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Archive for luglio 2013

Giuseppe Gaggini, Fuente de la India, 1835-37, l'Avana, Cuba

Giuseppe Gaggini, Fuente de la India, 1835-37, L’Avana, Cuba

Come ogni anno saluto i miei followers e lettori con un ultimo post prima della pausa estiva. Quest’anno in particolare vi invito a partecipare e a diffondere questa iniziativa di raccolta fondi attiva sino al 16 settembre 2013 per finanziare un importante progetto dell’amico artista Cristiano Berti, di cui questo blog ha avuto il piacere di occuparsi un anno fa.

Scopo dell’iniziativa è realizzare con l’aiuto del fotografo Piero Ottaviano due panorami interattivi, uno della cava di Rocca Bianca in Piemonte, con la firma dello scultore Giuseppe Gaggini (Genova, 1791-1867) sulla parete di marmo, uno della piazza dell’Avana dov’è collocata la sua fontana “de la India” (1835-37). Queste fotografie saranno ad alta definizione, di tipo immersivo (visione a 360°) e operabili con il movimento delle mani, senza toccarle. Inoltre sarà prodotta una pubblicazione digitale che riporti i risultati della ricerca storica svolta in Italia e a Cuba (80 pagine, illustrata, lingue: italiano, inglese, spagnolo).

Il crowdfunding è una modalità forse ancora non abbastanza diffusa in Italia, ma è assai valida e permette in tempo breve di attuare idee altrimenti difficilmente fattibili (se non in periodi lunghi o con l’intervento del classico mecenate): qui tutti noi possiamo diventare piccoli sponsor di un progetto comune, anche perché per partecipare la quota minima parte da 10 $ (circa 7,60 €). Dunque, non mancate l’occasione!

Ci rivediamo a settembre, buona estate.

For english version, you can see the video below and the following link: Futile Cycles – Gaggini 

Cristiano Berti, Cicli Futili #1: Gaggini 

“(…) Il progetto Gaggini fonde due immagini e storie che concernono luoghi lontanissimi da loro, per collocazione geografica ed aspetto, seppure uniti da un tenue tratto comune.

Il fatto che la Fuente de la India sia collocata in uno dei gangli vitali della capitale cubana, costantemente circondata dal movimento di persone e mezzi, contrasta fortemente con il panorama alpino di Rocca Bianca. La firma di Giuseppe Gaggini che resta là, in alta montagna, lontana dagli sguardi degli uomini, mi appare come un ideale trait d’union tra la scultura uscita dal suo studio e lo scenario selvaggio da cui furono tratti i marmi che presero il suo nome.

Fontana e firma vengono infine ricongiunte con Gaggini. Accostandone le due immagini si produce un rovesciamento di prospettiva: all’esotismo dei Caraibi, qui stemperato dalla modernizzazione, si va contrapponendo l’immagine di un Europa in forma di rudere preda della natura. Si ribaltano i ruoli tra vecchio e nuovo continente, la metropoli sta ai tropici e la natura la fa da padrona nel cuore dell’Europa. L’Europa appare esotica e a fare da ponte tra questi due mondi lontani è la storia.

Cava di Rocca Bianca, Val Germanasca, Piemonte

Cava di Rocca Bianca, Val Germanasca, Piemonte

Questo lavoro è il primo di una serie che chiamo dei Cicli futili.

Un ciclo futile è una dissipazione di energia, un processo che spreca energia. Sono termini usati in biochimica, ma il mio progetto non ha nulla a che vedere con la biochimica. Riguarda la storia, la ricerca storica e il suo significato oggi. Mi sto interrogando, cioè, sul presente e sul futuro di questa disciplina. Mi chiedo non solo quale sia la capacità della storia di contribuire all’interpretazione della realtà, in un mondo che sempre più mescola culture e genti, ma anche come possa sopravvivere, la pratica della ricerca storica, in un mondo che fa della velocità un valore imprescindibile.
Con i Cicli Futili guardo alla storia facendone strumento di un progetto artistico, mi travesto da storico andando alla ricerca di fatti minuti, ma non irrilevanti, eppure trascurati fin qui. Rifletto sulla ricerca storica, ma a ben vedere basta sostituire un aggettivo per capire a cos’altro sto pensando.”

Per ulteriori informazioni e per contribuire al progetto di Cristiano Berti Cicli Futili #1: Gaggini:

www.indiegogo.com projects futile cycles – gaggini

www.cristianoberti.it

help@cristianoberti.it

Intervista di Cristiano Berti su Exibart

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Etienne-Louis Boullée, Progetto per una biblioteca, c. 1780-90, Bibliothèque nationale, Parigi

Etienne-Louis Boullée, Progetto per una biblioteca, 1780-90 ca., Bibliothèque nationale, Parigi

Fra le biblioteche immaginate

biblioteche costruite o disegnate

amo il progetto di Boullée.

I libri sopra e sotto in una sala immensa

in una sala a non finire

come se fosse un giorno in cui

la luce non sa morire

– come se fosse un presepio di fogli

un muro di sapere e conoscenza

voci mormorano parole che non si spengono

la sala foresta è un musicale eco.

Una montagna di libri. Libri slegati

libri rilegati                   

libri alberi polvere sassi di sgomento

libri bisonti libri cigni volanti

libri leggeri insignificanti scacciapensieri. Libri urlanti.

Libri cinghiali notturni grugnanti

libri senza più memoria

libri agnelli farfalle suoni fra miti pensieri.

Libri feriti dalla storia libri

per la cantina neri.

Libri strappati stralciati per giuoco

libri bruciati anneriti dal fuoco.

Libri albini

Libri per bambini

Libri per donne e uomini fieri

Libri per oggi per domani per ieri.

Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012), da Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012.

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Candida Hofer, Biblioteca dei Gerolamini, Napoli, 2009

Candida Hofer, Biblioteca dei Gerolamini, Napoli, 2009

Libro che sfoglio libro fra le dita

pagine e pagine corrono serene

come le nubi bianche sulla pianura padana

inseguite dal vento insigne generoso delle colline.

Libro mio conservati

per gli anni futuri

libro miele libro farfalla

libro orango ma non libro di fango

libro della mia vita

sopravvissuto ai secoli più duri

non lasciarti sopraffare non piegare il capo

servo non diventare.

Fischia la tua canzone.

Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012), da Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012.

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Giuseppe Maria Crespi, La libreria musicale, 1725 ca., Museo internazionale e Biblioteca della musica, Bologna

Giuseppe Maria Crespi, La libreria musicale, 1725 ca., Museo internazionale e Biblioteca della musica, Bologna

Si sente i libri addosso lo studioso

Solitario nel salone della biblioteca all’inverno

Ma non li può allontanare non li può masticare

li deve solo ascoltare.

Non leggere.

Ascoltare.

E quando i libri parlano

volano come farfalle impaurite nelle stanze

e calano sulle spalle dell’uomo seduto

per riposare.

Per parlare e per chiedere aiuto.

Loro e lui. Nessun altro.

Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012), da Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012.

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Vincent van Gogh, Natura morta - libri, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Vincent van Gogh, Natura morta, libri, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Il libro rosso di sangue respira forte

il libro dice sono ferito a morte

ma non voglio morire

una città mi aspetta

perché vuole ascoltare la mia voce

nelle biblioteche severe o nelle strade d’asfalto.

Ho fretta di correre là, di parlare,

qua inchiodato a terra non voglio restare.

Aiutami – dice il libro – aiutami

e ti racconterò una storia mai ascoltata

con parole d’oro

che durano una giornata.

O una vita.

Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012), da Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012.

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Emilio Isgrò, Le api della Torah, 2001

Emilio Isgrò, Le api della Torah, 2001

Il libro caduto lo raccolgo

sul palmo della mano

lo curo come un cane

lo accarezzo come un gatto

lo bacio sulle ali quasi fosse colomba

rinvenuta sul prato

o come fosse fatto

di pane.

Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012), da Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012.

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La luna era tra i libri adagiata

ripiena splendeva e sopita ristava

il libro librone quieto dormiva

– ronfava.

(Quarta di copertina)

Caro libro, quanto ti voglio bene, mi fai compagnia da ottant’anni e non mi hai mai deluso.

Benedetto dagli Dei. Il tuo fervore e la tua presenza sono un sollievo per tutti i mali, anche per quelli del corpo.

Qua testimonio la mia riconoscenza e la mia totale fiducia, e voglio ancora una volta abbracciati, caro libro adorato. Non questo o quello, ma tutti i libri del mondo, offerti dietro splendide vetrine illuminate, oppure nascosti o raccolti nel cauto silenzio delle biblioteche austere.

Qua ti do testimonianza di un affetto incrollabile e di una riconoscenza infinita.

E grazie a tutti i lettori e a tutti coloro che mantengono ancora fìducia nelle pagine scritte e nelle pagine stampate.

Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012), da Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012.

 

 

 

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la migliore offerta

Giuseppe Tornatore è regista discontinuo capace di opere geniali, colme di poesia struggente e dai ritmi coinvolgenti quanto di lungaggini manieristiche capaci di annullare la sua forza creativa: una su tutte Baarìa (2009), forse il prodotto peggiore del regista, inutilmente prolisso, anzi interminabile, inutilmente zeppo di divi e divetti siculi e non, inconcludente, trama già vista e pure mal recitata dai protagonisti, dove persino le musiche di un genio come Morricone sono sprecate.

Altra la levatura di Nuovo Cinema Paradiso, partenza altissima nel 1988, con una narrazione potente, con degli attori al massimo della forma e una meta-riflessione sulla natura stessa del fare cinema se non unica al pari di capolavori assoluti come Effetto notte di Truffaut.

L’ultimo suo lavoro, La migliore offerta (2012, ma uscito nel 2013), è un meccanismo cinematografico esemplare, in altre parole un gran film, degno della tensione di La sconosciuta (2006) e ancor più in linea con quella sua perla indimenticata e metafisica del 1994, ovvero Una pura formalità, a dimostrazione del fatto che Tornatore sa essere grande, a tratti perfetto, senza dover ricorrere esplicitamente alla sicilianità più didascalica. Anzi.

Sin dall’inizio la pellicola prende subito lo spettatore perché Virgil Oldman, ossia il personaggio interpretato da un sempre più brillante e calzante Geoffey Rush, è figura che non si scorda: antiquario e connoisseur espertissimo, battitore d’asta così preciso da essere richiesto in tutto il mondo, maniaco dell’ordine e, a suo modo, misogino, nel senso che ha espunto le donne (come ogni altro contatto e affetto umano) dalla sua vita, accumulando però una quadreria personale strepitosa, gelosamente custodita nel caveau di casa sua e interamente composta di soggetti femminili dei più grandi nomi della pittura universale, che egli accarezza e contempla non appena fa ritorno nella sua impeccabile e algida abitazione. Tale raccolta è il frutto della sua esistenza, di cacce sapienti e pazienti, dovute anche alla complicità del suo socio-galoppino Billy Whistler, un Donald Sutherland sempre splendidamente sulfureo anche quando non lo sembra e difatti, col senno di poi, più che sibillina suona la sua battuta: “I sentimenti umani sono come le opere  d’arte, si possono simulare.”

la-migliore-offerta

Tutto dunque fila come al solito, una routine dorata, quando Virgil, neo sessantatreenne, riceve una commissione da parte di Claire (l’attraente e credibile Sylvia Hoeks), una ragazza tanto bella quanto instabile e agorafobica a livelli patologici, che, rimasta orfana, vuole mettere tutti i beni di famiglia all’asta. Il rapporto fra i due non è facile, fatto di sfuriate da parte dell’uomo e ritiri dell’incarico da parte della donna, anche se, poco alla volta, sembra nascere un’alchimia strana fra i due, nonostante la differenza d’età, fino al punto in cui lui non può più fare a meno di prendersi cura di lei, anzi non può più fare a meno di lei, che fra l’altro sembra condividere appieno la cosa, l’amore.

In tutto questo va sottolineato il ruolo non di poco conto di Robert (il giovane e bravo Jim Sturgess), l’abile restauratore di Oldman, che qui diviene anche suo consulente in materia di cuore, ambito di cui il nostro è totalmente all’oscuro. Così ogni cosa pare procedere verso un happy end garantito quand’ecco il finale raggelante, talmente shockante da essere l’unico difetto (ma non lo è) semmai uno è da trovarne in questo sicuro gioiello filmico: non si scorda più. E spiace doverlo in parte svelare per esigenze critiche, ché è peccato per chi ancora non l’ha visto, l’epilogo e il film tutto, che davvero vale per intero.

A questo proposito invito a considerare il gioco dei rimandi, simmetrici come in una partita di biliardo, ad esempio fra  la “nana” del bar che inascoltata come una cassandra dice sempre la verità e l’automa antico, anch’esso vaticinatore esatto, che Robert ricostruisce pezzo dopo pezzo per Virgil e che pronuncia una frase che passa di bocca in bocca per più personaggi: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”, a mio avviso intrisa di echi zeriani, nel senso del grande e compianto Federico Zeri (fra gli altri titoli si vedano Diari di lavoro 1, la quarta conversazione in Dietro l’immagine, gli innumerevoli articoli spesso apparsi su La Stampa parzialmente leggibili nell’antologia Il cannocchiale del critico, e postumi Cos’è un falso e La costellazione del falso).

Resta lo sgomento, alfine, dello spettatore per la crudeltà umana visto l’annichilimento completo e irrecuperabile cui è ridotto il protagonista, vittima inconsapevole di una tela di ragno millimetrica, non tanto o non solo per la perdita del suo tesoro (al di là del valore economico, era lo specchio stesso della sua identità), quanto soprattutto per la dissoluzione definitiva del suo essere intimamente umano che aveva ceduto e creduto all’amicizia e all’amore per trovarsi invece prigioniero d’un incubo infinito, automa di se stesso (a proposito dei rimandi fra cose e persone, tra sfera oggettuale e sfera animata), laddove persino la macchina terapeutica che dovrebbe in qualche modo aiutarlo a riaversi sembra una gabbia, una trappola parodica e terribile dell’uomo vitruviano leonardesco.

Torna alla mente la risposta di un assistente del povero Virgil, forse uno dei pochi se non l’unico veramente affezionatogli viste le visite in clinica successive al tracollo (ma quanto spesso si è ciechi nel non vedere le facce semplici e amiche), alla domanda “com’è vivere con una donna?”: “Esattamente come partecipare a un’asta: non sai mai se la tua offerta sarà la migliore”. E viene voglia di sprofondarsi in un madrigale eterno di Gesualdo da Venosa: Ahi, disperata vita,/ che fuggendo il mio bene,/ miseramente cade in mille pene./ Deh, torna alla tua luce alma e gradita/ che ti vuol dar aita.”

 

 

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baroncelli

Anni fa, chissà quanti, si pensava col fraterno amico Andrea, quello di una vita, di scrivere un libro fatto di soli titoli, inventati, di libri altrettanto inesistenti, o meglio non ancora scritti. Esercizio borgesiano, direte voi. Sarà.

Comunque, era un periodo di tale sintonia su questo divertimento che senza sforzo ci venivano in mente titoli su titoli, talvolta davvero brillanti. Ma l’intenzione era più giocosa che ferma e nessuno s’è mai appuntato nulla e tutto è tornato a essere tempo.

Per la verità s’era pensato di accompagnare ogni titolo con due righe di presentazione, magari quelle del risvolto di copertina, o di critica ora divertita e spietata ora accondiscendente fino alla piaggeria, o perché no direttamente scrivendo l’incipit del (nostro) testo fantasma.

Come dicevo nulla è rimasto, salvo in un angolo semibuio della mia memoria questo titolo Tra le trippe del topo, ricavato da un’affermazione di Martin Lutero, secondo la quale se Dio c’è, è ovunque, anche negli anfratti più impensati, tra le trippe del topo appunto, con quella sequenza mitragliante di “t”, allitterazione che da sola vale l’affermazione.

Avrebbe potuto essere un trattato serissimo di critica teologica o una biografia (ironica?) del padre del protestantesimo: impossibile oltre che inutile indagare la fantasia a posteriori.

Perché mi viene in mente tutto questo?

M’è capitata fra le mani l’ultima fatica di Eugenio Baroncelli, Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013) ovvero la concretizzazione di quanto esposto sopra: le idee volano non hanno fretta aspettano anche anni quanto il capriccio comanda loro e poi si posano, benché mai a caso. Perché le idee vogliono nascere.

Ed ecco i 55 titoli con le rispettive prefazioni, incipit, risvolti di copertina, avvertenze e persino il Libro di titoli di libri, bell’e servito a pagina 73, et voilà!

Ora, nonostante quanto detto e nonostante il fantasma di Borges evocato qua e là quale nume tutelare, rispetto ai precedenti (chicche minibiografiche dense di grazia elegante alla Fénéon, colte e intelligenti come Montaigne, ovvero il Libro di candele. 267 vite in due o tre pose, il primo e forse il più bello, o Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose e Falene. 237 vite quasi perfette) quest’ultimo di Baroncelli m’è piaciuto meno. La trama del mosaico c’è, la realizzazione però presenta più di qualche smagliatura con cali di tensione in qualche caso evidenti.

E tuttavia alcune pagine sono perle del Baroncelli migliore (che alfine è un lirico asciutto, credo non insensibile a Satie o alla Música Callada di un Mompou), tanto che ti secca – ma è bene – che tutto finisca lì, poche righe sotto, essendo questo il gioco di un libro di libri immaginari. Ve ne propongo qualche assaggio, buona lettura.

1) “Confutazione della «Vita di Macrina» di Gregorio di Nissa

Chi è destinato a vivere, quand’anche muoia, non muore.”

2) “Cose. Libro di tutte le cose e molte altre ancora che stanno sulla mia scrivania

Avvertenza. Le cose non muoiono mica: durano più di noi. (Fa eccezione il cd di George Harrison che mi aveva regalato il professor Briganti: quello ha avuto l’umana malizia di sparire davvero, il che spiega perché sembra uno sproposito, o una menzogna, quanto mi manchi adesso). Noi ci ricordiamo delle cose, ma le cose ci dimenticano. Ce ne andremo, e non sapranno mai che ce ne siamo andati. È un’ingiustizia. Questo libro, naturalmente, non può correggerla: si limita a descriverla, con la necessaria pazienza e senza un inutile rancore. Le scatole di Toscani, una mezza piena di sigari e l’altra gremita di penne biro. La lampada monotona. La pila dei libri, che possono non servire. La capricciosa stampante. L’agenda, che resta chiusa tutto l’anno. Il calendario, omaggio del Museo di storia naturale delle scienza biomediche di Chieti. Il dizionario di toponomastica della Vallardi. Il computer, che non vuole aprirsi. Il portacenere e la bussola. Il lettore portatile di cd, il temperamatite… Se qualcuna l’ho dimenticata, è perché a nasconderci le cose, come la nuvola il suo dio, è giusto l’abitudine. Se molte altre le ho aggiunte, è perché esistono anche le cose che non stanno qui, perché una scrivania è il mondo.”

3) “Il doppio dell’oppio. Ventidue vite stupefacenti

Prefazione. (…) La droga è la morte, ma anche la vita: stupefacente, appunto. Il campo è una losca fumeria di Chinatown (lo stesso, si badi, su cui si apre il film): Noodles, disteso su un lettuccio sudicio, fra le volute del fumo getta un sorriso ebete alla camera, che lo coglie dall’alto, attraverso una garza sottile, zoomando in allontanamento. È l’ultimo fotogramma di C’era una volta in America di Leone, ma forse ci sbagliamo. Forse è il primo. Da lì Noodles non si è mai mosso, e lì, nell’incantato torpore dell’oppio, ha sognato il film.”

4) “È andata via la luce. Elogio dell’ombra

(…) Un giorno riferirono al Maestro che Yu-Y’an, un uomo grossolano e volgare, era morto. Quella sera, i discepoli sorpreso il Maetsro in meditazione sulla tomba di Yu-Y’an, che era di cattivo gusto come lui. «Maestro», gli chiesero stupiti, «che cosa c’è da contemplare in un luogo così volgare?». Rispose il Maestro: «L’eleganza dell’ombra».

«Oh, se invece fossi rimasta in qualche oscura parte del Nord o in qualche isola sperduta, / dove la strada non è mai battuta da carrozze dorate, / dove nessuno impara l’ombra».

Riparare nell’ombra in tempi bui. È una parola.

Prefazione. A Auguste Dupin, «innamorato della notte». Se siamo l’ombra di un sogno, come lasciò detto Pindaro, tanto varrebbe viverlo senza svegliarsi mai. L’ombra non è le tenebre: è una fra le forme della solitudine. L’ombra è rivelatrice: non è la dentro che le cose, finalmente, si illuminano? Per questo lascio questo libro nell’ombra, cioè nella sua versione migliore. Fra poco ripeterò il consiglio del vecchio Pitagora: «Nascondi la tua vita, o almeno la tua morte».”

5) “Lassù. Breve storia del cielo

(…) Questo libro racconta questo e anche altro: per esempio le aurore, quella musica, da cui sappiamo che i nostri morti non sono morti ma lontani, così lontani che la loro voce ci arriva travestita da brusio della brezza, per esempio certi crepuscoli di fuoco, che sembrano una fine e invece, con quei riflessi rosso sfacciato da tintura da poco che a me ricordano le donne perdute, sono un principio, almeno per un po’. Per esempio i banditeschi tramonti in cui se ne va in sangue, con quegli spaventevoli cani che fiutano la notte.”

6) “Questi fantasmi. Preistoria, storia e leggenda della mia biblioteca

(…) Questi fantasmi, i libri, ci confondono. Se ne comprano tanti che poi non si sa più dove metterli né come leggerli tutti. Certuni, se lo scaffale è profondo, si nascondono come bambini dietro quelli della prima fila. Certuni, se non vi fidate più della scaletta che invecchia scricchiolando come voi, non si raggiungono più. Stanno lassù intatti e muti, a prendere la polvere che intanto diventiamo noi. Non so se sia l’inferno o il paradiso, ma mettere insieme una biblioteca è organizzare una solitudine.”

Eugenio Baroncelli, da Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013)

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Zhanna Kadyrova, Do not enter, 2005, ferro galvanizzato, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, 140 × 140 × 20 cm, collezione Vladimir Ovcharenko, Mosca, foto Andrew Yagubsky

Zhanna Kadyrova, Do not enter, 2005, Vladimir Ovcharenko collection, Mosca, photo Andrew Yagubsky

Zhanna Kadyrova (Brovary, Ukraine, 1981): what was your journey of discovery of the artistic languages: ​​from sculpture to mosaics or the opposite? In particular, what kind of materials do you use for the mosaic?

I finished my art school classes in the sculpture department: it taught me a space perception thinking, but this school was an academical one, very conservative – all of the sculpture compositions that we were making were monotone, as well as the sketches we were drawing with a simple pencil. I can say that the very first and unconscious impulse that I had was to work with color. I started to make drawings with felt pens, then continued with ceramic tiles and mosaic sculpture. Of course there is also a second indispensable component: the symbolic of the material itself (the tile). 

Zhanna Kadyrova, Tolya, The Plumber, 2004–2005, cornice rinforzata, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, 60 × 172 × 30 cm, collezione Vladimir Ovcharenko, Mosca, foto Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

Zhanna Kadyrova, Tolya, The Plumber, 2004–2005, Vladimir Ovcharenko collection, Mosca, photo Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

Zhanna Kadyrova, Cube, 2009, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, 60 × 60 × 60, collezione Oleg Krasnoselsky

Zhanna Kadyrova, Cube, 2009, Oleg Krasnoselsky collection

Zhanna Kadyrova, Fruit, 2008, piastrelle di ceramica, poliuretano espanso, altezza 140 cm, collezione Fondazione Vladimir Smirnovand Kostantine Sorokin, Mosca

Zhanna Kadyrova, Fruit, 2008, collection of Vladimir Smirnovand Kostantine Sorokin Foundation, Mosca

The sculpture tends to give an idea of solidity, even if it is done through the mosaic. Instead one of the most interesting things of your works is that mosaic breaks sculpture, goes into the sculpture and digs it, like a geode: the fragmentation of the object is not reconstructed, but exalted. Could you talk about your idea of mosaic?

It was truly important for me to break and to flex something that usually doesn’t break. Everything was used to see a geometrical module of an every-day tile/plate. The utilitarian and commonness of the material gave me great possibilities. 

Zhanna Kadyrova, Apple, 2010, calcestruzzo, cemento, muro di mattoni, frammenti, piastrelle di ceramica, 300 × 300 × 300 cm, Lenin Street, Perm, Russia, foto Alexander Khomutov

Zhanna Kadyrova, Apple, 2010, Lenin Street, Perm, Russia, photo Alexander Khomutov

Zhanna Kadyrova, Form of Headlights, 2012, automobile, cornice di legno, cemento, 625 × 172 × 148 cm, courtesy dell'artista e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, produzione di Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, foto Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Form of Headlights, 2012, courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, production of Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, photo Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Data Extraction – Kyiv, 2012, armatura di metallo, resina epossidica, asfalto, 97 x 97 cm, proprietà dell'artista

Zhanna Kadyrova, Data Extraction – Kyiv, 2012, property of the artist

Seems to me that in your work, even in those currently exposed to the Ukrainian Pavilion at the Venice Biennale, various influences are acting. They would be contradictory but you knew how to combine them in an original way: from pop to ready-made, from the use of poor materials to the more elaborate and shiny.

There’s attention to the beauty of things not beautiful in appearance: the cement is heavy and without grace, but in your old work, in the form of a giant cone, it becomes light and touches the headlights, or rather it comes from the headlights of an old car (perhaps a “time machine” or rather a “memory machine”). Or your fragments of asphalt hung like paintings (which remind me of an amazing series of a great Italian photographer, Franco Fontana): they are generally under our feet, we do not notice them, but so isolated and hung on the wall, they make all the poetry of their reality.

Well, could you talk about your current work at the Biennale?

In the Ukrainian Pavilion I was exhibiting two completely different projects: a documentation of Monument of the New Monument and objects of the serie No Explicit Forms. The curators of the exhibition Alexander Soloviev and Viktoriya Burlaka have selected these works.

Zhanna Kadyrova, Monument to a New Monument, progetto realizzato per la residenza d'artista «Shargorodrafinad», 2009, calcestruzzo, cornice rinforzata, poliuretano espando, piastrelle di ceramica, pietra, pietra da pavimento, panchine, lampioni, (figura) 70 × 200 × 60 cm, (piedistallo) 256 × 150 × 256 cm, Lenin Street, Sharhorod, Ukraine

Zhanna Kadyrova, Monument to a New Monument, 2009, Lenin Street, Sharhorod, Ukraine

1. In 2007 I was invited to participate in a festival of architecture of the small city of Shargorod (Ukraine). I started to work on the public sculpture Monument of the New Monument, but I had the possibility to install it only in 2009. It was very important for me that, in addition to my being a sculptor who was making a sculpture, I started to work for the first time as architect. The square where is the monument was built following my project, benches and lamps were made after my sketches. 150 square meters of pavers were put on the ground, and the gas pipe that was going throw the square was put underneath it.

Once the curators have chosen this work, there was a question up for me: repeat the sculpture or make a documentation of this site-specific. I didn’t like the usual supporting documentation (photo, video), because of its bidimensionality. The DIY hologram that we exhibited at the Pavilion accomplished in my opinion is a prior task, to show the life around an contemporary artwork in a small town. The possibility to see the work from its four sides, the possibility to walk physically around it, was a real experiment for me. I made this kind of work for the first time and many people helped me with it. Four GoPro cameras were put on each of the four sides and, synchronously, every 10 seconds, made a shoot during all day, from sunset to sunrise. Thanks to this we had a quickening day of twelve minutes with passengers, cars, animals and everything that surrounded the sculpture every day, the original sound was also recorded this way. 

Zhanna Kadyrova, Security Camera, 2012, videocamera di sorveglianza, cornice di legno, muro a secco, cemento, dimensioni variabile, courtesy dell'artista e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, produzione di Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, foto Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Security Camera, 2012, courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, production of Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, photo Oak Taylor-Smith

2. The second project exhibited at the Ukrainian Pavilion is a work of the serie No Explicit Forms. This time I materialized the immaterial view of a security camera and a video camera, that are directed on some mysterious object of the exhibition. The choice of the material is here very important, as the concrete is a rough, heavy and basic material. It was important to put it against the ephemeral view of the cameras. The idea of the work is that at the first glance the unnoticed has a great impact on our private life. There was also a connection to the Biennale as a publicized art event. Maybe a chef-d’oeuvre is hidden under the eye of the camera.

Zhanna Kadyrova, Bench-graphs, 2008, calcestruzzo, armatura di metallo, piastrelle di ceramica, 840 × 69 × 415 cm, Peremohy Avenue, Kyiv

Zhanna Kadyrova, Bench-graphs, 2008, Peremohy Avenue, Kyiv

Zhanna Kadyrova, Honor Board, 2003, 11 fotografie in bianco e nero, truciolato, acrilico, 180 × 130 cm, collezione Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, foto Dmitry Sergeev

Zhanna Kadyrova, Honor Board, 2003, Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives collection, photo Dmitry Sergeev

Zhanna Kadyrova, Shell, 2008, property of the artist, photo Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

Zhanna Kadyrova, Shell, 2008, property of the artist, photo Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

What is the situation of the mosaic in your Country? Are there other artists who use it in the contemporary sense?

The mosaic in Ukraine has very deep roots, as it is a traditional soviet element of the public space interior design. There are still some monumental signboards on the walls of different institutions and mosaic used in the bus stops that everybody can see nowadays. More contemporary mosaic can be seen in the Vinnytsia region, it is used to decorate houses. But these mosaics are more ornamental, the soviet ones are ideological.

There are not so many artists working with mosaic, some of them use it once, and then choose to move on… O. Tistol (from Kiev) made mosaic framings for his works, L. Zvezdochetova (Moscow) used tile mosaic, Artem Andreichuk (Kiev) uses tiles in his paintings, Anatoli Gankevich (Odessa) imitates mosaic in his paintings.

Zhanna Kadyrova, Diamonds, 2006, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, proprietà dell'artista, foto Sergey Illin

Zhanna Kadyrova, Diamonds, 2006, property of the artist, photo Sergey Illin

Zhanna Kadyrova, Filling, 2012, vasellame smaltato e contenitori domestici, piastrelle di ceramica, dimensioni variabili, courtesy dell'artista e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, produzione di Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, foto Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Filling, 2012, courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, production of Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, photo Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Oblast, 2010, property of the artist, photo Sergey Ilin

Zhanna Kadyrova, Oblast, 2010, property of the artist, photo Sergey Ilin

What are your plans for the future?

In the end of June I am making a residency in the Izolyatsia Foundation, in Donetsk (Ukraine). There I am going to make a monumental signboard out of recovered tiles coming from facade walls of the fabric. It will be a bas relief representing the contemporary city and will occupy the entire wall. Also, in my upcoming shows, I will have a solo exhibition in September entitled Crowd at the Moscow Biennale.

Zhanna Kadyrova, Crowd, 2012, property of the artist

Zhanna Kadyrova, Crowd, 2012, property of the artist

Zhanna Kadyrova, Wood, 2009, private collection, Kyiv

Zhanna Kadyrova, Wood, 2009, private collection, Kyiv

Vladimir Smirnov and Konstantine Sorokin Foundation

3 Profsoyuznaya Street, Moscow

E-mail: info@smirnovartsorokin.com

Tel.: +7 (499) 124-69-35

Fax: +7 (499) 124-69-31

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