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Archive for gennaio 2014

Auschwitz

Auschwitz

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale.” Hannah Arendt

 

Due amici veri da una vita, soci in affari, galleristi in California, due che hanno condiviso difficoltà e piaceri di un certo raggiunto benessere. Verso la fine del ’32 Martin, il tedesco, decide di tornare in Germania, a Monaco, mentre Max, l’ebreo, continua a curare le fortunate compravendite della loro Galleria Schulse-Eisenstein a San Francisco e puntualmente spedisce la parte di guadagni spettante all’amico con lettere cariche d’affetto.

Inizialmente, nelle risposte alle missive, anche Martin è dello stesso avviso, dando ampio spazio ai particolari familiari, alla loro nuova vita tutto sommato agiata in una Germania poverissima, quella di Weimar ormai agli sgoccioli. Martin è un liberale, ammira il vecchio Hindenburg, ma pensa che questo nuovo fenomeno, Hitler, non sia poi così male per il suo Paese, anzi, forse è la “scossa elettrica” giusta visto il momento difficile che milioni di tedeschi stanno vivendo, sebbene talvolta gli venga da chiedersi “se sia sano di mente” (marzo ’33).

Passati pochi mesi e salendo rapidamente la scala sociale e politica della propria città, Martin non solo cambia decisamente opinione (“il nostro amabile Führer”, luglio ’33), ma azzera e chiude freddamente i rapporti con Max (“ti ho voluto bene non perché eri ebreo, ma nonostante tu lo fossi”).

Di più: nonostante le raccomandazioni e le preghiere di aiuto ricevute dall’ex amico, abbandona sua sorella Griselle, attrice teatrale in tournée in Germania ed ex amante dello stesso Martin, al suo destino di morte, fra le amabili braccia delle SA (dicembre ’33).

A questo punto scatta la vendetta di Max: conscio del fatto che la censura avrebbe controllato ogni lettera ricevuta da un notabile come Martin, specie se spedita da un mittente ebreo, nei primi mesi del ’34 lo inonda di lettere più che mai confidenziali e amichevoli tanto da spingerlo a scrivergli per chiedere di smetterla o ne sarebbe andato della sua stessa vita. Max però, memore di Griselle, non ha alcuna pietà e cessa la corrispondenza solo quando l’ultima lettera del marzo ’34 torna indietro dalla Germania con la scritta “Destinatario sconosciuto”, segno che la nemesi è finalmente compiuta.

Destinatario sconosciuto: breve, asciutto ma assai incisivo questo romanzo epistolare dell’americana-tedesca Katherine Kressmann Taylor (1903-1995), che lo firmò solo coi suoi due cognomi, apparve inizialmente a puntate nel ’38 sulla rivista Story, divenendo un vero caso editoriale l’anno successivo. Poi l’oblio.

Riscoperto negli anni ’90 prima in USA poi in Francia e nel resto d’Europa (da noi ripubblicato dal 2000 dalla Rizzoli), colpisce per la lucida preveggenza del massimo orrore che il ‘900 europeo avrebbe poi prodotto nei campi di sterminio nazisti, dove non morirono solo milioni di persone, ma anche la coscienza di una delle nazioni più intellettualmente e filosoficamente progredite della storia moderna. Com’è stato possibile tutto ciò? A noi non resta che ascoltare il grido di dolore inestinguibile di Primo Levi: “considerate se questo è un uomo” e “meditate che questo è stato”. Che tutti sappiano e nessuno scordi mai.

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Questa settimana sono lieto di ospitare un articolo non mio, ma redatto dallo staff di Consonant-Studio di Design dell’Interazione e della Comunicazione a proposito di Surface, l’innovativa applicazione realizzata e in uso presso Bisazza, com’è noto una delle più importanti eccellenze mondiali nel campo del mosaico industriale. Poiché sino ad oggi questa rubrica si è sempre occupata di mosaico di singoli e giovani artisti, mi è sembrato assai interessante dare spazio a questa diversa realtà musiva. Buona lettura.

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Bisazza - Superficie realizzata con Surface

Bisazza – Superficie realizzata con Surface

La nuova era del mosaico

Da un progetto italiano la tecnologia che innova la produzione musiva.

Negli ultimi decenni lo straordinario avanzamento tecnologico nell’ambito digitale ha permesso anche a professioni che affondano le radici nei secoli passati di progredire verso soluzioni innovative che ne migliorano l’efficienza e la qualità produttiva. Oggi prendiamo in esame il settore del mosaico e i suoi professionisti, sia in campo artigianale e soprattutto in quello industriale.

In Italia l’arte musiva ha una storia lunga e articolata: dai mosaici tardo-romani della Villa del Casale a Piazza Armerina a quelli bizantini delle basiliche di Ravenna, solo per citare due tra i numerosi siti archeologici in cui, dal Nord al Sud del paese, si possono ammirare tali suggestive eredità del nostro passato. Ma la tradizione non si è fermata a questi storici capolavori ed ancora oggi il mosaico rappresenta un elemento decorativo presente nelle pavimentazioni di interni ed esterni, nelle decorazioni murarie, nelle piscine, ma anche negli oggetti di arredo e ovunque la creatività di architetti e designer voglia inserire un elemento di spicco, attuale e ricercato.

Naturalmente, rispetto al passato, sono mutati materiali e tecniche. Il mosaico moderno  è per lo più industriale, con poco meno di qualche centinaio di grosse realtà produttive specializzate in tutto il mondo, sebbene la tradizione artigianale sia sempre ben viva: solo in Italia, ad esempio, sono oltre 200 le piccole imprese attive nella realizzazione di mosaici artistici. E a quanto pare risulta sempre più importante nella produzione musiva l’utilizzo di software in grado di curarne nel dettaglio la progettazione e predisporne con affidabilità la messa in opera.

Abbiamo fatto visita al quartier generale vicentino di Bisazza, azienda leader nel settore del mosaico industriale, che realizza superfici per installazioni di lusso, dove la componente di design e di immagine è fondamentale. In questa occasione abbiamo avuto modo di confrontarci con Paolo Rinaldi, senior marketing manager e project manager di Bisazza.

Paolo Rinaldi, marketing e project manager di Bisazza

Paolo Rinaldi, marketing e project manager di Bisazza

Precedentemente utilizzavamo vari programmi per completare la progettazione: un software per la composizione dei colori ed un altro solo per associare il colore alla tessera. Per realizzare il piano di posa, ovvero il decoro suddiviso per fogli, bisognava realizzare un print stamp del decoro e sovrapporlo poi manualmente usando Photoshop. Anche al momento dell’ordine bisognava utilizzare due programmi per preparare la distinta di accompagnamento del preventivo.

Oltre all’evidente perdita di efficienza produttiva, l’iter realizzativo presentava anche diverse limitazioni tecniche: nel numero di colori, nella forma e nel realismo delle tessere.

In collaborazione con Aura, una software house specializzata proprio nel settore del design, Bisazza comincia a lavorare ad un nuovo software per la progettazione di mosaici con una dettagliata fase di alpha-testing per perfezionare gradualmente le funzionalità.

Bisazza - Screenshot di Surface

Bisazza – Screenshot di Surface

Dovevamo rendere più snello il flusso di lavoro, ottimizzare la fase di progettazione. Adesso con Surface un unico programma include tutte le funzionalità che prima dovevamo espletare con diversi software. E queste funzionalità possono essere svolte in modo decisamente più efficace. Inoltre abbiamo introdotto per la prima volta un’area di lavoro per il mosaico artistico a fianco di quella industriale.

Bisazza e Aura hanno così dato alla luce Surface, un’applicazione professionale per il disegno di superfici di mosaico che rappresenta a oggi un punto di riferimento nel settore musivo: un po’ come Autocad per gli architetti, per intenderci. Surface permette di gestire forme diverse, realizzare mosaici artistici e utilizzare l’intera palette colori. Inoltre è possibile visualizzare ed esportare l’immagine realistica del disegno per il rendering 3D, la produzione e la posa del mosaico, integrandola in distinta base, piano di posa e mappa di installazione.

La possibilità di personalizzare l’applicativo ha consentito a Bisazza di costruire un proprio strumento produttivo molto versatile e verticale, che può vantare funzionalità specifiche per progettare le superfici con diverse tecniche musive e standard professionali di alto livello. In tal modo è riuscita a ridurre i tempi di progettazione e produzione e a presentare nuove tipologie di offerte ai propri clienti.

Bisazza - Al lavoro su Surface

Bisazza – Al lavoro su Surface

La possibilità di lavorare in modo organico e informale con il team di sviluppo di Aura ci ha permesso e ci permette ancora oggi di adattare il software alle novità introdotte a livello produttivo e quindi tenere sempre di pari passo la fase di progettazione e quella di produzione. Per esempio, i nostri partner in Messico hanno sviluppato recentemente un piano di posa particolare basato sull’associazione per colore e non per codice come è attualmente. Questo nuovo sistema verrà inserito a breve nel prossimo aggiornamento di Surface e sarà subito disponibile per il nostro team di progettazione.

Infine, a quanto pare, Surface potrebbe essere integrato con strumenti modulari, ad esempio per servire le necessità di architetti o rivenditori. Questi ultimi infatti potrebbero essere interessati ad un configuratore per proporre ai propri clienti in modo più incisivo una soluzione musiva o più in generale decorativa (marmi, piastrelle, ceramiche, etc.) con delle pre-visualizzazioni della superficie nello spazio da arredare.

Consonant

Studio di Design dell’Interazione e della Comunicazione

http://consonant.it/

info@consonant.it

+39 0445446458

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stassi, l'ultimo ballo di charlot

Senza dubbio uno dei romanzi più belli degli ultimi anni L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012) di Fabio Stassi: come nel Settimo sigillo bergmaniano assistiamo alle diverse fasi di una partita a scacchi tra Charlot e la Morte della durata di ben sette anni, o meglio di sette vigilie di Natale, dal 1971 al ’77: la fine è obbligata e nota, Charles Spencer Chaplin morirà appunto il 25 dicembre 1977.

Ma egli riesce a rimandare di anno in anno la sua fine strappando una risata, benché spesso involontaria, dovuta agli acciacchi dell’età più che ai numeri del vecchio repertorio quasi patetici eseguiti da un corpo ormai fuori allenamento, alla sua inquietante visitatrice, di cui solo al termine del romanzo si scopre il volto vero. E forse è così anche per ognuno di noi: la morte in sé è anonima, ma sotto il nero del cappuccio assume le fattezze di uno dei visi del nostro passato che quando scocca la nostra ora viene a prenderci svelandosi, se non abbiamo paura di riconoscerlo (vedi Il sesto senso di Night Shyamalan).

Motivo del patto tra Charlot e la vecchia Signora? Egli ha bisogno di tempo perché sotto forma di lettera vuole raccontare al giovane Cristopher, suo ultimogenito, la vera storia dei suoi esordi, senza la mancanza di tutti quei particolari omessi nelle interviste e biografie ufficiali: dunque i brevi incontri fra Chaplin e la Morte sono solo la cornice (e la scusa) dello straordinario affresco che appare sotto gli occhi del lettore mano a mano si procede nella lettura, talché questo espediente è tanto semplice quanto solido nel definire l’impalcatura di un’opera ben costruita.

Si parte dall’Inghilterra e dalla povertà e dalla fantasia incredibile del circo e delle sue tante anime, con l’odore di urina animale mescolata alla segatura e alle lacrime per le vite tristi di clown e saltimbanchi, che tuttavia non mancano d’essere ricompensati con applausi e risate fortissime dal pubblico, e si giunge agli Stati Uniti ruggenti di inizio ‘900, con le possibilità infinite (ma anche con le ombre violente del Ku Klux Klan) e soprattutto con la voglia di farcela a essere e trovare se stesso del giovane e sconosciuto Chaplin che, nomade per necessità e forse per natura perché curioso alfine del mistero chiamato vita umana, si barcamena fra cento lavori (tipografo, imbalsamatore, allenatore di pugili e guitto/artista/attore/regista naturalmente) trovando la sua strada immensamente arricchita da quell’humus di miserie umane che ha incontrato per via e che più avanti farà la fortuna mondiale e l’identità dei suoi film e del suo vagabondo, l’icona Charlot.

E a proposito di cinema, nell’invenzione romanzesca si viene a scoprire che la grande arte del secolo nuovo non nasce coi fratelli Lumière, ma grazie all’umile e ignoto Arlequin, addetto a pulire gli escrementi delle bestie circensi e dai più considerato mezzo scemo, che desiderava sopra ogni cosa catturare l’immagine in movimento della bellissima e sfortunata acrobata Eszter, di cui come tutti era perdutamente innamorato. Dunque il cinema nasce come un atto d’amore. E questa è poesia.

Se la scorsa settimana ho proposto la prima volta di Charlot secondo le parole tratte dall’autobiografia di Chaplin, sono ora a presentare la medesima scena secondo Stassi. Buona lettura.

Charlot

“Quel pomeriggio di pioggia del 1914 in cui cercavo nello spogliatoio maschile di Keystone un costume per una scena che stavamo girando, tenevo bene a mente quello che mi aveva detto Fred Karno, che in tutte le storie ci vuole un pizzico di malinconia. Per me non era difficile trovarla: la portavo già negli occhi, nelle mani, nel sangue. (…)

Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai con fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Quando uscii dalla baracca del trucco e mi avvicinai alla cinepresa con questo costume miserabile, mi bastò muovermi di fronte a quella volpe di Mack Sennett come se avessi avuto i pidocchi sotto alle ascelle. Sennett cominciò a ridere in una maniera così esagerata e nervosa che gli venne la tosse, gli uscirono le lacrime e per poco non soffocò. Lo tenevo in pugno.”

Fabio Stassi, da L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012.

Finale dal film "Modern Times" (1936)

Finale di “Modern Times” (1936)

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The Kid - Il Monello (1921)

The Kid – Il Monello (1921)

Premessa: dedico questa apertura d’anno a un mito moderno, il vagabondo inventato da Charlie Chaplin. A volte accade, nascono stelle vere, e quando accade il mondo respira, trova spazio. E noi con lui. È per questo che nascono le stelle e le parole che seguono raccontano di come sia nata quella di Charlot. Non vi manchi mai il sorriso, buon 2014!

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Finalmente giunse il mio momento. (…) Il giorno successivo a quello in cui avevo finito di girare con Lehrman, Sennett ritornò allo studio. (…) Io indossavo i miei panni di tutti i giorni e non avevo niente da fare, perciò rimasi dove Sennett potesse vedermi. Insieme a Mabel egli stava esaminando una scena che rappresentava l’atrio di un albergo, e mordicchiava la punta di un sigaro. “Qui occorre qualche trovata” disse, poi si rivolse a me. “Prova una truccatura comica. Una qualsiasi.”

Non sapevo a quale truccatura ricorrere. Il personaggio del giornalista non mi piaceva. Mentre puntavo al guardaroba, pensai di mettermi un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, senza dimenticare il bastone  la bombetta. Volevo che tutto fosse in contrasto: i pantaloni larghi e cascanti, la giacca attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Ero incerto se truccarmi da vecchio o da giovane, poi ricordai che Sennett mi aveva creduto un uomo assai più maturo e così aggiunsi i baffetti che, argomentai, mi avrebbero invecchiato senza nascondere la mia espressione.Charlot

Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero capire che tipo era. Cominciai a conoscerlo, e quando m’incamminai verso l’enorme pedana di legno esso era già venuto al mondo. Invenzioni comiche e trovate spiritose mi turbinavano incessantemente nel cervello. Quando mi trovai al cospetto di Sennett assunsi l’identità del nuovo personaggio e comincia a passeggiare su e giù, tutto impettito, dondolando il bastoncino, passando e ripassando davanti a lui.

Il segreto del successo di Sennett era il suo entusiasmo. Mack era un pubblico ideale e rideva sinceramente di ciò che trovava divertente. Rimase là a ridere finché non cominciò a tremare tutto il corpo. L’accoglienza mi incoraggiò, e cominciai a illustrare il personaggio: “Vedete, questo è un individuo multiforme, un vagabondo, un gentiluomo, un poeta, un sognatore, un uomo solitario, sempre in cerca di nuove avventure. Vorrebbe farvi credere che è uno scienziato, un musicista, un duca, un giocatore di polo. Però non disdegna di raccattare cicche o di rubare una caramella a un bambino. E, naturalmente, se l’occasione lo giustifica, sarà anche capace di prendere una signora a calci nel didietro: ma solo in casi estremi!”.

Continuai così per dieci minuti o più, senza permettere a Sennett di riprendere fiato. “Benissimo” mi disse lui “va’ sul set e vediamo che cosa sai fare.”

Charles Spencer Chaplin (Londra, 1889 – Corsier-sur-Vevey, 1977), da La mia vita, 1964 (trad. V. Mantovani, Milano 1993)

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