione di coppia.

Una persona analizza e frammenta in infinitesime parti l’altro e allo stesso tempo gli crea una nuova pelle, una nuova veste a seconda della sua manualità e sensibilità. È un azione reciproca che svolgiamo inconsciamente a livello fisico e astratto; grazie all’altro che ci disegna e crea una nuova pelle possiamo scoprire un nuovo modo di vivere e abitare il nostro corpo e veniamo totalmente condizionati e travolti.

Quando invece una relazione finisce, ci troviamo con il nostro corpo ancora tutto ricoperto dell’essenza dell’altro, e la parte più difficile arriva quando dobbiamo pulirlo per tornare noi stessi nella nostra solitudine. Se decidiamo di non pulire questo corpo da soli sarà il tempo che da solo penserà a far sbiadire e a cancellare la “pelle” che l’altro ha creato su di noi.

 

Alla fine della performance eravate visibilmente emozionati: era il vostro primo lavoro sul corpo e col mezzo del video? Cosa avete provato? Avete altri progetti comuni o comunque pensate di tornare a collaborare insieme?

G.A.: Essere vestita da e per mano di Andrea è stato molto emozionante. Mi ha conosciuta, misurata e sentita attraverso e sulla pelle. Lavorare con il corpo è stato intenso, ci si rende conto che il respiro, il battito cardiaco, la pelle d’oca, i riflessi muscolari sono vettori che possono parlarti fisicamente di emozioni. Parlare poi con il corpo ad altri, riuscire a dire qualcosa veramente e mantenerne un senso – senza troppe ambiguità – esternando le emozioni sentite in prima persona e il contenuto che le ha mosse, è per me indice di un’immensa forza e controllo. Alla prima esperienza posso dire che, guardando il lavoro di artisti che hanno deciso di agire con il corpo, non posso che accorgermi di come la loro scelta sia coraggiosa ed impegnativa.

Non è facile significarequalcosa con il corpo, sopratutto venendo da una realtà quale il mosaico, in cui il lavoro che c’è dietro è in qualche modo chiuso nella suo tempo ed esecuzione e rimane, strettamente parlando, individuale.

Lavorare con Andrea, sia nel mosaico che nella vita, è stata un’esperienza interessantissima, colma di propositi e suggestioni. Spero ovviamente di continuare ad averlo vicino per condividere nuove realtà.

A.S.: Lavorare e dipingere il proprio corpo è un’esperienza istintiva e primordiale: specialmente quando tutto il corpo viene dipinto da un’altra persona, impari a risentire, stimolare e riprendere coscienza della parte fisica del nostro corpo.

Utilizzare il proprio corpo è come mettersi in gioco e mettersi nudi davanti ad un azione che agisce direttamente sulla tua pelle: non esiste più nessun tramite o mezzo, ma esiste solo una comunicazione tra l’io il pennello e l’altra persona.

Lavorare con Giulia  è stato intenso e coinvolgente perché la sua pazienza e sensibilità si sposano perfettamente con le caratteristiche del mosaico.

Spero di tornare a lavorare con la body art perché mi ha aiutato semplicemente ad ascoltare il mio battito e quello di Giulia, e questa è una cosa tanto semplice ma allo stesso tempo difficile e complessa.

 

Conosco la poetica di Andrea, incentrata sulla ricerca della relazione. Mentre tu, Giulia?

Del mosaico mi affascina la costruzione, come in un’edilizia in cui ogni elemento per somma va a comporsi. La geometria che ne può scaturire deve essere composta per formare un corpo in cui il bilanciamento, la direzionalità e le masse devono misurare e battere un ritmo. Mi piace sempre, quando guardo un mosaico, pensare al ritmo specifico della mano che lo ha costruito, alla sua concentrazione ed intenzione.

L’uso di materiali alternativi che possono alleggerire la pietra e la tendenza a lavorare in piccolo mi aiutano a trovare piccole architetture nel mosaico, in cui la concretezza della tessera è davvero come rafforzata dall’interstizio, che nonostante sia realmente un intervallo di spazio e tempo, vuoto, mi si presenta come pieno, minimo, segreto e suscettibile.

Fare mosaico significa impostarne la permanenza, la ripetizione che ne dà il senso, l’ordine, il gesto, la sonorità del taglio, di nuovo la ripetizione. Anarchicamente si mette ordine, si presta ascolto a una piccola presunta porzione di cosmo e questo, nei suoi vari momenti, può significare molto.

Info e contatti: www.andreasala.tk ; arend1986@gmail.com  giuliaalecci@gmail.com

 

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La notizia dell’esplosione omicida (tre bombole di gas) avvenuta stamane a Brindisi all’ingresso dell’Istituto Morvillo Falcone è a dir poco terrificante, assurda, inconcepibile.

Non sono facile alla commozione, questa volta sì.

Eppure penso sia importante continuare ad esserci, tanto più se, come pare, l’attentato è di stampo mafioso: fa bene la CGIL insieme ad altre associazioni antimafiose che avevano già programmato una manifestazione per oggi proprio nella città pugliese a non rinunciare, a non rimandare, anzi, mi auguro accanto alle istituzioni, a fare sentire che lo Stato e la gente sono lì, sono la stessa cosa, e non si lasciano intimidire dai mostri, poiché le bombe oltre al dolore per la violenza e la morte, oltre alla bestialità dell’atto, denunciano anche la loro debolezza, senza paradosso.

Da neogenitore (da quasi un anno ormai), oltre che da insegnante, non posso che condividere quanto mi ha scritto un amico artista qualche ora fa: “dobbiamo passare la vita ad approfondire e a trasmettere la nostra conoscenza (ai figli anzitutto), solo così possiamo cercare di salvare il mondo, un mondo che non possiamo capire.”

Già, creare le possibilità affinché le coscienze più giovani siano sempre libere di esserlo: una parte non piccola del loro e nostro futuro, il cui dovere iniziale spetta anzitutto a ognuno di noi.

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Billy Collins

 Lost

There was no art in losing that coin

you gave me for luck, the one with the profile

of an emperor on one side and a palm on the other.

It rode for days in a pocket

of my black pants, the paint-speckled ones,

Past storefronts, gas stations and playgrounds,

and then it was gone, as lost as the lost

theorems of Pythagoras, or the Medea by Ovid,

which also slipped through the bars of time,

and as ungraspable as the sin that landed him –

forever out of favour with Augustus –

on a cold rock on theBlack Sea,

where eventually he died, but not before

writing a poem about the fish of those waters,

into which, as we know, he was never transformed,

nor into a flower, a tree, or a stream,

nor into a star like Julius Caesar,

not even into a small bird that could wing it back to Rome.

Billy Collins (New York, 1941), from Ballistics (2008)

Ps. Per chi volesse, ecco una mia libera traduzione del testo:

Perduta[1]: Nessuna abilità nel perdere la moneta/ che mi avevi dato come portafortuna, quella col profilo/ di un imperatore da una parte e una palma dall’altra.// Per giorni aveva vagato in una tasca/ dei miei pantaloni neri, quelli macchiati di pittura,/ passando davanti a vetrine, benzinai e parchi giochi,// e poi se n’era andata, perduta come i perduti/ teoremi di Pitagora, o la Medea di Ovidio,/ che pure sfuggì fra le sbarre del tempo,// e inafferrabile come il peccato che lo esiliò – / per sempre lontano dalla grazia di Augusto, – / su una fredda roccia della costa del Mar Nero,// dove alla fine egli morì, ma non prima/ di aver scritto una poesia sul pesce di quelle acque,/ nel quale, come sappiamo, non fu mai trasformato,// né in un fiore, in un albero, o in un ruscello,/ né in una stella come Giulio Cesare,/ e nemmeno in un uccellino che avrebbe potuto volare indietro fino a Roma[2].”

Billy Collins (New York, 1941), da Ballistics (2008)


[1] Il titolo si riferisce alla moneta che apre la poesia, dunque in italiano è traducibile al femminile, ma ho avuto la tentazione di volgerlo al maschile: come sono perduti “i teoremi di Pitagora, o la Medea di Ovidio”, così lo è il povero autore latino, dimenticato, abbandonato e, appunto, perduto sulle sponde del Mar Nero, come lui stesso si definisce nei Tristia (II, 207-208) a causa di alcuni suoi versi e di un misterioso, mai specificato, “errore”: “Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,/ alterius facti culpa silenda mihi.” (Due i motivi che mi persero, una poesia e un errore,/ e di questo in particolare io debbo tacere).

[2] Del resto, Ovidio, come ogni scrittore, come ogni artista, è “trasformato” nella sua opera, che può così volare in senso spaziale fino alla Roma imperiale di allora, altrimenti interdetta al suo autore (cfr Tristia, I, 1, 1-2), e in senso metatemporale sino a noi oggi e oltre noi, nel domani.

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Domenico Ghirlandaio, particolare dell’affresco “L’annuncio dell’angelo a Zaccaria”,  presso la Cappella Tornabuoni (1485-1490) in Santa Maria Novella, Firenze. Da sinistra si distinguono Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Agnolo Poliziano e Demetrio Calcondila.

L’uomo, insomma, imita tutte le opere della natura divina e perfeziona, corregge ed emenda le opere della natura inferiore. Quindi l’essenza dell’uomo è fondamentalmente simile alla natura divina, dal momento che l’uomo di per sé, cioè col suo senno e la sua abilità governa se stesso, per nulla circoscritto entro i limiti della natura corporea, ed emula le singole opere della natura superiore.

(…) il nostro animo non considera soltanto le nostre necessità fisiche, ma anche i vari diletti dei sensi, quasi un nutrimento della fantasia. E non solo il nostro animo lusinga la fantasia con varie attrattive, mentre ogni giorno quasi per gioco blandisce la fantasia con diversi diletti, ma di tanto in tanto anche la ragione pensante opera, più tardi, e desiderosa di propagare le sue creazioni splende fuori di sé, e rivela in modo evidente quanta potenza abbia il nostro ingegno, attraverso le tessiture dei lanaioli e dei setaioli, le pitture, le sculture, le architetture. E nel creare queste opere spesso non considera affatto le comodità del corpo, l’appagamento dei sensi (poiché talvolta sopporta spontaneamente disagi e molestie che da esse gli derivano) ma il perfezionamento della sua facoltà espressiva, e la dimostrazione della propria capacità. In queste opere d’arte si può scorgere come l’uomo usi tutte le materie di ogni parte del mondo, quasi all’uomo siano tutte soggette. Usa, dico, gli elementi, le pietre, i metalli, le piante e gli animali e li traspone in numerose forme, cosa che le bestie non riescono a fare mai. Né si accontenta di un solo elemento o di alcuni come i bruti, ma si vale di tutti, come se di tutti fosse signore. Calca la terra, solca l’acqua, sale nel cielo su altissime torri, per non parlare di Dedalo e Icaro. Accende il fuoco e se ne vale abitualmente e se ne diletta grandemente lui solo. (…)

L’uomo dunque, che provvede universalmente sia agli esseri viventi sia alle cose inanimate, è in un certo senso un dio. 

Marsilio Ficino (Figline Valdarno, 1433 – Careggi, 1499), dalla Theologia platonica de immortalitate animorum, 1469-1474, pubblicata nel 1482.

 Società Marsilio Ficino

Domenico Ghirlandaio, L’annuncio dell’angelo a Zaccaria, Cappella Tornabuoni (1485-1490), Santa Maria Novella, Firenze

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