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Archive for the ‘cinema’ Category

Premessa: con questo post saluto i lettori e auguro a tutti un buen retiro, in attesa di riaprire questo mio “orto” verso metà settembre. Di nuovo, buona estate.

giochi d'estate

“Giocare è sperimentare con il caso.” Novalis

I cuccioli giocano per scoprire il mondo e imparare a vivere. E i cuccioli umani non fanno eccezione. A ogni età, poi, giochi diversi, corrispondenti.

Il film di Rolando Colla Giochi d’estate, presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 2011, narra le storie parallele di due mondi opposti e non comunicanti: quello di un gruppo di preadolescenti e dei loro rispettivi genitori, sullo sfondo di un campeggio estivo nel grossetano.

L’ambientazione spazio-temporale non è irrilevante: le vacanze al mare e vicino alla natura solo luogo d’elezione per esplorazioni e libertà altrimenti limitate in città o a scuola.

E la pellicola, girata con cura specie nei primi piani sempre intensi e motivati, e altrettanto ben sceneggiata, porta lo spettatore a riscoprire sentimenti provati secoli prima e messi, forse inevitabilmente, in ombra negli anni: provate a leggere Pomeriggio d’agosto, racconto brevissimo di José Emilio Pacheco contenuto nella raccolta capolavoro Il vento distante: gli odî e gli amori a quell’età sono totali, devastanti. Tanto più unici se irrealizzabili.

In questo caso i cinque ragazzi protagonisti sono di provenienza ed estrazione sociale differente, ma questo non rappresenta alcun problema a differenza degli adulti dove certe cose contano, eccome. I ragazzi sono curiosi perché non sanno, anzi tutti i loro sforzi, inclusi quelli dei giochi più “pericolosi”, sono in realtà tesi a vincere il cinismo di facciata (l’essere dei duri che non provano dolore), che è uno degli standard degli adulti. I ragazzi alfine sono dei puri, o bianco o nero, perché le sfumature appartengono ancora una volta agli adulti, come sapeva bene il ribelle Antoine Doinel: ricordate lo sguardo smarrito e consapevole al contempo, in una parola vero sino al midollo, del finale cult de I 400 colpi, ripreso non a caso dopo una corsa liberatoria verso il mare?

 

 

I ragazzi di questa narrazione, partiti da un iniziale scontro fisico, scoprono spesso attraverso il corpo, esperienza concreta e che non sa mentire, amicizia, amore, morte, delusione, fragilità, consolazione, tutta una gamma emotiva che loro possono provare, e soprattutto la verità su alcune questioni davvero importanti che gli adulti, per proteggerli dalle proprie paure e dalla paura del confronto con i fantasmi del proprio passato, celano con caparbietà, quasi a pretendere di bloccare nell’immobilità loro peculiare l’esplodere di vita dei figli (si veda la madre di Marie che vorrebbe cancellare dalla ragazza persino il nome del padre mai conosciuto).

Gli adulti peccano d’egoismo, di cecità e neanche si rendono conto di ripetere stancamente ritmi usurati cui si sono costretti come Sisifo alla sua pietra (si vedano i genitori di Nic, intrappolati in un circolo di violenze fisiche e verbali). Gli adulti insomma sembrano privi di capacità effettiva di reagire e dunque di cambiare e, forse, dovrebbero vedere (per la prima volta?) i loro ragazzi, quella piccola parte di futuro che ognuno di loro rappresenta e porta avanti con difficoltà, certo, ma anche con coraggio e forza per tutti esemplari. Buona vita.

 

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venere in pelliccia

“Sono bella, o mortali,/ come un sogno di pietra? (…)/ Sono la bellezza/ solo perché stuzzico il vostro sogno?”, Y. Bonnefoy

Il Polanski degli ultimi due film è fortemente attratto dal teatro, si pensi appunto a Carnage (2011) e alla Venere in pelliccia – La Vénus à la fourrure (2013).

Sono storie dal ritmo incalzante, di conflitti che cuociono magmatici sotto pelle e non vedono l’ora di esplodere, d’essere liberati. Più evidenti in Carnage, trasposizione dell’omonima pièce di Yasmina Reza (a proposito, di lei leggete tutto: vi smaschererà!), più elaborati e conturbanti nell’ultima fatica, la Venere ispirata al romanzo di Sacher-Masoch, l’autore austriaco da cui deriva il termine masochismo.

Questa pellicola oltre ad essere una superba prova degli attori Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, unici in scena per un’ora e mezza in cui non mollano mai la presa, anzi alzano sempre il tiro e spiazzano sino a ritrovarsi l’uno nei panni dell’altra, è un esempio di come il cinema che sembra teatro mantenga vivissima l’attenzione e trovi giusta dimora nel grande come nel piccolo schermo casalingo, perché è e resta cinema, laddove la magia unica e irripetibile, l’hic et nunc del teatro vero e proprio scompare quando pur eccelse regie e recitazioni vengono riproposte in televisione: semplicemente non è il loro luogo, anzi le depaupera, svilendo l’unicità sacrale che maestri come Eugenio Barba, tanto per citare uno dei giganti, hanno fatto vivere ai fortunati spettatori dei loro spettacoli-rito. Quel tipo di comunione non può esserci attraverso la riproposizione televisiva: lo schermo in questo caso non è ponte, non è mezzo di comunicazione, ma separa l’opera da chi assiste, addirittura annoia, ovvero uccide il teatro.

Dunque la Venere di Polanski che mima il teatro attraverso una sceneggiatura fortissima e serrata nei suoi dialoghi, ma non lo è affatto grazie alle diverse angolazioni e piani delle riprese, grazie a un montaggio esatto, grazie a tutto ciò che fa specifico (e grande) il cinema, ci racconta del provino al quale in una serata parigina fredda e piovosa decide di presentarsi in notevole ritardo un’attricetta di nome Vanda, nome in comune con la protagonista di Sacher-Masoch, di cui Thomas, il regista, vuole portare in scena un suo adattamento.

Lui è stanco e stressato da una giornata di lavoro in cui ha provato solo con attrici incapaci e non ha la minima voglia di sentire anche Vanda, tanto più che lei rappresenta quanto di più rozzo, volgare e privo di appeal gli sia capitato sinora. Per un equivoco lui le concede l’audizione e lei si trasforma: è sublime, perfetta, è la Wanda di Sacher-Masoch. Lui ne è soggiogato.

Si scontra con l’attrice che lo provoca quando non è nel personaggio, ma appena torna a recitare lo avvolge nelle sue spire in un crescendo pericoloso e stordente, sino a fargli ammettere che lui è Wanda e solo lui dovrebbe interpretarla. Ormai Thomas è prigioniero dell’incantesimo di questa misteriosa e tutt’altro che sprovveduta donna, la quale dopo averlo truccato arriva a legarlo e potrebbe anche ucciderlo come un novello Penteo che ha osato sfidare una baccante inferocita che difatti, nel finale, cita Euripide e danza invasata attorno a lui su sottofondo musicale grecheggiante, vestita solo d’una pelliccia mentre muta il viso in una mostruosa maschera tragica, quasi un gorgòneion, per tornare nel buio piovoso da cui è arrivata.

Beffardo, a tutto schermo e sullo sfondo d’un Thomas annichilito e stretto a un cactus d’una precedente scenografia, compare un versetto biblico dal libro di Giuditta (13, 15): “E il Signore Onnipotente lo colpì e lo mise nelle mani di una donna”. Poi i titoli di coda sfilano su una teoria di Veneri dipinte a cominciare da quella tizianesca in pelliccia, oggi alla National Gallery di Washington, che tanto provocò Sacher-Masoch.

Commedia nera splendida e centrata sul sovvertimento continuo delle certezze, degli equilibri, delle identità stesse di generi e dei personaggi. Da vedere.

 

 

 

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Premessa: con l’articolo seguente, nel quale consiglio una lettura e qualche ottimo film, saluto i miei lettori e a tutti auguro buone festività pasquali. Ne approfitterò anch’io per cercare un po’ di riposo: ci rivediamo a partire da lunedì 28 aprile.

Oltre il giardino

 

“Il linguaggio figurato fu il primo a nascere, i significati propri furono trovati per ultimi”, J.J.Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue

 

“Life is a state of mind”, J. Kosinski, dal film Being there – Oltre il giardino

 

Oltre il giardino (Minimum fax, Roma 2014): finalmente ripubblicato un paio di mesi fa e arricchito dall’illuminante prefazione di Giorgio Vasta, il romanzo capolavoro di Jerzy Kosinski del 1971 (in inglese intitolato Being there) permette di leggere la prima e originaria versione del personaggio di “Chance il giardiniere” a tutti coloro che erano rimasti incantati dalla resa cinematografica del 1979 diretta da Hal Ashby e sceneggiata dallo stesso Kosinski, con l’interpretazione straordinaria di Peter Sellers, forse la più alta della sua carriera e tra le migliori dell’intera storia del cinema. E, va ricordato, questo film fu fortemente voluto dall’attore.

Ma chi è Chance? Un orfano, ormai divenuto adulto sebbene rimasto analfabeta, che da sempre è vissuto nella signorile abitazione di un vecchio benestante (anzi, il Vecchio), del quale curava il giardino. Altra sua incessante attività, unico collegamento col mondo esterno e solo piacere oltre alle piante: guardare la televisione per ore ore ed ore imitandone immagini ed espressioni, dal momento che “non provava nessuna curiosità per la vita di là dal muro”.

L’equilibrio tuttavia è destinato a rompersi con la morte del Vecchio e l’arrivo degli avvocati del suo ex studio a reclamarne la proprietà. Senza opporre la minima resistenza, col candore più disarmante, Chance è costretto a lasciare quella casa, il suo mondo, dalla sera alla mattina. Certo si porta dietro i vestiti eleganti del suo ex ospite che del resto, quand’era ancora in vita, già gli aveva concesso. E chissà che fine avrebbe fatto se non fosse stato investito dalla macchina di EE, Elizabeth Eve Rand, moglie del magnate Benjamin, eminenza grigia dell’economia e dunque della politica americana, nonché intimo del Presidente degli Stati Uniti.

Sicché i Rand lo accolgono nella loro magione e ne rimangono assai colpiti, lei sino al punto di innamorarsene, lui scambiando per geniali e acutissime intuizioni filosofiche le battute altrimenti ingenue di Chance, null’affatto profondo e intelligente pensatore, anzi più simile a un Forrest Gump che a un Einstein, che ricava le sue espressioni totalmente prive di metafore o di significati altri rispetto a quello banalmente letterale (e “il comico” diceva Deleuze “è sempre letterale”) dal giardinaggio e dalla televisione, ovvero gli unici poli e ragion d’essere d’una vita che altrimenti si sarebbe giudicata poverissima, ma bastante al nostro (anti)eroe.

Il romanzo è anche una critica alla società dello spettacolo in cui tutti siamo immersi e in cui nulla può essere semplice e diretto, ma deve esserci piuttosto un doppio, triplo (e magari torbido) senso: persino il nome con cui il protagonista diviene noto, Chauncey Gardiner, nasce da un fraintendimento di Mrs Rand, essendosi invece egli correttamente presentato come Chance the gardener,  tanto che gli stessi servizi segreti russi e americani impazziscono nel non trovare informazioni su di lui, che nel frattempo viene introdotto nel gotha del potere statunitense, divenendo un guru assai ascoltato anche grazie ad apparizioni pubbliche e televisive di incredibile successo.

Il film non è la trasposizione letterale del libro, tant’è che Kosinski nello sceneggiarlo ne riscrisse alcune parti, incluso il finale, col discorso del Presidente in cui viene pronunciata la frase più nota della pellicola (ma assente nel romanzo): “la vita è uno stato mentale”. Da un lato, interno alle dinamiche della trama e dei suoi personaggi, essa è quanto di più lontano dalla “letteralità” di Chance, inaccettabile o incomprensibile per gli altri uomini che infatti hanno bisogno di metaforizzare tutto ciò che egli dice. D’altro canto però, quella frase letta dall’esterno, da noi spettatori, è sibillina, poiché alfine tutti quanti, incluso l’ignaro Chance, siamo prigionieri-autori del nostro stato mentale più o meno complicato che sia. Comunque, mentre il Presidente recita il suo discorso commemorativo per la morte dell’amico e grande elettore Benjamin Rand, la cui bara è trasportata da altri squali della finanza che, fra l’altro, progettano per Chance una carriera da futuro presidente americano, il povero ex giardiniere, del tutto disinteressato, passeggia poco distante lungo il bordo di un laghetto e poi direttamente sulle stesse acque come un novello Gesù, senza la minima consapevolezza d’esserlo e senza messaggi salvifici per l’umanità, non essendone peraltro capace, poiché nel suo sguardo “c’è registrazione ma non c’è elaborazione, percezione senza conoscenza”[1], essendo in definitiva armato solo di ombrello e bombetta, come il più comune e grigio omino magrittiano, personaggio dunque cavo, svuotato, ma non vacuo[2], “la cui passività è talmente intensa da trasformarsi in una vera e propria azione”[3] per coloro che gli sono circostanti.

Chance mi ha ricordato altri due personaggi cinematografici simili in apparenza, agli antipodi in realtà: da una parte il mitico Zelig (1983) di Allen, buono e inoffensivo, la cui passività, a differenza del giardiniere, consiste nel cambiare aspetto fisico come un camaleonte (sono dunque gli altri a far mutare il suo corpo che, proteiforme, si trasforma) in cerca di perenne approvazione e affetto da parte di chi lo circonda o solo gli sta accanto (mentre le persone sono poco più che indifferenti per Chance, interessanti solo se ridotte a immagini televisive); dall’altra il candido Zoran, il mio nipote scemo (2013) di Matteo Oleotto, con un cattivissimo lebowskiano a dir poco esilarante Giuseppe Battiston, zio di un tenerissimo Zoran-Zagor, interpretato dall’esordiente Rok Presnikar, perfetto anche fisicamente, che alla fine però, ribaltando i ruoli e facendo uno scatto dall’iniziale passività e dipendenza, come una delle sue freccette magiche farà centro acquistando sicurezza e un certo senso critico, addirittura prendendosi cura dello sciamannato parente e in sostanza migliorandone l’esistenza altrimenti perdutamente alcolica. Dunque, buona visione, buona lettura, buona vita.

 

 

 

 

[1] G. Vasta, da Chance & co., prefazione a Oltre il giardino di J. Kosinski, Minimum fax, Roma 2014, p.18.

[2] G. Vasta, op. cit., pp. 8-9.

[3] G. Vasta, op. cit., p.19.

 

 

 

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Walter-Mitty.-Danny-Kaye.

Sarà capitato anche a voi di avere oltre a una musica anche qualche sogno per la testa, o meglio sognare proprio a occhi aperti.

Certo se la dimensione onirica comincia a prevalere su quella reale, oltre a causare qualche buffo incidente, vuol dire che quest’ultima ha qualcosa che non va, troppo piatta, troppo opprimente o via declinando.

Un po’ quel che accade al protagonista di The Secret Life of Walter Mitty, film del ’47 di Norman McLeod, da noi tradotto col forse più equivoco Sogni proibiti, in cui il tranquillo e maldestro editor Walter Mitty interpretato da un Danny Kaye al meglio della forma, oppresso da una madre e una fidanzata e un datore di lavoro più che invadenti, comincia a immaginarsi in avventure sempre più ardite e rocambolesche pur di sfuggire alla noiosissima quotidianità, che in verità si rivela tutt’altro che scontata e priva di pericolo dal momento in cui incontra la bella Rosalind van Hoorn, capace di coinvolgerlo in una sorta di spy story (in cui compare anche la vecchia gloria, il “cattivo” Boris Karloff) e farne un eroe suo malgrado, assicurando il classico happy end hollywoodiano a questa commedia che, rivista oggi, sebbene la trama ancora funzioni, mostra un po’ le corde in alcune scene di intrattenimento troppo lunghe.

Peraltro l’idea del sognatore bistrattato e in cerca di riscatto è stata cinematograficamente assai prolifica, avendo avuto più di qualche rivisitazione, da Les Belles de nuit di René Clair del ’52 ad Artists and Models del ’55 con la coppia comica Lewis-Martin, sino al più modesto e fantozziano Sogni mostruosamente proibiti dell’82 con Paolo Villaggio e al più recente, ambizioso quanto serio e spettacolare remake di Ben Stiller del 2013, col medesimo titolo dell’originale.

Più interessante come versione, poiché acuta, lucida, a tratti tagliente e ironica (non comica, attenzione), è L’età barbarica, titolo in italiano de L’Âge des ténèbres del canadese Denys Arcand, già autore de Le invasioni barbariche, uno dei migliori e più intelligenti film che abbia mai visto, una vera e propria rivelazione quando apparve nel 2003.

L’età barbarica, del 2007, si svolge nel Quebec e a parte seguire le vicende e le astrazioni del povero uomo senza qualità di turno, in questo caso Jean Marc interpretato dall’ottimo Marc Labreche, perfetto anche per la malinconia involontaria del suo volto, anch’egli schiacciato da una famiglia inesistente, da un lavoro senza senso con dei capi ancor più insensati e, in sintesi, dalla routine allucinante dei tempi moderni, la pellicola dà il suo meglio nella critica allo spietato quanto inetto perbenismo odierno, in particolare  quando si tramuta nell’ossessione del politically correct canadese e per esteso occidentale.

A questa morsa stritolante che contribuisce all’inferno diffuso che tutti abitiamo, il Calvino delle Città invisibili proponeva o di rassegnarsi sconfitti e partecipi del disastro o di selezionare attentamente ciò che avrebbe potuto salvare l’individuo (e perché no, la comunità).

Il nostro protagonista sceglie di restare sospeso. Si allontana da tutto, prende una pausa (definitiva?) persino dalle proprie fantasie che tanto gli hanno reso sopportabile e meno vuota sino a quel momento la vita, e si ritira, moderno Candido, in semisolitudine a sbucciare le mele della vicina, le stesse dipinte in altrettanto isolamento volontario da Cézanne: con questa immagine, di limbo ambiguo, di futuro possibile o forse già concluso, di natura morta ma che è anche grande arte, si chiude il film. Con gratitudine per le domande che ci lascia.

Ps. Fra qualche giorno, venerdì 21 marzo, a primavera, questo blog compie quattro anni. Il mio ringraziamento va a ciascuno degli oltre 318 mila visitatori che nel corso di questo tempo hanno apprezzato le mie curiosità, spronandomi ad andare sempre avanti. Salute a voi dunque e a questo spazio aperto.

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lettere a poseidon, nooteboom

Amo i libri che riflettono sui libri e, va da sé, sul libro del mondo: essi giocano agli specchi col lettore, in una sorta di percorso infinito di rimandi perché indefinibile è la loro meta (ammesso che una ce ne sia) e soprattutto lo sono le biforcazioni possibili che mano a mano si generano, oltre la stessa pagina scritta. Anzi, perdersi senza l’ansia di arrivare a un finale è lo scopo di tali letture. Montaigne è forse il campione di questa letteratura che altri definirebbero “borgesiana”.

L’olandese Cees Nooteboom con le sue Lettere a Poseidon può annoverarsi nel numero di tali scrittori: sono pagine le sue, frammenti per la verità, sul viaggio-vita dell’autore negli ultimi anni, dal 2008 al 2012. Curiosità, aneddoti, descrizioni preziose di luoghi agli antipodi, erudizione mai noiosa né fine a se stessa, film, pagine lette, colori, odori, sapori, suoni di una sinestesia umanistica (anche più godibile se avrete modo di leggerla di sera a voce e non solo con gli occhi, cosa che vi restituirà il giusto tempo di relazione grazie anche alla traduzione attenta di Fulvio Ferrari), intervallata dalle lettere confessioni-riflessioni rivolte all’antico dio degli abissi acquei, ormai dimenticato come i suoi colleghi olimpici, il cui etimo, dice Socrate nel Cratilo platonico, vuole significare la morsa (desmos) che trattenne i piedi (podoon) del primo uomo che osò sfidare la potenza del mare.

E cosa dire o chiedere a Poseidon? Tutto, come a un enigma desideroso, anzi, assetato di domande e pensieri umani che da secoli aspetta, dal quale però sarebbe vano attendersi altrettante risposte.

Fra le numerose belle pagine, dato il clima di questi giorni, ne ho scelta una intitolata Macchia e dedicata alla solitudine bergmaniana di Luci d’inverno.

Buona lettura.

luci_dinverno_bergman

“Un’immagine resta nella memoria, anche se non la si è vista. Questa, per un film, è una cosa strana, eppure è così. Qualcosa viene detto senza essere mostrato. C’era una cosa da vedere, ma noi non l’abbiamo vista: una macchia bianca. La donna che ce ne parla in quel momento non riusciva a vedere bene. Si è tolta gli occhiali per piangere e si è sfregata gli occhi. L’uomo, che ha appena finito di parlarle con un odio ardente e, allo stesso tempo, gelido, si trova a qualche metro di distanza. Il suo volto noi lo vediamo: bianco, pieno di smisurata disperazione e di autocommiserazione. Siccome non ha gli occhiali, lei invece non lo vede, vede solo quella macchia bianca. E lo dice. Il film l’ha resa brutta, una maestrina di campagna, ma in quel momento è bella. È grande arte, mostrare l’amore facendo semplicemente sollevare un po’ il capo a una persona in un’aula vuota, così da modificarne l’illuminazione. L’uomo ha parlato a lungo, quasi monotono, con la gelida irritazione dell’assoluto disprezzo. Una litania di odio misurato. Lei lo ama e lui non la vuole. Stanno insieme, ma lui prova solo nausea per lei, per la sua vicinanza, per la sua voce, per le sue lacrime. Tutto quel che dice è una nenia devastante, ma perfini il suo odio è vuoto come tutta la sua esistenza, e lei lo sa. Lei vede una macchia bianca, un uomo già quasi cancellato che accumula il proprio impotente disgusto mentre lei è resa sempre più bella dall’amore. Nell’ultima scena si vede una messa con tre fedeli: l’organista lascivo che continua a guardare l’orologio, il sagrestano zoppo che pensa alla solitudine di Cristo nel Getsemani, e lei, con il suo amore e le sue grandi scarpe, con indosso un impossibile cappotto in pelle di foca. L’uomo che ama guarda la chiesa vuota e dà inizio alla messa con le parole di sempre. Il suono dell’organo, lo strano fascino dello svedese, in cui di tanto in tanto affiorano i suoni della mia lingua come il ricordo di un’epoca arcaica. Una chiesa vuota in un paesaggio sconfinato, 1963, il buio precoce dell’inverno nordico, nessuna soluzione, nessuna grazia, la vita come punizione a se stessa.”

Cees Nooteboom, Macchia da Lettere a Poseidon, Iperborea, Milano 2013.

Luci d'Inverno di Ingmar Bergman (1963)

Luci d’inverno di Ingmar Bergman (1963)

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stassi, l'ultimo ballo di charlot

Senza dubbio uno dei romanzi più belli degli ultimi anni L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012) di Fabio Stassi: come nel Settimo sigillo bergmaniano assistiamo alle diverse fasi di una partita a scacchi tra Charlot e la Morte della durata di ben sette anni, o meglio di sette vigilie di Natale, dal 1971 al ’77: la fine è obbligata e nota, Charles Spencer Chaplin morirà appunto il 25 dicembre 1977.

Ma egli riesce a rimandare di anno in anno la sua fine strappando una risata, benché spesso involontaria, dovuta agli acciacchi dell’età più che ai numeri del vecchio repertorio quasi patetici eseguiti da un corpo ormai fuori allenamento, alla sua inquietante visitatrice, di cui solo al termine del romanzo si scopre il volto vero. E forse è così anche per ognuno di noi: la morte in sé è anonima, ma sotto il nero del cappuccio assume le fattezze di uno dei visi del nostro passato che quando scocca la nostra ora viene a prenderci svelandosi, se non abbiamo paura di riconoscerlo (vedi Il sesto senso di Night Shyamalan).

Motivo del patto tra Charlot e la vecchia Signora? Egli ha bisogno di tempo perché sotto forma di lettera vuole raccontare al giovane Cristopher, suo ultimogenito, la vera storia dei suoi esordi, senza la mancanza di tutti quei particolari omessi nelle interviste e biografie ufficiali: dunque i brevi incontri fra Chaplin e la Morte sono solo la cornice (e la scusa) dello straordinario affresco che appare sotto gli occhi del lettore mano a mano si procede nella lettura, talché questo espediente è tanto semplice quanto solido nel definire l’impalcatura di un’opera ben costruita.

Si parte dall’Inghilterra e dalla povertà e dalla fantasia incredibile del circo e delle sue tante anime, con l’odore di urina animale mescolata alla segatura e alle lacrime per le vite tristi di clown e saltimbanchi, che tuttavia non mancano d’essere ricompensati con applausi e risate fortissime dal pubblico, e si giunge agli Stati Uniti ruggenti di inizio ‘900, con le possibilità infinite (ma anche con le ombre violente del Ku Klux Klan) e soprattutto con la voglia di farcela a essere e trovare se stesso del giovane e sconosciuto Chaplin che, nomade per necessità e forse per natura perché curioso alfine del mistero chiamato vita umana, si barcamena fra cento lavori (tipografo, imbalsamatore, allenatore di pugili e guitto/artista/attore/regista naturalmente) trovando la sua strada immensamente arricchita da quell’humus di miserie umane che ha incontrato per via e che più avanti farà la fortuna mondiale e l’identità dei suoi film e del suo vagabondo, l’icona Charlot.

E a proposito di cinema, nell’invenzione romanzesca si viene a scoprire che la grande arte del secolo nuovo non nasce coi fratelli Lumière, ma grazie all’umile e ignoto Arlequin, addetto a pulire gli escrementi delle bestie circensi e dai più considerato mezzo scemo, che desiderava sopra ogni cosa catturare l’immagine in movimento della bellissima e sfortunata acrobata Eszter, di cui come tutti era perdutamente innamorato. Dunque il cinema nasce come un atto d’amore. E questa è poesia.

Se la scorsa settimana ho proposto la prima volta di Charlot secondo le parole tratte dall’autobiografia di Chaplin, sono ora a presentare la medesima scena secondo Stassi. Buona lettura.

Charlot

“Quel pomeriggio di pioggia del 1914 in cui cercavo nello spogliatoio maschile di Keystone un costume per una scena che stavamo girando, tenevo bene a mente quello che mi aveva detto Fred Karno, che in tutte le storie ci vuole un pizzico di malinconia. Per me non era difficile trovarla: la portavo già negli occhi, nelle mani, nel sangue. (…)

Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai con fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Quando uscii dalla baracca del trucco e mi avvicinai alla cinepresa con questo costume miserabile, mi bastò muovermi di fronte a quella volpe di Mack Sennett come se avessi avuto i pidocchi sotto alle ascelle. Sennett cominciò a ridere in una maniera così esagerata e nervosa che gli venne la tosse, gli uscirono le lacrime e per poco non soffocò. Lo tenevo in pugno.”

Fabio Stassi, da L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012.

Finale dal film "Modern Times" (1936)

Finale di “Modern Times” (1936)

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The Kid - Il Monello (1921)

The Kid – Il Monello (1921)

Premessa: dedico questa apertura d’anno a un mito moderno, il vagabondo inventato da Charlie Chaplin. A volte accade, nascono stelle vere, e quando accade il mondo respira, trova spazio. E noi con lui. È per questo che nascono le stelle e le parole che seguono raccontano di come sia nata quella di Charlot. Non vi manchi mai il sorriso, buon 2014!

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Finalmente giunse il mio momento. (…) Il giorno successivo a quello in cui avevo finito di girare con Lehrman, Sennett ritornò allo studio. (…) Io indossavo i miei panni di tutti i giorni e non avevo niente da fare, perciò rimasi dove Sennett potesse vedermi. Insieme a Mabel egli stava esaminando una scena che rappresentava l’atrio di un albergo, e mordicchiava la punta di un sigaro. “Qui occorre qualche trovata” disse, poi si rivolse a me. “Prova una truccatura comica. Una qualsiasi.”

Non sapevo a quale truccatura ricorrere. Il personaggio del giornalista non mi piaceva. Mentre puntavo al guardaroba, pensai di mettermi un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, senza dimenticare il bastone  la bombetta. Volevo che tutto fosse in contrasto: i pantaloni larghi e cascanti, la giacca attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Ero incerto se truccarmi da vecchio o da giovane, poi ricordai che Sennett mi aveva creduto un uomo assai più maturo e così aggiunsi i baffetti che, argomentai, mi avrebbero invecchiato senza nascondere la mia espressione.Charlot

Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero capire che tipo era. Cominciai a conoscerlo, e quando m’incamminai verso l’enorme pedana di legno esso era già venuto al mondo. Invenzioni comiche e trovate spiritose mi turbinavano incessantemente nel cervello. Quando mi trovai al cospetto di Sennett assunsi l’identità del nuovo personaggio e comincia a passeggiare su e giù, tutto impettito, dondolando il bastoncino, passando e ripassando davanti a lui.

Il segreto del successo di Sennett era il suo entusiasmo. Mack era un pubblico ideale e rideva sinceramente di ciò che trovava divertente. Rimase là a ridere finché non cominciò a tremare tutto il corpo. L’accoglienza mi incoraggiò, e cominciai a illustrare il personaggio: “Vedete, questo è un individuo multiforme, un vagabondo, un gentiluomo, un poeta, un sognatore, un uomo solitario, sempre in cerca di nuove avventure. Vorrebbe farvi credere che è uno scienziato, un musicista, un duca, un giocatore di polo. Però non disdegna di raccattare cicche o di rubare una caramella a un bambino. E, naturalmente, se l’occasione lo giustifica, sarà anche capace di prendere una signora a calci nel didietro: ma solo in casi estremi!”.

Continuai così per dieci minuti o più, senza permettere a Sennett di riprendere fiato. “Benissimo” mi disse lui “va’ sul set e vediamo che cosa sai fare.”

Charles Spencer Chaplin (Londra, 1889 – Corsier-sur-Vevey, 1977), da La mia vita, 1964 (trad. V. Mantovani, Milano 1993)

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