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Archive for giugno 2013

Willy Ronis, Autoritratto con flash, 1951

Willy Ronis, Autoritratto con flash, 1951

L’obiettivo è lo scopo da raggiungere. È anche l’occhio dell’apparecchio. Ma l’apparecchio non pensa, è il cervello del fotografo a pensare. Tutti gli obiettivi, muniti delle stesse caratteristiche, danno, in situazioni simili, immagini identiche. L’obiettivo umano è l’occhio. In determinate circostanze, ogni fotografo farà una foto specifica, perché ogni scatto è una scelta e la scelta è soggettiva.

Fotografare sottintende un’intenzione; si tratta, quindi, di un atto volontario, dettato da un motivo individuale. (…)

Mentre prima le mie proiezioni erano costruite in modo cronologico o tematico, oppure mescolando i due, da allora ho adottato uno sviluppo articolato su cinque parole chiave: Pazienza, Riflessione, Caso, Forma e Tempo.

Pazienza

Cammino a caso per la città. Ho trovato un posto che difficilmente lascerò perché sento che proprio qui può succedere qualcosa. All’improvviso mi viene offerta una fotografia e subito scatto poiché la visuale è perfetta e non ho alcuna intenzione di andarmene.

Ma spesso mi capita di provare subito una certa insoddisfazione, convinto di aver ceduto a una colpevole precipitazione. Ricordo alcune fotografie scattate in simili situazioni d’urgenza: troppa gente stipata a sinistra o a destra; oppure le persone hanno disertato un posto che era stato assegnato loro dalla logica, visto che le avevo viste arrivare, ma non avevo l’apparecchio pronto… Insomma, più ci penso e più percepisco che c’è una fotografia da fare di quel posto, ma in modo diverso. Allora mi sento come un cacciatore o un pescatore e aspetto.

Quel plusvalore tanto agognato non deve, tuttavia, essere un delirio da sognatore. La sua probabilità, in quel dato momento, deve essere soppesata nel normale corso delle cose. Se no, la mia attesa sarà vana e allora è meglio cambiare posto.

Willy Ronis, Sèvres-Babylone, Paris, 1948

Willy Ronis, Sèvres-Babylone, Paris, 1948

Willy Ronis, Usine Lorraine-Escaut, Sedan, 1959

Willy Ronis, Usine Lorraine-Escaut, Sedan, 1959

Willy Ronis, Venezia, 1959

Willy Ronis, Venezia, 1959

Riflessione

È di solito con l’istinto, con l’intuizione che do il meglio di me ed è una fortuna nella misura in cui l’urgenza di certe situazioni esige una reazione immediata.

Ma nelle fasi calme, in cui posso disporre di un po’ di tempo, la riflessione offre vantaggi che non sono da sottovalutare.

Willy Ronis, Il bistrot all'angolo, Belleville, gennaio 1948

Willy Ronis, Il bistrot all’angolo, Belleville, Gennaio 1948

Willy Ronis, Place Vendôme, Parigi, 1947

Willy Ronis, Place Vendôme, Parigi, 1947

Willy Ronis, Le cavallerizze, 1949

Willy Ronis, Le cavallerizze, 1949

Caso

Ci si potrebbe sorprendere, non delle sorprese del caso, – sono così frequenti – ma del fatto che il fotografo sia spesso presente per coglierle.

Willy Ronis, Nudo provenzale, 1949

Willy Ronis, Nudo provenzale, 1949

Willy Ronis, Nu au Tricot Rayé, Parigi, 1970

Willy Ronis, Nu au Tricot Rayé, Parigi, 1970

Willy Ronis, Chantal, 1946

Willy Ronis, Chantal, 1946

Willy Ronis

Willy Ronis

Willy Ronis, Vincent, 5 ans, Parigi, 1945

Willy Ronis, Vincent, 5 ans, Parigi, 1945

Forma

Il senso di un’immagine dipende dall’articolazione dei segni intelligibili contenuti sulla sua superficie. Quella che da sempre viene detta composizione è il prodotto di un certo equilibrio, non sempre lo stesso (variabile secondo periodo e cultura), ma assolutamente sottomesso ai criteri di intelligibilità del destinatario.

Willy Ronis, Joinville, 1946

Willy Ronis, Joinville, 1946

Willy Ronis, Café de France, Isle-sur-la-Sorgue, estate 1979

Willy Ronis, Café de France, Isle-sur-la-Sorgue, estate 1979

Willy Ronis, Jeanne, Avignon, 1972

Willy Ronis, Jeanne, Avignon, 1972

Willy Ronis

Willy Ronis

Willy Ronis, La Chevelure, Settembre 1990

Willy Ronis, La Chevelure, Settembre 1990

Willy Ronis, Juliette, Parigi, 2001

Willy Ronis, Juliette, Parigi, 2001

Willy Ronis

Willy Ronis

Tempo

Non si tratta del tempo che fa, ma del tempo che passa. Ogni fotografia mostra il suo carattere cronologico e può pretendere di scrivere la storia: che si tratti di piccole storie (scene di vita quotidiana, foto di famiglia, ricordi di ogni tipo) o di storia contemporanea (guerre, incoronazioni, esequie nazionali, moti sociali, ecc.) . Si smarca, da questo punto di vista, dalla pittura storica che, tranne qualche eccezione (giuramento della Pallacorda, incoronazione di Napoleone), si interessava a un passato più o meno recente (Ratto delle Sabine, Morte di Sardanapalo, Apoteosi d’Omero, ecc.).

Willy Ronis, Gli innamorati della Bastiglia, 1957

Willy Ronis, Gli innamorati della Bastiglia, 1957

Willy Ronis

Willy Ronis

Willy Ronis

Willy Ronis

(…) I risultati dei miei settant’anni di scatti sono segnati da una certa soggettività, influenzati da un contesto morale, intellettuale, estetico, ecc. Eppure, ogni volta, lì davanti ai miei tre occhi, c’è quello che mi ha interessato, mi ha commosso e che, al di là di tutto, ho deciso di salvare dall’oblio.

Willy Ronis (Parigi, 1910-2009), da Le regole del caso (traduz. Guia Boni, Contrasto, Roma, 2011; ediz. orig. Derrière l’objectif de Willy Ronis, Éditions Hoëbeke, Paris, 2001).

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Raymond Carver (1938-1988)

Raymond Carver (1938-1988)

Alle spalle, a volte, ci prendono i ricordi. Il che non è necessariamente un male. Fa parte della natura stessa del ricordare, essere sorpresi e così sospesi. Leopardi ci ha speso più di qualche idillio struggente e Proust ci ha costruito un monumento con alcune pagine davvero indimenticabili.

Che cosa è mai l’uomo, già, che cosa?

Viene a me naturale, da anni o da sempre, passare parole, immagini, musiche ad amici, conoscenti, colleghi che spesso ricambiano reciprocamente, perché non si può non restituire condividendo ciò che ci ha fatto bene, laddove questo bene vuol dire non solo consolazione ma anche dolore da affrontare o con cui confrontarsi. Comunque porsi domande e nulla di questo bene lasciare inerte.

A questi passaggi fondamentali fra esseri umani, Pennac ha dedicato la lectio magistralis della sua recente laurea honoris causa in Pedagogia a Bologna.

Mi è capitato di passare solo due o tre volte in tutto i versi di una poesia di Carver che pure amo molto e che da tempo conservo nella mia babelica scatola-biblioteca di fogli sparsi. Perché non l’ho fatta circolare di più? Certo, bisogna trovare le persone adatte, ma non è solo quello. L’ho capito di recente. Ero in libreria per acquistare un testo che non ho poi trovato e come capita assai spesso ne ho adocchiato un altro che neanche sospettavo fosse stato pubblicato (i miei scaffali sono per la maggior parte pieni di incontri cartacei casuali). In questo caso si trattava del volume che raccoglie tutte le poesie di Raymond Carver. Apro la trovo lo faccio mio. E lì arriva il fulmine del ricordo. Avevo dimenticato chi me l’aveva regalata anni fa. Erika. Capelli neri, occhi chiari, velo di efelidi su pelle di latte e una santa voglia di ridere, di scherzare su tutto, di prendersi con la grazia della leggerezza e di riuscire a tirare fuori dall’altro, da me, altrettanta gaiezza. Che intese a volte nella vita. E l’attrazione fisica nulla c’entra, per quanto. Semplicemente è altro il livello.

Ci siamo persi poi. Senza dolore o strappi. Succede. Di lei mi era rimasto solo il foglio di Carver che mi lesse un giorno, tanto di quel tempo fa da non riuscire più a collegarlo di primo acchito a chi me lo aveva regalato. Era rimasta, questo sì, la consapevolezza inconscia che quella paginetta era misteriosamente preziosa e andava come protetta, non diffusa. Era qualcosa di mio, di privato. Non so se vi è mai capitata una sensazione simile. Invece, improvviso, col libro tra le mani ecco il suono della sua risata tornare nel mio orecchio.

Oggi ho fatto pace con quel bel ricordo e ho deciso di liberarlo, di pubblicarlo insieme ai versi di Carver. Vi diranno qualcosa o forse nulla. Ma ora sono anche vostri.

Raymond Carver e Tess Gallagher

Raymond Carver e Tess Gallagher

DOVE L’ACQUA CON ALTRA ACQUA SI CONFONDE

Adoro i torrenti e la musica che fanno.
E i ruscelli, nelle radure e nei prati, prima
che diventino torrenti.
Forse li adoro soprattutto
per la loro segretezza. A momenti dimenticavo
di dire qualcosa sulle sorgenti!
Può esserci una cosa più meravigliosa di una fonte?
Ma anche i grandi corsi d’acqua hanno il loro cuore.
E i luoghi in cui confluiscono nei fiumi.
Le foci aperte dei fiumi che sfociano nel mare.
I luoghi dove l’acqua con altra acqua
si confonde. questi luoghi mi si stagliano
nella mente come luoghi sacri.
Ma questi fiumi lungo la costa!
Li amo come alcuni amano i cavalli
o le donne affascinanti. ho un debole
per questa acqua veloce e fredda.
Mi basta guardarla perché il sangue scorra più veloce
e un brivido mi percorra la pelle. Potrei stare
a guardarli per ore questi fiumi.
Non ce n’è uno che somigli a un altro.
Oggi compio quarantacinque anni.
Chi ci crederebbe ora se dicessi
che una volta ne avevo trentacinque?
E che avevo il cuore freddo e vuoto, a trentacinque anni!
Sarebbero passati altri cinque anni
prima che ricominciasse a scorrervi del sangue.
Mi prenderò tutto il tempo che voglio oggi pomeriggio
prima di lasciare questo posto accanto al fiume.
Mi piace amare i fiumi.

Amarli a monte fino
alla sorgente.
Amare tutto quello che mi fa crescere.

Raymond Carver (1938-1988), da Racconti in forma di poesia (Where Water Comes Together with Other Water, 1985), in Raymond Carver, Orientarsi con le stelle – Tutte le poesie (Roma 2013, titolo orig. All of Us, 1996).

Ps. Non so per quali strane associazioni sinaptiche, ma questi versi mi fanno venire alla mente la Sonata in La maggiore KV 331 di Mozart, in particolare le prime delicatissime note qui suonate con la grazia irraggiungibile della semplicità dal maestro Aldo Ciccolini. E ora provate a rileggerlo Carver con questo accompagnamento, poi a occhi chiusi o completamente aperti lasciate che le parole scorrano via e sia solo la musica.

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Alice Viviani, Lo specchio dell'anima, 2009

Alice Viviani, Lo specchio dell’anima, 2009

Alice Viviani (Trieste, 1989): la tua formazione presso l’Istituto Statale d’Arte “Enrico e Umberto Nordio” di Trieste è stata anzitutto pittorica. Perché hai poi scelto la via del mosaico approfondendo questo discorso sino a diplomarti nel 2011 presso la Scuola Mosaicisti del Friuli?

Ho conosciuto il mosaico già all’età di sette anni quando la maestra delle elementari ha portato me e la mia classe a visitare la Scuola Mosaicisti del Friuli. Una volta tornata a casa non parlavo d’altro, così mio padre ha avuto un’idea geniale: ha preso un tappetino di gomma della nostra automobile e ci ha colato dentro del gesso: sono venute fuori delle tesserine quadrate che poi io ho dipinto e tagliato per creare dei mosaici. Quindi, a modo mio, già a quell’età ero una mosaicista! Prima ho frequentato l’Istituto d’Arte dal quale ho appreso le tecniche pittoriche e poi mi sono dedicata al mosaico. 

Alice Viviani, La Grafica, 2011

Alice Viviani, La Grafica, 2011

Pittura, acquaforte, lavorazione del vetro e, naturalmente, mosaico: questi, ch’io sappia, i tuoi approdi espressivi. A Ravenna, al premio GAEM 2011, avevi presentato un’opera significativamente intitolata La grafica, in cui davi un’interpretazione dendrocronologia singolare, con la sezione d’un tronco d’albero “secolare” (vista l’ampiezza del diametro di circa 2 metri) formata in realtà da sassi disposti concentricamente nella zona centrale, da foglietti arrotolati e matite colorate nella zona mediana ed elementi elettronici di computer nella parte più esterna, in una sorta di excursus della storia grafica umana, dagli albori alla corteccia virtuale attuale. Vorrei che parlassi liberamente della tua poetica, della tua ricerca in generale, con esempi tratti da tue opere, e del tuo rapporto col mosaico in particolare. 

Io ho un’idea di mosaico molto tradizionale: mi piace usare i marmi e gli smalti e quindi con quest’opera ho provato ad andare oltre. In realtà, sono ancora alla ricerca di me stessa, sono appena agli inizi e sto ancora cercando di trovare il mio stile. La cosa che mi affascina di più però è l’umanità e il suo cambiamento nei secoli, come, ad esempio, in base all’epoca in cui siamo cambino le priorità e i valori. Ecco, vorrei cercare di rappresentare attraverso il mosaico i sentimenti e l’animo umano.

Alice Viviani, Riflesso, 2011

Alice Viviani, Riflesso, 2011

Progetti attuali o futuri che vorresti realizzare?

Di progetti ne ho sempre tanti in mente, ma oggi come oggi è difficile dedicarsi totalmente all’arte, anche se sarebbe il mio sogno. Purtroppo bisogna fare delle scelte e dei sacrifici. Comunque, visto che mi appassionano sia il mosaico che la pittura, vorrei integrarle il più possibile e magari in futuro riuscire ad avere uno studio mio. 

Contatti: aliciottolina@yahoo.it

Alice Viviani, Copia di una vetrata di Arrigo Poz, 2010

Alice Viviani, Copia di una vetrata di Arrigo Poz, 2010

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Biennale-di-Venezia-2013

Il sogno degli enciclopedisti del XVIII secolo consisteva nel creare un luogo del sapere universale che fosse finalmente in circolo, creare appunto un’enciclopedia di tutto lo scibile umano con sezioni scritte e iconiche, utopia illuminista realizzata in forma di libro rispetto al progetto originario del veneziano Giulio Camillo, quel Teatro della Memoria che può giustamente essere indicato quale antico modello ispiratore, non a caso d’età rinascimentale.

Tenendo conto di queste radici oltre che di suggestioni junghiane, il curatore Massimiliano Gioni ha costruito la sua Biennale come una sfida impossibile sin dal titolo, Il Palazzo Enciclopedico, desunto dall’irrealizzato (e irrealizzabile) edificio-idea di Marino Auriti (brevetto depositato a New York il 16 novembre 1955), sorta di moderna edizione babelico-borgesiana del già citato Giulio Camillo.

Marino Auriti, Il Palazzo Enciclopedico

Marino Auriti, Il Palazzo Enciclopedico, anni ’50

È ancora possibile oggi catalogare il mondo, ordinarlo in sezioni, venire insomma a capo del divenire incessante che è la natura stessa dell’esistere? Fulminante al riguardo una battuta di John Cage: “Il mondo, il reale, non è un oggetto. È un processo”.

Inoltre ha ancora senso tutto questo? Vero è che l’uomo necessita di un ordine apparente e momentaneo per capire le cose, ma appunto questo stato di quiete è solo artificiale, innaturale. Fermare il mondo e il tempo è impossibile. Impossibile incasellarlo. A meno che non esista più l’uomo: contraddizione questa da cui è difficile uscire.

Ecco nelle varie sale sfilare ordinate in teche e bacheche opere di rappresentazione animale, umana, minerale, vegetale, molte su carta per omaggiare il richiamo librario all’Enciclopedia. Solo che, poste così, una accanto all’altra e con un numero di migliaia e migliaia di pezzi, oggetti di una wundekammer contemporanea, producono alla fine vertigine e non sistema, perché ordinare il disordine naturale delle cose e dell’operare anche umano è semplicemente impossibile. L’incompletezza vincerà sempre, insieme all’inafferrabilità e non solo del micro-macro cosmo. Se ne potrebbe dedurre che conoscere è impossibile, anche se non possiamo farne a meno. E viene in mente l’immagine della Torre babelica di Pieter Bruegel il Vecchio, un’opera immane, alla fine lasciata incompleta come sappiamo dal mito biblico, cui però si affannano, né potrebbero fare diversamente, centinaia di minuscoli, quasi invisibili, uomini formica, ancora inconsapevoli della dissoluzione linguistica che li attende di lì  a pochi mattoni.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele, 1563 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele, 1563 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna

L’idea di Gioni insomma è buona, una resa (nel senso di un arrendersi) affascinante rispetto al divenire inclassificabile che siamo e che abbiamo prodotto. La realizzazione però è confusa talvolta, con esuberi tagliabili e con molte presenze passate perché in fondo il passato pare (e sottolineo pare, perché è un inganno del Tempo alla nostra debolezza mentale e mnemonica) sempre essere maggiormente organizzabile. Ma la Biennale si sa è anche un gran bazar e come tale, forse, non va neanche visitata tutta, prendendo piuttosto ciò che viene e che casualmente capita. Come i padiglioni nazionali, ad esempio. Ne ho visti solo alcuni, con qualche proposta davvero efficace e molto altro gioco da consumarsi subito. Da notare però una cosa per me assai positiva: il mosaico entra quest’anno in scena con proposte ottime, dalle tessere vitree più tradizionali ai tessuti che creano ambienti in cui entrare e specchiarsi “alla luce del sole”, sino alle mappe in terracotta dell’amico egiziano Mohamed Banawy.

Ecco, questa edizione la restituisco così, con foto disordinate, non belle, mal tagliate e scattate con l’assistenza del caso finché le pile sono durate, mescolando anzi scambiando persone e cose, persone fra le cose, persone come cose  senza soluzione di continuità, senza nome di autori né titoli, senza nazionalità e avvertendo che moltissimo non è stato ripreso. Questo è un invito a fare una passeggiata a Venezia, perdendosi, lasciandosi stordire da tutto questo e oltre anche dovesse non piacere.

Il Palazzo Enciclopedico – 55ª Biennale d’Arte, Venezia 2013

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