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Archive for the ‘cinema’ Category

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Baruchello)

FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE è lieta di presentare Doux comme saveur (A partire dal dolce), una videoinstallazione di Gianfranco Baruchello (Livorno, 1924) che ha aperto al pubblico ieri, 14 settembre 2018, in concomitanza con il festivalfilosofia, realizzata in collaborazione con il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e la Fondazione Baruchello, Roma. I video che compongono l’installazione, proiettati negli spazi del MATA – Ex Manifattura Tabacchi per la prima volta dopo il recente restauro delle pellicole originali, sono parte di un progetto dell’artista sul sapore dolce, con interviste a filosofi, critici, poeti e artisti della cultura francese.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Cooper)

Oggi pomeriggio, sabato 15 settembre alle ore 18.30, l’artista Gianfranco Baruchello incontrerà il pubblico e discuterà il progetto con Carla Subrizi (Presidente della Fondazione Baruchello, Roma, e Professore Associato di Storia dell’arte contemporanea presso la Sapienza Università di Roma) e Gianfranco Maraniello (Direttore Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto).

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Lyotard)

Nel 1978 Baruchello concepisce un progetto che prevedeva la realizzazione di un libro in copia unica e un film di interviste sul tema del sapore dolce. Il libro-oggetto prende forma attraverso la raccolta, in fotocopia, da parte dell’artista, di disegni, ritagli di riviste e giornali, appunti: circa 150 pagine, rilegate con una copertina in cartone spesso.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Guattari)

Un anno dopo, a Parigi, il  libro costituisce il punto di partenza per una lunga serie di interviste. Le conversazioni, condotte dallo stesso Baruchello, prendono avvio da riflessioni sul dolce e sulla dolcezza: dal latte materno alle favole (la casa di marzapane di Hänsel e Gretel), dal ricordo del sapore dolce al mito, tra simbolo e realtà, cultura, antropologia e società.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Klossowsky)

Gli intervistati sono sia operai, immigrati e pasticceri, sia importanti esponenti del mondo della cultura tra cui filosofi, scrittori e psicoanalisti del calibro di Jean-François Lyotard, Félix Guattari, David Cooper, Pierre Klossowski, Alain Jouffroy, Paul Virilio, Gilbert Lascault e Noëlle Châtelet. Mentre i primi sono ripresi in esterni o all’interno del proprio posto di lavoro, i secondi sono intervistati nelle loro case o nei loro studi. Le interviste, partite dunque da temi legati al cibo, arrivano ben presto a concentrarsi su questioni filosofiche intorno alla maternità, alla morte, soprattutto animale e destinate al cibo, all’erotismo e alla memoria. Il carattere informale delle interviste costruisce l’ambientazione del film: tutto è improvvisato, amichevole, senza allestimenti tecnici di registrazione, con talvolta rumori di fondo. Per le riprese Baruchello si avvalse della collaborazione del cineasta sperimentale Alberto Grifi.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Lascault)

Irene Guzman press

Informazioni generali

Mostra Gianfranco Baruchello. Doux comme saveur (A partire dal dolce)

Sede MATA – Ex Manifattura Tabacchi
Via della Manifattura dei Tabacchi, 83 – Modena

Periodo 14 settembre – 4 novembre 2018

Conversazione con l’artista sabato 15 settembre 2018, ore 18.30 

Orari di apertura

mercoledì, giovedì, venerdì: 11-13; 16-19

sabato, domenica e festivi: 11-19

Orari per il festivalfilosofia 2018

venerdì 14 settembre, ore 9-23

sabato 15 settembre, ore 9-24

domenica 16 settembre, ore 9-21 

Ingresso

Intero: 6 € | Ridotto: 4 €
Per tutte le riduzioni, convenzioni e gratuità, visitare il sito:

http://www.fondazionefotografia.org/17429/gianfranco-baruchello-doux-comme-saveur-a-partire-dal-dolce/

In occasione di festivalfilosofia

In collaborazione con

Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e Fondazione Baruchello, Roma 

Informazioni

Tel. +39 059 4270657

http://www.fondazionefotografia.org

Ufficio stampa

Irene Guzman | T. +39 349 1250956 | Email i.guzman@fmav.org

Link per scaricare materiali stampa:

http://www.fondazionefotografia.org/press

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Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Baue I, 1907, New York, Neue Galerie

“Coloro che non sono innamorati della bellezza, della giustizia e della sapienza sono incapaci di pensiero.” Hannah Arendt, La vita della mente

Premessa: protagonisti della scena seguente tratta da Stolen Beauty (2017) di Laurie Lico Albanese sono Adele Bloch-Bauer e Gustav Klimt, intento a dipingere il celebre Bacio. Il romanzo si articola in capitoli in cui vengono narrate in prima persona le storie parallele di Adele sullo sfondo decadente e meraviglioso della Vienna di inizio ‘900 e di sua nipote Maria Altmann, dalla fuga dall’Austria hitleriana sino alla restituzione in tarda età (nel 2006, a 90 anni!) di alcuni capolavori rubati alla sua famiglia dai nazisti verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso. Da questa vicenda è stato tratto il bel film Woman in Gold (2015) con protagonista Helen Mirren, ispirato però al precedente libro di Anne-Marie O’Connor The Lady in Gold (2012).

Trattando di arte, giustizia e bellezza, ho pensato fosse la pagina giusta per festeggiare l’ottavo compleanno di questo blog, aperto il 21 marzo del 2010. Ringrazio le migliaia di lettori che in tutto questo tempo hanno voluto fermarsi e dedicarmi qualche attimo del loro cammino.

Gustav Klimt, Il bacio, 1907-08, Vienna, Österreichische Galerie Belvedere

“Lavorava lentamente, con un becco di Bunsen e un vasetto di colla. Passava prima la colla su un pezzetto di tela, poi scioglieva l’oro con la fiamma. Quando aveva raggiunto la giusta fluidità applicava la pittura d’oro con un pennellino piatto. I corpi dell’uomo e della donna venivano avvolti assieme da un unico involucro d’oro: tra loro nemmeno una linea, soltanto i simboli che si fondevano e le vesti che fluttuando si mescolavano in una sola.

-Una volta mi hai chiesto come volevo essere considerata da Vienna, – dissi io. – Ecco quello che voglio – questa magnificenza e ricchezza. Questo genere di complessità: l’infinito fondermi nella città.

– Ed è esattamente quello che intendo donarti, – disse lui.

Quello che c’era tra noi non era affatto semplice, come il puro desiderio o l’attrazione sessuale. Era una brama di bellezza e di significato, la voglia di ricercare nel mondo e in noi stessi. Avevamo il senso della permanenza e la paura dell’oblio. Sapevamo, naturalmente, che tutto è transitorio e niente dura – ma questo non ci impediva di anelare a qualcosa di eternamente bello.”

Laurie Lico Albanese, La bellezza rubata, Torino 2018, p.221.

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mortara-1

Nel cuore nero del XIX secolo italiano, venne commesso un incredibile gesto di crudeltà nei confronti di un’indifesa famiglia ebrea bolognese da parte dell’agonizzante Stato pontificio (Bologna si sarebbe presto unita al Regno sabaudo nel marzo 1860 tramite plebiscito): la sera del 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, che avrebbe compiuto i sette anni il 27 agosto, venne sottratto di forza ai suoi genitori Momolo e Marianna e ai suoi sette fratelli dalla polizia su ordine dell’inquisitore Padre Feletti dietro denuncia dell’ex domestica dei Mortara di aver battezzato il bambino durante una malattia che credeva mortale. Tutto questo era falso e la donna solo un’ingrata vendicativa, ma bastò secondo la legge del tempo per avviare il sequestro e trasferire il piccolo “neocristiano” a Roma dove sarebbe stato educato al cattolicesimo e per sicurezza ribattezzato (dunque le autorità ecclesiastiche sapevano benissimo la malafede con cui stavano agendo), sino a diventare sacerdote e come tale morire nel monastero di Bouhay, vicino Liegi, nel 1940.

A nulla valsero gli appelli disperati della famiglia, il clamore che tale vicenda suscitò presso le corti di mezza Europa e il processo intentato sotto il Regno d’Italia all’ex inquisitore: Pio IX fu crudelmente irremovibile e a parte un breve incontro assistito non diede altri permessi di far rivedere il proprio bambino a dei genitori in sostanza distrutti.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43x351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43×351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Da secoli gli ebrei “deicidi” erano vittima dell’antisemitismo cristiano: senza citare gli studi fondamentali di Lev Poljakov, vengono in mente Il miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello, lo straordinario Shylock shakespeariano, le persecuzioni della corona spagnola da Ferdinando II d’Aragona a Filippo II contro i marranos  o gli altrettanto orrendi pogrom dall’altra parte d’Europa, sino al caso Dreyfus nella civilissima Francia di fine ‘800.

E pur sapendo bene che il primo dovere di uno storico è sempre quello di contestualizzare avvenimenti e sentimenti altrimenti incomprensibili (la schiavitù nell’economia della storia antica, ad esempio), resta sorprendente il cieco accanimento dell’ultimo Papa Re nei confronti di questo bambino e della sua famiglia, come a voler dimostrare un potere ormai fuori dalla storia.

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 118x42

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 42×118

Steven Spielberg, basandosi sul libro di David Kertzer Prigioniero del Papa Re (The Kidnapping of Edgardo Mortara, 1997), girerà presto un film sull’accaduto e l’amico Vanni Cuoghi, nello splendido ciclo che lo scorso anno ha dedicato ai 500 anni del ghetto veneziano, ha ideato un’opera/libro d’artista con svolgimento orizzontale (forse memore della tavola uccellesca) sul caso Mortara di lugubre e calzante perfezione, così carica d’ombre e grigi e neri e azzurri plumbei (l’immagine è all’interno del catalogo Vanni Cuoghi. Da Cielo a Terra, testi di Ivan Quaroni e Riccardo Calimani, Ravenna 2016).

Ma è con piacere che in questo 27 gennaio desidero ricordare la madre di tutti gli studi senza il cui apporto non si saprebbe quasi nulla di una vicenda dimenticata anche a causa dell’orrore indicibile della Shoah, la storica Germana Volli col suo Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX pubblicato nel 1960 e recentemente rieditato dalla benemerita Giuntina di Firenze. L’attenzione, il rigore, la passione autentica e non faziosa per la storia e i suoi documenti rendono di stretta attualità la quarantina di leggibili e scorrevoli pagine di questo libro sia per gli accadimenti in esso descritti sia come esempio del lavoro di un vero storico che ha un solo fine: la verità.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent'anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent’anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

 

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vasini-gennaio-2017

Mirada – ArtSTORIA 5x5x5 : il progetto ideato da Elettra Stamboulis si apre con una prima personale di Sara Vasini e il film Donne senza uomini di Shirin Neshat scelto da Maria Rita Bentini e proiettato presso il Cinema Astoria di Ravenna domenica 15 gennaio 2017 ore 18.30. Accorrete numerosi!

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Premessa: questo articolo è apparso su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016.

Arianna Gallo, Anime, 2015

Arianna Gallo, Anime, 2015

Anime: lo sguardo di Arianna Gallo su Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli

di Luca Maggio 

“…nonostante il vento che scuoteva gli alberi, regnava uno strano silenzio, e la scena ricordava il mondo immerso nell’acqua che si vede dietro le pareti di vetro di un acquario.” Inoue Yasushi, Il fucile da caccia

L’interpretazione data dalla ravennate Arianna Gallo all’universo parallelo creato dall’animazione (da cui l’abbreviazione “anime”) dello Studio Ghibli e di Hayao Miyazaki in particolare va oltre la traduzione in tessera di alcuni loro personaggi per penetrare e rispettare il pensiero e la cultura che li hanno prodotti.

Il riferimento non è dunque solo alle opere singole appese alle pareti della sala-installazione del laboratorio Koko Mosaico, ma a “come” tutto il materiale è stato organizzato dalla Gallo riuscendo a sintetizzare in termini pop (attitudine già evidente nel suo Lens del 2008, mosaico manga[1] acquisito dal MAR[2] nel 2011) sia le idee di Miyazaki, sia lo spirito che, ad esempio, animava le shoheki-ga, le decorazioni tradizionali con soggetti naturalistici su carta montata su parete, create non come giustapposizioni ma per sposarsi con l’architettura del luogo cui erano destinate[3]: l’armonia in Giappone non è mai qualcosa di accessorio, piuttosto intimamente legata alla tendenza centripeta nipponica, dalla lingua parlata, alla capacità tecnica, sino alla politica.[4]Arianna Gallo, Anime, 2015 (18)

Si tratta però di un’armonia analitica, ovvero tendente a scomporre le varie parti di un insieme, una vera e propria “disposizione a un tempo morale e intellettuale che (…) è presente nei più disparati settori della cultura giapponese”[5], dalla cucina, alla musica, alla pittura che, particolarmente in alcuni stili, nell’arte Yamato ad esempio, tende a separare disegno e colore, stendendo quest’ultimo in modo uniforme: è ciò che avviene nelle opere di Arianna Gallo, in cui le sfumature, se ci sono, sono ridotte al minimo percettibile, talvolta sapientemente celate da tocchi di pittura sugli sfondi dei suoi quadri, mentre il disegno è marcato da linee di contorno evidenti grazie al piombo reso più o meno spesso dalla Gallo secondo l’effetto voluto e il soggetto trattato.Arianna Gallo, Anime, 2015 (3)Arianna Gallo, Anime, 2015 (4)Arianna Gallo, Anime, 2015 (5)Arianna Gallo, Anime, 2015 (12)

A proposito, si tratta di immagini tratte da lungometraggi come Totoro, Porco rosso, Si alza il vento, Il castello errante di Howl, La città incantata, Laputa, Princess Mononoke, Ponyo sulla scogliera, Kiki, Arrietty, o da serie televisive come Heidi, Anna dai capelli rossi, Conan, ecc.

Una quindicina di queste sono presentate con studiata asimmetria su una parete dipinta a strisce azzurre, bianche e decorazioni di foglie gialle, come in una stanza d’infanzia, uno dei temi cardine di Miyazaki, in forma di piccoli quadri, tondi o rettangolari, quasi “xenia” pompeiani.

Solo che non si tratta dei doni ospitali e beneauguranti di nature morte tipiche dell’antichità, ma di ritratti di personaggi perfettamente incorniciati come foto di familiari che mescolano esseri umani a esseri fantastici, i kami, ancora una volta nel pieno rispetto della tradizione nipponica che non vuole la separazione netta fra mito e realtà storica tipica dell’occidente moderno.[6]Arianna Gallo, Anime, 2015 (9)Arianna Gallo, Anime, 2015 (6)Arianna Gallo, Anime, 2015 (7)Arianna Gallo, Anime, 2015 (8)

Dunque sono occhi benevoli su chi sta guardando quelli di queste piccole divinità domestiche, protettrici dell’infanzia passata e di quella che ancora ci vive dentro, inclusi gli esseri in apparenza più tenebrosi come la maschera con la mano nera del “Senza volto” della Città incantata, poiché in Miyazaki non c’è alcun manicheismo, anzi ciò che in apparenza è ombra può contenere la luce della purezza, e anche chi commette azioni sbagliate non è mai banalmente malvagio: i pirati di numerosi film sono furfanti e allo stesso tempo eroi e, in generale, sono anime complesse e in cammino quelle di questo grandissimo autore, tanto che spesso necessitano del volo come condizione vitale e mezzo di comunicazione fra mondi paralleli (terrestre/celeste, interiore/esteriore).Arianna Gallo, Anime, 2015 (10)Arianna Gallo, Anime, 2015 (11)Arianna Gallo, Anime, 2015 (15)

Del resto in Giappone la bellezza va scoperta, “è iniziatica, la si merita, è il premio d’una lunga e talvolta penosa ricerca, è finale intuizione, possesso geloso. Il bello ch’è bello subito ha già in sé una vena di volgarità.”[7]

Infatti è nell’intimo delle case che spesso si rivela questa bellezza (si pensi alla nicchia riservata all’ospite detta toko no ma), con la cura infinitesimale del dettaglio, del sentimento sussurrato, come in tanti capolavori esistenziali di Kurosawa o dell’ultimo immenso Ozu.Arianna Gallo, Anime, 2015 (13)Arianna Gallo, Anime, 2015 (14)Arianna Gallo, Anime, 2015 (16)

La bellezza giapponese per essere piena ha bisogno di ombra e non della violenza della luce diretta: Tanizaki ha scritto un saggio significativo sulla magia che l’ombra genera nella fantasia giapponese, dall’architettura esterna, i tetti delle case ad esempio, al trucco degli attori sulle scene teatrali, sino alle pieghe dei kimono femminili: “non nella cosa in sé, ma nei gradi d’ombra, e nei prodotti del chiaroscuro, risiede la beltà.”[8]

Ed ecco apparire sull’angolo opposto alla parete coi ritratti altri personaggi provenienti dall’ombra, i simpatici “nerini del buio” di Totoro, peraltro creati dalla Gallo con una disposizione delle tessere che richiama e omaggia gli amici del gruppo CaCO3, mentre di fronte, su un albero dipinto, si trovano i “kodama”, gli spiriti della foresta di Princess Mononoke, che al buio si illuminano essendo fatti di tessere fotoluminescenti. Ponte e contrasto fra queste due immagini notturne, poiché giocato su toni più chiari, è il ritratto gioioso e saltellante di Totoro, altro kami o spirito della natura dall’aspetto grottesco, la cui presenza proteggerà chiunque vorrà accompagnarsi al suo vento buono per iniziare un viaggio nuovo.Arianna Gallo, Anime, 2015 (28)Arianna Gallo, Anime, 2015 (26)Arianna Gallo, Anime, 2015 (19)Arianna Gallo, Anime, 2015 (30)

Mentre leggerete queste parole l’installazione nel laboratorio Koko Mosaico sarà da tempo stata smontata. Tale cancellazione, inserita in questa esperienza, riporta al significato buddhista, originale e sprezzante verso le “immagini del mondo fluttuante” ovvero l’ukiyo-e tanto caro all’occidente del XIX secolo: non lasciarsi travolgere dai mille rivoli del divenire quotidiano che passa, dai suoi piaceri effimeri e dagli oggetti che lo contornano.[9] Neanche la bellezza permane, forse il suo ricordo in chi resta per un po’ prima del grande volo.

Narra un apologo zen che un uomo inseguito da una tigre si gettò in un precipizio, ma si salvò aggrappandosi a una radice che spuntava dalla terra. Nel frattempo la bestia era sopraggiunta affamata, mentre sotto lo attendeva un’altra tigre ugualmente pronta a ucciderlo. Non solo: due topi iniziarono a rodere la radice che ancora per poco lo teneva in vita. Eppure, proprio in quel momento, l’uomo si accorse di avere a portata di mano una fragola. Ebbene, quella fragola era dolcissima.

kokomosaico.com

Arianna Gallo, Anime, 2015 (25)Arianna Gallo, Anime, 2015 (23)

 

Note:

[1] “Il termine stesso di manga, che identifica oggi i fumetti e i cartoni giapponesi, è di difficile traduzione: l’ideogramma man, che definisce una cosa “priva di seguito”, “frammentaria”, “confusa” o “destrutturata”, rimanda a un’idea di totale spontaneità, di fermento anarchico, che si coniuga con il ga, “il disegno”.” Jocelyn Bouquillard, Hokusai Manga, Milano 2007, pp. 9-10. In questo senso risulta ancora più interessante, quasi un ossimoro giocoso e insieme un’iperbole etimologica, il lavoro in tessere di Arianna Gallo, che in Lens usa la frammentarietà duratura del mosaico per ricreare un manga, il cui etimo rimanda al frammento cartaceo precario, in questo caso riproducendo un frammento di una ragazza che sta per far esplodere una bomba a mano, che ridurrà tutto in frammenti.

[2] In particolare fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[3] “There are examples of decorative art produced with a clear understanding of the nature and function of the architecture itself.” Tsugiyoshi Doi, Momoyama Decorative Painting, New York 1977, p.26.

[4] “Durante il mio soggiorno sono stato colpito dal fatto che l’artigiano giapponese sega o pialla in senso inverso rispetto al nostro: da lontano verso il vicino, dall’oggetto verso il soggetto.”, Claude Lévi-Strauss, L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone, Milano 2015, pp.86-87.

[5] Claude Lévi-Strauss, op. cit. p.44.

[6] Ancora una volta, l’esperienza vissuta da Lévi-Strauss è estremamente chiarificatrice: “Mai mi sono sentito così vicino a un passato lontano come nelle piccole isole Ryūkyū, tra quei boschetti, quelle rocce, quelle grotte, quei pozzi naturali e quelle fonti considerati come manifestazioni del sacro. (…) Per gli abitanti, questi eventi non si sono svolti in un tempo mitico. Sono di ieri, sono di oggi, e anche di domani, poiché gli dèi che discesero qui ritornano ogni anno e, lungo tutta l’estensione dell’isola, riti e siti sacri inverano la loro presenza reale.” Claude Lévi-Strauss, op. cit., pp.187-188.

[7] Fosco Maraini, Ore giapponesi, Milano 2000, p.39.

[8] Jun’Ichirō Tanizaki, Libro d’ombra, Milano 2015, p.64.

[9] Gian Carlo Calza, Giappone Potere e Splendore 1568/1868, Milano 2009, pp.22-23.

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Premessa: con questo post saluto i lettori e auguro a tutti un buen retiro, in attesa di riaprire questo mio “orto” verso metà settembre. Di nuovo, buona estate.

giochi d'estate

“Giocare è sperimentare con il caso.” Novalis

I cuccioli giocano per scoprire il mondo e imparare a vivere. E i cuccioli umani non fanno eccezione. A ogni età, poi, giochi diversi, corrispondenti.

Il film di Rolando Colla Giochi d’estate, presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 2011, narra le storie parallele di due mondi opposti e non comunicanti: quello di un gruppo di preadolescenti e dei loro rispettivi genitori, sullo sfondo di un campeggio estivo nel grossetano.

L’ambientazione spazio-temporale non è irrilevante: le vacanze al mare e vicino alla natura solo luogo d’elezione per esplorazioni e libertà altrimenti limitate in città o a scuola.

E la pellicola, girata con cura specie nei primi piani sempre intensi e motivati, e altrettanto ben sceneggiata, porta lo spettatore a riscoprire sentimenti provati secoli prima e messi, forse inevitabilmente, in ombra negli anni: provate a leggere Pomeriggio d’agosto, racconto brevissimo di José Emilio Pacheco contenuto nella raccolta capolavoro Il vento distante: gli odî e gli amori a quell’età sono totali, devastanti. Tanto più unici se irrealizzabili.

In questo caso i cinque ragazzi protagonisti sono di provenienza ed estrazione sociale differente, ma questo non rappresenta alcun problema a differenza degli adulti dove certe cose contano, eccome. I ragazzi sono curiosi perché non sanno, anzi tutti i loro sforzi, inclusi quelli dei giochi più “pericolosi”, sono in realtà tesi a vincere il cinismo di facciata (l’essere dei duri che non provano dolore), che è uno degli standard degli adulti. I ragazzi alfine sono dei puri, o bianco o nero, perché le sfumature appartengono ancora una volta agli adulti, come sapeva bene il ribelle Antoine Doinel: ricordate lo sguardo smarrito e consapevole al contempo, in una parola vero sino al midollo, del finale cult de I 400 colpi, ripreso non a caso dopo una corsa liberatoria verso il mare?

 

 

I ragazzi di questa narrazione, partiti da un iniziale scontro fisico, scoprono spesso attraverso il corpo, esperienza concreta e che non sa mentire, amicizia, amore, morte, delusione, fragilità, consolazione, tutta una gamma emotiva che loro possono provare, e soprattutto la verità su alcune questioni davvero importanti che gli adulti, per proteggerli dalle proprie paure e dalla paura del confronto con i fantasmi del proprio passato, celano con caparbietà, quasi a pretendere di bloccare nell’immobilità loro peculiare l’esplodere di vita dei figli (si veda la madre di Marie che vorrebbe cancellare dalla ragazza persino il nome del padre mai conosciuto).

Gli adulti peccano d’egoismo, di cecità e neanche si rendono conto di ripetere stancamente ritmi usurati cui si sono costretti come Sisifo alla sua pietra (si vedano i genitori di Nic, intrappolati in un circolo di violenze fisiche e verbali). Gli adulti insomma sembrano privi di capacità effettiva di reagire e dunque di cambiare e, forse, dovrebbero vedere (per la prima volta?) i loro ragazzi, quella piccola parte di futuro che ognuno di loro rappresenta e porta avanti con difficoltà, certo, ma anche con coraggio e forza per tutti esemplari. Buona vita.

 

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venere in pelliccia

“Sono bella, o mortali,/ come un sogno di pietra? (…)/ Sono la bellezza/ solo perché stuzzico il vostro sogno?”, Y. Bonnefoy

Il Polanski degli ultimi due film è fortemente attratto dal teatro, si pensi appunto a Carnage (2011) e alla Venere in pelliccia – La Vénus à la fourrure (2013).

Sono storie dal ritmo incalzante, di conflitti che cuociono magmatici sotto pelle e non vedono l’ora di esplodere, d’essere liberati. Più evidenti in Carnage, trasposizione dell’omonima pièce di Yasmina Reza (a proposito, di lei leggete tutto: vi smaschererà!), più elaborati e conturbanti nell’ultima fatica, la Venere ispirata al romanzo di Sacher-Masoch, l’autore austriaco da cui deriva il termine masochismo.

Questa pellicola oltre ad essere una superba prova degli attori Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, unici in scena per un’ora e mezza in cui non mollano mai la presa, anzi alzano sempre il tiro e spiazzano sino a ritrovarsi l’uno nei panni dell’altra, è un esempio di come il cinema che sembra teatro mantenga vivissima l’attenzione e trovi giusta dimora nel grande come nel piccolo schermo casalingo, perché è e resta cinema, laddove la magia unica e irripetibile, l’hic et nunc del teatro vero e proprio scompare quando pur eccelse regie e recitazioni vengono riproposte in televisione: semplicemente non è il loro luogo, anzi le depaupera, svilendo l’unicità sacrale che maestri come Eugenio Barba, tanto per citare uno dei giganti, hanno fatto vivere ai fortunati spettatori dei loro spettacoli-rito. Quel tipo di comunione non può esserci attraverso la riproposizione televisiva: lo schermo in questo caso non è ponte, non è mezzo di comunicazione, ma separa l’opera da chi assiste, addirittura annoia, ovvero uccide il teatro.

Dunque la Venere di Polanski che mima il teatro attraverso una sceneggiatura fortissima e serrata nei suoi dialoghi, ma non lo è affatto grazie alle diverse angolazioni e piani delle riprese, grazie a un montaggio esatto, grazie a tutto ciò che fa specifico (e grande) il cinema, ci racconta del provino al quale in una serata parigina fredda e piovosa decide di presentarsi in notevole ritardo un’attricetta di nome Vanda, nome in comune con la protagonista di Sacher-Masoch, di cui Thomas, il regista, vuole portare in scena un suo adattamento.

Lui è stanco e stressato da una giornata di lavoro in cui ha provato solo con attrici incapaci e non ha la minima voglia di sentire anche Vanda, tanto più che lei rappresenta quanto di più rozzo, volgare e privo di appeal gli sia capitato sinora. Per un equivoco lui le concede l’audizione e lei si trasforma: è sublime, perfetta, è la Wanda di Sacher-Masoch. Lui ne è soggiogato.

Si scontra con l’attrice che lo provoca quando non è nel personaggio, ma appena torna a recitare lo avvolge nelle sue spire in un crescendo pericoloso e stordente, sino a fargli ammettere che lui è Wanda e solo lui dovrebbe interpretarla. Ormai Thomas è prigioniero dell’incantesimo di questa misteriosa e tutt’altro che sprovveduta donna, la quale dopo averlo truccato arriva a legarlo e potrebbe anche ucciderlo come un novello Penteo che ha osato sfidare una baccante inferocita che difatti, nel finale, cita Euripide e danza invasata attorno a lui su sottofondo musicale grecheggiante, vestita solo d’una pelliccia mentre muta il viso in una mostruosa maschera tragica, quasi un gorgòneion, per tornare nel buio piovoso da cui è arrivata.

Beffardo, a tutto schermo e sullo sfondo d’un Thomas annichilito e stretto a un cactus d’una precedente scenografia, compare un versetto biblico dal libro di Giuditta (13, 15): “E il Signore Onnipotente lo colpì e lo mise nelle mani di una donna”. Poi i titoli di coda sfilano su una teoria di Veneri dipinte a cominciare da quella tizianesca in pelliccia, oggi alla National Gallery di Washington, che tanto provocò Sacher-Masoch.

Commedia nera splendida e centrata sul sovvertimento continuo delle certezze, degli equilibri, delle identità stesse di generi e dei personaggi. Da vedere.

 

 

 

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