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Archive for the ‘architettura’ Category

Il 15 settembre nell’ambito del festivalfilosofia 2017, è stata inaugurata la mostra Cesare Leonardi. L’architettura della vita, che occuperà fino al 4 febbraio 2018 gli spazi di Palazzo Santa Margherita e della Palazzina dei Giardini di Modena per delineare la figura poliedrica e trasversale di Cesare Leonardi (Modena, 1935), che nel corso di una attività durata oltre cinquant’anni si è occupata di architettura, urbanistica, fotografia, design, pittura e scultura, lavorando costantemente al confine tra progettazione e pratica artistica.

Viene così presentato al pubblico il patrimonio di opere e documenti custodito nella sua casa-studio, oggi sede dell’Archivio Architetto Cesare Leonardi, e raccontata l’avventura straordinaria di una vita dedicata alla progettazione, a partire dallo studio degli alberi (la catalogazione di oltre trecento specie arboree ridisegnate in scala 1:100 è raccolta nel volume L’Architettura degli Alberi pubblicato nel 1982 dopo venti anni di lavoro, ancora oggi uno strumento insuperato per la progettazione del verde) fino al design, ad esempio gli oggetti in vetroresina, la Poltrona Nastro, il Dondolo, la Poltrona Guscio e molti altri arredi (esposti nei più importanti musei del mondo: MOMA di New York, Victoria and Albert Museum di Londra, Centre George Pompidou di Parigi), oppure la serie Solidi, elementi di arredo progettati a partire da un unico materiale (la tavola di legno per i casseri da calcestruzzo), fino all’attività fotografica che accompagnerà tutta la sia produzione quale strumento di indagine e documentazione, senza scordare la scultura e la pittura praticate soprattutto negli ultimi anni.

A cura di Andrea Cavani e Giulio Orsini, il grande evento espositivo è organizzato e prodotto dalla Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e Archivio Architetto Cesare Leonardi.

Press Irene Guzman

Cesare Leonardi. L’Architettura della Vita

Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini

15 settembre 2017 – 4 febbraio 2018

 

Informazioni

Galleria Civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena

tel. 059 2032911/2032940

www.galleriacivicadimodena.it

Museo Associato AMACI

 

Archivio Architetto Cesare Leonardi
tel/fax 059 820010
progetti@archivioleonardi.it

www.archivioleonardi.it

 

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Foresta Umbra, Gargano

La notizia è di ieri ed è una volta tanto buona: i siti italiani Unesco passano da cinquantuno a cinquantatré grazie alle faggete delle tre riserve naturali dello Stato di Sasso Fratino, Foresta Umbra e Foresta di Falascone e alle mura veneziane che circondano i centri storici di Bergamo (la mia Bergamo!), Palmanova e Peschiera del Garda.

Certo, una cosa è la quantità dei beni culturali, altra è la qualità con cui vengono poi trattati, conservati, rispettati. Ma questo riconoscimento è comunque positivo sia per il concetto di patrimonio naturale e culturale diffuso, sia per l’immagine del nostro Paese e come impegno per la sua tutela futura.

www.unesco.it

unesco.org

Porta San Giacomo e mura veneziane, Bergamo Alta

 

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Ravenna, piazza Kennedy, rendering del progetto preliminare del 2012

Quest’anno il pesce d’Aprile più clamoroso (e caro) lo ha regalato l’amministrazione di Ravenna, da sempre targata PD e predecessori, inaugurando qualche settimana fa nel cuore del centro storico la rinnovata Piazza Kennedy, fortunatamente in modo sommesso e una volta tanto senza trombe visto il risultato più che modesto, anzi oggettivamente brutto a fronte di oltre 1,2 milioni di euro finanziati dalla Fondazione Banca del Monte di Bologna e Ravenna.

Ravenna, piazza Kennedy, con le toilettes poste a ottobre 2016 e rimosse a inizio marzo 2017

Ravenna, piazza Kennedy, la rimozione delle famigerate toilettes a inizio marzo 2017

Se si considerano i tempi biblici impiegati (il primo “concorso di idee” nel 2010, il progetto preliminare nel 2012, vari rimaneggiamenti comunali sempre più degradanti, poi i lavori effettivamente partiti nel giugno 2015 e infine l’apertura nel marzo 2017) per avere una spianata lastricata anonima e senza la minima idea o identità, caratterizzata, si fa per dire, da qualche alberello con panche usate la sera (almeno quelle!) dai senzatetto e una moltitudine di dissuasori stradali fissi in metallo (fra l’altro disposti pure asimmetricamente e con un evidente rattoppo stradale a frittata fatta…), verrebbe da gridare al capolavoro, giustamente subito impiegato per contenere bancarelle di cibarie e fritti vari come da foto sottostante, in cui si nota la ciliegina sulla torta evidenziata in rosso: ricordate l’enorme toilette da 180 mila euro che per mesi ha ornato la piazza e che su sollevazione popolare è stata rimossa a inizio marzo (peraltro, continuando a piovere sul ridicolo, date le dimensioni si è pure incastrata in via San Gaetanino durante le operazioni di trasporto)?

Bene, ciò che vedete è il rimanente, ovvero il container occupante parte dell’area d’ingresso alla piazza, ormai inamovibile poiché all’interno è stata dislocata la centrale elettrica di tutta la zona. Lo so, mi ripeto: capolavoro!

Dunque buon primo aprile a tutti, per quanto qui a Ravenna la risata sia a denti stretti e sappia più di spreco, cattivo gusto, tragicommedia estetica e squallore interiore di chi ha voluto, progettato, autorizzato e così realizzato una tale permanente miseria.

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017, il rattoppo stradale (evidenziato in rosso) al posto di un dissuasore mal piantato

 

 

 

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Piazza Kennedy a Ravenna qualche anno fa...

Piazza Kennedy a Ravenna sino al 2014

E dopo il disastro elettorale americano, torniamo alle beltà nostrane…

C’era una volta nel cuore di Ravenna una piazza intitolata al presidente statunitense Kennedy ridotta nel corso del tempo a brutto parcheggione. L’amministrazione PD decise così di chiuderla per ridarle vita nuova.

Nel 2010 venne indetto un “concorso di idee” (costo 44 mila euro) vinto dalla proposta dello studio Samarati di Casalpusterlengo, che però fu poi ritoccata dai tecnici comunali (quali?), coinvolgendo anche l’architetto e urbanista bolognese Pierluigi Cervellati (il quale recentemente ha negato la paternità del piano attuato, non avendo seguito le fasi successive), sino ad arrivare al progetto preliminare del 2012.

Piazza Kennedy, rendering del nuovo progetto

Piazza Kennedy, rendering del progetto preliminare del 2012

La Fondazione Banca del Monte di Bologna e Ravenna, dopo aver speso 12 milioni di euro per il restauro di Palazzo Rasponi dalle Teste inaugurato nel 2014 (edificio che s’affaccia proprio su Piazza Kennedy e tuttora è uno splendido guscio vuoto, nel senso che le persone preposte in Comune non hanno mai accennato a una minima programmazione culturale organica e pluriennale di mostre e conferenze, ma tutto appare sfilacciato, casuale, talvolta sciatto e quasi sempre in tono minore), decise di finanziare anche il recupero di tutta l’area con altri 1,2 milioni di euro. I lavori iniziarono nel giugno 2015.

Piazza Kennedy sgomberata per l'inizio dei lavori (giugno 2015). Sullo sfondo il restaurato Palazzo Rasponi dalle Teste

Piazza Kennedy sgomberata per l’inizio dei lavori nel giugno 2015. Sullo sfondo, in rosa, il restaurato Palazzo Rasponi dalle Teste

Scava e scava, vennero trovati i resti di un’antica chiesa, Sant’Agnese, che da sempre si sapeva essere lì sotto: qualche archetto e muricciolo, nulla di più, né mosaici o pavimenti marmorei o decorazioni. Ma tutto si fermò per mesi, nonostante la Soprintendenza non avesse rilevato nulla di interessante. Si chiedevano in Comune: “Le rendiamo fruibili o no queste meraviglie?”. Alla fine si decise (saggiamente) di ricoprire tutto. Il tempo però passava, il ritardo si accumulava e proporzionalmente cresceva la “soddisfazione” dei commercianti di zona.

Piazza Kennedy, resti di Sant'Agnese emersi duranti i lavori del 2015-2016

Piazza Kennedy, resti di Sant’Agnese emersi duranti i lavori del 2015-2016

Piazza Kennedy, resti di Sant'Agnese emersi duranti i lavori del 2015-2016

Piazza Kennedy, resti di Sant’Agnese emersi duranti i lavori del 2015-2016

Giunti a buon punto con i lavori, ecco il colpo di genio nella notte (sì, proprio di notte!) del 26 ottobre 2016: un enorme, pantagruelico, sproporzionato cesso con tanto di scritta gigantesca “Toilettes” sorto in mezzo alla piazza, uccidendo in modo geniale qualsiasi colpo d’occhio al centro a destra o a sinistra sui palazzi circostanti: “Eccezzziunale veramente”, avrebbe detto l’Abatantuono dei tempi d’oro.

Piazza Kennedy ottobre -novembre 2016

Piazza Kennedy, ottobre-novembre 2016

L’attuale giunta PD di De Pascale, in carica da giugno 2016, ha naturalmente preso le distanze da tale operato sottoscritto dalla precedente giunta PD e poco conta che in entrambe le giunte, espressione del medesimo partito, continuino a esserci assessori comuni. Nessuno sa nulla, nessuno è responsabile: le carte e le delibere approvate e firmate si saranno dissolte?. Dunque il cessone è piovuto dal cielo, probabile dono di qualche evoluta civiltà extraterrestre. Facile l’ironia di chi sul web vorrebbe ribattezzare tale area “Place de la Toilette”.

 

 

Piazza Kennedy, ottobre-novembre 2016

Piazza Kennedy, ottobre-novembre 2016

Cari webeti, non capite la sublime duchampiano-cattelaniana visione che tutto questo cela?

Per la verità anch’io fatico a comprendere… Forse ha ragione quel mio amico buddhista che anziché tirare in ballo la magistratura, le lapidazioni pubbliche e giornalistiche, lo spreco di soldi anche per la probabile (si spera!) rimozione futura di questo orrore, si accontenterebbe di chiamare i responsabili (che ci sono, eccome se ci sono), portarli davanti a siffatto spettacolo e chiedere loro: “E ora, me lo sapete spiegare?”.

Ps. In realtà tutto ha una sua coerenza: chi è di Ravenna si ricorderà che nel 2011 furono avviati i lavori in Piazza Anita Garibaldi, davanti al Liceo Classico Alighieri, per costruire un’area ecologica sotterranea, con i corrispondenti cassetti dell’immondizia differenziata in superficie: il costo, pari a oltre 300 mila euro, venne finanziato da Regione e gruppo Hera, per la precisione con i proventi derivati dalla TIA (Tariffa di Igiene Ambientale), oggi TARI (Tassa Rifiuti).

Piazza Anita Garibaldi a Ravenna

Piazza Anita Garibaldi a Ravenna con l’edificio del Liceo Classico Alighieri

Problema: in quel caso vennero alla luce pavimentazioni musive d’età romana. Che fare? Recuperato il recuperabile, l’area circostante dove tali mosaici proseguivano non venne indagata e si procedette come nulla fosse a inserire i moderni bidoni su una zona di evidente interesse archeologico, con tanto di inaugurazione presieduta dall’ex sindaco PD Matteucci. Grandioso, no?

Piazza Anita Garibaldi, lavori di scavo per l'area ecologica del 2011

Piazza Anita Garibaldi a Ravenna, lavori di scavo del 2011 per l’area ecologica

Piazza Anita Garibaldi, scoperta di mosaici pavimentali romani duranti gli scavi per l'area ecologica del 2011

Piazza Anita Garibaldi, scoperta dei mosaici pavimentali romani duranti gli scavi del 2011 per l’area ecologica

Piazza Anita Garibaldi, particolare di mosaico pavimentale romano emerso durante gli scavi per l'area ecologica del 2011

Piazza Anita Garibaldi, particolare di mosaico pavimentale romano emerso durante gli scavi per l’area ecologica

Piazza Anita Garibaldi, completamento dei lavori per l'area ecologica sull'area archeologica precedentemente scoperta

Piazza Anita Garibaldi, completamento dei lavori per l’area ecologica sull’area archeologica precedentemente scoperta

Piazza Anita Garibaldi, inaugurazione area ecologica, marzo 2012

Piazza Anita Garibaldi, inaugurazione area ecologica, 31 marzo 2012

 

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D'après Magritte, in tarda mattinata, agosto 2016, Ravenna (foto Luca Maggio)

D’après Magritte, in tarda mattinata, agosto 2016, Ravenna (foto Samsung S4 Luca Maggio)

Cos’è il surrealismo? L’inatteso.

Ecco un Magritte nascosto in un edificio in stato di demolizione in via N. Baldini a Ravenna: tra un grande albero a sinistra e un lampione spento a destra, il cielo affacciato in una stanza sopra e nel piano sottostante la notte più scura.

L’inatteso, appunto.

D'après Magritte, verso il tramonto, agosto 2016, Ravenna (foto Luca Maggio)

D’après Magritte, verso il tramonto, agosto 2016, Ravenna (foto Samsung S4 Luca Maggio)

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Claudio Abbado

Claudio Abbado

Premessa: Claudio Abbado (Milano, 26 giugno 1933 – Bologna, 20 gennaio 2014) avrebbe festeggiato 81 anni fra tre giorni, il 26 giugno. Per me era il più grande. E per più motivi.

Il primo cd che abbia mai acquistato oltre 20 anni fa (avrò avuto 14 anni), nell’ormai scomparso Virgin di Bergamo, era quello delle Overtures di Rossini, Deutsche Grammophon, dirette appunto da Abbado ed eseguite dalla sua Chamber Orchestra of Europe (www.coeurope.org), una delle numerose e tutte eccellenti formazioni da lui fondate o promosse nel corso di una vita, basti ricordare le più recenti Lucerne Festival Orchestra (www.lucernefestival.ch/en/ensembles/lucerne_festival_orchestra) del 2003 o l’Orchestra Mozart di Bologna (www.orchestramozart.com) del 2004, che solo la miopia dirigenziale e politica tutta italiana, fatta di ignoranza, invidia, ipocrisia e disamore per il bene dell’uomo, può far fallire senza nulla muovere.

Grazie ad Abbado ho colto la gioia di Rossini (fra gli altri titoli, come non ricordare la riscoperta dello scintillante Viaggio a Reims), ma anche, col tempo, la necessità che avevo dell’adorato Mahler e di Berg e persino dell’ultimo Verdi (Requiem e Falstaff), oltre a quella quotidiana benedizione che è la musica di Mozart. Senza contare l’esempio dell’impegno sociale: ha sempre aiutato giovani musicisti e direttori d’orchestra in erba oggi famosissimi e se è sfumata per indecenza nostrana la sua ancora una volta bellissima idea di donare migliaia di alberi alla sua Milano a posto del suo compenso per un’esecuzione in programma nel 2010, date un’occhiata a L’altra voce della musica (libro e dvd, Il Saggiatore, Milano 2006), in cui Abbado ha prestato con successo, con la generosità e col sorriso di sempre la sua maestria nel progetto già avviato da José Antonio Abreu, che ha visto salvare attraverso l’insegnamento della musica migliaia e migliaia di ragazzi venezuelani da una sorte di povertà e criminalità.

Per questo quando un anno fa il Presidente della Repubblica, applicando perfettamente l’articolo 59 della nostra Costituzione[1], ha scelto quali nuovi senatori a vita Abbado insieme a Renzo Piano, Carlo Rubbia e all’ottima Elena Cattaneo, mi sono sentito orgoglioso di essere italiano: costoro davvero hanno dato e continuano a dare lustro al loro Paese nel mondo. E resteranno. E come appaiono miserabilmente infime le polemiche politiche leghiste e forza italiote contro queste nomine. Miserrime come chi le ha lanciate, gente il cui nome è già nulla e non merita neanche d’essere menzionato.

Preferisco lasciare spazio ad altre parole per celebrare Claudio Abbado: quelle pronunciate in Senato il 23 gennaio 2014 dal suo vecchio amico Renzo Piano per ricordare a tutti chi fosse stato questo grande italiano, questo grande uomo.

A proposito, un’ultima nota: dopo il primo cancro allo stomaco fortunatamente operato e guarito nel 2000, Abbado, una volta tornato sul podio visibilmente smagrito, dichiarò di avvertire il proprio corpo come un guscio o una sorta di conchiglia in grado di sentire e vibrare e trattenere il suono più di prima. Questo ha reso le interpretazioni dell’ultimo decennio ancora più intense, intime, in alcuni casi miracolose. E questo spiega anche perché proprio in quest’ultimo periodo di attività, al termine di ogni concerto, ovvero alla fine della musica, Abbado tenesse per più minuti in sospeso orchestra e pubblico nel silenzio, eco del suono appena trascorso che in lui, fattosi conchiglia, continuava a circolare, nonché dono estremo per tutto l’uditorio: assaporare il silenzio della musica. Sublime.

L'addio di Milano a Claudio Abbado: la sera del 27 gennaio 2014 Daniel Barenboim dirige la Marcia Funebre dall'Eroica di Beethoven nel Teatro alla Scala vuoto all'interno ma con le porte aperte sulla piazza colma di gente

L’addio di Milano a Claudio Abbado: la sera del 27 gennaio 2014 Daniel Barenboim dirige la Marcia Funebre dall’Eroica di Beethoven nel Teatro alla Scala vuoto all’interno ma con le porte aperte sulla Piazza colma di gente

“Signor Presidente, la mia non può essere che la testimonianza di un amico. Claudio ci ha lasciati lunedì mattina, tre giorni fa, e una settimana fa ancora si parlava del Senato, del suo progetto per il Senato.

È un’amicizia nella vita che cominciò all’inizio degli anni ‘60 a Milano. Eravamo dei giovani ribelli (io un po’ più giovane) e da allora non ci siamo più persi. Io andavo a casa sua, ero amico di suo fratello Gabriele, eravamo studenti di architettura, lui era musicista. Ci siamo ritrovati a Parigi quando abbiamo costruito l’Ircam, il centro per la ricerca musicale, insieme a Pierre Boulez e a Luciano Berio. Lì incontrammo Gigi Nono con il quale realizzammo il Prometeo a Venezia.
È stata una sequenza, ne abbiamo fatte – come si suol dire – di tutti i colori.

Poi ci siamo ritrovati a Berlino, lui dirigeva il Berliner Philarmoniker, io il cantiere in Potsdamer Platz. Lui attraversava la strada, Potsdamer Strasse, verso il cantiere e io l’attraversavo verso la Filarmonica, ed era una continua sintonia. Poi ci siamo ritrovati tante altre volte: a Berlino, al Lingotto di Torino, a Roma, insieme a Luciano Berio. Abbiamo fatto una piccola cosa per L’Aquila, dove ci siamo ritrovati. Era un continuo ritrovarsi.

Vi è una sorta di complicità tra il musicista e l’architetto, tra chi compone lavorando con la materia più immateriale e più leggera che esista, cioè il suono, e chi invece costruisce. C’è complicità e c’è anche una sorta di affettuosa invidia dell’intellettuale, del poeta, del musicista verso il costruttore e viceversa; il costruttore che lavora con una materia così pesante, infatti, quasi invidia il materiale con cui lavora il musicista. Quando poi l’architetto ama la musica ed il musicista ama l’architettura, evidentemente la cosa è fatta. Era un continuo sconfinare.

Non voglio annoiarvi con le questioni biografiche. Per tale ragione, mi sento al tempo stesso triste ed onorato di parlare per la prima volta in quest’Aula di un amico scomparso.

Vorrei, però, sottolineare una cosa importante. Gli anni ‘60 sono stati straordinari. Il ‘68 di Parigi è avvenuto solo otto anni dopo, ma era completamente diverso. Infatti, negli anni ‘60, a Milano, noi vivevamo una straordinaria stagione. Lui pensava alla musica, costruiva la musica, tutto diventava musica nella quotidianità; persino l’insalata del pranzo diventava musica. Ripeto che tutto diventava musica. Nel mio piccolo, tutto per me diventava architettura. Vi era una sorta di ostinazione assolutamente sublime, totale; tutta l’energia andava nel diventare musicisti. Tuttavia vi era quella che allora si chiamava l’ansia del sociale: nulla di quella esperienza straordinaria, che era fare musica o fare architettura (nel mio piccolo), era separato dalla società, dalla militanza, dalla passione, dall’idea impossibile di cambiare il mondo con la musica. Questo è il fatto importante.

Per tale ragione, lui ha sempre lavorato con la società assieme alla musica, assieme a questa meravigliosa arte, così straordinaria e così poetica: la musica come riscatto per i detenuti, la musica come modo per togliere i ragazzi dalla strada. Per questo, ha lavorato con Abreu e ogni tanto spariva e andava in Venezuela. Vi è sempre stata una straordinaria consonanza tra il suo impegno civile e la musica. In realtà, in quegli anni, siamo nati tutti così, si cresceva così, e lui è cresciuto straordinariamente in questo modo.

In quel contesto, ha inventato una cosa bellissima, cioè l’Orchestra Mozart. Si tratta di un’invenzione straordinaria: è un’orchestra che si struttura ogni volta. Scherzando, gli dicevo sempre che per lui l’Orchestra Mozart era come la tavolozza di un pittore, gli dicevo che lui era come Paul Klee. (…) Ripeto: l’Orchestra Mozart è un’invenzione straordinaria, bisogna salvarla. (…)

Un giorno mi chiamò e mi disse: «Diventiamo senatori a vita.» Fu un colpo perché nessuno di noi due – io faccio l’architetto, lui faceva il musicista – ci aveva mai pensato. Ci domandammo, e ce lo siamo domandati sino a pochi giorni fa, come renderci utili in qualità di senatori a vita. Ebbene, Claudio è sempre stato convinto di una cosa, che la bellezza, l’arte, la cultura – non quella paludata, quella con la C maiuscola, ma quella di tutti i giorni, fatta di curiosità, di esplorazione, di ricerca – rendono le persone migliori. Avete mai notato che questo accende negli occhi delle persone una luce particolare, la luce della curiosità?

È sempre stato convinto di una cosa importantissima, di cui anch’io sono convinto: la bellezza salverà il mondo e lo salverà una persona alla volta. Sì, una persona alla volta, ma lo salverà. Questo è davvero importante e lui aveva un’idea fissa che voglio proporre a questa Assemblea: insegnare la musica nelle scuole italiane. (…) Non ci vuole niente, bisogna farlo, perché la bellezza è un giardino straordinario ma va frequentato da piccoli. Bisogna insegnarglielo subito, finché sono piccoli, perché poi, quando si diventa grandi, insensibili alla bellezza, sembra qualcosa di estraneo, che non ci appartiene più, non ci interessa. Invece è proprio ciò che accende i desideri, che ci dà energia.

L’idea di insegnare la musica ai bambini è un’idea straordinaria e semplice. Vi chiedo quindi (…) di ascoltare questo desiderio, perché, anche se ci vorrà un po’ di tempo, renderà il nostro Paese migliore.

Renzo Piano, dal Discordo in commemorazione di Claudio Abbado, tenuto in Senato il 23 gennaio 2014

 www.renzopianobuildingworkshop.com

 

[1] Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. (Art. 59 comma 2 della Costituzione italiana).

 

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mario brunello_silenzio

Premessa: da leggere e meditare, va da sé, in silenzio, l’ultimo saggio del grande violoncellista Mario Brunello, un musicista che davvero fa sentire la musica, il tutto della musica.

Titolo: Silenzio.

O meglio, in copertina si legge come attenuato, in tono minore, forse un’eco lontana:

silenzio

Poi, sotto, chiaro e scandito:

SIL

ENZ

IO

Una trovata grafica, d’accordo, ma a me ha ricordato il peso che persino alle singole lettere dava la lettura scavata del grande vecchio della poesia italiana, Ungaretti. Ascoltare per credere. E ogni suono di questa parola contiene universi, abissi di fatica e significati. E assenze.

Richiede lentezza, somma  l  e  n  t  e  z  z  a.  E, alfine, oblio.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), in primo piano l’arcosolio con le tombe dei Brion, sullo sfondo il muro di recinzione “obliquo”, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Talvolta l’architettura cerca il silenzio e il vuoto in cui la nostra coscienza si possa ritrovare. Il silenzio è come il buio, bisogna avere il coraggio di guardarlo e poi pian piano si cominciano a vedere i contorni delle cose. Renzo Piano

Tra le tante “cose” che parlano attraverso una loro musica, e tra i tanti silenzi nella musica delle “cose”, mi fa piacere parlare di una che vive in un silenzio particolare e che ha il potere di provocarne uno tutto suo: il muro di cinta del complesso monumentale Brion dell’architetto Carlo Scarpa. Una “cosa” semplice come un muro, un muro di recinzione, nell’interpretazione di un grande artista come Scarpa, diviene silenzio.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), padiglione sull'acqua, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), Padiglione della meditazione, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Il complesso monumentale, conosciuto come Tomba Brion, si trova nella campagna trevigiana ed è stato costruito tra il 1970 e il 1978: è considerato un capolavoro dell’arte architettonica e un esempio di “racconto architettonico” o “architettura narrativa”. In questo luogo, Scarpa non si è limitato a costruire un’architettura ammirevole. È come se uno scrittore, contemporaneamente, quasi con due mani indipendenti, scrivesse il suo testo e un sapiente commento o una lucidissima prefazione.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Scarpa, nella sua visionarietà, toglie al muro le sue principali caratteristiche fisiche e funzionali, come la verticalità e l’impenetrabilità. Il muro di Scarpa è obliquo, di materia solida e pesante qual è il cemento armato, eppure rimane miracolosamente sospeso in uno stato di attesa. In questa silenziosa attesa riesce a trasmettere pienamente la caducità e la casualità della vita e della morte. Sembra che in qualsiasi momento possa crollare e questo provoca come uno stato di apnea in cui ogni pensiero, voce o musica tace in un silenzio profondo e indefinito. (…)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare con vista dal Padiglione: specchio d'acqua con ninfee, muro di cinta obliquo sulla dx, sullo sfondo l'arcosolio tombale, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare con vista dal Padiglione della meditazione: in primo piano specchio d’acqua con ninfee, muro di recinzione “obliquo” sulla dx, parte degli edifici sulla sn e sullo sfondo l’arcosolio con le tombe dei Brion, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Di fronte al muro di Carlo Scarpa si vive un silenzio del tutto inaspettato, un silenzio che, una volta usciti dall’incanto, lascia spazio a un sentimento di speranza. Infatti il muro, la “cosa”, non assolvendo a compiti di ostacolo e impenetrabilità, lascia allo sguardo la libertà di superarlo attraverso vuoto o varchi. Non a caso, nel cemento armato che sembrerebbe inattaccabile sono state previste delle trasparenze quasi fossero ricami. L’effetto è quello di un’“ambiguità” del muro, che lo rende al tempo stesso “ostacolo” e negazione di quell’“ostacolo” che esso rappresenta: è dunque espressione di una speranza di libertà per chi voglia uscirne, ma anche uno spazio accessibile per chi voglia oltrepassarlo.

“Se alzi un muro pensa a ciò che rimane fuori”, scrive Italo Calvino nel Barone rampante. Sembra che Scarpa abbia colto l’invito pensando non solo a quelli che ne restano fuori, ma anche a quelli che stanno dentro, semplicemente scombinando le carte, fermando l’azione, mettendo in sospensione il tempo, provocando un silenzio.

Un silenzio inaspettato, come quello provocato dall’esecuzione di 4,33 di John Cage.

 

La composizione 4,33 è del 1952 ed è forse la composizione più nota di Cage. Alla prima esecuzione fu uno scandalo: il pianista seduto al pianoforte stette in silenzio per quattro minuti e trentatré secondi, esattamente quanto il compositore aveva previsto. L’intento di Cage era ridefinire il concetto tra suono e silenzio e ricondurre i due elementi a una parità di fronte all’arte musicale. (…)

Ancora una “cosa” silenziosa, ancora un muro. L’associazione tra silenzio e “cose” mi porta al Muro di Berlino o quello che resta. (…) Per fortuna il silenzio ha ben altri muri entro i quali e con cui esprimere tutto il suo fascino. L’architettura, se è “musica cristallizzata”, allora è silenzio. L’architettura vive nel silenzio della luce e del buio e vive di ombre e rifrazioni, mette ordine nel loro ritmo e lascia spazio alla nostra coscienza.

Immagino che qualsiasi forma architettonica nasca da uno spazio vuoto, così some la musica nasce dal silenzio. Il vuoto delimita le forme e mette in evidenza l’inizio e la fine del volume architettonico, così come il silenzio precede la musica e inevitabilmente la segue dopo la fine. La differenza è che nell’architettura l’atto della fruizione consente anche un attraversamento fisico del silenzio, oltre al poter viver e contemplare il silenzio. L’esperienza fisica di entrare attraverso le colonne di un tempio greco fa vivere la sensazione di immergersi nel silenzio dell’architettura. Uno spazio aperto in cui la sola alternanza di elementi verticali dà ritmo alla luce provocando l’esperienza di passare da un mondo di suoni a uno dove il silenzio è protagonista. In fondo è la stessa sensazione che si ha quando si entra in un bosco, e forse è stata proprio la natura a ispirare i grandi architetti dell’antica Grecia.

Mario Brunello, da Silenzio (il Mulino, Bologna 2014)

www.mariobrunello.com

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare (foto Gianluca Iannotta), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare (foto Gianluca Iannotta), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

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