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Archive for marzo 2014

pesce d'aprile

 

“Il diavolo è un ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini.” Karl Kraus

Questo blog non celebra nessuna festa religiosa o laica con cadenza annuale (se non per coincidenze di date), fatta eccezione per il primo aprile, giorno del cosiddetto “pesce d’aprile” (2010, 2011, 2012, 2013), che quest’anno cade di martedì, ovvero domani, quando pubblicherò la seconda parte di questo articolo.

Oggi desidero solo ricordare le origini di questa lieta ricorrenza che apriva il secondo mese dell’antico calendario romano, segnando l’ingresso della primavera e con essa il ritorno della vita sulla terra.

Accanto agli usuali doni propiziatori rivolti agli dei, ci si poteva permettere anche qualche scherzo fra conoscenti visto l’avvento del tempo nuovo e fruttuoso che il ciclo della nuova stagione avrebbe portato.

Altre tradizioni mescolano leggende cristiane ed ebraiche, per cui proprio in questo giorno Dio avrebbe concluso la creazione terrestre dandola in gestione agli uomini che, al solito, non ne sarebbero stati all’altezza. Allora, gli umani più intelligenti, per tenere a bada i più stupidi e confusionari, li avrebbero incaricati di cercare cose impossibili se non del tutto inesistenti.

A questa versione è in qualche misura connesso l’uso ebraico di far girovagare dispettosamente qualcuno a vuoto e dunque la vicenda pasquale del Cristo con la parola pesce: dice infatti una tradizione francese che la parola “poisson” (pesce) deriva da “passion” ovvero l’inizio di quella Passione che Gesù avrebbe vissuto proprio il primo aprile quando venne costretto ad andare da Erode a Pilato, da Caifas ad Anna.

A proposito di pesce però bisogna anche ricordare che proprio in questa data, anticamente e in più di qualche paese, si apriva la stagione della pesca e se i pesci scarseggiavano alcuni burloni si divertivano a prendere in giro i poveri pescatori con pesci finti o affumicati lanciati in acqua.

Infine, il pesce per la sua forma poteva assumere connotati fallici e dunque ancora una volta primaverili-propiziatori quando veniva offerto a una donna, ad esempio sotto fattezza d’amuleto.

Questi i significati di questa giornata che ho potuto ricavare da un simpatico e dotto libretto che con piacere consiglio a tutti i miei lettori: Il libro delle superstizioni (L’Ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma, 2009) a cura di Marino Niola ed Elisabetta Moro (in particolare la voce sul primo aprile è stata redatta da Vanna Napolitano). Vi aspetto domani per il seguito.

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Ezio Raimondi (Lizzano in Belvedere, 1924 - Bologna, 2014)

Ezio Raimondi (Lizzano in Belvedere, 1924 – Bologna, 2014)

“Il vivente polipaio della umana comunicativa” C.E. Gadda

“L’utilità della poesia sta nel ricordare/ quanto sia difficile restare la stessa persona/ perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,/ e ospiti invisibili entrano ed escono” C. Miłosz

Non altro desidero aggiungere alle parole di Ezio Raimondi (Lizzana in Belvedere, 22 marzo 1924 – Bologna, 18 marzo 2014) che seguiranno, se non premettere la mia più profonda gratitudine per questo grande uomo: dunque, grazie di cuore professore, grazie infinite.

“Il libro non informa soltanto né solo intrattiene: è una creatura, che non posso ridurre a una superficie discontinua di stimoli eccitanti quanto effimeri, di istanti consumati in se stessi. Essa anzi attinge il proprio volto più vero se ci si impegna nella continuità organica di un dialogo che cresce nel tempo, sempre sulla traccia di un’origine da riscoprire nel futuro: attraverso la differenza si illumina una affinità, una corrispondenza di forme e di gesti interiori, se si percorre il testo non come un turista, ma come un pellegrino, che nel compiere il suo viaggio cerca anche se stesso e indaga il proprio caos sentendosene responsabile. (…)

La nostra identità non è se non questa armonia precaria e finita, sempre ipotetica, che determiniamo fra le diverse facce del nostro essere nel gioco alterno della vita quotidiana, della nostra formazione e dei nostri ricordi, delle occasioni e degli incontri. E la letteratura è certo uno dei luoghi di questa molteplicità, anche perché nel momento in cui si colloquia con l’io di una poesia o con il personaggio di un romanzo è come se lo si chiamasse a diventare una parte di sé e si fruisse potenzialmente di una vita moltiplicata. (…)

Se l’uomo ha ancora bisogno di ricordare e di riflettere raccogliendosi su se stesso, se la sua esperienza non si consuma nella distrazione, come avvertiva Walter Benjamin, allora nella pluralità delle sue manifestazioni la letteratura ha ancora un compito da assolvere: ed è l’invito suasivo a non dimenticare se stessi, a indagare il proprio rapporto con l’altro, a guardare nel fondo della parola sino a ritrovarvi il suo linguaggio della prossimità e a sentirne l’eco profonda che invade ognuno di noi, come presenza di un corpo vivo in un mondo vivo che può essere salvezza quanto minaccia, negazione e affermazione, e certo esige il riconoscimento del nostro essere sempre in cammino alla ricerca di un senso, di una figura ove anche il disordine si trasformi in presagio di ordine. La nostra natura di esseri che si raccontano non può esaurirsi solo in uno schermo televisivo, tra i fantasmi dei suoi melodrammi effimeri e i suoi abbaglianti cliché romanzeschi, moderni o postmoderni. Nel silenzio della lettura, in una solitudine che ritrova una comunità di voci solidali e responsabili perché libere e diverse, la letteratura con la forza originaria della parola inventa e pensa, vincolata al tempo e al suo trascorrere inesorabile. Nel suo limite, oggi, sta anche forse la sua vocazione esistenziale, la sua funzione antropologica di trasformare la memoria in esperimento, in costruzione dell’uomo.”

Ezio Raimondi, da Un’etica del lettore (Il Mulino, Bologna 2007).

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Walter-Mitty.-Danny-Kaye.

Sarà capitato anche a voi di avere oltre a una musica anche qualche sogno per la testa, o meglio sognare proprio a occhi aperti.

Certo se la dimensione onirica comincia a prevalere su quella reale, oltre a causare qualche buffo incidente, vuol dire che quest’ultima ha qualcosa che non va, troppo piatta, troppo opprimente o via declinando.

Un po’ quel che accade al protagonista di The Secret Life of Walter Mitty, film del ’47 di Norman McLeod, da noi tradotto col forse più equivoco Sogni proibiti, in cui il tranquillo e maldestro editor Walter Mitty interpretato da un Danny Kaye al meglio della forma, oppresso da una madre e una fidanzata e un datore di lavoro più che invadenti, comincia a immaginarsi in avventure sempre più ardite e rocambolesche pur di sfuggire alla noiosissima quotidianità, che in verità si rivela tutt’altro che scontata e priva di pericolo dal momento in cui incontra la bella Rosalind van Hoorn, capace di coinvolgerlo in una sorta di spy story (in cui compare anche la vecchia gloria, il “cattivo” Boris Karloff) e farne un eroe suo malgrado, assicurando il classico happy end hollywoodiano a questa commedia che, rivista oggi, sebbene la trama ancora funzioni, mostra un po’ le corde in alcune scene di intrattenimento troppo lunghe.

Peraltro l’idea del sognatore bistrattato e in cerca di riscatto è stata cinematograficamente assai prolifica, avendo avuto più di qualche rivisitazione, da Les Belles de nuit di René Clair del ’52 ad Artists and Models del ’55 con la coppia comica Lewis-Martin, sino al più modesto e fantozziano Sogni mostruosamente proibiti dell’82 con Paolo Villaggio e al più recente, ambizioso quanto serio e spettacolare remake di Ben Stiller del 2013, col medesimo titolo dell’originale.

Più interessante come versione, poiché acuta, lucida, a tratti tagliente e ironica (non comica, attenzione), è L’età barbarica, titolo in italiano de L’Âge des ténèbres del canadese Denys Arcand, già autore de Le invasioni barbariche, uno dei migliori e più intelligenti film che abbia mai visto, una vera e propria rivelazione quando apparve nel 2003.

L’età barbarica, del 2007, si svolge nel Quebec e a parte seguire le vicende e le astrazioni del povero uomo senza qualità di turno, in questo caso Jean Marc interpretato dall’ottimo Marc Labreche, perfetto anche per la malinconia involontaria del suo volto, anch’egli schiacciato da una famiglia inesistente, da un lavoro senza senso con dei capi ancor più insensati e, in sintesi, dalla routine allucinante dei tempi moderni, la pellicola dà il suo meglio nella critica allo spietato quanto inetto perbenismo odierno, in particolare  quando si tramuta nell’ossessione del politically correct canadese e per esteso occidentale.

A questa morsa stritolante che contribuisce all’inferno diffuso che tutti abitiamo, il Calvino delle Città invisibili proponeva o di rassegnarsi sconfitti e partecipi del disastro o di selezionare attentamente ciò che avrebbe potuto salvare l’individuo (e perché no, la comunità).

Il nostro protagonista sceglie di restare sospeso. Si allontana da tutto, prende una pausa (definitiva?) persino dalle proprie fantasie che tanto gli hanno reso sopportabile e meno vuota sino a quel momento la vita, e si ritira, moderno Candido, in semisolitudine a sbucciare le mele della vicina, le stesse dipinte in altrettanto isolamento volontario da Cézanne: con questa immagine, di limbo ambiguo, di futuro possibile o forse già concluso, di natura morta ma che è anche grande arte, si chiude il film. Con gratitudine per le domande che ci lascia.

Ps. Fra qualche giorno, venerdì 21 marzo, a primavera, questo blog compie quattro anni. Il mio ringraziamento va a ciascuno degli oltre 318 mila visitatori che nel corso di questo tempo hanno apprezzato le mie curiosità, spronandomi ad andare sempre avanti. Salute a voi dunque e a questo spazio aperto.

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Francesco Hayez, Ritratto (postumo) di Gioachino Rossini, 1870, Pinacoteca di Brera, Milano

Francesco Hayez, Ritratto (postumo) di Gioachino Rossini, 1870, Pinacoteca di Brera, Milano

Splendido esemplare di musicista anomalo poiché ormai fuori tempo massimo (o in largo anticipo sui tempi a venire) il vecchio Rossini di metà ‘800, da decenni lontano dalle scene teatrali ed estraneo, anzi ostile al romanticismo imperante, nel buen retiro parigino di Passy comporrà da par suo, “un po’ per celia e un po’ per non morire”, i cosiddetti Péchés de vieillesse, sterminata benché ordinata raccolta di brani pianistici e vocali suddivisi in più album, culminati col capolavoro massimo, la Petite messe solennelle del 1863, in cui l’anziano maestro dimostrava non solo di essere aggiornatissimo sulle ultime tendenze, ma di poterle tranquillamente scavalcare infischiandosene delle beghe fra verdiani, wagneriani e via sfumando, riuscendo altresì ad anticipare le soluzioni timbriche che saranno adottate dallo Stravinskij de Les noces, il folgorante balletto dei primi anni ’20 del XX secolo.

Rossini era convinto che “l’espressione musicale” consistesse “nel ritmo, nel ritmo sta tutta la forza della musica. I suoni non servono all’espressione che come elementi del ritmo”, diceva.

Il ‘900 con tutte le sue nuove famiglie musicali, dalla classica contemporanea al jazz al rock e derivati vari, gli avrebbe dato pienamente ragione.

invenzioni carbonare tetraktis

In questo senso, uno dei lavori italiani più recenti e interessanti anche perché sincretico (e il sincretismo quando l’amalgama è sapiente vince sempre) è il disco pubblicato l’anno scorso da Decca e significativamente titolato “Invenzioni”, parola magica, legata all’etimo della ricerca come scoperta, il primo nato dalla collaborazione (peraltro avviata nel 2008) fra l’ottimo clarinetto di Alessandro Carbonare e il talentuoso ensemble di percussionisti Tetraktis.

Le 29 tracce per 9 autori presenti nel cd segnano una linea temporale che va dal 1910 con le sinuose, a tratti incalzanti, Danze popolari rumene di Bartók, al 2012 di F for Fake (titolo mutuato da Orson Welles per un lavoro “subacqueo” e dai contorni volutamente non afferrabili) di Riccardo Panfili, uno dei tre pezzi presenti ed espressamente dedicati a Tetraktis insieme al Ritual tribale e primordiale di Alessandro Annunziata che apre il disco e al Millennium Bug di Giovanni Sollima (a detta dello stesso autore: “una riflessione su un’ansia che divide equamente virtuale e reale, tecnologia e spiritualità, un’antica e ancestrale apprensione che l’uomo prova nei confronti delle grandi transizioni”), tutti pezzi che permettono al gruppo di esprimere appieno la vasta gamma dei propri colori e possibilità, cosa che del resto emerge anche nei più che brillanti omaggi a Monk e Zappa, oltre che nel minimalismo rivisitato della Music for pieces of Wood di Steve Reich o nei virtuosismi dello strepitoso Carbonare nella celebre Suite Hellénique di Iturralde.

La conclusione dopo tanta sfavillante energia è ancor più sorprendente dal momento che i Tre pezzi per clarinetto di Stravinskij del 1919 non lasciano affatto solo lo strumento per il quale sono stati originariamente composti, avendo i Tetraktis deciso di accompagnarlo con le percussioni che lo stesso Stravinskij aveva previsto per la Sagra della primavera del 1913.

Disco dunque assai colto, con operazioni intellettualmente raffinate, ma al contempo da chiunque ascoltabile, poiché quel tam tam che insieme alle melodie del fiato percorre la sua intera durata è nel cuore, nei muscoli, nelle ossa e nei nervi di ogni essere umano che abbia orecchio per ascoltare e con dita e mani e piedi tempo da battere.

www.carbonare.com

www.tetraktis.org

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Giuseppe Scalarini, La guerra, 1918

Giuseppe Scalarini, La guerra, 1918

Sono quasi passati cento anni dal 28 luglio 1914, data della dichiarazione di guerra asburgica alla Serbia, nonché inizio dell’inaudito massacro passato alla storia come Grande Guerra. Non se parla più, se non nelle aule scolastiche, perché la memoria di quel disastro è stata posta in ombra dagli orrori della seconda guerra mondiale, ancora vivi nella carne e nella memoria degli ultimi, ormai anziani, sopravvissuti.

E oggi l’Ucraina, o meglio la Crimea: siamo forse alla vigilia di un terzo devastante conflitto europeo e mondiale?

Questa settimana non parlerò d’arte, ma lascerò i lettori con questa domanda inquietante, insieme alle parole lucide e pacifiste di Jean Juarès (1859-1914), già fondatore del Partito Socialista Unificato, sezione francese dell’Internazionale Operaia. Proprio a causa di questo discorso pronunciato a Vaise il 25 luglio del 1914, sei giorni dopo fu ucciso con una rivoltellata da un nazionalista folle quanto la guerra che di lì a breve avrebbe squarciato per sempre l’Europa.

 

“Nell’ora presente, noi siamo forse alla vigilia del giorno, nel quale l’Austria si getterà sulla Serbia ed allora, l’Austria e la Germania gettandosi sui Serbi e sui Russi, è l’Europa in fuoco, è il mondo in fiamme.

In un’ora così grave, così piena di pericoli per noi tutti, non voglio indugiarmi a ricercare lungamente le responsabilità. Noi abbiamo le nostre, ed io attesto davanti alla storia che noi le avevamo previste, che noi le avevamo annunziate. Ma quando dicemmo che penetrando nel Marocco con la forza, con le armi alla mano, si apriva all’Europa l’era delle ambizioni, delle cupidigie, dei conflitti, fummo denunziati per cattivi Francesi, mentre eravamo noi i più preoccupati per la Francia! (…)

Ed allora il nostro Ministro degli Affari Esteri diceva all’Austria: “Noi vi lasciamo fare nella Bosnia-Erzegovina, a patto che voi ci lasciate fare nel Marocco”; e noi portavamo in giro le nostre offerte di penitenza da Nazione a Nazione, e dicevamo all’Italia: “Tu puoi andare nella Tripolitania, poiché io sono nel Marocco…”.

Ciascun popolo appariva per le vie dell’Europa con la sua piccola torcia alla mano ed ora ecco l’incendio! Ebbene, cittadini, noi abbiamo la nostra parte di responsabilità degli altri e noi abbiamo il diritto e il dovere di denunziare tanto la brutalità della diplomazia tedesca, quanto la doppiezza della diplomazia russa. (…)

Nelle trattative fra il Ministro degli Affari Esteri della Russia ed il Ministro degli Affari Esteri dell’Austria, la Russia ha detto all’Austria: “Ti autorizzerò ad annetterti la Bosnia-Erzegovina, purché tu mi permetta di avere uno sbocco sul Mar Nero, in vicinanza di Costantinopoli”. (…)

La politica coloniale della Francia, la politica sorniona della Russia e la volontà brutale dell’Austria hanno contribuito a creare l’orribile stato di cose, nel quale siamo adesso. L’Europa si dibatte in un incubo.

Ebbene, nell’oscurità che ci circonda, nell’incertezza profonda nella quale siamo, di quel che avverrà domani, non voglio pronunziare alcuna parola temeraria; nonostante tutto spero ancora che in ragione stessa dell’enormità del disastro che ci minaccia, all’ultimo minuto i governanti si tratterranno e non avremo a fremere d’orrore al pensiero della carneficina, che una guerra europea abbatterebbe sugli uomini.”

Jean Juarès (Castres, 1859 – Parigi, 1914), da Discorsi, politica estera e pace internazionale, ed. Avanti!, Milano, 1919.

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