Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for settembre 2017

Annunci

Read Full Post »

Il 15 settembre nell’ambito del festivalfilosofia 2017, è stata inaugurata la mostra Cesare Leonardi. L’architettura della vita, che occuperà fino al 4 febbraio 2018 gli spazi di Palazzo Santa Margherita e della Palazzina dei Giardini di Modena per delineare la figura poliedrica e trasversale di Cesare Leonardi (Modena, 1935), che nel corso di una attività durata oltre cinquant’anni si è occupata di architettura, urbanistica, fotografia, design, pittura e scultura, lavorando costantemente al confine tra progettazione e pratica artistica.

Viene così presentato al pubblico il patrimonio di opere e documenti custodito nella sua casa-studio, oggi sede dell’Archivio Architetto Cesare Leonardi, e raccontata l’avventura straordinaria di una vita dedicata alla progettazione, a partire dallo studio degli alberi (la catalogazione di oltre trecento specie arboree ridisegnate in scala 1:100 è raccolta nel volume L’Architettura degli Alberi pubblicato nel 1982 dopo venti anni di lavoro, ancora oggi uno strumento insuperato per la progettazione del verde) fino al design, ad esempio gli oggetti in vetroresina, la Poltrona Nastro, il Dondolo, la Poltrona Guscio e molti altri arredi (esposti nei più importanti musei del mondo: MOMA di New York, Victoria and Albert Museum di Londra, Centre George Pompidou di Parigi), oppure la serie Solidi, elementi di arredo progettati a partire da un unico materiale (la tavola di legno per i casseri da calcestruzzo), fino all’attività fotografica che accompagnerà tutta la sia produzione quale strumento di indagine e documentazione, senza scordare la scultura e la pittura praticate soprattutto negli ultimi anni.

A cura di Andrea Cavani e Giulio Orsini, il grande evento espositivo è organizzato e prodotto dalla Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e Archivio Architetto Cesare Leonardi.

Press Irene Guzman

Cesare Leonardi. L’Architettura della Vita

Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini

15 settembre 2017 – 4 febbraio 2018

 

Informazioni

Galleria Civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena

tel. 059 2032911/2032940

www.galleriacivicadimodena.it

Museo Associato AMACI

 

Archivio Architetto Cesare Leonardi
tel/fax 059 820010
progetti@archivioleonardi.it

www.archivioleonardi.it

 

Read Full Post »

Elliott Erwitt presso la Chiesa di San Giacomo a Forlì, mentre mi sta scattando una foto, 22 settembre 2017

Ieri sera, in occasione dell’inaugurazione della sua mostra Personae presso i Musei di San Domenico a Forlì (23 settembre 2017 – 7 gennaio 2018), Roberto Cotroneo ha intervistato Elliott Erwitt, 89 anni compiuti a luglio, una leggenda vivente, che con semplicità, ironia, distacco eppure al contempo passione anzitutto per il mezzo fotografico (raccontando un aneddoto su un servizio in una sala operatoria l’ha definito “l’armatura che mi ha protetto”), ha pazientemente risposto alle domande rivoltegli.

Elliott Erwitt presso la Chiesa di San Giacomo a Forlì, durante la premiazione finale (22.09.2017)

Visibilmente stanco, affaticato dal viaggio e dal peso dell’età, non ha (ahimè!) firmato alcun catalogo, ma ha scattato (avrà davvero premuto il pulsante?) una foto a quanti adoranti erano sotto il palco, incluso il sottoscritto, che lo ha ricambiato con l’immagine soprastante (lo so, non è un gran che, ma col telefonino e la gente che spingeva di più non ho saputo fare), catturata mentre stava per fotografarmi. Insomma, non ho il suo autografo, ma rischio di ritrovarmi col mio ignoto ritratto nel suo archivio!

Una volta ha detto: “Alcune ottime cose nascono dall’ozio e dalla meditazione. La fotografia è il risultato di un ozio e di una meditazione intensi che finiscono con il produrre una bella immagine in bianco e nero, ben fissata e risciacquata in modo da non sbiadire troppo presto.”

 

 

 

Read Full Post »

 

Leggendo spesso poesia, non è inusuale trovare raccolte di versi segnate da grazia o bellezza, meno rare di quanto si pensi. È invece più difficile imbattersi nella pagina che stupisce perché ci si riconosce o perché rivela parti tanto lontane da sé – forse mancanti – quanto desiderose di farsi ascoltare. Pagine insomma che sanno fermare e che obbligano chi le incontri a tornare. È il caso di Matteo Greco, Da grande voglio fare il Meridione (CartaCanta, Forlì 2016), su cui dirò prossimamente, e della perla (anche editoriale) Aspettare la rugiada (Raffaelli Editore, Rimini 2017) di Damiana De Gennaro (Vico Equense, 1995), studentessa di giapponese all’Orientale di Napoli e una delle anime della rivista letteraria indipendente Mosse di seppia.

I versi di queste pagine, pur nella loro perfezione formale d’eco nipponica (spesso quindi in settenari e quinari), non guardano dall’alto né salgono in cattedra, semplicemente sono vissuti e dunque null’affatto distanti, anzi familiari al lettore, gli si accostano, raccontano immagini, frammenti di quotidiano dal sapore lirico (“facevamo insieme la spesa,/ dentro la notte”), atmosfere in vaghezza tarkovskyana (“ho visto lo spezzarsi delle albe/ tra i cavi elettrici del cielo/ (…) ma lei fa la pioggia che mi tiene/ attaccata al finestrino”), l’amore delicatissimo per l’universo femminile (“si potrebbe entrare in te/come in cattedrali di silenzio”), gli ideogrammi giapponesi che spiegano (a proposito: mi è cara la parola Komorebi, “la luce che filtra attraverso le foglie”, essendo il titolo medesimo di un’opera dell’artista Takako Hirai esposta nella mostra Foglie, da me curata proprio lo scorso giugno a Ravenna) o che sanano (Kintsugi, “riparare con l’oro” e dunque saldare i cocci di ceramica – e della De Gennaro – evidenziando preziosamente la rottura e non nascondendola come nella tradizione occidentale del restauro). E su tutto l’aria che attraversa quasi ogni particolare, che letteralmente sfoglia le pagine del piccolo, compatto libro se si lasciano scorrere da metà, a ricordare cosa scrisse un altro poeta, il romagnolo Tonino Guerra: “L’aria l’è cla ròba lizìra/ ch’la sta datònda la tu tèsta/ e la dvénta piò cèra quant che t’róid.” (“L’aria è quella roba leggera/ che ti gira intorno alla testa/ e diventa più chiara quando ridi” da I bu, Rizzoli, Milano 1972).

 

Read Full Post »

Paolo Ventura, Ex Voto (4), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

La Galleria Antonio Verolino presenta Variazioni su un tema, una mostra che riunisce opere di tre artisti, Arthur Duff, Alberto Gianfreda e Paolo Ventura, insieme a un intervento site-specific del giovane artista modenese Luca Zamoc.

L’esposizione, curata da Luca Panaro e Paola Formenti Tavazzani, inaugurerà venerdì 15 settembre 2017, alle ore 18.00 nell’ambito del festivalfilosofia di Modena.

Il progetto nasce attorno all’argomento centrale di questa nuova edizione del festival, che rifletterà sul rapporto tra il pensiero e l’arte indagando il concetto di tecnica, di lavoro e opera, oltre all’impatto che l’immagine ha sul mondo e i suoi significati e sulla trasformazione del ruolo dell’artista.

Pur nella evidente diversità delle tecniche utilizzate e nelle varianti proposte, le opere degli artisti presentati esprimono una costante rigorosa fedeltà alla loro personale, molto articolata, struttura di pensiero: per Arthur Duff la dinamica dei flussi che attraversano tutto l’universo dall’invisibile al visibile e viceversa; per Alberto Gianfreda la resilienza dell’icona, che si adatta a nuove specifiche situazioni in modo interattivo; per Paolo Ventura la teatralità ricreata e fotografata in un’atmosfera tra il reale e il surreale. Nelle opere recentissime esposte in mostra si vedrà come le scienze, in particolare l’astrofisica per il primo, l’antropologia del sacro per il secondo, e la storia, la cinematografia per il terzo e la filosofia per tutti, alimentino costantemente la loro ricerca.

Arthur Duff, Emitter, 2016, pietra lavica, neon, filo elettrico, trasformatore, cm 25×40

Arthur Duff, Black Star_Fragment_M14, 2016, corda in poliestere su telaio in ferro, cm 140×140

Arthur Duff a tutt’oggi presenta un corpus di opere molto vasto, che si è andato definendo negli ultimi anni e che possiamo suddividere in quattro filoni principali: i lavori con i fili annodati e tesati su telaio, di cui fa parte la serie Black Stars; i ricami su tela mimetica; le proiezioni al laser; i neon e le carte. In mostra saranno esposte quattro di queste tipologie di lavori sufficienti a evidenziare il carattere strumentale della parola e del segno. Nella voluta assenza del carattere semantico l’autore rivela l’interesse rivolto altrove: ad ambiti specifici della fisica e dell’astronomia. La scultura di neon crea una parola palindroma; i ricami su tessuto militare si attengono alla morfologia sottostante; la sagoma della pietra vulcanica determina l’andamento del tubo al neon; l’intreccio di nodi neri di Black Star Fragment ricrea un conglomerato di stelle ormai estinto ma visibile oggi.

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Le opere di Alberto Gianfreda rappresentano invece l’approdo di un lavoro di ricerca volto a dare una nuova configurazione al marmo, per conferire al materiale statico e monumentale per antonomasia mobilità e adattabilità, caratteristiche sentite dall’autore come rispondenti alle esigenze della contemporaneità. Iniziata con l’elaborazione del marmo, la ricerca della versatilità dei materiali di Gianfreda si è estesa anche alla terracotta e alla ceramica. In mostra saranno esposti una serie di vasi cinesi, ridotti a frammenti e ricomposti. L’oggetto originario si legge appena; la destrutturazione dell’icona permette di intuirne la forma primaria e di offrire al contempo una molteplicità di nuove possibili configurazioni, che lo spettatore stesso può a suo piacimento creare. Una ricercata interattività e una riflessione sulla riformulazione dell’immagine. La resilienza dell’icona si configura come la metafora della resilienza della cultura di fronte ai mutamenti drastici della postmodernità.

Paolo Ventura, Ex Voto (1), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

Paolo Ventura, Ex Voto (2), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

I lavori di Paolo Ventura risentono infine degli schemi iconografici degli ex-voto dipinti, molto diffusi nell’Ottocento ma praticati anche nel XX secolo. Una ricca collezione è conservata nel Santuario della Consolata di Torino, dove l’artista si è recato per apprezzarne i dettagli di realizzazione. Gli ex-voto sono quadri basati su schemi ripetitivi, dipinti con grande realismo nella restituzione delle scene. Rappresentano solitamente personaggi vittime di incidenti o malattie, dai quali sono sopravvissuti, e le figure sono ambientate all’interno di luoghi rarefatti ed essenziali. Rifacendosi a questa iconografia, Ventura, si autoritrae fotograficamente in abiti militari della Prima Guerra Mondiale, intervenendo poi con acrilici e matite colorate negli occhi e sul volto in genere, che muta così di significato, specie per la presenza di alcuni schizzi di sangue che restituiscono ambiguità alla rappresentazione.

All’esterno della galleria l’intervento su tessuto di Luca Zamoc fa da ingresso iconografico alla mostra. L’opera esplora la genesi di “ars e techne” tracciando in bianco e nero figure e simboli del sedimento culturale e storico di queste discipline ed è pensata come contenitore alle opere esposte in galleria.

Press Sara Zolla

Variazioni su un tema. Arthur Duff Alberto Gianfreda Paolo Ventura

con un intervento site-specific di Luca Zamoc

a cura di Luca Panaro, Paola Formenti Tavazzani

Galleria Antonio Verolino

15 settembre – 22 ottobre 2017

Via Farini 70 (angolo Piazza Roma)

41121 Modena – Italy

Tel. +39 059 23 78 45

Fax +39 059 22 26 18

www.galleriaantonioverolino.com

info@galleriaantonioverolino.com

Instagram: galleria_antonio_verolino

 

 

 

Read Full Post »

Lella Borghesi, Une rose pour ma mère

Sabato 9 settembre alle ore 18.00 la niArt Gallery di Felice Nittolo riprende l’attività espositiva con una doppia personale: Une rose pour ma mère – disegni di Lella Borghesi e L’Atelier de Man Ray – fotografe di Maxime Godard, con testi di Michel Butor (1926-2016).

Lella Borghesi presenta una serie di disegni dal tratto vivo e rapido con varianti improvvisate. Tracce di un gesto deciso su carta.

Michel Butor ispirato dal suo lavoro le ha scritto un testo Une rose pour ma mère evocando la stessa sua madre e lo ha dedicato a Elba Granaroli, madre dell’artista romagnola.

Maxime Godard, L’atelier de Man Ray

Maxime Godard dal 1983 al 1990 in compagnia di Lella Borghesi rende visite regolari a Juliet Man Ray nell’atelier del 2bis Rue Ferov, a Parigi, dove Juliet e Man Ray si erano installati al ritorno degli Stati Uniti nel 1951.

Dalla morte di Man Ray nel 1976, Juliet conserva intatto questo luogo di vita e di creazione, guardiana attenta veglia a che niente sia rimosso, neanche la polvere e in questo scenario Maxime Godard scatta foto, muovendosi quasi in punta di piedi, mostrando senza artificio e nei dettagli l’intensa presenza del luogo. Queste immagini sono state pubblicate accompagnate dai testi di Michel Butor in tre edizioni: Gnesi d’Marèla, 1985; Essegi, 1987; Dumerchez, 2002.

Lella Borghesi. Une rose pour ma mère – Maxime Godard. L’atelier de Man Ray

Testi Michel Butor

Inaugurazione: sabato 9 settembre ore 18.00

niArt, via Anastagi, 4a/648121 Ravenna

artgallery@alice.it  www.niart.it

Dal 10- 23 settembre 2017

Orari: martedì, mercoledì 11-12,30; giovedì, venerdì 17-19 sabato 11-12,30 // 17-19; oppure su appuntamento telefonando al 3382791174.

 

 

Read Full Post »