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Archive for novembre 2015

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele, secondo decennio del XVII secolo

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele, secondo decennio del XVII secolo

C’è chi sostiene che in arte sia bello ciò che è bello, ma piace ciò che piace. Affermazione che può essere contestata facilmente, ma sia presa qui per buona, almeno sino a buona parte del XIX secolo, quando valevano parametri e criteri, ovvero canoni, per stabilire cosa fosse bello, ovviamente cambiando secondo le epoche.

Faccio un esempio: Raffaello, pittore sommo, anzi “il pittore”, uno davvero in grado di dipingere anche a occhi chiusi. Pensate alle sue Madonne o alla Scuola di Atene. Sebbene la sua grandezza sia indiscutibile e il suo “bello” rappresenti come pochi altri i valori culminanti del Rinascimento di inizio ‘500, a me non piace. Va studiato e certo non lo ignoro, anzi ne ammiro razionalmente le creazioni, ma alla fine non mi interessa. La sua perfezione semplicemente non fa per me.

Della stessa epoca e a quel livello amo invece e profondamente Leonardo, un “non pittore”. Ah, come mi ritrovo in quello sfaldarsi continuo delle forme, in quello sfumare di tutto nel tempo che non puoi fermare o afferrare come le nuvole, perché alfine non esiste (il tempo quando non è, è, quando è, non è, pressappoco diceva Hegel). Amo anche i suoi disegni e gli sgorbi caricaturali, mi sento coinvolto nel suo empirismo, nel suo essere perennemente affascinato dal circostante con la voglia accecante di iniziare a capire (non necessariamente di finire).

Ne consegue che in genere non amo coloro che nei decenni e nei secoli si sono richiamati “per li rami” al classicismo raffaellesco, per esempio la scuola bolognese che discende dai Carracci (benché la figura di Annibale sia tra le più commoventi della storia dell’arte e gli esordi suoi realisti mi prendano l’anima, tanto quanto trovi insopportabile suo cugino Ludovico e l’influenza sua, specie in area emiliana).

Sto parlando fra gli altri di Guido Reni o del centese Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino, pittori secenteschi valentissimi, benché per me non interessanti, soprattutto dopo il loro rientro a Bologna, dove diventano noiosissimi, in particolare se si consideri la maturazione rapida quanto sfolgorante in ambito romano, quando davvero avevano desiderio di affermare la loro novità.

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele (particolare), secondo decennio del XVII secolo (foto di Marco Baldassari)

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino, Caino ed Abele (particolare), secondo decennio del XVII secolo (foto di Marco Baldassari)

Tutto questo per dire che venerdì 4 dicembre 2015 verrà presentato al Castello estense di Ferrara il dipinto Caino e Abele e lì  sarà possibile vederlo solo per una settimana, sino al 13.

Già ritenuto di Guido Reni, è stato recentemente attribuito proprio al Guercino grazie a storici dell’arte come Andrea Emiliani e Claudio Strinati, in particolare al suo fecondo periodo giovanile (si ipotizza il secondo decennio del ‘600, quando il pittore era poco più che ventenne).

E in effetti la composizione con la visione ribassata e diagonale del cadavere di Abele a contrasto col piccolo opposto verticale Caino sullo sfondo è qualcosa di potente e originale.

Unica cosa che non sono riuscito a capire e se l’opera faccia ancora parte dell’Holburne Museum di Bath, visto che era nelle raccolte ottocentesche del fondatore Sir Thomas William, o se sia passata alla Zanasi Foundation, che ha promosso questo evento. Comunque sia, la visione vale la pena.

Caino e Abele. Un’opera inedita
Castello Estense di Ferrara
 (5 – 13 dicembre 2015)
Lunedì  – Domenica: 9.30-17.30
Biglietto comprensivo del percorso museale

Castello estense – Ferrara

 

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Mentre siamo quotidianamente teleangosciati dall’ennesimo e identico e dunque inutile servizio giornalistico su possibili nuovi attentati jihadisti post Parigi, avvengono cose gravissime in casa nostra cui in televisione si dà scarsissima o nulla importanza (poca audience evidentemente), ad esempio il furto di ben diciassette capolavori del Museo di Castelvecchio a Verona accaduto giovedì 19 novembre verso l’ora di chiusura, quando ancora non erano stati attivati i sistemi di allarme.

Furto su commissione probabilmente, si dice che le piste d’indagine conducano a est, chissà.

Da ragazzo portavo spesso la mia amica del momento a Verona e non per suggestione shakespeariana, essendo i numerosi resti romani le mie mete preferite insieme proprio al Museo di Castelvecchio, visto l’ultima volta ormai una decina d’anni fa in occasione della mostra dedicata a Paolo Farinati. Ma come ricordo bene Pisanello e Mantegna e il Caroto, fra gli altri. E che disperazione ho provato a leggere che non ci sono più. Posso solo sperare che sia tutto recuperato perché in quel Museo vorrei un giorno portare mio figlio, ma senza quelle opere fondamentali per la storia dell’arte e, più modestamente, per i miei ricordi personali (davvero non potrò più rivedere il sorriso del fanciullo del Caroto col suo disegno in mano?), non so se sarei in grado di rimetterci ancora piede. Troppo dolore e lo dico senza retorica.

 

Questo l’elenco delle opere rubate: «Madonna col bambino, detta madonna della quaglia» di Antonio Pisano detto Pisanello; «San Girolamo penitente» di Jacopo Bellini; «Sacra famiglia con una santa» di Andrea Mantegna; «Ritratto di giovane con disegno infantile» e «Ritratto di giovane benedettino» di Giovanni Francesco Caroto; «Madonna allattante», «Trasporto dell’arca dell’alleanza», «Banchetto di Baltassar», «Sansone» e «Giudizio di Salomone» di Jacopo Tintoretto; «Ritratto maschile» della cerchia di Jacopo Tintoretto; «Ritratto di Marco Pasqualigo» di Domenico Tintoretto; «Ritratto di ammiraglio veneziano» della Bottega di Domenico Tintoretto; «Dama delle licnidi» di Pieter Paul Rubens; «Paesaggio» e «Porto di mare» di Hans de Jode e «Ritratto di Girolamo Pompei» di Giovanni Benini.

 

Museo di Castelvecchio – Verona

Corriere del Veneto – Furto al Museo di Castelvecchio

La Repubblica – Furto al Museo di Castelvecchio

 

Pisanello, Madonna della quaglia, 1420 ca.

Pisanello, Madonna della quaglia, 1420 ca.

 

Jacopo Bellini, San Girolamo penitente, metà XV secolo

Jacopo Bellini, San Girolamo penitente, metà XV secolo

 

Andrea Mantegna, Sacra famiglia con una santa, fine XV secolo

Andrea Mantegna, Sacra famiglia con una santa, fine XV secolo

 

Gianfrancesco Caroto, Ritratto di fanciullo con disegno infantile, 1520 ca.

Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di fanciullo con disegno infantile, 1520 ca.

 

Tintoretto, Madonna allattante, seconda metà XVI secolo

Tintoretto, Madonna allattante, seconda metà del XVI secolo

 

Pieter Paul Rubens, Ritratto femminile detto Dama delle licnidi, 1602

Pieter Paul Rubens, Ritratto femminile detto Dama delle licnidi, 1602

 

Hans De Jode, Porto di mare, 1657

Hans De Jode, Porto di mare, 1657

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figlia dell'insonnia_pizarnik

Entro in libreria per acquistare Qui-Here, capolavoro autentico di Richard McGuire su cui tornerò presto, e vedo che è stato ripubblicato (già da qualche mese per la verità e sempre per i tipi del benemerito editore Crocetti) un altro gioiello purissimo La figlia dell’insonnia di Alejandra Pizarnik.

Cosa aspettate?

Attende solo di essere fatto vostro, parte della vostra mente, del vostro corpo. Di ciò che di fragile abita ancora in ognuno.

 

Vita, mia vita, lasciati cadere, lasciati dolere, mia vita, lasciati cingere di fuoco, di silenzio ingenuo, di pietre verdi nella casa della notte, lasciati cadere e dolere, mia vita.

Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972), Albero di Diana (1962), pp. 44-45, in La figlia dell’insonnia (2004).

 

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Dario Bellezza (Roma, 1944-1996)

Dario Bellezza (Roma, 1944-1996)

 

“I poeti animali parlanti
sciagurano in bellezza versi
profumati – nessuno li legge,
nessuno li ascolta. Gridano
nel deserto la loro legge di gravità.”

Dario Bellezza (1944-1996)

 
“Questo nel dolore è compimento felice.
Chi ama la vita lo conservi e bruci,
ma resti impassibile, di marmo
a contemplare la sventura mia
e il disinganno. Ché solo morte
esiste e a lei m’affido, tranquillo
negatore terrestre delle Stelle.”

Dario Bellezza (1944-1996)

 

Ps. Fu circa a metà anni ’90 che vidi Dario Bellezza al Costanzo Show. Era già malato, ma sempre combattivo. E pagò anche la scelta di apparire in quel salotto, visto che si attirò non poche e ingiuste e feroci critiche anche sulla sua opera. Ma oggi (e domani) restano i suoi versi, il suo nome, non quello dei suoi denigratori. Perché i poeti sono anime di verità, profeti e visionari e matti e rabdomanti e fragilissimi e arrabbiatissimi e sconfitti, solitari e antipatici e amabilissimi inascoltati necessari “animali parlanti”.

Caro poeta, io non ti dimentico.

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bandiera-francia_lutto

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