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Archive for febbraio 2016

Vignetta di Gianluca Costantini, 2013

Vignetta di Gianluca Costantini (2013)

Tanto perché si sappia oltre le mura cittadine: a Ravenna, sedicente capitale del mosaico, l’amministrazione comunale (targata PD) ha appena deciso di acquistare nuove (e brutte) panchine pubbliche in mosaico. Costo: trentamila euro. Ci può stare. Semmai è l’operazione in sé, non esattamente d’avanguardia pura, che andava bocciata: sa di muffa.

Comunque, a chi rivolgersi, a chi farle progettare? A qualcuna delle botteghe cittadine specializzate in arte musiva e arredo urbano, magari seguendo proprio la tradizione bizantina del luogo o, meglio ancora, agli studenti che praticano tecniche musive al Liceo Nervi-Severini o in Accademia? No di certo.

Meglio ordinarle agli olandesi (?), si sa, esperti sommi del mestiere, che con la scusa di farle produrre a delle ex prostitute in fase di recupero, hanno saputo ben vendere il loro prodotto. A proposito, amici dei Paesi Bassi: aveste bisogno di qualche mazzo di tulipani, le serre ravennati sono a vostra disposizione!

Ps. Battuta a parte, fa male vedere per l’ennesima volta la totale assenza di relazione, cura e amore della politica per la cosa pubblica, specie dopo che ci si riempie la bocca con la parola mosaico, più che mai assente in questa triste vicenda.

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Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1980

Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1980

Guardammo la chiesa che ormai ardeva lentamente, perché è proprio di queste grandi costruzioni avvampare subito nelle parti lignee e poi agonizzare per ore, talora per giorni. Diversamente fiammeggiava ancora l’Edificio. Qui il materiale combustibile era molto più ricco, il fuoco ormai propagatosi per tutto lo scriptorium aveva ora invaso il piano della cucina. Quanto al terzo piano, dove un tempo e per centinaia di anni v’era stato il labirinto, era ormai praticamente distrutto.

“Era la più grande biblioteca dell’umanità,” disse Guglielmo. “Ora,” aggiunse, “l’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera. D’altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte.”

“Il volto di chi?” domandai stordito.

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda, come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.”

Umberto Eco, Il nome della Rosa, Milano 1980.

 

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Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1999

Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1999

Mi sono piaciuti gli interventi dedicati a Umberto Eco apparsi oggi su La Repubblica (Domenica 21 febbraio, da pagina 25 a 40, oltre alla prima pagina ovviamente), perché gli autori più che parlare della sua “triste scomparsa, della morte di un grande uomo malato di cancro che tanto mancherà all’Italia ecc.” e via retoricheggiando col coccodrillo rituale, ne hanno raccontato l’ironia insieme ai meriti intellettuali, non pochi peraltro, primo fra tutti il saper mescolare alto e basso, restando di tutto curioso.

Non ho mai conosciuto Eco di persona, sfiorato per caso a Bologna sì, ma conta poco. Più dei suoi libri di semiologia e costume, più dei suoi romanzi e trasmissioni, ciò che apprendo da questo professore è ancora una volta il divertimento infinito, il piacere seducente di studiare, studiare e studiare e combinare e scombinare tutto in un puzzle borgesiano sino all’ultimo e anche oltre.

E proprio per non aggiungermi al coro delle prefiche, lo saluto con un motteggio di quell’altro singolarissimo intellettuale che fu Ferdinando Tartaglia:

Per tale Umberto Eco

Eco, d’accordo. Ma dov’è la voce?

F. Tartaglia, Esercizi di verbo, Milano 2004.

 

 

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Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

…perché capitano i momenti bui nella vita, eccome, periodi interi di nulla che inesorabile divora da dentro anche ciò che di buono è fuori e non puoi opporti, ti lasci scivolare in quotidianità eguali “underneath a sky that’s ever falling down, down, down/ ever falling down”, per dirla con Brian Eno.

Sì, la vita può portare a disaffezionarci a lei stessa. Si lavora per sopravvivere facendo altro da ciò che si vorrebbe o potrebbe, insomma ci si spegne più o meno consapevolmente e si scaccia anche l’amore che ci è accanto dai giorni più felici e che prova in tutti i modi a farci reagire.

Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

Questo stato di cose che forse più di qualche lettore avrà provato (i tecnici odierni lo definirebbero depressione, più bella la parola antica malinconia o melancolia) è esattamente ciò che accade a Simon Muchat nella prima parte di quel viaggio straordinario in forma di graphic novel che è Portugal di Cyril Pedrosa.

Dico subito che è libro da avere fra i più preziosi nella propria biblioteca non solo per cosa ma anche per come è narrato (e ottimo pure il lavoro di riproduzione dell’editore Bao Publishing), per i disegni accuratissimi, ad esempio, da godere sin nei particolari come i colori del resto, che cambiano secondo le emozioni e i ricordi e i percorsi inattesi di questo cammino lungo 260 pagine circa, con l’unica delusione che alla fine finiscono.

Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

Sicché nella seconda e terza parte del racconto si assiste a un recupero progressivo del senso dell’esistere che è tale solo se si riescono a riprendere le relazioni fra il circostante e la nostra interiorità (inclusa la storia della propria famiglia, ignorata o negata con fastidio per anni), talvolta grazie alla riscoperta inedita delle proprie radici, portoghesi nel caso del protagonista, radici che riallacciano un passato remoto e sconosciuto al futuro, salvando il presente altrimenti perduto.

Storia dunque di tempo ritrovato, raggiunto.

E ci vogliono istinto, coraggio, ma anche fortuna quando si è nella palude per lasciarsi trovare e prendere dalla corda che tirando può ridarci a noi stessi. Sempre che la vita getti quella benedetta fune fatta di affetti legati dalla voce: “Non arrenderti. Mai”.

Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

Cyril Pedrosa, Portugal, 2011 (ed. italiana 2012)

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Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

E poi c’è il colpo di genio. Prendete un angolo della casa, sì, della vostra casa, quella che abitate da sempre o dove vi siete trasferiti da poco ma che pensate, un giorno, di lasciare ai vostri figli, chissà.

Non un angolo qualsiasi, ma diciamo del salotto dove leggete, vi riposate, ballate col vostro amore, fate l’amore, giocate con figli, nipoti, amici, ricevete gli ospiti, piangete nei brutti momenti, telefonate, fate ginnastica, mangiate uno spuntino senza farvi scoprire, ascoltate musica, guardate la televisione o usate il portatile, o sovrappensiero fissate la parete di fronte, trascorrete insomma la sequenza di tempo che chiamiamo vita.

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

Bene, cosa è successo due anni fa in quello stesso preciso punto di mondo, di realtà che ora fa parte della vostra esistenza, di quella che conoscete e definite come casa vostra? E nel luglio del ’79? O cinquantasette anni fa? E nel 1802? E nel 23.000 a.C.? E cosa accadrà nel 2229 o fra un milione di anni? E come vedere contemporaneamente tutto ciò che è accaduto sta accadendo accadrà in quella medesima angolatura della superficie terrestre, ben oltre i vostri lari e penati?

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

La risposta la si trova in Here – Qui di Richard McGuire: non è come altri graphic novel (a proposito, se dite “altre graphic novel” al femminile va bene lo stesso: piaccia o meno, è l’uso a modificare la lingua), è un’esperienza cognitiva diversa oltre che la realizzazione di un’utopia.

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

Sì, perché allo stato attuale delle conoscenze e in accordo alla fisica einsteiniana i viaggi nel tempo non sono possibili, bisognerebbe andare oltre la velocità della luce (per quanto a livello quantistico ciò non sia del tutto improbabile, cfr. S. Hawking, La grande storia del tempo, pp.120-135). Ma a noi umani è data l’immaginazione e attraverso essa qualsiasi barriera cade, i limiti terminano, l’infinito appare.

Ecco cos’è questo libro: una macchina del tempo immaginato perfetta nella sua semplicità mai prima d’ora così realizzata, in forma di carta disegnatadipinta per ognuno di noi. Un capolavoro.

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

Richard McGuire, Here (2014), ed. italiana Qui (2015)

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