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Archive for luglio 2019

Come ogni anno, è giunto il momento dei saluti estivi. Lascio i miei cari lettori in compagnia di alcune bellissime pagine tratte da Le parole di Jean-Paul Sartre.

Ci ritroveremo verso fine agosto, per l’inaugurazione di una mostra di pittura. Ma ora auguro a tutti tempi lunghi, lieti, privi di fretta, da trascorrere con chi amiamo veramente. Buona estate!

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Jean-Paul Sartre (Parigi, 1905-1980)

Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri. Nell’ufficio di mio nonno ce ne’era dappertutto; era fatto divieto di spolverarli, tranne una volta all’anno, prima della riapertura delle scuole. Non sapevo ancora leggere, ma già le riverivo queste pietre fitte: ritte o inclinate, strette come mattoni sui ripiani della libreria o nobilmente spaziate in viali di menhir, io sentivo che la prosperità della nostra famiglia dipendeva da esse. (…) Talvolta mi avvicinavo per osservare queste scatole che si aprivano come ostriche, e scoprivo la nudità dei loro organi interni, fogli pallidi e muffiti, leggermente gonfi coperti di venuzze nere, che assorbivano l’inchiostro e mandavano un sentore di fungo. (…) Il caso mi aveva fatto uomo, la generosità mi avrebbe fatto libro; avrei potuto fondere quella chiacchierona della mia coscienza in caratteri di bronzo, sostituire i rumori della mia vita con iscrizioni incancellabili, la mia carne con uno stile, le molli spirali del tempo con l’eternità, apparire allo Spirito Santo come un precipitato del linguaggio, diventare un’ossessione per la specie, essere diverso, infine, diverso da me, dagli altri, diverso da tutto. Avrei cominciato col darmi un corpo non logorabile e poi mi sarei offerto ai consumatori. Non avrei scritto per il piacere di scrivere ma per ricavare dalle parole questo corpo di gloria. (…) Per rinascere bisognava scrivere, per scrivere erano necessari un cervello, occhi, braccia; finito il lavoro, questi organi si sarebbero riassorbiti da sé (…).

Io: venticinque tomi, diciottomila pagine di testo, trecento incisioni tra cui il ritratto dell’autore. Le mie ossa sono di cuoio e di cartone, la mia pelle incartapecorita sa di colla e di muffa, attraverso sessanta chili di carta mi sistemo comodissimamente. Rinasco, divento alla fine un uomo intero, che pensa, che parla, che canta, che tuona, che si afferma con la perentoria inerzia della materia. Mi prendono, mi aprono, mi espongono sul tavolo, mi lisciano col palmo della mano, e a volte mi fanno crocchiare. Non oppongo resistenza e poi, all’improvviso, sfolgoro, abbaglio, m’impongo a distanza, i miei poteri attraversano lo spazio e il tempo, fulminano i cattivi, proteggono i buoni. Nessuno può dimenticarmi, né passarmi sotto silenzio: sono un gran feticcio maneggevole e terribile. La mia coscienza è in briciole: meglio così. Altre coscienze m’hanno preso in carico. Mi leggono, salto agli occhi, mi parlano, sono in tutte le bocche, lingua universale e singolare; in milioni di sguardi mi faccio curiosità indagante; per colui che sa amarmi sono la sua più intima inquietudine, ma se vuole raggiungermi, mi cancello e sparisco: non esisto più in nessun luogo, io sono finalmente! Sono dappertutto: parassita dell’umanità, i miei benefici la rodono e la costringono senza posa a risuscitare la mia assenza.

Jean-Paul Sartre, Le parole, Parigi/Milano 1964, pp.31-32, 135-136.

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