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Archive for dicembre 2015

Premessa: ho inviato la seguente lettera alla Posta di Michele Serra, rubrica sul Venerdì di Repubblica, in data 19 Dicembre. Non so se verrà pubblicata. Intanto la riporto sul blog.

Abc in blackboard

Gent.mo Serra,

sono un insegnante di italiano delle medie (oggi secondaria di primo grado) e in merito alle riflessioni sul tema “scuola”, desidero comunicare tutta la mia solidarietà al prof. G. Cappello (Venerdì 1447, 11/12/2015), confortato anche da letture recenti e illuminanti quali “Senza educazione. I rischi della scuola 2.0” di Adolfo Scotto di Luzio e lo splendido “La passione ribelle” di Paola Mastrocola, libri che ogni docente dovrebbe far propri.

Qual è il fine del nostro meraviglioso mestiere? Oggi pare sia ricavare le (da me detestate) competenze, peraltro inutili nel mondo lavorativo reale, come ci viene imposto anche in seminari che si ritengono formativi per il docente, in cui nulla c’è di culturale e come al solito crescono solo gli aspetti burocratici, vera iattura della scuola e mostro mitologico autorigenerante, utili solo a togliere ulteriore spazio alla vera formazione (libri, mostre, convegni), oltre alle reali esigenze dei nostri ragazzi.

E se si ripartisse dal fatto che studiare è bello in sé, senz’altri fini, e attraverso quest’antica e mai invecchiata idea di scholé formare individui pensanti, indipendenti, capaci anche di sbagliare e di rialzarsi? Non credo sia un principio valido solo per l’area umanistica. Certo, occorre tempo, lentezza. E l’insegnante è il primo studente.

Le nuove tecnologie sono indubbiamente utili (da anni gestisco un blog), come scrivere su un quaderno è preferibile alla tavoletta di cera, ma non indispensabili. La differenza la fa sempre il docente (Franco Lorenzoni, “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”) col fine educativo che ha in mente e nel cuore, nonostante ministeri, riforme e orribili “buone scuole” prive di qualsivoglia pedagogia.

La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste.

Cordialmente,

Luca Maggio

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Michele Serra mi ha cortesemente risposto il 21 dicembre, dicendo che la mia lettera era purtroppo giunta in ritardo per la rubrica del Venerdì successivo dedicata proprio all’intervento del prof. Cappello, peraltro con numerosi pareri a lui contrari, ma ormai era già stata inviata al giornale.

Ho voluto rispondergli con l’email che di seguito qui pubblico, proprio per completare le motivazioni della mia prima.

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Caro Serra,

grazie comunque. Ci fosse la possibilità di una replica in favore di Cappello, la mia lettera è ovviamente a sua disposizione.

Mi dispiace se la posizione carica di umanità del professore non è stata capita. Ma poco importa. Ho constatato che spesso le persone sanno essere ottime maestre… dei mestieri altrui. Pazienza.

Ci tengo però a dire, a questo punto inter nos, che l’idea di Cappello da me condivisa non è classi(ci)sta né elitaria, come può forse sembrare in prima battuta, anzi. Ci sono scuole superiori, in cui è anche giusto che emergano nel tempo competenze pre-lavorative (penso, ad esempio, all’ottimo ITIS – Istituto Tecnico Industriale – di Ravenna, città da dove le scrivo).

Ma siamo sicuri che questo modello unico serva a tutti? L’uniformità adialogica, come la democrazia esportata e imposta, sono cose che mi fanno tremare.

Esempio personale: tanti anni fa e solo finito il liceo ho capito (e non senza litigare coi miei) quale potesse essere la mia strada. E siamo sempre lì: ci vuole tempo. Credo sia una delle contraddizioni più forti del nostro tempo: aver fretta di ricavare competenze sin dalle elementari e poi aspettare i 35 anni di media per avere un lavoro… A che pro, dunque?

Caro Serra, io amo il mio meraviglioso mestiere: insegnare, è un compito alto, onorevole, duro, ma ricco di soddisfazioni personali (al 99% dovute alla riconoscenza dei ragazzi, s’intende).

Però (senta un po’ di terminologia) le “rubric” che noi insegnanti siamo chiamati a inventarci per i vari progetti coi relativi “ratings” o “descrittori” da compilare alunno per alunno per ricavare le cosiddette “competenze” o “life skill”, e che mirerebbero ad una valutazione più oggettiva, in realtà esauriscono nella burocrazia le energie, il tempo e le forze che uno vorrebbe davvero dedicare ai propri ragazzi e di riflesso a sé stesso. Ed è drammaticamente così, al netto di chi sostiene il contrario.

Quando ho domandato al prof. Enzo Zecchi (Lepida Scuola), uno degli alfieri delle “life skill”, come riuscisse lui solo tramite progetti (ovvero lavori di gruppo) valutati per rubric a far passare certi concetti, la risposta è stata: “Be’, devo anch’io fare lezioni frontali”. No commenti, a questo punto.

La saluto caramente e auguro a lei e ai suoi collaboratori buone festività.

Luca Maggio

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Ps. Sul numero 1449 del Venerdì uscito il 24 Dicembre, come anticipatomi da Serra, i pareri espressi da molti suoi lettori alle pp.14-15 sono decisamente contrari alle tesi di Cappello (che io ho invece sposato), sottolineando il danno della separazione tra fare e pensare. Come prevedevo, l’intervento che ha originato tutto questo non è stato capito.

Tuttavia, a conclusione di questo lungo post, desidero citare gli almeno due interventi di lettrici favorevoli:

– Claudia Troiani, dopo aver citato alcuni folli acronimi cui è fantozzianamente sottoposto l’insegnante (POF, POFT, BES, PAI, CLIL, DSA, PEI, GLH, UDA, RIM, RAV, ESABAC…), si domanda: “La vogliamo chiamare azienda? Quale azienda oserebbe sperperare tempo, energie, competenze dei dipendenti in tutte queste fanfaluche? Una serie di riforme scellerate ispirate alla produttività e alla competitività, concetti inapplicabili in campo educativo, hanno trasformato la scuola in un simulacro scimmiottante e velleitario di azienda.”

– Ilenia Biagini: “Mi ha colpito il suo invito (di Giuseppe Cappello, ndr.) a “prenderci cura dei nostri pensieri” in questa epoca in cui l’ozio è diventato un lusso, in cui c’è precarietà, tutto è portatile e la sola idea di fermarsi e prenderci del tempo risulta strampalata e bizzarra. (…) Sebbene talvolta maledica il possesso di strumenti critici che mi aprono gli occhi di fronte a varie situazioni (beata ignoranza!), non mi pento di questo percorso perché ho avuto qualcosa che ha reso la mia vita un’esistenza”.

Infine, lo stesso Serra: “Il mio timore, e credo anche quello del lettore Cappello, è che il concetto di formazione culturale e quello di formazione professionale si giustappongano al punto da identificarsi, giudicando “utile” solo ciò che è produttivo, “inutile” ciò che non è immediatamente spendibile sul mercato del lavoro.”

 

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Buon Natale a tutti!

Philip Glass (Baltimora, USA, 1937)

Philip Glass (Baltimora, 1937)

John Rockwell ricorda una notte magica in cui Glass e il suo ensemble suonarono nello studio di Donald Judd a SoHo:

“La musica danzava e pulsava con una vitalità straordinaria, con i ritmi meccanici, le figurazioni ribollenti, amplificate ad alto volume e le lunghe note lamentose che uscivano rombando dalle enormi finestre scure e riempivano il desolato quartiere industriale.

Il volume era così alto che i ballerini Douglas Dunn e Sara Rudner, che stavano passeggiando su Wooster Street, si sedettero sulla scaletta esterna di una casa e si godettero il concerto da lontano. Un branco di adolescenti si scatenò in una danza estatica tutta sua. E dall’altra parte della strada, dietro un’alta finestra si intravedeva la sagoma di un sassofonista che improvvisava un accompagnamento impercettibile come in una cartolina sbiadita della bohème del Greenwich Village degli anni cinquanta. Quella sera era bello essere a New York.”

Alex Ross, Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo, Milano 2013, p.797.

 

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Orodè Deoro, L'eternità, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 92x71. Opera vincitrice della Targa d'oro del Premio Arte, nella sezione scultura.

Orodè Deoro, L’eternità, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 92×71. Opera vincitrice della Targa d’oro del Premio Arte, nella sezione scultura

Orodè Deoro (Taranto, 1974): sei nato in Puglia, ma oggi vivi e lavori a Milano. Vorrei che raccontassi ai lettori il tuo percorso formativo e in particolare come sei giunto al mosaico.

Sono autodidatta. Da ragazzo ero convinto di essere un poeta o quantomeno uno scrittore. Avrei dato tutto per la scrittura. Nel frattempo coltivavo parallelamente la passione per il disegno ma non ho potuto frequentare il liceo artistico né l’accademia per rifiuto dei miei.

Successivamente mi sono iscritto a filosofia a Perugia, scegliendo di tenere nascosta la scrittura, ma ero un disadattato e al secondo anno abbandonai gli studi, i libri imposti erano fuori luogo e la passione dell’arte reclamava tutta la mia esistenza. In quel momento, avrei voluto studiare il mosaico, un interesse di cui non so nemmeno l’origine, ma non potevo permettermelo e così ho lavorato per quasi un anno in un cantiere edile. Alla fine di quest’ennesima esperienza, giurai a me stesso che non avrei più lavorato, non sapevo come avrei fatto, ma me lo giurai. La mia vita procedeva per eliminazione. Facevo ordine, pulizia.

Con i soldi messi da parte ho cercato un luogo adatto, una specie di bottega rinascimentale, un posto fuori dal mondo dove essere finalmente me stesso. Ho vissuto perlopiù a Perugia, a Roma e a Firenze, ospite di amici, e quando stavo per finire i soldi ho scoperto per mia fortuna la casa museo Vincent City, a Guagnano (LE). Era il settembre del 2000, in una campagna della provincia leccese c’era una masseria interamente rivestita di ceramica, in modo estroso, kitsch, abitata da un pittore istrione che da anni cercava un mosaicista “stile Gaudí”. Quando c’incontrammo, dopo aver visto alcuni miei disegni, disse che ero il mosaicista che attendeva. Per me era la grande occasione, la situazione era magica, lui avrebbe fatto costruire per me tutti i muri che volevo, mi avrebbe garantito tutti i materiali necessari, e nel frattempo potevo continuare le mie ricerche pittoriche, la scrittura, le letture senza essere disturbato: potevo finalmente dimostrare a me stesso che le sensazioni di una vita avevano un fondamento.

Così dopo un mese mi trasferii a Vincent City e  dopo alcuni giorni mi ritrovai davanti al primo muro, di 4×3 metri, con in mano un paio di tenaglie da carpentiere e ai miei piedi due secchi, uno con un impasto di sabbia e cemento e l’altro pieno d’acqua con una spugna. Avevo 26 anni e quel giorno mi resi conto che avevo aggirato il sistema, e per la prima volta, contro tutti i pronostici, ero davanti al mio primo mosaico. Si trattava solo di passare dalla pittura da autodidatta al primo mosaico permanente. Questo pensiero mi faceva sorridere, mai niente di semplice per me. Tutti i miei errori o leggerezze sarebbero rimaste lì, in bella vista. Vincent City era già molto visitata, una media di 300/400 persone a settimana. Imparai così a creare in pubblico senza farmi disturbare. Anche questa era una novità. Che cosa sapevo in fondo di mosaico? Sapevo ch’era la tecnica che prendeva il posto della scrittura. Amavo Gaudí, m’intrigava Hundertwasser, ero attratto da alcuni reperti dell’arte precolombiana rivestiti con pietre preziose, ma il pensiero andò subito ai miei amati pittori, ai poeti, alla loro ribellione, alla loro passione.

Orodè Deoro, Paradiso Terrestre, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su muro, m 6x5, Casa Studio dell'architetto Fabio Novembre, Milano

Orodè Deoro, Paradiso Terrestre, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su muro, m 6×5, Casa Studio dell’architetto Fabio Novembre, Milano

Sin dall’inizio il mio desiderio più grande, anzi la mia necessità era di restare il più lontano possibile dal mosaico tradizionale, da quello bizantino per intenderci, e ancor di più volevo evitare come la peste i risultati industriali tipo Bisazza. M’imposi perciò delle regole: niente tessere quadrate e…  creare le figure utilizzando il minor numero di tessere possibile. Le tessere le avrei incastrate come in una specie di puzzle tenuto insieme dalle fughe, che divennero le linee portanti del mio disegno. In tale ricerca non ho avuto maestri. Vincent, il creatore di Vincent City, non ha mai fatto un mosaico. Ho vissuto lì per tre anni, realizzando venti opere di medie e grandi dimensioni. L’opera più grande è la Piazzetta dello Zodiaco, di 60 mq, con lo zodiaco preso come pretesto per parlare della vita e della società. L’opera a cui sono più legato è invece Il Trionfo di Bacco, un mosaico su muro esterno, di 7,5×3,5 m, fatto con ceramica, gres, sassi, specchi e luci elettriche. Il mosaico prende spunto da un’opera omonima di Poussin, ma ha poi derive psichedeliche e kitsch. Nella scena del Trionfo ci sono i ritratti degli abitanti della casa museo. Tra questi, Vincent è Bacco sul carro. Io sono il centauro blu che traina il carro. Defilato dalla scena del Trionfo, sulla destra dell’opera, c’è mio fratello, Dario Dieci, anch’egli mosaicista.

L’avventura nella casa museo dopo tre anni finì, per via delle continue incomprensioni con Vincent. In seguito ho vissuto mezzo anno a Barcellona, per guardarmi meglio l’opera di Gaudí. Ma smetto di dire dei salti mortali che ho dovuto fare dopo, delle botteghe che mi hanno rifiutato perché snobbavano la ceramica o per la mancanza di titoli di studio, ecc…

Preferisco parlare dei successi di questi ultimi due anni. Nell’estate del 2013 ho la fortuna di incontrare a Lecce l’architetto e designer Fabio Novembre, che ha visto le opere a Vincent City e mi commissiona un mosaico enorme, su un muro esterno della sua casa studio a Milano. Ho realizzato per lui un Paradiso Terrestre, di 6x5m.

Nel 2014 ho partecipato con un Trittico in mosaico alla Triennale Design Museum, diretta da Beppe Finessi. Ho partecipato a due collettive internazionali sul mosaico contemporaneo a Ravenna: nel 2014, “Eccentrico Musivo”, a cura di Linda Kniffitz e Daniele Torcellini e nel 2015, “Opere dal mondo”, per Ravenna Mosaico. L’opera esposta in “Eccentrico Musivo”, è stata poi acquisita dal museo MAR, e fa ora parte della meravigliosa collezione. A inizio 2015 la gioia della prima copertina, quella del semestrale francese Mosaïque Magazine. In aprile ho inaugurato il mio atelier a Milano. A ottobre ho vinto la Targa d’oro del Premio Arte, nella sezione scultura, con uno dei miei mosaici.

Orodè Deoro, En marche! En marche!, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 40x40. Opera acquisita dal Museo MAR

Orodè Deoro, En marche! En marche!, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 40×40. Opera acquisita dal Museo MAR

Be’, complimenti davvero. A questo punto ti chiedo di parlare liberamente della tua idea di mosaico (con reminiscenze pop o post pop, si potrebbero forse citare Adami e Nespolo), dell’uso che fai di questo linguaggio e dei tuoi materiali, la scelta della ceramica ad esempio, delle linee così marcate tra una frammento e l’altro, quasi a sottolineare con un impatto visivo di sicuro effetto l’idea di scomposizione del soggetto nel momento stesso in cui l’immagine si compone, spesso fra l’altro in primi piani.

Con la ceramica fu amore a prima vista. Quando vidi Vincent City capii che le tonnellate di ceramiche a disposizione erano la mia “tavolozza” perfetta. Essendo un figurativo, interessato ai temi del volto e del corpo femminile, capii che potevo partire dai risultati raggiunti dai migliori operai di Gaudí per puntare però a un’idea pittorica del mosaico. Per idea pittorica del mosaico intendo che la visione frantumata caratteristica del mosaico deve essere composta in modo tale da far pensare alla pittura. Effetto che mi è possibile grazie ai colori della ceramica e all’utilizzo che faccio delle fughe, oltre che per la mia poetica di ritaglio e di incastro delle tessere.

La ceramica, rispetto alle pietre, ai marmi, mi permette di creare qualsiasi forma allungata di tessera. L’effetto pittorico è principalmente di una pittura con campiture piatte, senza giochi di luci né ombre. Quando ho iniziato però non ho mai pensato ad Adami né a Nespolo perché sono passato al mosaico da una pittura di base espressionista, arricchita dal dripping e da combustioni alla Burri. Adami e Nespolo erano l’esatto contrario dei miei miti, eppure ci sono delle somiglianze. Questo perché la mia intuizione mi portava a delle linee di contorno nette, rispetto ai risultati pittorici. Sentivo che l’irruenza che mettevo nella pittura aveva come corrispettivo musivo l’ordine, i contorni netti. È difficile da spiegare, ma i linguaggi e i materiali sono diversi.

Nella ceramica io ho già il colore, non lo devo creare, devo solo ritagliarlo e incastrarlo nel punto giusto, nel migliore dei modi che sento. Sin dall’inizio mi venne di mostrare il disegno e non il caos pittorico. Sin dalle prime tessere ricordo l’urgenza di comporre i corpi con pezzi simbolici e a incastro, una tessera per il naso, due tessere per le labbra ecc. Guardando le mie opere si può pensare alle vetrate e all’intarsio, ma non mi sono mai occupato di vetrate né di intarsio di marmi o del legno. Sono somiglianze di cui sono diventato consapevole successivamente. Davvero non so da dove mi venga questa tecnica e realizzo le mie opere pensandomi pittore o poeta. Oltretutto, parallela alla ricerca sulle tessere, c’era e c’è la ricerca sulle fughe, che nel tempo hanno preso sempre più importanza nelle mie opere, conquistando sempre più spazio. Il mio utilizzo delle fughe credo sia davvero il mio colpo di genio. 

Orodè Deoro, 5.Senza parole, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 60x90

Orodè Deoro, 5. Senza parole, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 60×90

Come consueto, in finale di battuta chiedo al mio ospite dei suoi progetti futuri, sia immediati che a lungo termine. In più stavolta, trattandosi di un momento storico così incerto, ti domando anche cosa pensi di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.

Le idee e i progetti sono tanti. Direi che è il momento di una personale che faccia il punto sulla mia ricerca musiva. Voglio organizzare più eventi multidisciplinari nel mio atelier milanese. Voglio realizzare – prima di tutto – dei capolavori indiscutibili. Voglio che ci sia maggiore attenzione per il mosaico in generale. Voglio incontrare i grandi maestri di questa tecnica meravigliosa. Questo è quello che farò.

Riguardo al nostro tempo, caro Luca, stiamo raccogliendo quello ch’è stato seminato. Qualunque cosa sia, questo raccolto è la verità. Ed è sempre bene abbracciare la verità. Devo ammettere inoltre che, al di là della crisi in tutti i campi e delle tensioni da terza guerra mondiale, le mie uniche preoccupazioni riguardano i continui danni all’ambiente e le nuove cattivissime frontiere del mercato alimentare, le porcherie che ci rifila nel piatto il regime democratico, vale a dire il regime che stanno ricostruendo attraverso la maschera della democrazia – maschera che sta per cadere.

Mi fa pena pensare a tutti quelli che in questo regime operano, senza ribellarsi e quindi nutrendolo. È un momento storico unico. Se ci sarà un futuro, e se ci sarà una memoria di questi giorni, verremo ricordati come l’unica razza che si è auto-avvelenata. La guerra e la violenza ci sono sempre state, ma milioni di persone che si nutrono di veleno, vendendo veleno, innaffiando con veleno dei semi impoveriti e l’ambiente, no; siamo i primi e gli ultimi, non possiamo avere un seguito.

Detto ciò, ha senso più che mai ribellarsi, fare il contrario di quello che dicono (tutti), fare niente semmai e farlo benissimo. Ha senso più che mai realizzare i propri sogni, incarnare il proprio sogno.

C’è infine da dire che non c’è mai stato un periodo così ricco per il mosaico, libero finalmente di confrontarsi in totale pienezza e libertà con le altre arti più famose.

Per cui godiamocelo, godiamoci il mandala!

Orodè Deoro, Primo omaggio a Milano, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello di cm 90x90

Orodè Deoro, Primo omaggio a Milano, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello di cm 90×90

 

Contatti:

Atelier Orodè Deoro,

Via Lattanzio 15, Milano

333.9588907

www.orodedeoro.com

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pagnani e battistini a venezia

Premessa: di seguito pubblico il testo che ho scritto per Mattia Battistini in occasione della collettiva veneziana Friends – Free Ends a cura di Robert C. Phillips.

Caleidoscopio Battistini  (di Luca Maggio) 

Ecco rinnovate cose di Mattia Battistini, nate nella sua città d’origine, Ravenna, dov’è tornato a vivere da qualche anno dopo migrazioni varie, ché nel cammino d’un artista la strada è corso d’opera perenne, un farsi-disfarsi continuo come onde sulla bibula harena[1].

Per anni ha abitato, à rebours, Firenze e Roma e i sobborghi maghrebini di Parigi, in un cumulo di volti, immagini, pagine e storie da mutare in colori attraverso le terre sue semplici o cere o pastelli oleosi poi graffiati, ché poco basta a rinnovare l’incanto se si è.

Oggi più che mai è artista maturo, emancipato da quei modelli che pure attraendolo (Marc, Malevič, Luzzati), mai sono stati un limite, al più spunti per solchi-unghiate dirompenti, costruite partendo dal sostrato più o meno inconscio al suo primo agire, il nucleo bizantino dei mosaici ravennati con la bidimensionalità di figure e scansioni spaziali, resa però in movimento dall’approccio con la sua vita delle forme[2].

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

E cosa si dicono i personaggi di Mattia?

Una volta mi ha confidato: “A me interessa il racconto”. Facce, dunque, mani, re e pezzenti, avventori misteriosi e quotidiani, pifferai incantatori e bestie, giraffe cavalli lupi gatti e donne, una molte donne e sessi e occhi e frammenti d’umano in collage, e carte, carte, sempre tante per terra nel suo studio, fra le tele che non sempre sono tali ma, appunto, fatte di carta.

Come in un fumetto, non so immaginare Mattia separato dalla sigaretta immancabile e gli occhi allungati da gatto, egli stesso personaggio e dio fuoriuscito dalle sue superfici, fra tutte quelle linee oblique e marcate, angoli acuti, triangolazioni che si compongono come un puzzle che sembra ma non è impazzito, semplicemente è vivo e cambia, assume le metamorfosi che capitano a tutti se solo si fosse più attenti per accorgersene (come tanti poveri Firs nel finale del Giardino čechoviano), ed è un bene che un po’ cada, vada perso quel suo colore di terre pure così delicate e sporche, che è la cosa stessa della vita di cui sono imbevute le cose sue, personaggi come fumi di sigaretta o della mente si staccano nell’aria, sembrano fermarsi sulla carta ma già evadono, ingrandiscono volume e movimenti con gli anni, ma dove mai andranno, vogliono scappare? Quasi gli stesse stretto quel limite che per natura c’è al quadro, al racconto, persino, pare, ai sentimenti, oltre cui si può solo impazzire, lasciarsi andare senza fine.

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

[1] Lucrezio, De rerum natura, II, 376.

[2] Questa espressione riprende il celebre saggio di Henri Focillon Vie des Formes (Paris 1943), che si addice al lavoro di Mattia Battistini.

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INVITO VIASATERNA_Il tuo volto silenzioso - Luca Andreoni e Zhou Siwei

“Nel 1911, dopo tre anni di produzione e alti investimenti economici, venne presentato al pubblico il film muto “Inferno”, ricostruzione del viaggio di Dante all’inferno. Prodotto dalla Milano Films, il film ebbe un grandissimo successo, in Italia e all’estero. In assoluto il primo lungometraggio italiano, è anche uno dei più importanti kolossal di quei tempi. Utilizzò tecniche innovative, quali sovrimpressioni e altri effetti speciali nonché modalità di montaggio sofisticate.
Alcune delle scene iniziali vennero girate in esterni in un paesaggio particolare, quello della Grigna. Il gruppo delle Grigne si trova a poche decine di chilometri da Milano, nelle vicinanze di Lecco. La sua comodità e le sue caratteristiche hanno fatto sì che diventasse già nel Novecento una delle più importanti zone di arrampicata della Lombardia, nella quale si sono formati fortissimi alpinisti quali Riccardo Cassin, Walter Bonatti e molti altri.
L’ambiente delle Grigne, in particolare la cosiddetta Grignetta o Grigna meridionale, è caratterizzato dalla presenza di innumerevoli torri e torrioni di roccia calcarea. Le nubi frequenti, che si producono anche per la vicinanza del lago, li avvolgono spesso, creando un paesaggio surreale e misterioso che ben si è adattato alla scene nelle quale Dante si avvicina alla famosa porta dell’inferno.
Ho passato qualche tempo della mia vita in Grigna – da bambino, al seguito di un padre forte scalatore, e poi arrampicandoci un po’ io stesso in anni giovanili. Tornarci negli ultimi anni per fare queste fotografie, cercando i luoghi dove vennero girate le scene del film, o anche solo cercandovi quelle atmosfere, è stato un po’ come ritrovare vecchie amicizie.”

Luca Andreoni

viasaterna – arte contemporanea

Luca Andreoni

Luca Andreoni, Inferno 1911, 2014

 

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Silvia_Naddeo-A_cena_con

Sabato 12 dicembre, insieme all’artista Silvia Naddeo, terrò una conversazione-performance sul tema Giocare ad arte: se passate da Ravenna, l’appuntamento è dalle 17.30 alle 19.00 presso il locale Tribeca Lounge (Via Trieste 90) e si svolge all’interno della terza edizione della rassegna Librando ideata e come sempre ottimamente curata da Ivano Mazzani.

ok-9 Librando Terza edizione

 

 

 

 

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Vanni Cuoghi, Monolocale 34 (Venere del Gheto Novo), 2015, cm 21x30, china e acquerelli su carta

Vanni Cuoghi, Monolocale 34 (Venere del Gheto Novo), 2015, cm 21×30, china e acquerelli su carta

“La magia della città è nota e le storie che si dipanano tra le pietre e le calli si intersecano e si fondono in un articolato gioco di scatole cinesi. A Venezia bisogna sapersi perdere, consigliava Ugo Pratt, e lasciare solidificare le leggende. Quella del Ghetto è la storia di un’isola nell’isola. Su questo fazzoletto di terra, già contaminato nel 1500 da scorie della lavorazione dei metalli, si insediò la comunità Ebraica a cui la Serenissima concesse l’isola. Visitando il Ghetto Ebraico (la parola “ghetto” ebbe origine proprio qui nel 1516) ci si accorge di come gli spazi siano colmi di storie, leggende, superstizioni e immaginazioni tanto da impregnarne ogni singola parete. Questa densità sentimentale mi ha portato a immaginare una specie di sineddoche, le storie degli abitanti del Ghetto rappresentano la storia di tutti gli Ebrei di tutte le epoche, forse perché l’essere “isola nell’isola” dà luogo inevitabilmente a delle amplificazioni narrative.

Vanni Cuoghi, Monolocale 31 (Golem), 2015, cm 21x30, acrilico, china e acquerelli su carta

Vanni Cuoghi, Monolocale 31 (Golem), 2015, cm 21×30, acrilico, china e acquerelli su carta

Ho voluto costruire delle scatole, delle case di bambola, ho dipinto e disegnato storie non direttamente connesse tra loro, che spaziano dai giorni della peste ai rastrellamenti nazisti; dal sacrificio di Isacco al Golem; da Corto Maltese alla Venere degli stracci. Ogni monolocale è diventato una stanza con la luce accesa e noi osservatori, guardiamo l’evolversi delle vicende, come L.B. Jeffries in Rear Window (La finestra sul cortile). Quando Giuseppe Pero mi ha proposto di esporre da lui questo progetto, ho avuto l’impressione che ci fosse un’assonanza a me già nota: la galleria si trova nel quartiere Isola di Milano, chiamato così perché isolato dal resto della città dallo snodo ferroviario. La somiglianza mi ha fatto sorridere perché la galleria diventerà isola… nell’Isola.”

Vanni Cuoghi

Vanni Cuoghi, Monolocale 32, 2015, cm 21x30, acrilico,china e acquerelli su carta

Vanni Cuoghi, Monolocale 32, 2015, cm 21×30, acrilico,china e acquerelli su carta

Per quest’occasione Vanni Cuoghi prende spunto dalla magia della città di Venezia e in particolare celebra i 500 anni del Ghetto Ebraico (1516 – 2016).

Vanni Cuoghi – Da Terra a Cielo
Inaugurazione giovedì 10 dicembre ore 18.30 sino al 29 gennaio 2016
Galleria Giuseppe Pero Via Porro Lambertenghi 3, Milano

Galleria Giuseppe Pero

 

 

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