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Claudio Abbado

Claudio Abbado

Premessa: Claudio Abbado (Milano, 26 giugno 1933 – Bologna, 20 gennaio 2014) avrebbe festeggiato 81 anni fra tre giorni, il 26 giugno. Per me era il più grande. E per più motivi.

Il primo cd che abbia mai acquistato oltre 20 anni fa (avrò avuto 14 anni), nell’ormai scomparso Virgin di Bergamo, era quello delle Overtures di Rossini, Deutsche Grammophon, dirette appunto da Abbado ed eseguite dalla sua Chamber Orchestra of Europe (www.coeurope.org), una delle numerose e tutte eccellenti formazioni da lui fondate o promosse nel corso di una vita, basti ricordare le più recenti Lucerne Festival Orchestra (www.lucernefestival.ch/en/ensembles/lucerne_festival_orchestra) del 2003 o l’Orchestra Mozart di Bologna (www.orchestramozart.com) del 2004, che solo la miopia dirigenziale e politica tutta italiana, fatta di ignoranza, invidia, ipocrisia e disamore per il bene dell’uomo, può far fallire senza nulla muovere.

Grazie ad Abbado ho colto la gioia di Rossini (fra gli altri titoli, come non ricordare la riscoperta dello scintillante Viaggio a Reims), ma anche, col tempo, la necessità che avevo dell’adorato Mahler e di Berg e persino dell’ultimo Verdi (Requiem e Falstaff), oltre a quella quotidiana benedizione che è la musica di Mozart. Senza contare l’esempio dell’impegno sociale: ha sempre aiutato giovani musicisti e direttori d’orchestra in erba oggi famosissimi e se è sfumata per indecenza nostrana la sua ancora una volta bellissima idea di donare migliaia di alberi alla sua Milano a posto del suo compenso per un’esecuzione in programma nel 2010, date un’occhiata a L’altra voce della musica (libro e dvd, Il Saggiatore, Milano 2006), in cui Abbado ha prestato con successo, con la generosità e col sorriso di sempre la sua maestria nel progetto già avviato da José Antonio Abreu, che ha visto salvare attraverso l’insegnamento della musica migliaia e migliaia di ragazzi venezuelani da una sorte di povertà e criminalità.

Per questo quando un anno fa il Presidente della Repubblica, applicando perfettamente l’articolo 59 della nostra Costituzione[1], ha scelto quali nuovi senatori a vita Abbado insieme a Renzo Piano, Carlo Rubbia e all’ottima Elena Cattaneo, mi sono sentito orgoglioso di essere italiano: costoro davvero hanno dato e continuano a dare lustro al loro Paese nel mondo. E resteranno. E come appaiono miserabilmente infime le polemiche politiche leghiste e forza italiote contro queste nomine. Miserrime come chi le ha lanciate, gente il cui nome è già nulla e non merita neanche d’essere menzionato.

Preferisco lasciare spazio ad altre parole per celebrare Claudio Abbado: quelle pronunciate in Senato il 23 gennaio 2014 dal suo vecchio amico Renzo Piano per ricordare a tutti chi fosse stato questo grande italiano, questo grande uomo.

A proposito, un’ultima nota: dopo il primo cancro allo stomaco fortunatamente operato e guarito nel 2000, Abbado, una volta tornato sul podio visibilmente smagrito, dichiarò di avvertire il proprio corpo come un guscio o una sorta di conchiglia in grado di sentire e vibrare e trattenere il suono più di prima. Questo ha reso le interpretazioni dell’ultimo decennio ancora più intense, intime, in alcuni casi miracolose. E questo spiega anche perché proprio in quest’ultimo periodo di attività, al termine di ogni concerto, ovvero alla fine della musica, Abbado tenesse per più minuti in sospeso orchestra e pubblico nel silenzio, eco del suono appena trascorso che in lui, fattosi conchiglia, continuava a circolare, nonché dono estremo per tutto l’uditorio: assaporare il silenzio della musica. Sublime.

L'addio di Milano a Claudio Abbado: la sera del 27 gennaio 2014 Daniel Barenboim dirige la Marcia Funebre dall'Eroica di Beethoven nel Teatro alla Scala vuoto all'interno ma con le porte aperte sulla piazza colma di gente

L’addio di Milano a Claudio Abbado: la sera del 27 gennaio 2014 Daniel Barenboim dirige la Marcia Funebre dall’Eroica di Beethoven nel Teatro alla Scala vuoto all’interno ma con le porte aperte sulla Piazza colma di gente

“Signor Presidente, la mia non può essere che la testimonianza di un amico. Claudio ci ha lasciati lunedì mattina, tre giorni fa, e una settimana fa ancora si parlava del Senato, del suo progetto per il Senato.

È un’amicizia nella vita che cominciò all’inizio degli anni ‘60 a Milano. Eravamo dei giovani ribelli (io un po’ più giovane) e da allora non ci siamo più persi. Io andavo a casa sua, ero amico di suo fratello Gabriele, eravamo studenti di architettura, lui era musicista. Ci siamo ritrovati a Parigi quando abbiamo costruito l’Ircam, il centro per la ricerca musicale, insieme a Pierre Boulez e a Luciano Berio. Lì incontrammo Gigi Nono con il quale realizzammo il Prometeo a Venezia.
È stata una sequenza, ne abbiamo fatte – come si suol dire – di tutti i colori.

Poi ci siamo ritrovati a Berlino, lui dirigeva il Berliner Philarmoniker, io il cantiere in Potsdamer Platz. Lui attraversava la strada, Potsdamer Strasse, verso il cantiere e io l’attraversavo verso la Filarmonica, ed era una continua sintonia. Poi ci siamo ritrovati tante altre volte: a Berlino, al Lingotto di Torino, a Roma, insieme a Luciano Berio. Abbiamo fatto una piccola cosa per L’Aquila, dove ci siamo ritrovati. Era un continuo ritrovarsi.

Vi è una sorta di complicità tra il musicista e l’architetto, tra chi compone lavorando con la materia più immateriale e più leggera che esista, cioè il suono, e chi invece costruisce. C’è complicità e c’è anche una sorta di affettuosa invidia dell’intellettuale, del poeta, del musicista verso il costruttore e viceversa; il costruttore che lavora con una materia così pesante, infatti, quasi invidia il materiale con cui lavora il musicista. Quando poi l’architetto ama la musica ed il musicista ama l’architettura, evidentemente la cosa è fatta. Era un continuo sconfinare.

Non voglio annoiarvi con le questioni biografiche. Per tale ragione, mi sento al tempo stesso triste ed onorato di parlare per la prima volta in quest’Aula di un amico scomparso.

Vorrei, però, sottolineare una cosa importante. Gli anni ‘60 sono stati straordinari. Il ‘68 di Parigi è avvenuto solo otto anni dopo, ma era completamente diverso. Infatti, negli anni ‘60, a Milano, noi vivevamo una straordinaria stagione. Lui pensava alla musica, costruiva la musica, tutto diventava musica nella quotidianità; persino l’insalata del pranzo diventava musica. Ripeto che tutto diventava musica. Nel mio piccolo, tutto per me diventava architettura. Vi era una sorta di ostinazione assolutamente sublime, totale; tutta l’energia andava nel diventare musicisti. Tuttavia vi era quella che allora si chiamava l’ansia del sociale: nulla di quella esperienza straordinaria, che era fare musica o fare architettura (nel mio piccolo), era separato dalla società, dalla militanza, dalla passione, dall’idea impossibile di cambiare il mondo con la musica. Questo è il fatto importante.

Per tale ragione, lui ha sempre lavorato con la società assieme alla musica, assieme a questa meravigliosa arte, così straordinaria e così poetica: la musica come riscatto per i detenuti, la musica come modo per togliere i ragazzi dalla strada. Per questo, ha lavorato con Abreu e ogni tanto spariva e andava in Venezuela. Vi è sempre stata una straordinaria consonanza tra il suo impegno civile e la musica. In realtà, in quegli anni, siamo nati tutti così, si cresceva così, e lui è cresciuto straordinariamente in questo modo.

In quel contesto, ha inventato una cosa bellissima, cioè l’Orchestra Mozart. Si tratta di un’invenzione straordinaria: è un’orchestra che si struttura ogni volta. Scherzando, gli dicevo sempre che per lui l’Orchestra Mozart era come la tavolozza di un pittore, gli dicevo che lui era come Paul Klee. (…) Ripeto: l’Orchestra Mozart è un’invenzione straordinaria, bisogna salvarla. (…)

Un giorno mi chiamò e mi disse: «Diventiamo senatori a vita.» Fu un colpo perché nessuno di noi due – io faccio l’architetto, lui faceva il musicista – ci aveva mai pensato. Ci domandammo, e ce lo siamo domandati sino a pochi giorni fa, come renderci utili in qualità di senatori a vita. Ebbene, Claudio è sempre stato convinto di una cosa, che la bellezza, l’arte, la cultura – non quella paludata, quella con la C maiuscola, ma quella di tutti i giorni, fatta di curiosità, di esplorazione, di ricerca – rendono le persone migliori. Avete mai notato che questo accende negli occhi delle persone una luce particolare, la luce della curiosità?

È sempre stato convinto di una cosa importantissima, di cui anch’io sono convinto: la bellezza salverà il mondo e lo salverà una persona alla volta. Sì, una persona alla volta, ma lo salverà. Questo è davvero importante e lui aveva un’idea fissa che voglio proporre a questa Assemblea: insegnare la musica nelle scuole italiane. (…) Non ci vuole niente, bisogna farlo, perché la bellezza è un giardino straordinario ma va frequentato da piccoli. Bisogna insegnarglielo subito, finché sono piccoli, perché poi, quando si diventa grandi, insensibili alla bellezza, sembra qualcosa di estraneo, che non ci appartiene più, non ci interessa. Invece è proprio ciò che accende i desideri, che ci dà energia.

L’idea di insegnare la musica ai bambini è un’idea straordinaria e semplice. Vi chiedo quindi (…) di ascoltare questo desiderio, perché, anche se ci vorrà un po’ di tempo, renderà il nostro Paese migliore.

Renzo Piano, dal Discordo in commemorazione di Claudio Abbado, tenuto in Senato il 23 gennaio 2014

 www.renzopianobuildingworkshop.com

 

[1] Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. (Art. 59 comma 2 della Costituzione italiana).

 

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mario brunello_silenzio

Premessa: da leggere e meditare, va da sé, in silenzio, l’ultimo saggio del grande violoncellista Mario Brunello, un musicista che davvero fa sentire la musica, il tutto della musica.

Titolo: Silenzio.

O meglio, in copertina si legge come attenuato, in tono minore, forse un’eco lontana:

silenzio

Poi, sotto, chiaro e scandito:

SIL

ENZ

IO

Una trovata grafica, d’accordo, ma a me ha ricordato il peso che persino alle singole lettere dava la lettura scavata del grande vecchio della poesia italiana, Ungaretti. Ascoltare per credere. E ogni suono di questa parola contiene universi, abissi di fatica e significati. E assenze.

Richiede lentezza, somma  l  e  n  t  e  z  z  a.  E, alfine, oblio.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), in primo piano l’arcosolio con le tombe dei Brion, sullo sfondo il muro di recinzione “obliquo”, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Talvolta l’architettura cerca il silenzio e il vuoto in cui la nostra coscienza si possa ritrovare. Il silenzio è come il buio, bisogna avere il coraggio di guardarlo e poi pian piano si cominciano a vedere i contorni delle cose. Renzo Piano

Tra le tante “cose” che parlano attraverso una loro musica, e tra i tanti silenzi nella musica delle “cose”, mi fa piacere parlare di una che vive in un silenzio particolare e che ha il potere di provocarne uno tutto suo: il muro di cinta del complesso monumentale Brion dell’architetto Carlo Scarpa. Una “cosa” semplice come un muro, un muro di recinzione, nell’interpretazione di un grande artista come Scarpa, diviene silenzio.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), padiglione sull'acqua, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), Padiglione della meditazione, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Il complesso monumentale, conosciuto come Tomba Brion, si trova nella campagna trevigiana ed è stato costruito tra il 1970 e il 1978: è considerato un capolavoro dell’arte architettonica e un esempio di “racconto architettonico” o “architettura narrativa”. In questo luogo, Scarpa non si è limitato a costruire un’architettura ammirevole. È come se uno scrittore, contemporaneamente, quasi con due mani indipendenti, scrivesse il suo testo e un sapiente commento o una lucidissima prefazione.

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Scarpa, nella sua visionarietà, toglie al muro le sue principali caratteristiche fisiche e funzionali, come la verticalità e l’impenetrabilità. Il muro di Scarpa è obliquo, di materia solida e pesante qual è il cemento armato, eppure rimane miracolosamente sospeso in uno stato di attesa. In questa silenziosa attesa riesce a trasmettere pienamente la caducità e la casualità della vita e della morte. Sembra che in qualsiasi momento possa crollare e questo provoca come uno stato di apnea in cui ogni pensiero, voce o musica tace in un silenzio profondo e indefinito. (…)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare con vista dal Padiglione: specchio d'acqua con ninfee, muro di cinta obliquo sulla dx, sullo sfondo l'arcosolio tombale, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare con vista dal Padiglione della meditazione: in primo piano specchio d’acqua con ninfee, muro di recinzione “obliquo” sulla dx, parte degli edifici sulla sn e sullo sfondo l’arcosolio con le tombe dei Brion, Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Di fronte al muro di Carlo Scarpa si vive un silenzio del tutto inaspettato, un silenzio che, una volta usciti dall’incanto, lascia spazio a un sentimento di speranza. Infatti il muro, la “cosa”, non assolvendo a compiti di ostacolo e impenetrabilità, lascia allo sguardo la libertà di superarlo attraverso vuoto o varchi. Non a caso, nel cemento armato che sembrerebbe inattaccabile sono state previste delle trasparenze quasi fossero ricami. L’effetto è quello di un’“ambiguità” del muro, che lo rende al tempo stesso “ostacolo” e negazione di quell’“ostacolo” che esso rappresenta: è dunque espressione di una speranza di libertà per chi voglia uscirne, ma anche uno spazio accessibile per chi voglia oltrepassarlo.

“Se alzi un muro pensa a ciò che rimane fuori”, scrive Italo Calvino nel Barone rampante. Sembra che Scarpa abbia colto l’invito pensando non solo a quelli che ne restano fuori, ma anche a quelli che stanno dentro, semplicemente scombinando le carte, fermando l’azione, mettendo in sospensione il tempo, provocando un silenzio.

Un silenzio inaspettato, come quello provocato dall’esecuzione di 4,33 di John Cage.

 

La composizione 4,33 è del 1952 ed è forse la composizione più nota di Cage. Alla prima esecuzione fu uno scandalo: il pianista seduto al pianoforte stette in silenzio per quattro minuti e trentatré secondi, esattamente quanto il compositore aveva previsto. L’intento di Cage era ridefinire il concetto tra suono e silenzio e ricondurre i due elementi a una parità di fronte all’arte musicale. (…)

Ancora una “cosa” silenziosa, ancora un muro. L’associazione tra silenzio e “cose” mi porta al Muro di Berlino o quello che resta. (…) Per fortuna il silenzio ha ben altri muri entro i quali e con cui esprimere tutto il suo fascino. L’architettura, se è “musica cristallizzata”, allora è silenzio. L’architettura vive nel silenzio della luce e del buio e vive di ombre e rifrazioni, mette ordine nel loro ritmo e lascia spazio alla nostra coscienza.

Immagino che qualsiasi forma architettonica nasca da uno spazio vuoto, così some la musica nasce dal silenzio. Il vuoto delimita le forme e mette in evidenza l’inizio e la fine del volume architettonico, così come il silenzio precede la musica e inevitabilmente la segue dopo la fine. La differenza è che nell’architettura l’atto della fruizione consente anche un attraversamento fisico del silenzio, oltre al poter viver e contemplare il silenzio. L’esperienza fisica di entrare attraverso le colonne di un tempio greco fa vivere la sensazione di immergersi nel silenzio dell’architettura. Uno spazio aperto in cui la sola alternanza di elementi verticali dà ritmo alla luce provocando l’esperienza di passare da un mondo di suoni a uno dove il silenzio è protagonista. In fondo è la stessa sensazione che si ha quando si entra in un bosco, e forse è stata proprio la natura a ispirare i grandi architetti dell’antica Grecia.

Mario Brunello, da Silenzio (il Mulino, Bologna 2014)

www.mariobrunello.com

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare (foto Gianluca Iannotta), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

Carlo Scarpa, Tomba Brion (1970-1978), particolare (foto Gianluca Iannotta), Cimitero di San Vito, Altivole (TV)

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Oscar Niemeyer (Rio de Janeiro, 1907-2012)

Oscar Niemeyer (Rio de Janeiro, 1907-2012)

Disegnavo senza matita e senza foglio. Disegnavo in aria, con una mano alzata.

Mia madre mi chiedeva: “Cosa stai facendo, ragazzino?”.

E io rispondevo: “Sto disegnando”.

Lei sorrideva, le pareva una cosa buffa.

Talvolta ripensavo al disegno che avevo fatto e allora ci tornavo su e lo correggevo, come se realmente esistesse!

Ho continuato a disegnare prima nella mia testa, come facevo da bambino, come fosse un passatempo, un passatempo a cui mi sono dedicato per tutta la vita.

Credo che anche la mia passione politica sia nata come un’attività del pensiero, perché basta guardarsi intorno per capire che le cose non vanno bene e che bisogna costantemente impegnarsi per migliorarle.

Amo ripetere che l’architettura non è importante. L’architettura è un pretesto. Importante è la vita, importante è l’uomo!

Eppure, l’architettura può avere una funzione politica, proprio perché si occupa dell’uomo e della sua maniera di vivere. (…)

Quando l’architetto è impegnato sul tavolo da disegno non deve dimenticare che l’uomo non è solo una macchina che si protegge grazie a una macchina più solida chiamata casa: l’uomo è uno strano animale che possiede anima e sentimento, e fame di giustizia e bellezza, e che ha bisogno di conforto e stimolo.

Quando mi domandano cos’è , per me, la fantasia, io rispondo: la fantasia è la ricerca di un mondo migliore. (…)

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia, interno, 1970

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia,  1970

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia (interno), 1970

Oscar Niemeyer, Cattedrale di Brasilia (interno), 1970

Un giorno, molti anni fa, portai l’architetto tedesco Walter Gropius a visitare la mia Casa das Canoas, una casa che avevo progettato e costruito nella foresta che domina Rio de Janeiro e che si trova su un terreno scosceso verso il mare. E Gropius, dopo averla vista, mi si rivolse con queste parole: “La sua casa è molto bella, ma non è moltiplicabile”.

Mi sembrò un’incredibile stupidaggine!

“Se avessi voluto una casa moltiplicabile” risposi “l’avrei costruita su un terreno pianeggiante”.

Rimasi molto stupito da quel punto di vista soprattutto perché chi lo esprimeva era un personaggio dell’intelligenza di Walter Gropius. Ma il concetto era abbastanza chiaro, in realtà.

Spesso, nel corso degli anni hanno scritto che il mio lavoro andava più nella direzione della scultura che dell’architettura. Non mi sono mai offeso. Le contestazioni non mi offendono, anzi. Sono naturali. Talvolta, le critiche sono giuste. Però io la penso diversamente.

Se si fanno opere in serie, ripetitive, non si è architetti, ma operai: e questo perché, dal mio punto di vista, l’architettura è invenzione, e, in quanto invenzione, è arte.

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, Rio de Janeiro, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, Rio de Janeiro, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas, Rio de Janeiro, 1953

Oscar Niemeyer, Casa das Canoas (interno), Rio de Janeiro, 1953

Il discorso vale anche per l’architettura popolare. Non è vero che l’architettura pensata per i quartieri popolari o per opere di pubblica utilità debba essere la più semplice possibile. È una posizione demagogica, paternalistica e, a ben vedere, inaccettabile. Ma chi l‘ha deciso che l’architettura “utile” deve essere brutta?  (…)

Esiste una sorta di paura delle differenze: ma in architettura le differenze non sono mai state un problema! Costruire un palazzo moderno a fianco di uno antico significa evidenziare le caratteristiche, sottolineare la peculiarità della singola opera.

La varietà è una qualità necessaria e può rivelarsi una forma di insegnamento. (…)

Un esempio è il Palazzo Ducale di Venezia, capolavoro architettonico assoluto, con quei bellissimi archi arabescati, per mezzo dei quali l’architetto ha voluto un contrasto violento con le massicce pareti dei piani superiori.

Cosa avrebbe detto, mi chiedo, colui che ha concepito questo palazzo, di fronte ai dogmi puristi degli architetti attuali?

L’architettura può essere semplice e bella, insomma semplice e insieme diversa, dipende dall’idea di partenza. Per quanto mi riguarda, il punto di partenza è la tensione verso la bellezza, verso l’arte, in modo che la sorpresa, lo stupore, l’inatteso, come diceva Baudelaire, siano parte anche dell’opera architettonica. Così, chi passa per strada può fermarsi ad ammirare, restare stupito, farsi un’idea. Riflettere.

L’arte è un complemento importante, come nelle ville di Palladio i dipinti, le sculture: quando architettura e arte si incontrano è un momento eccezionale.

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Oscar Niemeyer, Museo di Arte Contemporanea Niteroi, Rio de Janeiro, 1996

Per decorare i pannelli di vetro della cattedrale di Pampulha chiamai Candido Portinari, il quale realizzò un lavoro meraviglioso: l’insieme era talmente moderno che, per alcuni anni, le autorità ecclesiastiche non vollero consacrare la chiesa e il culto vi fu proibito. Poi cambiarono idea… (…)

La funzione, cioè l’uso che si fa di un’opera, non basta, anche la bellezza è utile. Ci sono opere del passato, certe chiese, certi palazzi, che oggi sono utilizzate in modo diverso, sono sopravvissute pur cambiando la loro funzione: ancora oggi le usiamo, le frequentiamo. Questo succede perché ciò che è rimasto non è l’utilità che avevano all’epoca, ma è la bellezza; la bellezza e la poesia sono sopravvissute al tempo.

Oscar Niemayer (Rio de Janeiro, 1907-2012), da Il mondo è ingiusto, Milano, 2012.

Fondazione Oscar Niemeyer

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d'Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d’Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d'Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

Oscar Niemeyer, Chiesa di San Francesco d’Assisi, Pampulha (Brasile), 1943

 

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Gabriele Basilico, Le Tréport, Francia 1985

Gabriele Basilico, Le Tréport, Francia 1985

Contemplare significa spendere più tempo rispetto al mero atto dell’osservazione, dimenticare il tempo, lasciarsi alle spalle la rapidità e le acrobazie della fotografia ad alta velocità, concedersi l’opportunità di immergersi, quasi in meditazione, nella bellezza della natura e dissolversi in essa. Gabriele Basilico[1]

È un lirico, alfine, Gabriele Basilico. Il che non vuol dire commozione a prezzo facile, anzi rigore nella scelta compositiva, ma cuore in ciò che si sta inquadrando. E tanto più è difficile (e tanto più è capace Basilico) nel farlo attraverso scene urbane spesso prive della presenza umana. Anche se questo non è del tutto esatto: “Non sono d’accordo con chi sostiene che nelle mie fotografie non ci sia presenza umana. Secondo me le persone ci sono sempre, in un modo o nell’altro, anche se non si vedono. Sono nascoste e protette, magari presenti secondo un diverso registro temporale”[2].

Insomma un prima e un dopo e talvolta un durante in lontananza, come raramente accade di vedere, lontane appunto, le minuscole formiche umane bianco-cancellate dal loro stesso movimento, in genere in cammino, o ombre piccole e nere e di spalle sul fondo di una via o lungo una spiaggia del nord.

Gabriele Basilico, Dal tetto del Duomo, Milano 2011

Gabriele Basilico, Dal tetto del Duomo, Milano 2011

Gabriele Basilico, Milano, 1978

Gabriele Basilico, Milano, 1978

Ecco perché De Chirico può essere citato ma solo di primo acchito, poco centrando con la radice poetica di questo autore, tutta volta a parlare dell’uomo grazie alle cose-case reali, mai isolate (“se i Becher sembrano decontestualizzare l’immagine” in Basilico “l’opera è sempre un frammento di un “altro” più vasto, il veicolo di un contenuto più ampio”[3]) e sempre colte nel quadro urbanistico d’insieme (a volte con automobili, lampioni, indicazioni stradali e insegne, coi giochi simmetrici-asimmetrici conseguenti, tutti particolari, parti degli organi-edifici dell’organismo-quartiere-città vivo colto dal sentire del fotografo) e meravigliose anche quando rovine di guerra (storico il servizio del ’91 sul corpo aperto di Beirut, con le facciate devastate dai colpi feroci dei combattimenti: “Il silenzio, la mancanza di vita o di traffico, permettevano di concentrare l’attenzione sul disegno degli edifici, sulle facciate straziate dalla guerra. Mi sentivo un archeologo del presente e la fotografia mi aiutava a svelare e ricostruire un equilibrio che sembrava perduto, distrutto dalle angosciose vicende della guerra”[4]) o desolazione periferica con cui arrabbiarsi, anche, nel confronto fra un nord europeo civile (la Francia atlantica, l’amata Berlino, città-scommessa della neo-ricostruzione, scommessa spesso vinta) e un’assenza d’amore architettonico italiana e contemporanea nonostante l’Italia sia una delle culle architettoniche d’occidente (e paradigma di ciò è proprio la Milano di Basilico, città di disordini di masse caotiche e brutte costruzioni che non danno respiro, specie negli ultimi decenni).

Gabriele Basilico, Beirut, Libano 1991

Gabriele Basilico, Beirut, Libano 1991

Gabriele Basilico, Berlino, Germania 2000

Gabriele Basilico, Berlino, Germania 2000

Basilico insomma ritrae l’uomo d’oggi attraverso angoli delle sue città, spesso organizzando i suoi teatri visivi con una via centrale (stradale o fluviale) affiancata dalle abitazioni laterali con i loro mille occhi-finestra, oppure invitandoci nella scena attraverso un ponte o una strada in primo piano, “tipica zona di confine, dove l’informe e mutevole tessuto urbano ci ricorda che siamo sulla linea che separa ciò che sta dietro gli edifici dal vuoto su cui si affacciano. Questa terra di confine (che mi fa pensare al modo in cui le acque si mescolano alla foce di un fiume) è uno dei soggetti che preferisco indagare nei miei lavori”[5].

Gabriele Basilico, Mosca, Russia 2008

Gabriele Basilico, Mosca, Russia 2008

Gabriele Basilico, Le Touquet, Francia 1985

Gabriele Basilico, Le Touquet, Francia 1985

Gabriele Basilico, Oporto, Portogallo 1995

Gabriele Basilico, Oporto, Portogallo 1995

Dunque questo fotografo usa il mezzo “per documentare e rappresentare la società, per esprimere la verità. L’estetica è secondaria.”[6] Alla fine c’è anche l’elemento bellezza, ma non è questo il punto dal momento che “l’architettura in Basilico evoca un miraggio che appare all’orizzonte, non il frutto di una ricerca sistematica bensì una rivelazione improvvisa”[7]. Così ecco la verità, per intuizione oculare, ma d’un occhio le cui terminazioni sono ancorate bene addentro alla domanda “cosa è l’uomo?”.

Quest’articolo è stato scritto al presente (per definizione il tempo della fotografia), anche se Basilico è scomparso oltre un mese fa, il 13 febbraio 2013. Ma ciò è parte dei contrattempi del vivere, questione di cellule che si consumano: resta il molto e l’attuale che attraverso quegli occhi è passato aiutandoci meglio a comprendere chi noi siamo, grazie ai suoi passaggi nei nostri paesaggi.

www.gabrielebasilico.com


[1] Gabriele Basilico, Le Tréport, Francia 1985, figura 16, in Gabriele Basilico di Francesco Bonami, Phaidon Press 2005.

[2] G. Basilico, Trieste, Italia 1985, fig. 19, in op. cit., 2005.

[3] Francesco Bonami, in op. cit., 2005.

[4] G. Basilico, Beirut, Libano 1991, fig. 32, in op. cit., 2005.

[5] G. Basilico, Barcellona, Spagna 1990, fig. 29, in op. cit., 2005.

[6] F. Bonami, in op. cit., 2005.

[7] F. Bonami, in op. cit., 2005.

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Gino Severini, Maternità, 1916, Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona

Gino Severini, Maternità, 1916, Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona

In genere ai Musei di San Domenico a Forlì lavorano bene sulle mostre temporanee: ricordo con piacere la riscoperta di un grande artista come Wildt lo scorso anno e precedentemente le belle monografiche dedicate a Melozzo, Palmezzano, Silvestro Lega, il Cagnacci, Canova, tutti nomi, alcuni dei quali forlivesi, presenti in città con almeno un’opera su cui costruire un evento di portata nazionale.

Essendo stata la città di Mussolini (nato a Predappio), numerose sono tuttora le testimonianze architettoniche del periodo fascista. Dunque partendo da questo e con decenni di distanza alle spalle, gli organizzatori hanno pensato che si potesse ormai ragionare serenamente sull’arte del ventennio, rivalutando il buono e non retorico che pure c’è stato.

Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922, Coll. privata

Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922, Coll. privata

Sin qui tutto bene, era anzi tempo di una riconsiderazione onesta sul tema proposto. Solo che Novecento volendo essere una mostra onnicomprensiva (il sottotitolo parla chiaro: arte e vita in Italia tra le due guerre), presenta un affastellamento di opere (talvolta con sezioni non ben amalgamate fra tendenze neo e post-futuriste, metafisiche, del cosiddetto realismo magico e del più generale ritorno all’ordine) fra dipinti, progetti architettonici, sculture, manifesti pubblicitari, design di mobili e moda (peraltro entrambe fra le parti più interessanti dell’intero percorso) tale che lo sguardo alla fine è esausto e laddove vorrebbe approfondimenti trova solo cenni o addirittura assenze (il mosaico, ad esempio, povera cenerentola, che proprio in quegli anni comincia a tornare in auge), mentre di decine e decine di quadri si sarebbe potuto fare a meno: il messaggio sarebbe arrivato comunque e meglio.

Enrico Prampolini, Dinamica dell'azione (Miti dell'azione. Mussolini a cavallo), 1939, GNAM, Roma

Enrico Prampolini, Dinamica dell’azione (Miti dell’azione. Mussolini a cavallo), 1939, GNAM, Roma

Giorgio De Chirico, Sala d'Apollo (Violon), 1920, Coll. privata

Giorgio De Chirico, Sala d’Apollo (Violon), 1920, Coll. privata

Renato Bertelli, Profilo continuo. Dux, 1935, Palazzo Pitti, Firenze

Renato Bertelli, Profilo continuo. Dux, 1935, Palazzo Pitti, Firenze

Naturalmente i nomi che dovevano esserci ci sono tutti (Sironi, Funi, Campigli, Soffici, De Chirico, Savinio, Severini, Balla, Prampolini, Cambellotti, Dottori, Casorati, Donghi, Oppi, Cagnaccio di San Pietro, Fausto Pirandello, Guidi, Cagli, Guttuso, Carrà, Maccari, la scoperta del triestino Cesare Sofianopulo, Bertelli, Martini, Messina, Manzù, Andreotti, Dudovich, Sepo, Schawinsky, Piacentini, architetto del regime e designer per Fiammetta Sarfatti, Gio Ponti, Ravasco, Ferragamo con le sue modernissime scarpe anni ‘30, etc.) e una passeggiata fra questi protagonisti si può fare, tenendo presente il problema della prolissità e ridondanza con la necessità conseguente di trascurare molte opere, inconveniente purtroppo già riscontato in un’altra super-collettiva forlivese del 2010, quella sui Fiori – Natura e simbolo dal Seicento a Van Gogh: evidentemente a San Domenico, non possedendo il dono della sintesi, lavorano meglio sulle monografiche, le stesse citate qualche riga sopra.

Cesare Bazzani, Il nuovo Foro di Forlì, 1931 ca.

Cesare Bazzani, Il nuovo Foro di Forlì, 1931 ca.

Xanti Schawinsky, Sì, 1934

Xanti Schawinsky, Sì, 1934

A proposito di Novecento, per fare chiarezza sul significato storico artistico del movimento è bene citare alcuni passi illuminanti del suo maggiore “non-critico”, Massimo Bontempelli, credo utili anche quali guida ideale all’esposizione corrente: “Se è vero che l’arte vede risplendere oggi davanti a sé nuove possibilità, queste dovranno tenersi ugualmente lontane dalla bellezza e dall’interiorità. Non si tratta più di far fremere la pelle e far risaltare i muscoli, né di esplorare la propria anima. L’importante è creare oggetti, da collocare fuori di noi, bene staccati da noi; e con essi modificare il mondo. (…) È lo spirito dell’architettura. L’architettura diventa assai rapidamente anonima. L’architettura  rifoggia a suo modo la superficie del mondo: sa continuarsi e compiersi con le forme della natura. Lo stesso deve fare la poesia, foggiando favole e personaggi che possano correre il mondo come giovani liberati che hanno saputo dimenticare la casa ove nacquero e ove hanno compiuto la loro maturazione.” (Dicembre 1926)

Achille Funi, La terra, 1921, Coll. privata

Achille Funi, La terra, 1921, Coll. privata

Antonio Donghi, Giocoliere, 1936, Unicredit Art Collection, Roma

Antonio Donghi, Giocoliere, 1936, Unicredit Art Collection, Roma

Ubaldo Oppi, I tre chirurghi, 1926, Musei Civici, Vicenza

Ubaldo Oppi, I tre chirurghi, 1926, Musei Civici, Vicenza

“Quei due termini della pittura quattrocentesca – precisione realistica e atmosfera magica – aveva tentato di riprenderli il cubismo: ma operò in modo letterario, con un formulario dialettico, con un’anima impopolare, e finì per bruciare sul gran rogo futurista insieme con gli altri relitti del romanticismo. Sia ben chiaro che tutto questo non si è detto per fare della storia. Non abbiamo voluto se non dare qualche segnalazione, in quanto tali analogie possono illuminare il nostro istinto: possono chiarire meglio, agli altri e a noi stessi, che cosa si debba intendere per «novecentismo». In nessun’altra arte troviamo nel passato parentele più strette che con quella pittura di cui abbiamo parlato, in nessuna vediamo così in pieno attuato quel «realismo magico» che potremmo assumere come definizione della nostra tendenza. E in quei pittori italiani del Quattrocento, molto più utilmente che in tanti scrittori che furono citati da ogni parte, una critica avveduta potrebbe scoprire i veri precedenti e maestri di certa nostra prosa modernissima. (…) Il futurismo fu – ed era necessario – avanguardista e aristocratico. L’arte novecentista deve tendere a farsi «popolare», ad avvincere il «pubblico». Non husserlcrede alle aristocrazie giudicanti, vuol fornire di opere d’arte la vita quotidiana degli uomini, e mescolarle a essa. In altre parole, il novecentismo tende a considerare l’arte, sempre, come «arte applicata», ha un’enorme diffidenza verso la famosa «arte pura». L’artista sia soprattutto un eccellente «uomo di mestiere». (…) Per questo insieme di ragioni il novecentista non vi parlerà mai di «capolavoro», parola romantica ed equivoca. Il novecentismo cerca di aiutare lo sviluppo di quell’arte che potrei chiamare d’uso musei quotidiano.” (Giugno 1927)

Marcello Piacentini, Sedia per la casa di Fiammetta Sarfatti, 1933, Wolfsoniana, Genova

Marcello Piacentini, Sedia per la casa di Fiammetta Sarfatti, 1933, Wolfsoniana, Genova

Salvatore Ferragamo, Sandalo, 1938 (non in mostra)

Salvatore Ferragamo, Sandalo, 1938 (non in mostra)

Gio Ponti, I Progenitori, 1925 ca., Museo di Doccia, Richard Ginori, Sesto Fiorentino

Gio Ponti, I Progenitori, 1925 ca., Museo di Doccia, Richard Ginori, Sesto Fiorentino

Francesco Messina, Pugile, 1930, Coll. ENI Spa

Francesco Messina, Pugile, 1930, Coll. ENI Spa

Così Bontempelli. In finale di battuta aggiungo un paio di provocazioni: in certe parole non sembra di leggere clamorose anticipazioni pop? Inoltre, in questa volontà d’affermazione dell’esistere quotidiano (benché anonimo) sull’essere ideale ma astratto, non si possono rintracciare consonanze con la futura linea esistenzialista sartriana, che origina dalle riflessioni heideggeriane di fine anni ’20? En passant, ricordo che il filosofo tedesco capovolse l’insegnamento del suo maestro Husserl, posponendo l’essere quale conseguenza dell’esistere.

Pur con le dovute differenze e diversissime conseguenze ed esiti, forse qualcosa di comune era nell’aria.

Novecento – sito ufficiale della mostra

Mario Sironi, L'Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma

Mario Sironi, L’Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma

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Andrea Palladio, I quattro libri dell’architettura, Venezia, 1570

Andrea Palladio, I quattro libri dell’architettura, Venezia, 1570

PROEMIO A I LETTORI

Da naturale inclinatione guidato, mi diedi nei miei primi anni  allo studio dell’architettura; e perché sempre fui di opinione che gli antichi Romani come in molt’altre cose così nel fabricar bene habbiano di gran lunga avanzato tutti quelli che dopo loro sono stati,  mi proposi per maestro e guida Vitruvio, il quale è solo antico scrittore di quest’arte, e mi misi alla investigatione delle reliquie de gli antichi edificii, le quali malgrado del tempo e della crudeltà de’ barbari ne sono rimaste. E ritrovandole di molto maggiore osservazione degne ch’io non mi haveva prima pensato, cominciai a misurare minutissimamente con somma diligenza ciascuna parte loro: delle quali tanto divenni sollecito investigatore, non vi sapendo conoscer cosa che con ragione e con bella proportione non fosse fatta, che poi non una, ma più e più volte mi son trasferito in diverse parti d’Italia e fuori per potere intieramente da quelle quale fusse il tutto comprendere, e in disegno ridurlo.

Laonde veggendo, quanto questo comune uso di fabricare sia lontano dalle osservationi da me fatte ne i detti edificii, e lette in Vitruvio e in Leon Battista Alberti e in altri eccellenti scrittori che dopo Vitruvio sono stati, e da quelle anco che di nuovo da me sono state praticate con molta sodisfattione e laude di quelli che si sono serviti dell’opera mia, mi è parso cosa degna di huomo, il quale non solo a se stesso deve esser nato, ma ad utilità anco de gli altri, il dare in luce i disegni di quegli edificii, che in tanto tempo e con tanti miei pericoli ho raccolti, e ponere brevemente ciò che in essi m’è parso più degno di consideratione, e oltre a ciò quelle  regole che  nel fabricare ho osservato e osservo; a fine che coloro i quali leggeranno questi miei libri possino servirsi di quel tanto di buono che vi sarà, e in quelle cose supplire, nelle quali (come molte forse ve ne saranno) io haverò mancato: onde così a poco a poco s’impari a lasciar da parte gli strani abusi, le barbare invenzioni e le superflue spese, e (quel che più importa) a schifare le varie, e continue ruine, che in molte fabriche si sono vedute.

Andrea Palladio, Spaccato prospetto e pianta della Rotonda, da I quattro libri dell'architettura, 1570

Andrea Palladio, Spaccato prospetto e pianta della Rotonda, da I quattro libri dell’architettura, 1570

VILLA ALMERICO-CAPRA detta LA ROTONDA (dal Secondo Libro, cap. 32)

Fra i molti honorati  gentil’huomini  vicentini  si  ritrova monsignor Paolo Almerico huomo di Chiesa, e che fu referendario di due sommi Pontefici, Pio IV e V, e che per il suo valore meritò di esser fatto Cittadino Romano con tutta la casa sua. Questo gentil’huomo dopo aver vagato per molt’anni per desiderio di honore, finalmente morti tutti i suoi, venne a rimpatriare, e per suo diporto si ridusse ad un suo suburbano in monte, lungi dalla città meno di un quarto di miglio. Ove, ha fabricato secondo l’inventione che segue, la qual non mi è parso mettere tra le fabriche di villa per la vicinanza ch’ella ha con la città, onde si può dire che sia nella città istessa.

Il sito è de gli ameni e dilettevoli che si possano ritrovare: perche è sopra un monticello di ascesa facilissima, e da una parte bagnato dal Bacchiglione, fiume navigabile, e dall’altra è circondato da  altri amenissimi colli, che rendono l’aspetto di un molto grande theatro, e sono tutti coltivati, e abbondanti di frutti eccellentissimi e di buonissime viti. Onde, perché gode da ogni parte di bellissime viste, delle quali alcune sono terminate, altre più lontane, e altre che terminano con l’orizzonte, vi sono state fatte le loggie su tutte e quattro le faccie: sotto il piano delle quali e della sala sono le stanze per la commodità, e uso della famiglia. La sala è nel  mezo,  è  ritonda,  e  piglia  il lume di sopra. I camerini sono ammezati. Sopra le stanze grandi, le quali hanno i volti alti secondo il primo modo, intorno alla sala vi è un luogo da passeggiare di larghezza di  quindici  piedi e  mezo. Nell’estremità de i piedestili che fanno poggio  alle  scale  delle  loggie vi sono statue di  mano di messer Lorenzo Vicentino, scultore molto eccellente.

Andrea Palladio (Padova, 1508 – Maser, 1580), da I quattro libri dell’architettura, presso Domenico de Franceschi, Venezia, 1570.

Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio

Andrea Palladio, Villa Almerico-Capra detta la Rotonda, Vicenza (foto Antonio Politano)

Andrea Palladio, Villa Almerico-Capra detta la Rotonda, Vicenza (foto Antonio Politano)

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Pittore dell’Italia Centrale, Città ideale (particolare), 1470/1480/1490, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Per fare una grande mostra occorrono pochi ma selezionati pezzi: solo così è possibile concentrarsi su essi e sulle ragioni dell’esposizione. Che noia, invece, l’esibizione in eventi temporanei di decine e decine, spesso ben oltre il centinaio, di opere (neanche si fosse ad una fiera), due terzi delle quali di medio/basso valore, utili solo a gettare fumo negli occhi del visitatore per coprire il poco arrosto a disposizione.

Tutto il contrario di La città ideale – L’utopia del Rinascimento a Urbino, sicuramente una delle più belle mostre dell’anno, ancora in corso sino al prossimo 8 luglio al pianterreno del Palazzo Ducale urbinate, più che mai contenitore e opera centrale esso stesso: in totale una cinquantina di oggetti di primissimo ordine fra disegni, tarsie lignee, incisioni, codici miniati e manoscritti, medaglie e dipinti, fra cui due delle tre versioni note della cosiddetta Città ideale (per problemi conservativi non è stato possibile spostare quella berlinese, purtroppo in condizioni precarie).

Basterebbero la serie strepitosa delle tarsie (da completarsi, ça va sans dire, ai piani superiori del Museo con lo Studiolo del Duca) o le teche coi codici di Piero della Francesca, Francesco di Giorgio Martini e Leon Battista Alberti a dire del clima di rapporto aureo (come la celebre “sezione” e l’ossessione che ne deriva) fra ogni ambito del pensare/fare artistico/artigiano e l’architettura, che Federico da Montefeltro seppe creare chiamando nella sua amatissima capitale umanisti e artisti di ogni genere in grado di farla diventare in quel secondo ‘400 il vero e proprio centro del “rinascimento matematico”, secondo la definizione di André Chastel. In questo senso assai significativa risulta la presenza del ritratto del frate matematico Luca Pacioli (anch’egli da Sansepolcro, come il suo amico Piero) del misterioso Jacopo de’Barbari.

Erano tutti uomini convinti che Dio fosse il sommo matematico-architetto e che l’uomo potesse partecipare della Sua perfezione grazie all’intelletto che lo rendeva essere unico e superiore nel creato. L’arte (con la “divina proporzione” e le leggi della prospettiva) ne era conseguenza diretta.

Prezioso il confronto fra i Miracoli di San Bernardino di anonimo d’ambito perugino, La nascita della Vergine di Fra’ Carnevale (una delle due stupende Pale Barberini), le Flagellazioni di Piero e del Signorelli, la predella della pala Oddi di Raffaello, i bulini e le chine bramantesche (inclusa quella più tarda del Barocci su San Pietro in Montorio, con quei colpi di biacca in anticipo di due secoli sul vedutismo settecentesco), tutte opere qui considerate anzitutto dal punto di vista delle architetture in esse raffigurate. Ed è incredibile quanta strada si sia fatta in pochissimi decenni se si pensa alla prima sala aperta col gusto ancora tardogotico e medievale del Sassetta o di Nicola di Ulisse, benché già in pieno XV secolo.

Pittore dell’Italia Centrale, Città ideale, 1470/1480/1490, Walters Art Gallery, Baltimora

Infine, una nota personale sulle tavole che danno titolo all’esposizione: conosco due delle valenti chimiche che hanno effettuato le analisi su di esse qualche mese fa ed essendomi appassionato alla questione dell’identikit del loro autore ho cominciato una serie di supposizioni con scambio di e-mail. Come si evince dall’ottimo (ma costoso!) catalogo, si tratta di tempere e non di opere ad olio, cosa che, vista la datazione, conferma anche dal punto di vista tecnico una produzione inerente l’Italia centrale, fra i poli di Urbino e Firenze per la precisione (sebbene opere di maestri delle Fiandre circolassero nella capitale medicea sin dai tempi di Cosimo il Vecchio, fu a Venezia che per prima si diffuse l’uso dell’olio dei fiamminghi anche grazie al tramite di Antonello da Messina). A proposito, di che anni si tratta? Siamo fra i ’70 e gli ’80 del ‘400 (basti vedere certe somiglianze non casuali con le tarsie coeve dello Studiolo ducale e non è mancato chi in passato ha indicato per questo e per quelle l’unico nome di Baccio Pontelli), che le schede in catalogo a cura di Alessandro Marchi estendono sino ai ’90, forse possibili per quanto riguarda le figurine di Baltimora aggiunte in un secondo tempo come aveva suggerito Federico Zeri nelle pagine relative in Italian Paintings in the Walters Art Gallery (vol.1, Baltimore, 1976).

Non è chiaro se facessero parte di una stessa serie, forse servivano come spalliere, nulla è sicuro, tranne la loro più che probabile riconducibilità alla corte “matematica” urbinate, atmosfera di cui sono intimamente intrise.

Peraltro, sul retro della tavola tuttora a Urbino si legge “di S. Chiara XXXIX. Urbino”, da intendersi come il monastero francescano dove probabilmente l’aveva portata una delle figlie del duca Federico, Elisabetta, che lì si ritirò. In seguito l’opera venne registrata col numero romano 39: purtroppo è disperso l’inventario, che per certo avrebbe aiutato l’indagine.

Nel 1775 Michelangelo Dolci la riscoprì presso le clarisse assegnandola al Bramante, curiosamente come una delle attribuzioni più recenti (2009) dovuta a Luciano Bellosi, lo storico dell’arte scomparso lo scorso anno.

Francesco di Giorgio Martini, Teatro romano (pianta e alzato) dal “Trattato di architettura civile e militare”, anni ’80 del XV sec., Biblioteca Laurenziana, Firenze

Anch’io sono convinto del fatto che dietro alle tre città ideali ci sia la mente di un architetto e va ricordato che al tempo non era inusuale rivolgersi a questa categoria anche per decorazioni e pitture.

Così, in un primo tempo avevo pensato a Francesco di Giorgio Martini sulla scorta di un disegno della Laurenziana nel suo Trattato di architettura civile e militare, ma viste le sue prove pittoriche decisamente senesi e così diverse, ho poi ragionato su Alberti e Laurana, teste plausibili ma mani impossibili da riconoscere e confrontare dal momento che non sono noti loro dipinti. Tengo a sottolineare che non sto attribuendomi i meriti d’aver avanzato per primo i nomi di tali artisti: c’è una letteratura lunga oltre un secolo che almanacca su di essi. A proposito, c’è anche chi ha parlato di Giuliano da Sangallo.

C’è poi l’ipotesi Piero, pittore intimamente connesso con l’architettura (del reale anzitutto). Già, la luce zenitale di Piero col suo portato irreale in senso matematico, ma rivedendo le tre Città c’è più di qualche elemento nelle dimensioni degli edifici e nei colori stessi che non mi convince in senso autografo (così come scarterei Fra’ Carnevale, altro nome proposto dalla critica).

Certo, chi le ha realizzate doveva conoscere cose e teorie pierfrancescane, albertiane, brunelleschiane, vitruviane, doveva aver visto Roma e Firenze (come testimoniano in particolare le strutture ritratte in Baltimora) e aver respirato l’aria urbinate.

Insomma, concludere su una attribuzione certa è e credo sarà sempre impossibile. Questi dipinti sono figli di un’epoca, di idee e di un’area territoriale ben precise, questo solo è possibile affermare.

Riparlando di recente con una delle mie amiche chimiche, non è affatto da escludere (anzi!) che mente (d’architetto, di questo resto convintissimo) e mano esecutrice siano diverse. Non solo: guardando per la prima volta dal vero Baltimora e Urbino l’una di fronte all’altra, ho avuto la sensazione netta che anche le mani da quadro a quadro fossero diverse, rese simili solo dal progetto pensato da un unico (altro?) cervello.

La città ideale – L’utopia del Rinascimento a Urbino 

Ps. Petite madeleine: qualche giorno fa, in auto verso Urbino con Silvia e il piccolo Niccolò ho messo su un po’ di musica. Nel mix c’erano un paio di canzoni di Dalla, lo stesso cantautore che mio padre mi faceva ascoltare più di trent’anni fa, durante i lunghissimi viaggi verso sud.

Ho pensato, non senza un brivido di commozione, “ora tocca a me”.

Pittore dell’Italia Centrale, Città ideale, 1470/1480/1490, Staatliche Museen Gemӓldegalerie, Berlino

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