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Archive for the ‘animazione’ Category

Premessa: questo articolo è apparso su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016.

Arianna Gallo, Anime, 2015

Arianna Gallo, Anime, 2015

Anime: lo sguardo di Arianna Gallo su Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli

di Luca Maggio 

“…nonostante il vento che scuoteva gli alberi, regnava uno strano silenzio, e la scena ricordava il mondo immerso nell’acqua che si vede dietro le pareti di vetro di un acquario.” Inoue Yasushi, Il fucile da caccia

L’interpretazione data dalla ravennate Arianna Gallo all’universo parallelo creato dall’animazione (da cui l’abbreviazione “anime”) dello Studio Ghibli e di Hayao Miyazaki in particolare va oltre la traduzione in tessera di alcuni loro personaggi per penetrare e rispettare il pensiero e la cultura che li hanno prodotti.

Il riferimento non è dunque solo alle opere singole appese alle pareti della sala-installazione del laboratorio Koko Mosaico, ma a “come” tutto il materiale è stato organizzato dalla Gallo riuscendo a sintetizzare in termini pop (attitudine già evidente nel suo Lens del 2008, mosaico manga[1] acquisito dal MAR[2] nel 2011) sia le idee di Miyazaki, sia lo spirito che, ad esempio, animava le shoheki-ga, le decorazioni tradizionali con soggetti naturalistici su carta montata su parete, create non come giustapposizioni ma per sposarsi con l’architettura del luogo cui erano destinate[3]: l’armonia in Giappone non è mai qualcosa di accessorio, piuttosto intimamente legata alla tendenza centripeta nipponica, dalla lingua parlata, alla capacità tecnica, sino alla politica.[4]Arianna Gallo, Anime, 2015 (18)

Si tratta però di un’armonia analitica, ovvero tendente a scomporre le varie parti di un insieme, una vera e propria “disposizione a un tempo morale e intellettuale che (…) è presente nei più disparati settori della cultura giapponese”[5], dalla cucina, alla musica, alla pittura che, particolarmente in alcuni stili, nell’arte Yamato ad esempio, tende a separare disegno e colore, stendendo quest’ultimo in modo uniforme: è ciò che avviene nelle opere di Arianna Gallo, in cui le sfumature, se ci sono, sono ridotte al minimo percettibile, talvolta sapientemente celate da tocchi di pittura sugli sfondi dei suoi quadri, mentre il disegno è marcato da linee di contorno evidenti grazie al piombo reso più o meno spesso dalla Gallo secondo l’effetto voluto e il soggetto trattato.Arianna Gallo, Anime, 2015 (3)Arianna Gallo, Anime, 2015 (4)Arianna Gallo, Anime, 2015 (5)Arianna Gallo, Anime, 2015 (12)

A proposito, si tratta di immagini tratte da lungometraggi come Totoro, Porco rosso, Si alza il vento, Il castello errante di Howl, La città incantata, Laputa, Princess Mononoke, Ponyo sulla scogliera, Kiki, Arrietty, o da serie televisive come Heidi, Anna dai capelli rossi, Conan, ecc.

Una quindicina di queste sono presentate con studiata asimmetria su una parete dipinta a strisce azzurre, bianche e decorazioni di foglie gialle, come in una stanza d’infanzia, uno dei temi cardine di Miyazaki, in forma di piccoli quadri, tondi o rettangolari, quasi “xenia” pompeiani.

Solo che non si tratta dei doni ospitali e beneauguranti di nature morte tipiche dell’antichità, ma di ritratti di personaggi perfettamente incorniciati come foto di familiari che mescolano esseri umani a esseri fantastici, i kami, ancora una volta nel pieno rispetto della tradizione nipponica che non vuole la separazione netta fra mito e realtà storica tipica dell’occidente moderno.[6]Arianna Gallo, Anime, 2015 (9)Arianna Gallo, Anime, 2015 (6)Arianna Gallo, Anime, 2015 (7)Arianna Gallo, Anime, 2015 (8)

Dunque sono occhi benevoli su chi sta guardando quelli di queste piccole divinità domestiche, protettrici dell’infanzia passata e di quella che ancora ci vive dentro, inclusi gli esseri in apparenza più tenebrosi come la maschera con la mano nera del “Senza volto” della Città incantata, poiché in Miyazaki non c’è alcun manicheismo, anzi ciò che in apparenza è ombra può contenere la luce della purezza, e anche chi commette azioni sbagliate non è mai banalmente malvagio: i pirati di numerosi film sono furfanti e allo stesso tempo eroi e, in generale, sono anime complesse e in cammino quelle di questo grandissimo autore, tanto che spesso necessitano del volo come condizione vitale e mezzo di comunicazione fra mondi paralleli (terrestre/celeste, interiore/esteriore).Arianna Gallo, Anime, 2015 (10)Arianna Gallo, Anime, 2015 (11)Arianna Gallo, Anime, 2015 (15)

Del resto in Giappone la bellezza va scoperta, “è iniziatica, la si merita, è il premio d’una lunga e talvolta penosa ricerca, è finale intuizione, possesso geloso. Il bello ch’è bello subito ha già in sé una vena di volgarità.”[7]

Infatti è nell’intimo delle case che spesso si rivela questa bellezza (si pensi alla nicchia riservata all’ospite detta toko no ma), con la cura infinitesimale del dettaglio, del sentimento sussurrato, come in tanti capolavori esistenziali di Kurosawa o dell’ultimo immenso Ozu.Arianna Gallo, Anime, 2015 (13)Arianna Gallo, Anime, 2015 (14)Arianna Gallo, Anime, 2015 (16)

La bellezza giapponese per essere piena ha bisogno di ombra e non della violenza della luce diretta: Tanizaki ha scritto un saggio significativo sulla magia che l’ombra genera nella fantasia giapponese, dall’architettura esterna, i tetti delle case ad esempio, al trucco degli attori sulle scene teatrali, sino alle pieghe dei kimono femminili: “non nella cosa in sé, ma nei gradi d’ombra, e nei prodotti del chiaroscuro, risiede la beltà.”[8]

Ed ecco apparire sull’angolo opposto alla parete coi ritratti altri personaggi provenienti dall’ombra, i simpatici “nerini del buio” di Totoro, peraltro creati dalla Gallo con una disposizione delle tessere che richiama e omaggia gli amici del gruppo CaCO3, mentre di fronte, su un albero dipinto, si trovano i “kodama”, gli spiriti della foresta di Princess Mononoke, che al buio si illuminano essendo fatti di tessere fotoluminescenti. Ponte e contrasto fra queste due immagini notturne, poiché giocato su toni più chiari, è il ritratto gioioso e saltellante di Totoro, altro kami o spirito della natura dall’aspetto grottesco, la cui presenza proteggerà chiunque vorrà accompagnarsi al suo vento buono per iniziare un viaggio nuovo.Arianna Gallo, Anime, 2015 (28)Arianna Gallo, Anime, 2015 (26)Arianna Gallo, Anime, 2015 (19)Arianna Gallo, Anime, 2015 (30)

Mentre leggerete queste parole l’installazione nel laboratorio Koko Mosaico sarà da tempo stata smontata. Tale cancellazione, inserita in questa esperienza, riporta al significato buddhista, originale e sprezzante verso le “immagini del mondo fluttuante” ovvero l’ukiyo-e tanto caro all’occidente del XIX secolo: non lasciarsi travolgere dai mille rivoli del divenire quotidiano che passa, dai suoi piaceri effimeri e dagli oggetti che lo contornano.[9] Neanche la bellezza permane, forse il suo ricordo in chi resta per un po’ prima del grande volo.

Narra un apologo zen che un uomo inseguito da una tigre si gettò in un precipizio, ma si salvò aggrappandosi a una radice che spuntava dalla terra. Nel frattempo la bestia era sopraggiunta affamata, mentre sotto lo attendeva un’altra tigre ugualmente pronta a ucciderlo. Non solo: due topi iniziarono a rodere la radice che ancora per poco lo teneva in vita. Eppure, proprio in quel momento, l’uomo si accorse di avere a portata di mano una fragola. Ebbene, quella fragola era dolcissima.

kokomosaico.com

Arianna Gallo, Anime, 2015 (25)Arianna Gallo, Anime, 2015 (23)

 

Note:

[1] “Il termine stesso di manga, che identifica oggi i fumetti e i cartoni giapponesi, è di difficile traduzione: l’ideogramma man, che definisce una cosa “priva di seguito”, “frammentaria”, “confusa” o “destrutturata”, rimanda a un’idea di totale spontaneità, di fermento anarchico, che si coniuga con il ga, “il disegno”.” Jocelyn Bouquillard, Hokusai Manga, Milano 2007, pp. 9-10. In questo senso risulta ancora più interessante, quasi un ossimoro giocoso e insieme un’iperbole etimologica, il lavoro in tessere di Arianna Gallo, che in Lens usa la frammentarietà duratura del mosaico per ricreare un manga, il cui etimo rimanda al frammento cartaceo precario, in questo caso riproducendo un frammento di una ragazza che sta per far esplodere una bomba a mano, che ridurrà tutto in frammenti.

[2] In particolare fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[3] “There are examples of decorative art produced with a clear understanding of the nature and function of the architecture itself.” Tsugiyoshi Doi, Momoyama Decorative Painting, New York 1977, p.26.

[4] “Durante il mio soggiorno sono stato colpito dal fatto che l’artigiano giapponese sega o pialla in senso inverso rispetto al nostro: da lontano verso il vicino, dall’oggetto verso il soggetto.”, Claude Lévi-Strauss, L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone, Milano 2015, pp.86-87.

[5] Claude Lévi-Strauss, op. cit. p.44.

[6] Ancora una volta, l’esperienza vissuta da Lévi-Strauss è estremamente chiarificatrice: “Mai mi sono sentito così vicino a un passato lontano come nelle piccole isole Ryūkyū, tra quei boschetti, quelle rocce, quelle grotte, quei pozzi naturali e quelle fonti considerati come manifestazioni del sacro. (…) Per gli abitanti, questi eventi non si sono svolti in un tempo mitico. Sono di ieri, sono di oggi, e anche di domani, poiché gli dèi che discesero qui ritornano ogni anno e, lungo tutta l’estensione dell’isola, riti e siti sacri inverano la loro presenza reale.” Claude Lévi-Strauss, op. cit., pp.187-188.

[7] Fosco Maraini, Ore giapponesi, Milano 2000, p.39.

[8] Jun’Ichirō Tanizaki, Libro d’ombra, Milano 2015, p.64.

[9] Gian Carlo Calza, Giappone Potere e Splendore 1568/1868, Milano 2009, pp.22-23.

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Piccolo trittico invernale dedicato a un grande toccato da levità, Aldo Buzzi.

25 gennaio, Roma, tarda mattinata: a Termini mi sfiora lo psichiatra Vittorino Andreoli, visibilmente di fretta: ho sempre pensato che la sua capigliatura, una zazzera alla Pat Pending, lo scienziato pazzo delle Wacky Races, lo abbia avvicinato molto ai suoi pazienti, forse è per loro motivo di conforto.

Professor Pat Pending, personaggio delle Wacky Races di Hanna & Barbera

Traffico, caos, smog, clacsonate feroci, il verde dei semafori optional, macchine ferme col motore acceso senza conducente (“so sceso n’attimo”), macchine in doppia terza quarta fila, macchine sopra il marciapiede, macchine fra marciapiede e strada, macchine parcheggiate a caso, a raggiera attorno a un palo, obliquamente e mai, è una certezza, dentro le linee di parcheggio, per altro spesso inesistenti, fors’anche macchine nel sottosuolo a livello catacombale, asfalto rovinato, buche, piccoli fori (non imperiali), crateri… un cartello pubblicitario con faccia sorridente mezzo strappato: welcome to Rome.

In realtà l’intensità del traffico credo sia cambiata poco rispetto ai tempi dell’impero: carri, bighe, gente a cavallo, gente a piedi, crocchi di polli e curiosi intenti al gioco dei dadi (delle tre carte), matrone su lettighe (sui SUV), olezzi dai tombini, cacche non solo di cavallo, chiasso ovunque, un sovraffollamento di ben oltre il milione di abitanti ipotizzato dagli storici, incluso il suburbio. Senza contare che, come all’epoca, certi mestieri sembrano appalto solo di alcuni gruppi umani di medesima provenienza: se maestri, filosofi e medici antichi erano spesso greci, mentre i maghi egizi o orientali, etc., oggi tutti i chioschetti ambulanti di bibite e panini paiono appannaggio di indiani e pakistani.

Primo pomeriggio, antologica prenotata su Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553) nella splendida cornice della Galleria Borghese, che con le sue opere ben contrasta coi quadri del tedesco. Lo capì bene a suo tempo quel marpione del cardinale Scipione Borghese, che già a inizio ‘600 collezionava la Venere e Cupido che ruba un favo di miele del Cranach, esponendola accanto alla più classica e opposta Venere del Brescianino, com’è tuttora. A questo proposito, titolo azzeccatissimo della mostra, L’altro rinascimento, poiché tale è il lascito di questo nordico che non si nutre come il conterraneo Dürer di mediterraneo, di bellezza latina, pur non ignorandola, ma affonda le radici del suo fare lineare, quasi bidimensionale, e colorire diafano dei corpi, nel tardo gotico favolistico fiammingo e borgognone, di cui sono popolati i suoi dipinti, coi miti, le cacce, gli unicorni, gli eden, gli umani dai visi deformati, le teste enormi e le veneri di porcellana, bellissime, eppure così distanti dal paradigma raffaellesco, a dire che, appunto, un altro rinascimento è possibile: fosse vissuto oggi, sua musa sarebbe Tilda Swinton.

Lucas Cranach il Vecchio, Venere, 1532, Städel Museum, Francoforte

Protetto e pittore di corte degli Elettori di Sassonia, Cranach fu anche amico personale e ritrattista di Lutero, nonché primo illustratore della sua Bibbia tradotta. C’è coerenza fra queste scelte di vita e la sua arte: entrambi furono uomini della modernità, di una modernità contraddittoria: se al pittore si deve l’aver condotto le forme crude del primo espressionismo germanico e della sua giovinezza a quelle più raffinate della maturità manierista coi ritratti dei notabili e i nudi femminili, emblemi d’un erotismo diverso e algido, l’ex monacone agostiniano fu il padre della rottura con la chiesa papista preda del mercimonio spregiudicato delle indulgenze. Eppure, come il pittore, anch’egli ebbe lo sguardo (etico) più rivolto al medioevo che al contemporaneo, con la dottrina della fede sola salus, la cui declinazione alpina fu la predestinazione calvinista (e in questo senso lo spirito del capitalismo di Weber), con scorta di bigotteria puritana dal nuovo mondo.

Lucas Cranach il Vecchio, Ritratto di Martin Lutero (particolare), 1529, Galleria degli Uffizi, Firenze

Tutto sommato a Lutero è andata meglio che ad altri riformatori come Jan Hus o l’invasato Savonarola, i quali condivisero il destino di altro celebre arrostito, il povero Giordano Bruno, cui Trilussa dedicò versi sardonici:

Fece la fine de l’abbacchio ar forno

perché credeva ar libbero pensiero,

perché si un prete je diceva: “È vero”

lui rispondeva: “Nun è vero un corno!”

Cranach comunque non disdegnò committenze cattoliche e seppe ben investire i suoi guadagni. Fu anche più volte eletto borgomastro di Wittenberg, città delle tesi luterane, dove operava la sua avviatissima bottega.

Prima di uscire, per caso ascolto il commento di un guardasala al suo collega: “Penza che ‘gnoranti quelli der Granne Fratello, iere ssera manco sapeveno chi era Galeleo”.

Come sempre a mostra finita, necessito d’una passeggiata lunga, qui attraverso il parco di Villa Borghese: sono troppe, per quanto stupende, le immagini appena viste, un’orgia visiva che solo il verde, un freddo temperato e la vista di qualche uccelletto e jogger tardo pomeridiano può aiutare a conciliare. Anche la bellezza può saturare.

In Piazza del Popolo tappa obbligata ai Caravaggio della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, antica tomba di Nerone: ma è piena, mi godo il resto della chiesa traboccante d’arte e stavolta mi concentro sugli intrecci dorati di rami e foglie barocche dell’organo berniniano, eseguito da Antonio Raggi (1656-57).

Organo di Antonio Raggi (1656-57), su disegno del Bernini, S. Maria del Popolo, Roma

Da Ricordi in via del Corso esce a gran volume la musica dell’ultimo cd di Lorenzo/Jovanotti, Ora, bel lavoro, con canzoni che sanno di necessità, non di obbligo contrattuale, ma Cherubini (buon cognome non mente) è ormai autore affermato, di ritmo e sostanza. In testa però tornano note e parole del Negozio di antiquariato di Niccolò Fabi, altra perla di qualche anno fa, e ripenso alla disgrazia immane accadutagli quest’estate, la perdita di sua figlia.

Ho voglia di un supplì: a proposito, quello originale, romano (cattolico e apostolico), si definisce “al telefono” ed ha una panatura sottile, in modo che il sapore dell’olio fritto, rigorosamente a 180 gradi, non passi all’interno, ma permetta al quadratino di mozzarella nel cuore della crocchetta di sciogliersi e fare l’effetto sorpresa (dal francese surprise, da cui supplì), ovvero i fili del telefono al momento di spezzarla in due: per il resto è solo riso e sugo di carne e null’altro da aggiungere. Pura bontà da mangiare, ancora calda e con le mani, s’intende.

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C’era una volta il vecchio bisbetico signor Johnson, che aveva come tutti i suoi problemi e non aveva voglia né tempo di star dietro alla sua gattina gialla… provò e riprovò a cacciarla via, a spedirla su una mongolfiera, lontano più lontano, a ucciderla persino: tutto inutile, perché anche come fantasma “…the cat came back, she couldn’t stay no longer,/ Yes the cat came back the very next day,/ The cat came back – thought she were a goner,/ But the cat came back for it wouldn’t stay away…”.

The cat came back: della ballata inglese originaria di Harry S. Miller del 1893, ne sono state fatte di versioni (e nel frattempo la micia è diventata gatto): qui si propone quella cantata dal canadese Fred Penner (1979), insieme al divertente cartoon del suo connazionale Cordell Barker (1988), già vincitore dell’oscar come miglior cortometraggio animato.

Infine le avventure di Simon’s Cat, nate in questi ultimi anni dalla fantasia british di Simon Tofield, che vive nel Bedforshire coi suoi tre gatti, fonte d’ispirazione quotidiana e infinita: tutto ha avuto inizio in rete, dove tuttora, non esistendo dvd disponibili, si possono trovare le avventure del gatto più dispettoso, goloso e adorabile del web, su you tube o direttamente sul sito dell’autore.

Recentemente è stato pubblicato anche in Italia il libro coi fumetti (Tea Libri, Milano, 2009), rigorosamente senza parole, come nei cartoon: sarebbero di troppo, bastano i disegni.

Simon\’s Cat – official website


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Théophile Alexandre Steinlen, "Le Chat Noir", 1896

“ (…) Les chats puissants et doux, orgueil de la maison,/ (…) Amis de la science et de la volupté,/ Ils cherchent le silence et l’horreur des ténèbres; (…)/ Ils prennent en songeant les nobles attitudes/ Des grands sphinx allongés au fond des solitudes,/ Qui semblent s’endormir dans un rêve sans fin;/ Leurs reins féconds sont pleins d’étincelles magiques,/ Et des parcelles d’or, ainsi qu’un sable fin,/ Étoilent vaguement leurs prunelles mystiques.” Charles Baudelaire, Le chats (Les fleurs du mal, 1861)

I gatti: gli animali sacri. Gli animali magici.

La letteratura felina è pressoché infinita: dalle preghiere egizie alla dea gatta Bastet (in origine una leonessa), alle furbizie favolistiche in Esopo e Fedro, dagli stivali di uno dei gatti più celebri nelle varie versioni giunteci (Perrault, i fratelli Grimm, Basile e Straparola), che certamente presuppongono precedenti orali, alle diavolerie di Bulgakov ne Il Maestro e Margherita (postumo, 1966), al sorriso dello Stregatto disneyano, Cheshire Cat nell’originale di Carroll (1865), senza dimenticare altri compagni d’animazione e fumetti, quali Gli aristogatti (1970), Gambadilegno (1928), Felix the cat (1917), le divertenti scorribande di Fritz il gatto (1959) o di Garfield (1978), sino ai terribili gatti nazisti del Maus (1980) di Spiegelman. 

Leonardo da Vinci, "Studio con gatti e altri animali", 1513 ca.

 

 

 

Gustave Doré, "Il gatto con gli stivali", 1868

C’è chi ai felini ha dedicato un celebre musical e chi divertissement filosofici, come Hippolyte

 

 

"Dea Bastet", età tolemaica (III-I sec. a.C.), Torino, Museo Egizio

Taine in Vie et opinions philosophiques d’un chat (in Voyage aux Pyrénées, 1858), e chi ne ha fatto l’oggetto di indagini “fisiologico-morali”sorridenti, come il medico milanese Giovanni Rajberti (Sul gatto, 1845-46).

 

Per la verità, i gatti non sempre se la sono vista bella e non solo durante la guerra o dalle parti di Vicenza: durante il nostro medioevo, erano ritenuti aiutanti delle streghe o 

Giacomo Balla (1871-1958), "Gatti futuristi" (studio per paralume), coll. privata

comunque simboli malefici, specie se neri (e ancora dura la sciocchissima superstizione), mentre nel mondo islamico, forse ereditando tale

Edouard Manet, "Olympia" (particolare col gatto nero), 1863, Parigi, Musée d'Orsay

tradizione dagli egizi, sono dall’inizio e tuttora bene accetti (ed è il cane ad essere considerato animale sporco, impuro), non solo perché acchiappano i topi, ma per il tramite di Maometto, che secondo la leggenda, accolse una gatta partoriente sul proprio mantello. E forse l’angelo di Allāh,

"Stregatto/Cheshire Cat", Disney, 1951

dopo il Corano, gli raccontò l’origine dei gatti, così come la propone un grande biblista, Paolo de Benedetti nella sua Micceide (in Nonsense e altro, Scheiwiller, Milano 2002):

 

Nel paradiso terrestre i gatti non c’erano e contro le gambe di Adamo si strofinavano, ronzando come una centrale elettrica, tigri, pantere e leonesse. Poi Adamo peccò, e gli animali si rivoltarono contro l’uomo. Ma allora più che mai occorreva all’umanità smarrita un esempio di contegno sereno e una bussola a godere le ormai scarse letizie della selva. E la divina provvidenza fermò la crescita di certe tigri neonate, e le chiamò gatti: creati il nono giorno (l’ottavo fu quello del peccato) per consolare Adamo e ricordargli l’Eden.

Cornelis Saftleven (1607/08-1681), "Gatto che si sporge da un'apertura", coll. privata

Ps. Questa pagina, va da sé, è dedicata alla (mia) gatta Puccia e a Silvia, che tanti anni fa mi introdusse al mondo morbido e peloso dei miao miao.

“Mia”, in riferimento alla gatta, non può che essere tra parentesi: estranei al concetto di essere proprietà di qualcuno, i gatti sono animali superiori e doppi: domestici e non, teneri e dotati di artigli, ieratici ed eleganti, quanto selvatici e cacciatori notturni. Talvolta, essi concedono il favore di considerarci loro pari.

Puccia, my Queen, coll. privata, privatissima!

Moritz Von Schwind (1804-1871), "Die Katzensymphonie" ("La Sinfonia dei gatti"), dedicata al celebre violinista Joseph Joachim, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle

Jean Siméon Chardin, Gatto con razza, ostriche e pane (particolare), 1728 ca., Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

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In quasi novant’anni di attività, la Walt Disney Company ha prodotto più di qualche capolavoro d’animazione, inventandosi un mondo e un impero finanziario, magia made in U.S.A., a partire da un topo, Mickey Mouse, cosa che non poteva sfuggire ad uno dei critici più acuti e preveggenti del ‘900, Walter Benjamin.

Mickey Mouse

Questi già nel 1931 gli dedicava una nota: “(…) in questi film, la specie umana si prepara a sopravvivere alla civilizzazione. Mickey Mouse dimostra che ogni creatura può sopravvivere anche se privata di sembianze umane. Distrugge l’intera gerarchia delle creature che si suppone culmini nell’umanità. Questi film sconfessano il valore dell’esperienza più radicalmente di quanto si sia mai fatto. In quel mondo, non vale la pena provare esperienze. (…) Tutti i film di Mickey Mouse sono basati sul tema dell’andar via di casa per scoprire cos’è la paura.  Per cui la spiegazione dell’enorme successo di questi film non è data dalla tecnica, dalla forma; non è neanche un fraintendimento. E’ semplicemente data dal fatto che il pubblico vi riconosce la propria stessa vita.” (trad. di A. Baricco, da I barbari. Saggio sulla mutazione, 2006, non essendo questo frammento finora presente nelle Opere di Walter Benjamin, pubblicate da Einaudi).

Ha un che di commovente pensare ad un marxista con una mente come la sua, intento a riflettere sul Topolino incantatore. Del resto, egli sapeva percepire il cambiamento in atto e la direzione che avrebbe preso l’umanità, a partire dagli argomenti più eterogenei, fossero pure il giardinaggio o una ricetta culinaria. Oggi vengono tratti saggi filosofici dal gusto delle scaloppine al vapore o dalla cottura del vialone nano o delle chelette di qualche crostaceo del Madagascar, fini a sé però e nulla più: un segno del nostro tempo, in cui le pauvre Vatel, certo, non sarebbe suicidato.

Ma tornando alla Disney, ha sempre continuato ad innovare, sin dai primi tempi (anni ’20-’30), col sonoro sincronizzato, l’introduzione del colore, la camera a più piani, la stereofonia, fino all’uso del computer (già dagli anni’70) e alle realizzazioni completamente digitali degli ultimi anni.

In particolare, dai primi anni’40 sperimentò la cosiddetta tecnica mista, ovvero la compresenza nella stessa pellicola di cartoni animati e umani, tutti parte di un’unica realtà, da Fantasia (1940), a Mary Poppins (1964), da Pomi d’ottone e manici di scopa (1971) a Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988), per citare i più noti.

E nel 2004 ha portato al suo arco commerciale un’altra freccia d’oro: l’acquisto dei diritti del Muppet Show, ovvero dei pupazzi creati dal genio di Jim Henson oltre trent’anni fa e che prima e meglio d’altri hanno portato una carica dissacratrice nella televisione parodiando il varietà, con gli stacchetti musicali, i balletti, gli aggiornamenti giornalistici, le pseudo interviste etc., mescolando gag “pupazzesche” con attori, cantanti e conduttori in carne e ossa, realizzando ancora una volta un continuum reale-fantastico, dall’effetto surreale e pop insieme. A questo proposito, risultano tuttora particolarmente divertenti gli interventi di Peter Sellers, Elton John (when the bitch was at the top) e dei Mummenschantz, anche se, probabilmente, per godere appieno gli altri sketch, bisognerebbe avere presente la U.S.A. TV situation di quegli anni, gli stessi in cui parallelamente veniva prodotto uno dei capolavori più alti e drammatici di Sidney Lumet, Network/Quinto potere del 1976, coincidenza curiosa, l’anno della prima messa in onda dei Muppet.

Questi pupazzi (il cui nome deriverebbe da marionette e puppet) sono stati uno dei sorrisi più intelligenti e singolari che il piccolo schermo abbia mai dato ai suoi spettatori e dopo tanto discorrere, s’impone lasciare loro la voce:

Ps. Questo pezzo è dedicato ad Elena P., splendida cartoonist.

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