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Archive for the ‘attualità’ Category

Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964

(…) Il direttore di “Arte” Michele Bonuomo, che è stato collaboratore di Lucio Amelio e con gli artisti ci sta benissimo, mi annunziò un giorno che Editalia voleva affidarmi la progettazione di un multiplo. Il che mi procurò angoscia e sgomento, non avendo io nessuna idea di cosa potessi fare.

Fino a quando Michele prese da una scansìa del mio studio una bottiglia di vetro con dentro un foglio cancellato: il classico messaggio nella bottiglia. Io non l’avevo visto, nonostante fosse lì da trent’anni. Michele lo vide.

“Ecco l’idea” disse. “Basta moltiplicarla”.

Allora ho capito che un poeta esiste davvero quando non è lui il solo che vede. Ma quando sono gli altri a vedere lui.

Emilio Isgrò, Autocurriculum, Sellerio, Palermo 2017, p. 222.

www.emilioisgro.info

Emilio Isgrò, Una indivisibile minorata (da La Costituzione cancellata), 2010

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Federica Landi, Shell, 2017, stampa fine art su carta cotone, 70×100 cm

Oggi, 27 gennaio 2018, inaugura Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani, mostra collettiva a cura di Carlo Sala che riunisce le opere di Federica Landi (Rimini, 1986), Victor Leguy (San Paolo, 1979), Pedro Vaz (Maputo, 1977), Marco Maria Zanin (Padova, 1983) nelle sale del Museo del Paesaggio di Torre di Mosto in provincia di Venezia.

I quattro artisti presentano in mostra lavori inediti realizzati nel corso di Humus Interdisciplinary Residence, piattaforma interdisciplinare che ha come scopo la contaminazione tra il mondo dell’arte contemporanea e quello di territori “al margine”, ancora estremamente legati al rapporto con l’agricoltura, le tradizioni del mondo contadino, il paesaggio, la terra intesa nel senso primario del termine. A stretto contatto con la popolazione locale, gli artisti hanno potuto operare una rilettura delle identità locali che è anche strumento di creazione di consapevolezza e di sviluppo per la stessa comunità.

Pedro Vaz, Segunda Natureza, 2017, still da video. Doppia proiezione video, (2x) 1080x1440px, 43, loop. Doppia struttura di proiezione, (2x) 120x160x70cm, legno, tela per proiezione.

Se il lavoro di Pedro Vaz, paesaggista, si è centrato sulla rappresentazione di un tratto del fiume Livenza, Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin hanno deciso di focalizzarsi sulla rilettura e la narrazione in senso contemporaneo del patrimonio di oggetti appartenenti al Museo della Civiltà Contadina della piccola località di Sant’Anna di Boccafossa, che gli artisti hanno visto come una potenziale attrattiva per attività di educazione, turismo e ricerca.

Marco Maria Zanin, Figura magico-religiosa, 2017, stampa fine art su carta cotone
16×20 cm

In mostra saranno esposte una serie di fotografie di Federica Landi, una installazione di Victor Leguy, una video installazione e due grandi pitture di Pedro Vaz, fotografie e sculture di Marco Maria Zanin. Ci sarà inoltre una installazione collettiva realizzata dagli artisti Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin secondo il modello del deMuseo, dispositivo che mira a ripensare l’idea tradizionale di museo inteso come ente conservativo statico, divenendo al contrario un “organismo” dinamico dove le esperienze collettive sono il fondamento per raccogliere e elaborare la storia e la memoria locale, che possa fungere da volano per fortificare l’identità e la coesione sociale di un territorio.

Victor Leguy (fotografie di Marco Maria Zanin), Rinascita #01 (dettaglio), legno, tessuto, terra, vetro, oggetto, stampe

In occasione del seminario di conclusione dei lavori che avrà luogo il 25 febbraio 2018 alle ore 17.00 verrà presentata la pubblicazione contenente i testi critici, le immagini del processo artistico e delle opere.

Press Irene Guzman

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani

artisti: Federica Landi, Victor Leguy, Pedro Vaz, Marco Maria Zanin

a cura di: Carlo Sala

sede: Museo del Paesaggio di Torre di Mosto

indirizzo: Torre di Mosto, Località Boccafossa (Venezia)

date: 28 gennaio – 25 febbraio 2018

opening: 27 gennaio 2018, ore 18.00

orari: sabato: 15.00-18.00 e domenica: 10.00-12.00 / 15.00-18.00. Dal lunedì al venerdì su appuntamento.

visite guidate: domenica 28 gennaio, 4, 11 e 18 febbraio dalle 15.00 alle 18.00

 

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Franco Guerzoni, Motivi vaganti, 2017. Il tappeto Motivi vaganti, misura cm 260 x 390, firmato dall’artista e numerato, è composto dal 100% lana ‘ghazni’, origine Afghanistan, cardata e filata a mano.

Motivi vagantiNuove trame è un progetto di Franco Guerzoni in collaborazione con la Galleria Antonio Verolino di Modena, uno spazio che mette in dialogo le poetiche di alcuni importanti artisti del nostro tempo (David Tremlett nel 2015, Enzo Cucchi e Luigi Ontani nel 2016, e adesso Guerzoni) e la tradizione dell’arte tessile, con un’attenzione esclusiva alla produzione di arazzi e tappeti. Il progetto, a cura di Davide Ferri, sarà inaugurato oggi, sabato 20 gennaio, alle ore 18.00.

Motivi vagantiNuove trame si dispiega attorno a una grande opera – un tappeto interamente annodato a mano a Lahore, in Pakistan, a partire da un progetto grafico di Guerzoni, la cui immagine (indefinita e movimenta come quelle di ogni lavoro dell’artista) diventa fulcro narrativo e il centro energetico di tutta la mostra.

La sovrapposizione di toni e di colori che caratterizza ogni dipinto di Guerzoni, risultato di un “racconto del tempo” che prevede una fase di addizione, di costruzione della base materiale del dipinto attraverso strati successivi, e un’altra di sottrazione, scavo e rimozione, si traduce nel tappeto in una nuova dimensione materiale, in un diverso processo di emersione dell’immagine, grazie sia alla tecnica pot-dyeing che permette molte sfumature di colore, sia alla particolare attenzione dedicata alle finiture e nello specifico nella rasatura di alcune aree dell’opera per ottenere la massima fedeltà al progetto dell’artista.

Del resto le immagini di Guerzoni sono state sempre aperte alla possibilità di vagare o trasmigrare da un linguaggio all’altro, come è avvenuto nei passaggi – l’artista li chiama “snodi” — che hanno segnato il suo percorso nel corso degli anni: dalla fotografia al disegno, dal disegno alla pittura e talvolta anche all’oggetto. “Rivedere un’immagine che conosco profondamente, volare dal proprio supporto a un altro –afferma l’artista – è come un effetto speciale”.

Quello del tappeto è stato in alcuni momenti un passaggio prefigurato (in certi disegni del passato compare l’immagine del tappeto), un approdo immaginato, un desiderio che per la prima volta, in occasione di questo appuntamento modenese, trova il suo compimento.

Oltre al tappeto, Motivi vagantiNuove trame includerà anche altri lavori: il progetto dipinto da cui deriva l’immagine riprodotta nel tappeto; alcuni disegni dell’artista realizzati in corso d’opera, che, più che progetti, sono da intendersi come immagini potenziali, o ritratti di un oggetto (il tappeto) ancora sconosciuto dall’artista; un arazzo in lana, tessuto a telaio in Sardegna, seconda opera prodotta dalla Galleria Antonio Verolino, recante le tracce di segni inquieti – fluttuanti sul bianco del tessuto e ricamati a mano – una riemersione, su un nuovo supporto, di forme e motivi che costituiscono da sempre la sua “archeologia personale”, reale e immaginaria.

 

Motivi vagantiNuove trame si potrà visitare fino al 25 febbraio 2018. Disponibile catalogo in galleria. Orari di visita per il pubblico: da lunedì a sabato, dalle 9.00 alle 19.30. Domenica chiuso.

Galleria Antonio Verolino

Via Farini 70 (angolo Piazza Roma)

41121 Modena – Italy

Tel. +39 059 23 78 45

Fax +39 059 22 26 18

http://www.galleriaantonioverolino.com

info@galleriaantonioverolino.com

Instagram: galleria_antonio_verolino

 

Sara Zolla press

 

 

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La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Premessa: quello che segue è il mio testo critico e prefazione al catalogo Primošten Gospa od Loreta, a cura di Vanesa Varga (Primošten 2017). Desidero ringraziare l’artista e professore Milun Garcevic per avermi coinvolto in questo bellissimo progetto.

La Madonna di Loreto sul colle Gaj a Primosten

di Luca Maggio

“Sgomento d’ogni sgomento,/ recare i Cieli nel mio grembo.” W.B.Yeats, La madre di Dio

“Torna da noi, Madonna, torna da noi con tuo figlio!” A. Bonifačić

La vita riserva non poche sorprese non sempre positive e di fronte ad alcune difficoltà si possono avere dubbi, timori, paure persino. Si può pensare di ritirarsi perché talvolta il coraggio rischia di dissolversi proprio quando la battaglia incalza o l’incertezza per noi o i nostri cari diventa intollerabile. Le forze cedono e non si sa se procedere e come aiutare chi ci sta a cuore, come dissipare la nuvola di dubbi che tiene prigioniera la nostra mente e non permette di agire. Non a caso il poeta latino Lucrezio all’inizio del secondo libro del suo capolavoro Sulla natura delle cose scrive: “È bello, quando sul vasto mare i venti sollevano le acque,/ seguire da terra la disperata lotta altrui;/ non perché sia un dolce piacere che qualcuno sia in pericolo,/ piuttosto perché è dolce rendersi conto di quali mali tu sia privo.”[1]

Ma quando tocca a ognuno di noi affrontare la tempesta? Siamo esseri umani e abbiamo bisogno di sogni da realizzare e di conforto lungo il cammino. A chi rivolgere le prime preghiere di aiuto per imparare a muovere i passi iniziali di quel tempo breve o duraturo che chiamiamo esistenza? Anzitutto alla figura materna, dispensatrice di vita e amore che da sempre accompagna l’uomo. E il bacino del Mediterraneo ne è culla preziosa nei riferimenti paleolitici e neolitici alla Grande Madre, come alle sue declinazioni nelle divinità di diverse culture con altrettante differenti funzioni, da Ishtar a Demetra, da Mater Matuta a Iside. Quest’ultima in particolare è stata talvolta associata alla Vergine Maria cristiana sia per il colore nero di alcune sue rappresentazioni (Iside è la notte che partorisce la luce di Horus, divinità solare), sia per la maternità di alcune sculture che la ritraggono nell’atto di allattare il figlio.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La Vergine di Loreto è una delle tante e antiche Madonne nere sparse per il mondo e il suo culto raggiunse Primosten in Croazia nella prima metà del XIX secolo: una sua immagine è tuttora venerata e ogni anno festeggiata nella chiesa di St. Juraj quale protettrice di tutta la popolazione. Un vero e proprio patto di amicizia lega inoltre Loreto e Primosten dal settembre del 2011 e l’anno successivo ha avuto origine l’imponente progetto che è stato solennemente inaugurato nel maggio 2017: sul colle Gaj che domina la cittadina dalmata è stata realizzata una statua in onore della Madonna lauretana di ben 12,5 metri, che diventano 17,5 se si considerano anche le scale d’accesso e il piedistallo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

L’opera ha impegnato con i rispettivi collaboratori l’architetto Aron Varga e il professor Milun Garcevic, docente di Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria, che ha ideato una decorazione musiva di sfolgorante bellezza per l’intero manto esterno della Vergine (una superficie di ben 90 metri quadrati), oltre che per il pavimento (22 metri quadrati) della cappella sottostante la statua e raffigurante i quattro fiumi della Genesi che proseguono anche sul piazzale esterno del luogo consacrato, quasi divenendo raggi di luce che si spandono alla base dell’intera costruzione, a sua volta da intendersi come faro di luce e fede per chiunque la visiti da vicino o la veda dal mare.

La cappella sotto la statua con i quattro fiumi biblici

In particolare il tema dei quattro fiumi (Pison, Gihon, Tigri, Eufrate), che secondo il racconto biblico segnavano i confini del mondo e a loro volta si dipartivano dall’unico corso d’acqua che Dio aveva posto in Eden[2], è assai antico e lo si ritrova ad esempio nei mosaici bizantini del VI secolo nell’abside di San Vitale a Ravenna, dove simboleggia la potenza eterna di Cristo come signore della storia[3], come nel particolare di un’altra abside a mosaico più tarda (XII secolo) nella basilica di San Clemente a Roma, dove due cervi, allegorie dell’anima del credente[4] e insieme figure cristologiche[5], si abbeverano a quelle fonti originarie del creato stesso.

La cappella con i quattro fiumi biblici (particolare)

Del resto anche nella cappella di Primosten, dove l’immagine dei fiumi biblici, ossia l’acqua primordiale della vita, è risolta con tessere di quarzite brasiliana dai diversi colori (azzurro, rosso ferroso, verde, ambrato), che partendo da un altare-monolite centrale in pietra formano un disegno sinuoso su cui compaiono le iscrizioni in ebraico con i quattro nomi fluviali, la tradizione veterotestamentaria si lega con un altro antichissimo motivo cristiano e neotestamentario, quello del pesce.

La cappella con i quattro fiumi biblici: Pison

La cappella con i quattro fiumi biblici: Gihon

Qui infatti i quattro pesci, sempre in mosaico e nuotanti in ciascun fiume, richiamano significati molteplici: l’etimologia cristologica dell’acrostico greco Ichthys[6], la chiamata di Gesù rivolta a Simone e Andrea[7], l’allegoria del “pesce-buon cristiano” che rinasce nella piscina battesimale come testimoniato da Tertulliano[8], mentre Clemente Alessandrino si rifà al Cristo pescatore di uomini[9].

La cappella con i quattro fiumi biblici: Tigri

La cappella con i quattro fiumi biblici: Eufrate

L’esterno della cappella a tronco di cono è rivestito in granito verde-mare, tonalità chiara in accordo con la delicatezza cromatica del mantello della Madonna (oltre a sposarsi col verde dei vigneti e della vegetazione circostante), mentre l’interno riceve costantemente la luce solare grazie a delle finestre-feritoie verticali che corrono da est a ovest, dunque seguendo il corso dell’illuminazione naturale.

Sopra questo possente basamento che poggia su quattro pilastri, si trova l’anello di congiunzione con la statua vera e propria, anch’essa di forma conica o “a campana” sia come l’originale Vergine di Loreto, sia come alcuni splendidi minareti musulmani[10], poiché l’elevazione verso la luce di Dio non conosce confini religiosi e l’arte ne è un suo ponte privilegiato. Del resto, se la parola “ponte” è nell’etimologia stessa del nome Primosten, non bisogna scordare che il Corano dedica alla Madre di Gesù l’intera Sura 19 e così la definisce nel XII secolo il grande mistico iraniano Rûzbehân Baqlî: “Lei fu fatta per portare l’altissima Parola e la Luce dell’altissimo Spirito. Quando si trovò incinta, perché attraversata dal riflesso della bellezza dell’Eterno, si appartò dalle creature, mettendo la sua gioia nell’unione con la realtà.”[11]

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Quest’opera non è solo un faro di splendore luminoso per i mosaici e il significato spirituale che la caratterizzano, ma è anche ponte fra le due sponde dell’Adriatico, come scrisse Ivo Andrić: “…tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.”[12]

La statua di questa Madonna è costituita da otto sezioni, sei per il mantello, una per le teste di Maria e del Bambino e infine l’ultima con la corona a tre croci croata, che ricorda il numero della Trinità, come quello dei raggi mosaicati che partono dal capo di Gesù sull’aureola che ne circonda il volto.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

I due santi ritratti sono in cemento armato successivamente verniciato in grigio-marrone e protetti da un rivestimento trasparente, come del resto tutto il mosaico della statua, e sono opera dello scultore Nikola Vidrag, il quale per Maria si è ispirato al rinascimento fiorentino e alla Proserpina del neoclassicista statunitense Hiram Powers, mentre per Gesù ha guardato a Donatello. Il loro colore scuro, oltre a inserirsi nella tradizione delle Madonne nere, ricorda la preziosità dell’ebano ma è anche simbolo di umiltà, di richiamo alla terra, che insieme all’acqua e alla luce forma la vita sul nostro pianeta: non a caso essi sono i tre elementi fondamentali più volte citati in quest’opera.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La ricchissima decorazione musiva del manto, ottenuta grazie a un uso sapiente di tecniche[13] e di materiali svariati dai colori chiari (marmi, quarzi, specchi e vetri musivi anche in oro e argento), scelti e disposti per riflettere più luce possibile come la pioggia di tessere specchianti sul velo del capo della Vergine, qualità che sarebbe forse piaciuta allo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (“In verità la Luce è del Bene ed è immagine del Bene: così si celebra il Bene dicendolo Luce”)[14], spazia dai classici simboli mariani come il monogramma con la doppia M intrecciata, la stella e la rosa, a giochi di geometrie simmetriche che rimandano all’intera storia del mosaico, dall’Eanna[15], il tempio mesopotamico di Inanna originariamente a Uruk, alle eleganze delle decorazioni islamiche, sino alle linee curve, fluenti e quasi calligrafiche dei racemi come dello stile armonico di Milun Garcevic.

La Madonna di Primosten dunque risplende da lontano con i movimenti che la luce compie sulla sua superficie e ricorda a ogni visitatore la sua presenza protettiva, così ben espressa nell’antica Liturgia bizantina delle ore: “Salvami, Signora, per la tua intercessione e concedimi di alzarmi dal sonno tenebroso per dare gloria a te con la potenza del Figlio di Dio che da te ha preso carne.”[16]

E se anche non si fosse credenti, questa figura che avvolge in un grande e candido manto suo figlio ricorda a tutti il dovere di custodire la vita, specie degli indifesi, come un bozzolo di farfalla che sta per aprirsi e un giorno spiccare il volo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

 

Note:

[1] Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II, 1-4: “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,/e terra magnum alterius spectare laborem;/ non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,/sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.”

[2] Genesi, 2, 10-14.

[3] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, p.37.

[4] “Come la cerva anela/ai corsi d’acqua,/ così l’anima mia anela/ a te, o Dio.”, Salmo 42,2.

[5] Secondo Ambrogio e, dopo lui, Agostino, il cervo-Cristo vince il serpente-Satana, sempre rappresentati nel sopracitato mosaico in San Clemente a Roma, in G.-H. Baudry, Simboli cristiani delle origini, I-VII secolo, Milano 2009, pp.106-107.

[6] Ichthys: Iesous Christos, Theou Yios, Soter ossia “Gesù Cristo. Figlio di Dio, Salvatore”. Non si sa chi abbia inventato questo acrostico, ma Agostino riferisce di averlo letto in un testo greco della Sibilla di Eritrea, in G.-H. Baudry, 2009, pp.41-42.

[7] “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.”, Matteo, 4, 18-19.

[8] “Noi, piccoli pesci, che prendiamo il nome dal nostro Ichthys, Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo in essa siamo salvati.”, Tertulliano, Il Battesimo, 1,3.

[9] “Pescatore di uomini, di quelli che hai salvato dal mare del vizio; i pesci puri dall’onda avversa trai alla vita amabile.”, Clemente Alessandrino, Il pedagogo, III, 12, 101,3.

[10] Ad esempio i minareti di Emin a Turfan  nello Xinjiang cinese, l’Islam-Khodja e il Kalta-Minor a Khiva in Uzbekistan o la Torre di Burana in Kirghizistan.

[11] R. Baqlî, Commento al Corano, 2,7.

[12] I. Andrić, Racconti di Bosnia, 1963 (Roma 1995).

[13] In particolare: : opus incertum, opus regulatum, opus reticulatum, opus listatum.

[14] Pseudo-Dionigi l’Areopagita, De divinis nominibus, IV, 4, in I mistici dell’Occidente, Vol. I, a cura di E. Zolla, Milano 2003, p. 447.

[15] Letteralmente la “Casa del cielo”, i cui resti sono oggi conservati al Pergamonmuseum di Berlino.

[16] Maria. Testi teologici e spirituali dal I al XX secolo, a cura della Comunità di Bose, Milano 2000, p.403.

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Paolo Gotti, Australia 2009

Inaugurata venerdì 15 dicembre, la mostra fotografica Ruggine di Paolo Gotti resterà aperta in via Santo Stefano 91/a a Bologna sino al prossimo 6 febbraio 2018.

Questo nuovo progetto espositivo si sofferma su un tema difficile come quello dello scorrere del tempo, intessuto di memorie, separazioni, assenze, rinunce e sogni infranti, attraverso fotografie dall’alto grado poetico ed emozionale scattate in quarant’anni di viaggi attorno al mondo: oltre settanta paesi nei cinque continenti che Paolo Gotti ha visitato e soprattutto immortalato con la sua fedelissima macchina analogica.

Paolo Gotti, Brasile, 2006

Paolo Gotti, Colombia 2010

Attraverso uno sguardo malinconico e nello stesso tempo intenso e sensibile, scorrono le immagini di una vecchia miniera di sale ai confini della Colombia e di una carriola arrugginita abbandonata in un Brasile non lontano dall’Oceano Atlantico. O ancora la carcassa di un’automobile nel deserto del Sahara, le propaggini di una miniera d’oro che sprofonda duemila metri sotto la terra del Ghana, una finestra rotta di una vecchia fabbrica da qualche parte in Lettonia, un’abitazione corrosa dalla salsedine sul lungomare di Baracoa a Cuba, un relitto di ferro divorato dalla ruggine sugli scogli del Mediterraneo. E si torna in Africa davanti a un pulmino che si è fermato prima di attraversare il confine con il Niger, così come il vecchio autobus silenzioso testimone di migliaia di storie su e giù per le vie di Bangalore in India. Alle due estremità di questo spettro cromatico dell’abbandono, le due facce della stessa medaglia: un carrarmato rimasto solo nel deserto rovente dello Yemen è l’immagine simbolo di ciò che resta della guerra, mentre i resti della nave da crociera Tropical Dreams naufragata su una spiaggia delle Filippine diventa la rappresentazione di ciò che resta dei sogni.

Paolo Gotti, Baracoa, Cuba, 2014

Le immagini sono accompagnate da racconti “minimi” di Natascia Ronchetti, scrittrice e giornalista, collaboratrice di testate tra cui Il Sole 24 Ore e Il Venerdì di Repubblica. In occasione della mostra sarà presentato anche il calendario tematico Ruggine che racchiude tredici fra le immagini più significative dell’esposizione.

Press Irene Guzman

Paolo Gotti, Tropical dreams, Filippine, 2001

RUGGINE. Una mostra fotografica di Paolo Gotti

16 dicembre 2017 – 6 febbraio 2018

orari: da martedì a domenica, 10-13; 16-19
via Santo Stefano 91/a, Bologna

Testi di Natascia Ronchetti

Ufficio stampa: + 39 349 1250956 | paologotti.press@gmail.com

www.paologotti.com

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Il secondo lavoro dell’artista Cristiano Berti della serie Cicli futili è dedicato ad una figura già presente in Cicli futili. Gaggini, col ruolo di intermediario nella committenza della Fuente de la India (L’Avana).

La colonna di tempo interessata dall’indagine è ben più ampia rispetto al progetto precedente, e va dall’ultimo quarto del settecento fino ai nostri giorni. Il protagonista principale è infatti capostipite di una discendenza eterogenea, sparsa nel mondo.

Antonio Boggiano

Il savonese Antonio Boggiano (1778-1860) emigrava a Cuba alla fine del settecento, stabilendosi a Trinidad. La ricerca fin qui compiuta ha permesso di appurare l’avventurosa ricchezza della biografia di questo personaggio perduto nell’oblio, di cui molti afrocubani di Trinidad portano oggi il cognome.

Il progetto

Prevede la realizzazione di una ricerca storica, con la collaborazione di storici trinitari, la realizzazione di una serie di scatti effettuati per l’artista dal fotografo Piero Ottaviano, una pubblicazione.

I Cicli futili

Il progetto Cicli futili prende in prestito il titolo dalla biochimica, per la quale il “ciclo futile” è una dissipazione di energia, un processo che spreca energia. Riguarda la storia, la ricerca storica e il suo significato oggi. L’artista si interroga sul presente e sul futuro di questa disciplina, su quale sia la capacità della storia di contribuire all’interpretazione della realtà, in un mondo che sempre più mescola culture e genti, e su come la pratica della ricerca storica possa sopravvivere in un mondo che fa della velocità un valore imprescindibile. I Cicli Futili di Berti fanno perciò della storia lo strumento di un progetto artistico.

Il progetto è sfociato nella mostra al Museo di Villa Croce di Genova (ottobre 2015) e nella pubblicazione di Gaggini. Le Alpi e il Tropico del Cancro (Quodlibet, Macerata) (novembre 2017).

altroQuale per i Cicli futili

L’associazione altroQuale ha il ruolo di segreteria di produzione del progetto. I contributi economici corrisposti all’associazione, attraverso il crowdfunding o altre fonti di finanziamento, saranno interamente destinati alla produzione di Cicli futili #2: Boggiano.
Obiettivo della raccolta è raggiungere la somma di € 3.900,00.

Per effettuare una donazione:

http://www.altroquale.it/it/cristiano-berti-cicli-futili-2-boggiano/

Ps. Ho voluto dare il mio contributo sia con questo post sia con una donazione anche a questo progetto dell’amico e artista Cristiano Berti perché credo nell’onestà e nella nitidezza priva d’ogni retorica dei suoi lavori. Spero che anche voi lettori vogliate sostenere questa campagna. Grazie a tutti.

 

 

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Ettore Sottsass, disegno per Il pianeta come festival, 1972

La mostra Ettore Sottsass. Oltre il design aprirà domani, sabato 18 novembre 2017 sino all’8 aprile 2018, allo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università Parma, all’interno dei suggestivi spazi dell’Abbazia cistercense di Valserena.

Nel 1979 Ettore Sottsass donò quasi 14.000 materiali progettuali (schizzi, bozzetti e disegni) e 24 sculture allo CSAC. Nel centenario della nascita dell’autore, proprio a partire da questa preziosa donazione, il Centro Studi (Archivio che conta oggi un patrimonio di 12 milioni di pezzi e che nel 2015 è diventato anche Museo) ha ideato un importante progetto espositivo ed editoriale.

Ettore Sottsass, Senza titolo, composizione con elementi di arredo, senza data (1939-40?), pastello a cera, china, acquarello su carta mm 340 x 493, applicata su carta mm 420 x 595

Il titolo della mostra Ettore Sottsass. Oltre il design rimanda al metodo di lavoro proprio di Sottsass che travalica la specificità della sua attività di designer verso una visione più allargata in cui il disegno ha una centralità assoluta, come strumento di progettazione ma prima e soprattutto come momento di riflessione e di verifica formale.

Oltre alla mostra che esporrà parte dei materiali del fondo, un ampio e intenso lavoro di catalogazione e digitalizzazione, a partire dai suoi disegni infantili, sarà restituito nella pubblicazione del catalogo del fondo Ettore Sottsass 1922-1978 (Silvana editoriale).

Press Irene Guzman

CSAC Parma – Ettore Sottsass. Oltre il Design

Ettore Sottsass, Stazione nuova piazza Vittorio, tempera su carta applicata su carta, mm 360 x 253, in basso a destra sul recto “Sot-sas”

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