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Archive for ottobre 2013

ravennamosaico_topPremessa: dal 12 ottobre al 24 novembre 2013, sempre all’interno delle manifestazioni del Terzo Festival Internazionale del Mosaico Contemporaneo, è aperta presso lo studio EmmeDi (Via Salara 33, Ravenna) la collettiva da me curata Sei Maestri Ravennati.

Quello che segue è il mio testo critico in catalogo: anche stavolta, come per tutte le collettive che ho seguito nel corso degli anni, ho preferito scrivere un testo “altro” dal dedicare le classiche due tre righe a ciascun artista, cosa che a mio avviso fa somigliare tali scritti alla lista della spesa o al buon compitino diligentemente svolto. Per scrivere io devo divertirmi. Così, essendo in questo caso i sei maestri coinvolti assai diversi fra loro, accomunati tutt’al più da questioni anagrafiche e di mezzo musivo adoperato, ho pensato di dare la parola direttamente alle mura della sala che ospita le loro opere. Buona lettura.

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Quadrati magici

“Il mondo è tutto ciò che accade.”, L. Wittgenstein

Benvenuti. Siete al termine di un viaggio cominciato anni fa, tra queste mie pareti. Oggi è tempo di festa: è ciò che si chiede a questa collettiva dei sei artisti coinvolti nelle personali che hanno visto esposti i lavori di Verdiano Marzi (2007), Paolo Racagni (2007), Giuliano Babini (2009), Luciana Notturni (2009), Felice Nittolo (2010) e Marco De Luca (2011).

A proposito, posso testimoniare quanta cura quanto amore Marco e Roberta abbiano dedicato nel tempo a questi percorsi di gente così differente accomunata da vicinanza di generazione oltre che dall’aver sviluppato la tecnica musiva in linguaggio artistico. E io ne sono stato teatro.

Verdiano Marzi

Verdiano Marzi

Nessuno lo sospetta ma quando le luci si spengono con le opere che contengo parlo e ascolto: mi faccio raccontare le loro storie di vetro e pietra, di metamorfosi di frammenti in forme nuove e i pensieri di chi così le ha disposte: loro hanno letto negli occhi dei loro artefici, sono cariche come nuvole, non attendono che piovere. Io sono qui, a raccogliere quell’acqua che diventa parte della mia storia muta, mai anonima.

Stando fermo ho conosciuto il mondo, anzi i mondi altri che si danno attraverso le possibilità del pensiero dell’arte: scomporre, ricomporre, stravolgere, sintetizzare. Pensate alla diversità di ogni opera e in ogni oggetto alla molteplicità degli andamenti, alle migliaia di forme delle singole tessere, ai colori, alle sfumature. Quante ossessioni, quale precisione. Questo è il mondo dei mondi.[1] Questo siete anche voi umani: guardatevi attorno, specchiatevi dentro.

Paolo Racagni

Paolo Racagni

Le cose che esperite in una mostra sono idee, ipotesi, realizzazioni, contraddizioni. Ma sono, non scordatevelo. E poi io vedo, v’osservo, voi visitatori, quando mi calpestate, quando venite a cercare con gli sguardi rapiti o contrariati ciò che offrono i miei muri. Sento e assorbo anche il peso del vostro odore.

Se la metafora non fosse facile, direi che completate il mosaico, ne fate parte in un divenire senza soluzione di continuità. Sapete, “il mondo non è, esso diventa! Si muove, cambia! (…) Il mondo, il reale, non è un oggetto. È un processo”[2] e quando “si sente il bisogno di un po’ di musica (di un po’ di mosaico) tutto ciò che bisogna fare è prestare molta attenzione ai suoni (alle cose) che ti circondano. Io penso sempre al mio pezzo silenzioso prima di scriverne uno nuovo”[3], diceva il musicista Cage, che amo molto per il suo coraggio e divertimento nel percorrere vie nuove partendo dal punto zero, il silenzio appunto.

Giuliano Babini

Giuliano Babini

E se i sei qui esposti, insieme a qualche altro valente compagno di viaggio, non avessero deciso decenni fa di “tradire” il mosaico dei loro maestri per tradurlo nella contemporaneità voi ora non sareste qui e il futuro del mosaico sarebbe ipotecato o posticipato. Ognuno a suo modo e tutti così diversi hanno reso testimonianza della freschezza di questo porre continuo, quasi infinito se non esistessero limiti umani, dettagli di reale accanto a loro simili, creando mondi accanto al mondo, mondi sopra la pelle del mondo, secondo disegni inediti ma costanti, centrando l’attimo, tanto da ricordarmi il procedere incessante e in crescendo del bolero. E in quest’antica danza, c’è chi s’è avvicinato a Ravel, chi all’A 200, il finale di Burn dei Deep Purple. Mondi paralleli, mondi possibili.

Luciana Notturni

Luciana Notturni

Mondi che nelle loro divergenze, pur sommati in qualsivoglia direzione, obliqua orizzontale o verticale come nel quadrato magico ch’è dietro la testa dell’angelo della Melencolia I di Dürer, danno un risultato medesimo: dicono dell’urgenza millenaria dell’uomo cacciatore-contadino di voler afferrare e ordinare e capire ciò che sfugge, il mondo stesso, la stessa natura umana.

Felice Nittolo

Felice Nittolo

In questa corsa dentro lo specchio, in quest’ansia d’andare avanti, vi siete scordati che Achille per raggiungere la tartaruga di Zenone potrebbe tentare l’azzardo, andare infinitamente all’indietro. Eppure questa vostra miopia e perpetua sconfitta è bellezza, la grandezza mai doma di chi con intuizione artistica o mistica non s’arrende rispetto alla sfida impossibile posta, l’equilibrio, la perfezione, e che anzi produce impensati e imperfetti e mai falliti nuovi mondi, quelli d’una mente che sapientemente crea indeterminazione e mai stasi, l’elastico che fa essere ciò che siete.[4]

Fra i sei che oggi avete visto, molto o tutto sbiadirà nel ricordo, non prima d’essersi stratificato nella roccia sedimentaria e friabile, nel gesso che sfaldandosi sta scrivendo le vostre vite, altri frammenti.

Non resta che presentarmi nel congedo: sono EmmeDi, il Laboratorio.

Marco De Luca

Marco De Luca


[1] Interessante a questo proposito l’interpretazione della meccanica quantistica del fisico Hugh Everett III, che nel ’57 formulò la Many Worlds Interpretation in risposta al cosiddetto “paradosso del gatto di Schrödinger” del ’35: in una battuta, davanti a due alternative se ne vede realizzata una sola, ma parallelamente continua a esistere anche l’altra. Niente come l’arte, il processo creativo del fatto espressivo, e la storia dell’arte rendono immediatamente evidente la sintesi e l’esistenza necessaria di universi opposti.

[2] John Cage, Per gli uccelli. Conversazioni con Daniel Charles, Torino 1999, p. 75.

[3] John Cage, Al di là della musica, Milano, 2013, p. 38. Le parentesi all’interno della citazione sono dello scrivente.

[4] Paradossalmente anche a livello subatomico l’equilibrio percepibile dell’esistente è dato da un apparente disequilibrio delle particelle in moto incessante e casuale, cfr. S. Ortoli, J.P. Pharabod, Metafisica quantistica. I nuovi misteri dello Spazio e del Tempo, Roma, 2013.

 

 

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Si propone la seconda e ultima parte dei testi critici (qui la prima parte) nel catalogo di Orientamenti – Premio Tesi 2013, a cura mia e di Antonella Perazza, fra cui quello del vincitore del Premio, Sergio Policicchio.

Al termine di questo bellissimo percorso si ringraziano tutti gli organizzatori che lo hanno permesso,  l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, in particolare nella persona di Maria Rita Bentini, e il Comune di Ravenna, nonché la Fondazione Akhmetov di Mosca, sponsor della residenza d’artista trimestrale assegnata al vincitore. E a tutti e quattro questi capaci artisti, Raffaella Ceccarossi, Naghmeh Farahvash, Sergio Policicchio e Sara Vasini, l’augurio di una mente sempre fertile e pronta alla bellezza dell’inatteso.

Si ricorda infine che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013 presso il chiostro della Biblioteca Oriani di Ravenna.

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Sul pensiero di perdersi di Antonella Perazza

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50x70 cm, 2013

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50×70 cm, 2013

Sergio Policicchio inizia a lavorare al suo ciclo di opere Sul pensiero di perdersi nel 2012, anno in cui si imbatte in una raccolta di fotografie sulla popolazione autoctona della Tierra del Fuego.

Questo incontro fortuito innesca un imprinting tra l’artista e quei volti provenienti dall’estremità del continente che si risolve in uno smarrimento emozionale dato dalla frontalità disarmante di quelle immagini.

Sergio le analizza ma non si ferma alla sola fisiognomica. Attraverso la presenza materiale delle microtessere tenta di porre delle domande per mettersi in discussione, per cercare di diventare altro da sé e aprirsi agli altri. Crea nuovi segni tribali che non si limitano a una popolazione specifica ma identificano l’intera tribù umana, al di là di ogni linguaggio. Le metamorfosi che ne derivano innestano l’uomo nell’animale e generano una rincorsa di espressioni sovrapposte. Lo scarto tra la superficie patinata del medium fotografico e la texture delle tessere e micro frammenti, crea un’epidermide sensoriale in cui i tratti somatici diventano geologici, le mimiche facciali vengono ri-calcate dall’intervento plastico.

Il viso si trasforma allora in territorio e quei tratti trascinano l’immaginario di una terra che diventa paesaggio interiore, un labirinto da percorrere senza seguire nessun filo, lasciandosi perdere nella profondità di quegli sguardi.

Negli occhi dei cinque soggetti si apre una questione umana che, seguendo a ritroso la scia delle lacrime dello sguardo che le ha generate, diventa idioma comune oltre il tempo e gli uomini, sempre attuale e parlante perché comunica con l’emozione.

BIO artista: Sergio Policicchio, nato a Buenos Aires nel 1985, si diploma nel 2013 presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.  Nel 2011 è finalista al premio GAEM. Espone durante il Festival Internazionale del Mosaico (2010, 2011). Tra gli altri lavori: In tensione verso (2011, installazione), Erma (2011, installazione), La quiescenza (2012), Accademie eventuali (2012), Fuoco bianco (2013), Mundus, paesaggio sonoro (2013). Ha partecipato come performer a diversi progetti di compagnie teatrali.

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Nasso di Luca Maggio

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7x130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7×130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Nasso metafora d’una vita dunque d’un gioco bloccati, impossibili da condurre.

Sara Vasini torna sul mito dell’isola dell’abbandono, dell’amoredoloreamore di Arianna per Teseo e Dioniso, qui interpretato in forma di torri jenga, isole-monadi prive di comunicazione fra loro e in se stesse, costruite con tessere realizzate dall’artista, tutte diverse come vere tessere musive e in legno di quercia, lo stesso delle botti di vino, quale omaggio al dio oscuro dell’ebrezza.

Ora in forma di torre verticale, ora cubica, le tante Nasso qui poste fra giardino e chiostro trovano dialogo con quest’hortus non conclusus, piuttosto aperto e mozzo, come mozzata è la possibilità di giocare con le tessere, causa ora la loro dimensione ora la saturazione delle torri, che tuttavia, impedendo il jenga, dunque creando un disequilibrio d’identità, permettono la stabilità architettonica delle singole costruzioni.

Ma un gioco che non è più un gioco, ossia un metalinguaggio (G. Bateson), col fascino-delirio-piacere delle regole entro cui si accetta rigorosamente di stare (J. Baudrillard), che senso ha?

“È un gioco celibe” dice l’artista che, aiutata dall’ossessione calligrafica cui porta la minuzia del lavorare per concetti musivi, indica la risposta al cortocircuito in un’unica parola: follia. Qui priva però dell’enthousiasmós dionisiaco e dunque nichilista, bruciata e sola come i palcoscenici beckettiani, quelli delle tante Nasso nostre quotidiane.

BIO artista: Sara Vasini, nata a Cesena nel 1986, si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2008 partecipa a Arte Fiera, Forlì. Nel 2009 Nouvelle Vague 2, Russi; Ravenna Mosaico, sezione Opere dal Mondo, Ravenna. Nel 2010 Les languages de Blue, Saint Germaine en Lay, Francia. Nel 2011 Avvistamenti, Ravenna. Nel 2013 Noi qui un mosaico, Bologna; Torre nord della fortezza, San Leo, Rimini.

Read Full Post »

ravennamosaico_topAll’interno delle mostre inaugurate sabato 12 ottobre in occasione del III Festival Internazionale del Mosaico e della notte d’oro di Ravenna, ho avuto modo di occuparmi insieme ad Antonella Perazza della curatela di Orientamenti – Premio Tesi 2013, organizzato dall’Accademia di Belle arti di Ravenna e dalla Fondazione Akhmetov di Mosca.

Il tema specifico individuato da noi curatori ha tenuto conto della storia e dell’architettura del chiostro della ravennate biblioteca Oriani, luogo espositivo assegnatoci: la riflessione chiesta ai quattro artisti precedentemente selezionati (giugno 2013) ha riguardato sia la figura del chiostro come labirinto interrotto, essendo qui presenti solo due lati della costruzione originale risalente al XVI secolo, sia il cambiamento d’identità della sua funzione da religiosa a civile.

Si è inoltre tenuto conto dei colori e della luce del sito per sviluppare un collegamento ulteriore fra artisti e ambiente: se Naghmeh Farahvash ha giocato su trasparenze e opacità dei vetri e del pluriball, materiale da lei usato, Sara Vasini e Raffaella Ceccarossi hanno studiato percorsi rispettivamente impossibili e dissolventi intorno alla geometria spezzata del labirinto, usando legni e marmi e cercando un dialogo fra interno ed esterno. Viceversa Sergio Policicchio invita lo sguardo a un viaggio dentro labirinti interiori, partendo dai ritratti di abitanti della Terra del Fuoco.

“Orientamenti”, il titolo scelto, è volutamente polisemico, riferendosi sia ai percorsi post laurea  artistici e umani che attendono i quattro ragazzi, sia all’orientamento che ognuno di loro ha deciso rispetto al tema-labirinto assegnato, sia alla radice comune delle parole orientamento e oriente, ricordando che tra i quattro è stato scelto il vincitore della borsa di studio trimestrale a Mosca, offerta da Solo Mosaico-Ismail Akhmetov Foundation, in questo caso toccata a Sergio Policicchio.

Si ricorda che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013.

Luca Maggio (Bergamo, 1978), vive e lavora a Ravenna. E-mail: lucamaggio78@libero.it ; sito: https://lucamaggio.wordpress.com/

Antonella Perazza (Giulianova – TE, 1981), vive e lavora a Ravenna. E-mail: learmid@gmail.com

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Identity crisis di Antonella Perazza

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45x45 cm, 2013

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45×45 cm, 2013

Modificazione, scomposizione e rarefazione sono i temi su cui si centra l’opera di Raffaella Ceccarossi, artista abruzzese che riflette sulla storia del luogo espositivo, analizzandone il processo di cambiamento.

Partendo dall’attuale collocazione in situ, ne percorre a ritroso la storia fatta di numerosi spostamenti, cercando di capire cosa è andato perduto e cosa è rimasto in questi passaggi.

Con il suo intervento musivo, attraverso una successione di mappe aeree fatte di tessere, frammenti e polveri impercettibili, architetta nuovi confini, e di volta in volta, di mappa in mappa, compie mutilazioni che portano alla negazione del chiostro stesso. I limiti architettonici, originariamente simboli di raccoglimento, di meditazione e conoscenza di sé, risultano persi, dissolti. La geometria spezzata del labirinto che si è formato diventa indagine di una spiritualità che è svaporata come un liquido lasciato al logorio degli elementi. Il rapporto originario con Dio è compromesso così come il reticolo di marmo che, gradualmente meno fitto, tende all’evanescenza e all’azzeramento.

L’artista compie una delicata operazione chirurgica che rivela l’interiorità di un’architettura destinata a scomparire. Il luogo sacro smette allora di essere tale e, vittima dello scorrere del tempo, diventa per Raffaella un recipiente vuoto che è pronto ad essere riempito, perdendo la sua funzionalità originaria e cancellandone ogni traccia riconoscibile.

BIO artista: Raffaella Ceccarossi, nata a Lanciano (Ch) nel 1978, completa la sua formazione artistica con il Biennio Specialistico in Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2011 in occasione del II Festival Internazionale del Mosaico espone alla mostra Frammentamenti (Palazzo Rasponi, Ravenna). Nel 2012 partecipa a After After (NiArt Gallery, Ravenna), L’arte del mosaico (Nazzano, Roma) e Gioielli in micromosaico (MAR, Ravenna).

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Un’iconostasi laica di Luca Maggio

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500x39 cm, 2013

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500×39 cm, 2013

“Caduto il fiore/ resiste l’immagine/ della peonia”, Yosa Buson.

Con la grazia degli haiku si presentano le opere di Naghmeh Farahvash, catturano per  l’evidenza d’una semplicità iconica ch’è difficile scordare, sia quand’è trasparente sia con l’immissione di colori nelle bolle, alcune nell’insieme della partitura lasciate vuote “come un mosaico i cui pezzi si sono sparsi”, dice l’autrice, per creare un’armonia finale, un giardino essenziale di delizie sospeso fra gli incanti d’un Monet autunnale, qui analiticamente campionati, e le geometrie regolari delle colonne di Inanna a Uruk.

Eppure si tratta di pluriball: è dunque un’operazione di ready-made (a circa cent’anni dai primi esperimenti dada), che ridà vita e identità a qualcosa nato per proteggere e essere scartato subito dopo, senza che il minimo sguardo sia a esso dedicato.

Su queste superfici vagano invece gli occhi intrappolati dalla malìa lillipuziana di cellule plastiche parate dinanzi come una serie di file-ricordo vuoti-pieni che ci osservano, iati e micro-specchi senza uscita, come il deserto di Borges.

Tali cellule prigione d’una ghiandola pineale spenta perché paradossalmente sostanziata dalla luce che la blocca, creano l’iconostasi laica di quest’artista, sintesi pittorico-musiva e lago indistinto di vetro plastica e luce ormai coincidenti.

BIO artista: Naghmeh Farahvash, nata a Teheran nel 1981, si laurea in Grafica presso l’Università Azad di Teheran, in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel biennio di mosaico presso l’Accademia di Ravenna. Diverse le mostre con l’Accademia bolognese, fra cui Arte senza frontiere (Trento). Selezionata fra 2011 e 2013 per il premio GAEM e per la II e III edizione del Festival Internazionale di Mosaico Contemporaneo a Ravenna, sempre nel 2013 vince il concorso RAM, sezione mosaico.

 

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Carlos Maria Domínguez_La casa di carta

La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri. C.M. Domínguez 

Una storia d’amore, di più amori, questo libro. Amori che consumano, amori consumati, ma sotto la cenere dei giorni fatta di tempo e carta qualcosa ancora di inestinguibile morde.

Quasi come Gaudí la fine di Bluma Lennon. L’architetto di Dio realmente investito da un tram nel ’26, forse troppo assorto nei suoi disegni mistico monumentali. Lei, ispanista a Cambridge e personaggio letterario di questo romanzo, uccisa da un’auto mentre per strada leggeva l’adorata Dickinson.

La sostituisce un collega, nonché l’io narrante della storia, che viene trascinato nel passato amoroso di Bluma a causa di un pacco postumo a lei indirizzato e da lui ricevuto, contenente un copia piuttosto malmessa di La linea d’ombra di Conrad, con la copertina intrisa di cemento e una strana dedica della donna a un certo Carlos conosciuto anni prima a Monterrey, probabilmente lo stesso uomo che ha sentito il bisogno di rispedire indietro il libro.

Così cominciano le ricerche del nostro sulle tracce sudamericane del misterioso Carlos Brauer, un bibliofilo (dunque bibliomane) poco alla volta scivolato nella bibliofollia e nella follia tout court, in particolare in seguito al piccolo incendio che ha distrutto il suo archivio e con esso la possibilità di recuperare alcun ordine, dunque qualsiasi titolo, delle migliaia e migliaia accumulati nel tempo. Oramai ai suoi occhi inutilizzabili, quei mattoni di carta che hanno costruito il senso della sua vita, vengono da Carlos usati come mattoni veri e propri, cementificati in una improbabile casa di carta sulla spiaggia, che regge in realtà sino a quando egli non decide di spaccarla furiosamente alla ricerca del Conrad di Bluma. Passione divorante, devastante, quella per gli oggetti dannatamente magici che chiamiamo libri. E forse ha ragione una vecchia nonna che all’inizio del romanzo dice “smettila, che i libri sono pericolosi”. Troppo tardi per me.

Infatti invito chiunque non l’abbia letto a precipitarsi in libreria perché questo gioiello breve, poco meno di ottanta pagine, per quanto strepitoso di Carlos María Domínguez (Buenos Aires, 1955) sarà fra i vostri dieci preferiti di sempre, non ne dubitate.

“Spesso è più difficile disfarsi di un libro che procurarselo. I libri restano con noi in virtù di un patto di necessità e oblio, come testimoni di un momento delle nostre vite al quale non ritorneremo. Ma finché sono lì, crediamo di farne la somma. Ho visto che molti annotano il giorno, il mese e l’anno di lettura, tracciando così un intermittente calendario. Altri scrivono il loro nome sulla prima pagina, e prima di prestare un libro si appuntano su una rubrica il nome della persona cui lo hanno prestato, aggiungendo la data. Ho visto volumi etichettati, come quelli delle biblioteche pubbliche, o con un delicato biglietto da visita del proprietario infilato tra le pagine. Nessuno vorrebbe perdere un libro. Preferiamo perdere un anello, un orologio, l’ombrello, anziché il libro che non rileggeremo ma che serba, nella sonorità del titolo, un’antica e forse perduta emozione.

E succede che alla fine la biblioteca si impone per le sue dimensioni. La lasciamo esposta come un gran cervello aperto, coi miseri pretesti e false modestie. Conoscevo un professore di lingue classiche che si attardava di proposito nella preparazione del caffè in cucina, per dare all’ospite il tempo di ammirare i titoli sugli scaffali. Quando riteneva che il rito fosse consumato, faceva il suo ingresso in sala portando il vassoio con un sorriso soddisfatto.

Noi lettori curiosiamo nella biblioteca degli amici, anche solo per distrarci. A volte per scoprire un libro che vorremmo leggere e non possediamo, altre solo per capire di cosa si nutra l’animale che abbiamo di fronte. Lasciamo un collega seduto sul divano e al nostro ritorno lo troviamo in piedi, ad annusare fra i nostri libri.

Ma viene il momento in cui il numero dei volumi varca una soglia invisibile e l’orgoglio si tramuta in carico gravoso perché lo spazio è diventato un problema. Mi stavo appunto domandando dove sistemare un nuovo scaffale, quando giunse nelle mie mani quella copia della Linea d’ombra che mi perseguita, da allora, come un perpetuo avvertimento.”

Carlos María Domínguez, La casa di carta, Sellerio, Palermo, 2011 (ed. orig. 2002)

Ps. E un ringraziamento speciale a Giulia, amica e bibliotecaria “folle” capace di stupire sempre coi suoi consigli.

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