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Archive for febbraio 2020

Gallo Gallina, “l’untore! dagli! dagli! dagli all’untore!”, 1829

“”l’untore! dagli! dagli! dagli all’untore!”

“Chi? io! ah strega bugiarda! sta zitta,” gridò Renzo; […] Allo strillar della vecchia , accorreva gente di qua e di là; […] Renzo non istette lì a pensare: gli parve subito miglior partito sbrigarsi da coloro, che rimanere a dir le sue ragioni: diede un’occhiata a destra e a sinistra , da che parte ci fosse men gente, e svignò di là.

[…] La strada davanti era sempre libera; ma dietro le spalle sentiva il calpestìo e, più forti del calpestìo, quelle grida amare: “dagli! dagli! all’untore!” Non sapeva quando fossero per fermarsi; non vedeva dove si potrebbe mettere in salvo. L’ira divenne rabbia, l’angoscia si cangiò in disperazione […] Vide (ché il gran turbamento non gliel aveva lasciato vedere un momento prima) un carro che s’avanzava, anzi una fila di que’ soliti carri funebri, col solito accompagnamento; e dietro, a qualche distanza, un altro mucchietto di gente che avrebbero voluto anche loro dare addosso all’untore, e prenderlo in mezzo; ma eran trattenuti dall’impedimento medesimo. Vistosi così tra due fuochi, gli venne in mente che ciò che era di terrore a coloro, poteva essere a lui di salvezza; […] prese la rincorsa verso i carri, passò il primo, e adocchiò nel secondo un buono spazio voto. Prende la mira, spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col sinistro in aria, e con le braccia alzate.

«Bravo! bravo!» esclamarono, a una voce, i monatti, alcuni de’ quali seguivano il convoglio a piedi, altri eran seduti sui carri, altri, per dire l’orribil cosa com’era, sui cadaveri, trincando da un gran fiasco che andava in giro. «Bravo! bel colpo!» […]

I nemici, all’avvicinarsi del treno, avevano, i più, voltate le spalle, e se n’andavano, non lasciando di gridare: «dagli! dagli! all’untore!» Qualcheduno si ritirava più adagio, fermandosi ogni tanto, e voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il quale, dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria.”

Alessandro Manzoni, da I Promessi Sposi , ed. 1840, cap. XXXIV.

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Maurizio Mercuri, Ho perso tempo, 2019, legno, rame elettroeroso e patinato, cm 26 x 20 x 18; courtesy l’artista

Dal 24 gennaio al 7 marzo 2020 gli ambienti settecenteschi di Palazzo Vizzani di Bologna ospitano la mostra Filigrana, un dialogo tra le opere per lo più inedite, di Stefano Arienti, Pierpaolo Campanini e Maurizio Mercuri, a cura di Fulvio Chimento. 

La filigrana, antica tecnica di impressione visibile su carta solo in trasparenza o in controluce, rimanda alla preziosità e alla sapienza del processo di elaborazione artistica, ma costituisce simbolicamente anche l’anima dell’opera d’arte che può manifestarsi o rimanere quieta, in attesa di un atto critico in grado di ridestarla.

Stefano Arienti, Rete arancio, 2019, stampa digitale su microciniglia, cm 135 x 182; courtesy l’artista

Stefano Arienti presenta esclusivamente opere inedite, frutto della sua attuale ricerca, che prevede la stampa di immagini su materiali di uso comune, come tappetini in ciniglia o carta da manifesto. Le opere realizzate da Pierpaolo Campanini dialogano con affreschi, tessuti e carte da parati che decorano gli ambienti di Palazzo Vizzani: la pittura diviene quasi araldica e infonde carica simbolica al percorso espositivo, accentuando la dimensione mimetica delle opere. Il suono, la luce e la fotografia sono gli elementi che qualificano i lavori per lo più inediti di Maurizio Mercuri, artista dotato di un talento cristallino che gli permette di formalizzare con immediatezza la sorgente concettuale delle sue intuizioni artistiche. 

Pierpaolo Campanini, Senza titolo, 2001, olio su tela, cm 190 x 140; ph. Roberto Marossi, courtesy Kaufmann Repetto

La filigrana, in conclusione, è espressione di una stratificazione di senso, di un presente sul quale incide un involontario processo di conservazione/disgregazione esercitato dal tempo, lo stesso che ha permesso agli ambienti di Palazzo Vizzani (la cui direzione artistica è affidata a Camilla Sanguinetti) di mantenere intatta la sua essenza.

Press Irene Guzman

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Enrico Galassi (Ravenna, 1907 – Pisa, 1980)

Il signor Dido, alias Alberto Savinio, è a Ravenna. Va a dormire e sogna «il suo amico Enrico. E chi altro avrebbe sognato il signor Dido a Ravenna? […]. Enrico traversò l’infanzia, l’adolescenza: diventò uno degli adulti più geniali che il signor Dido avesse mai conosciuto. E variamente operoso: pittore, architetto, scrittore, ideatore di infiniti progetti». Così scrive Alberto Savinio del carissimo amico ravennate Enrico Galassi (Ravenna, 14 novembre 1907-Pisa, 1° settembre 1980), nel suo ultimo capolavoro, Il signor Dido. In un’altra occasione, presentando una mostra di mosaici dello stesso Galassi, sempre Savinio aveva scritto di lui come di un «pittore fra i più intelligentemente moderni, architetto genialissimo che crea la casa dell’uomo dalle sue necessità interne, costruttore di macchine, inventore, uomo leonardesco». Ma di Galassi avevano parlato in maniera lusinghiera, tra gli altri, Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Pietro Maria Bardi e Alberto Sartoris. Nonostante ciò, Galassi è stato quasi sempre «guardato in cagnesco dalla sorte» (Savinio).

Enrico Galassi, Composizione marina IV, 1933

Ravenna, ora, vuole rendergli omaggio affinché finalmente il suo geniale concittadino possa occupare quel posto che gli spetta nel panorama dell’arte italiana del Novecento, come si augurava l’amico e poeta Libero De Libero nel 1970, nel catalogo dell’unica mostra tenutasi a Ravenna, prima di questa: «Ed ora mi rivolgo ai collezionisti, alle gallerie, ai critici, ai musei, perché ti sia assegnato il posto che ti compete». A De Libero si deve la definizione di Galassi come «artista fuorilegge».

Enrico Galassi, La fruttiera, 1932

In questa mostra ravennate, la prima istituzionale che la sua città d’origine gli dedica, verrà esposta una trentina di opere, assieme a quattro quadri dei suoi maggiori estimatori: Carrà, De Chirico, De Pisis e Savinio. Sarà l’occasione per il pubblico di conoscere il loro «amico geniale» ravennate, attraverso la sua produzione pittorica più importante e originale, quella degli anni Trenta. Alberto Sartoris, in un articolo a lui dedicato nel 1938, parlerà di Galassi come di un «animatore dell’alchimia metafisica», che si muove al tempo stesso «nella direzione spirituale del fascino surrealista». I suoi «dialoghi platonici» hanno come oggetto «Marine, isole, strumenti musicali, pesci, conchiglie, vasi, uccelli, fiori, piante, frutta, bottiglie, ballerine, colonne, cigni, statue, figure e cose soprannaturali». Un mondo di cose animate e misteriose che tutt’oggi colpiscono chi le guarda.

Enrico Galassi, Le ballerine, 1933

Il non essersi mai fermato a un solo ambito artistico, ma l’aver voluto sperimentare tutti i campi dell’arte, dalla pittura, al mosaico, all’architettura, alla poesia, viene spiegato ancora una volta dalle parole del suo amico carissimo, Savinio: Enrico, essendo «artista-nato, sa che l’arte è un gioco da dei, timorosi di lasciarsi prendere dalla noia di quaggiù».

Enrico Galassi, Il mare dell’infanzia, 1966

Enrico Galassi. L’artista fuorilegge 1907-1980

Palazzo Rasponi dalle Teste, Piazza John Fitzgerald Kennedy 12, Ravenna

16 febbraio – 22 marzo 2020

feriali ore 15-18; sabato e domenica ore 11-18; chiuso il lunedì

ingresso libero

Catalogo e mostra a cura di Alberto Giorgio Cassani

Quarta esposizione del ciclo: Novecento rivelato, a cura del Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e dell’Associazione culturale “Tessere del ’900”

Inaugurazione sabato 15 febbraio 2020, ore 18:00

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Carol Rhodes, Surface Mine, 2009 – 2011, olio su tavola, cm 50×56.5, Courtesy of the Estate of Carol Rhodes

Le realtà ordinarie è una mostra di dipinti di dodici artisti contemporanei internazionali:   Helene Appel, Riccardo Baruzzi, Luca Bertolo, Andrew Grassie, Clive Hodgson, Maria Morganti, Carol Rhodes, Salvo, Michele Tocca, Patricia Treib, Phoebe Unwin, Rezi van Lankveld. 

Clive Hodgson, Senza titolo, 2017, acrilico su tela, cm 150×110, Courtesy Arcade, London – Brussels
Helene Appel, Sand and Stones, 2018, acrilico su lino, cm.44×32, Courtesy l’artista e P420
Luca Bertolo, Il fiore di Anna #2, 2019, olio e pastelli su tela, cm 200×250, Courtesy Spazio A, Pistoia

Il progetto parte da una serie di domande molto stimolanti su alcuni temi centrali nella riflessione critica sulla pittura contemporanea:  esiste ancora una spinta verso i generi classici? In che modo i pittori possono assecondarla o eventualmente contrastarla? Da cosa deriva la nostra attrazione, apparentemente inesauribile, per soggetti ordinari come nature morte, vasi di fiori, paesaggi, interni domestici? E perché siamo inclini a considerare la rappresentazione di questi soggetti un luogo di puro piacere dello sguardo, liberato dal gioco culturale dei rimandi e delle citazioni? 

Maria Morganti, Sedimentazione 2018 N. 6 (Dettaglio), 2018, olio su tela, cm 18×16
Michele Tocca, In the mud, 2019. Olio su tela, 60×50 cm. Photo Sebastiano Luciano
Patricia Treib, Arm Measures, 2019
Phoebe Unwin, Lens, 2019, acrilico su tela, cm 76×61, Courtesy l’artista e Amanda Wilkinson Gallery, London

Attraverso il lavoro degli artisti sopra citati, la mostra  intende tracciare un percorso nella pittura contemporanea includendo quadri di genere o dipinti più ibridi, quando non proprio astratti, che nascono da piccole epifanie e dall’osservazione dei piccoli fenomeni quotidiani. 

Press Sara Zolla

Le realtà ordinarie | cura di Davide Ferri | Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi (piazza Minghetti 4/D) | 21 gennaio-23 febbraio 2020

Salvo, Arance, 1981, olio su tela, cm 19×24,5, Courtesy Norma Mangione Gallery e Archivio Salvo, Torino, Foto Sebastiano Pellion di Persano

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