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Trobla by Tok Tok - personal furniture

Trobla by Tok Tok – personal furniture

Da tempo conosco e stimo l’attività artistica e di designer di Andrej Koruza, sloveno di nascita, che col gruppo Tok Tok – personal furniture, realizza mobili e oggetti eco-compatibili oltre che di elegante semplicità.

L’ultimo prodotto pensato in un paio d’anni di ricerca da questo ensemble così creativo è Trobla, un innovativo altoparlante fatto interamente di legno e adatto per iPhone e altri smarthphone. L’obiettivo dichiarato è “proporre più ecologia nel mondo dell’elettronica e dell’intrattenimento, che ogni giorno producono enormi quantità di e-rifiuti”, oltre ad essere una bella occasione lavorativa che questo team decisamente si merita.

Trobla by Tok Tok - personal furniture (illustrazione di Nina Mršnik)

Trobla by Tok Tok – personal furniture (illustrazione di Nina Mršnik)

Per realizzare questo progetto necessitano fondi (basterebbe raggiungere la quota di 10.700 $): ecco perché questi ragazzi hanno lanciato una campagna di raccolta finanziamenti col sempre più diffuso metodo del crowdfunding, in questo caso sulla piattaforma Kickstarter.

Personalmente ho già contribuito e invito tutti, lettori di passaggio o affezionati followers a donare un contributo, anche minimo, e soprattutto a spargere in fretta la voce su qualsiasi social (Facebook, Twitter, Instagram), oppure via e-mail o attraverso il classico vecchio passaparola: la campagna dura sino a maggio!

Qui di seguito le indicazioni (in inglese) per procedere: coraggio, non fate mancare il vostro aiuto e un grande in bocca al lupo ad Andrej e a tutta la squadra Tok Tok!

Tok Tok – personal furniture

Facebook: Tok Tok – personal furniture

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ALFAZETA. Andy Warhol

Andy Warhol, Gold (ALFAZETA)

In occasione dell’undicesima edizione Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte, sarà presentata domani, martedì 16 settembre alle ore 19.00, grazie alla collaborazione della Biblioteca Universitaria di Bologna che ha messo a disposizione la sua prestigiosa Aula magna e i suoi arredi, la mostra ALFAZETA, una nutrita selezione di libri d’artista conservati nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Si tratta di libri straordinari, in tiratura limitata, illustrati da alcuni tra i massimi artisti che hanno operato nel secolo scorso e che si sono misurati, oltre che con la pittura e la scultura, anche con l’oggetto libro. Libri che sembravano riservati a una ristretta cerchia di bibliofili e collezionisti e che ora sono patrimonio comune, in seguito all’acquisto da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo della Collezione di Loriano Bertini, conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, e offerti alla fruizione di tutti nell’importante cornice della Biblioteca Universitaria di Bologna, composta, quasi a contrappunto, da rari e preziosi manoscritti, incunaboli e cinquecentine.

Il progetto espositivo a cura di Sergio Risaliti – e realizzato in collaborazione con Maria Letizia Sebastiani, Silvia Alessandri e Micaela Sambucco della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – costituisce una campionatura essenziale della cospicua raccolta della biblioteca fiorentina. Il titolo ALFAZETA richiama alla mente una forma di consultazione elementare e primaria, una possibile selezione secondo la prospettiva alfabetica, che vige e detta legge in ogni archivio, in quel labirinto che è la biblioteca. Per ogni lettera dell’alfabeto la scelta è ricaduta su un artista, e in molti casi il punto di partenza è stata la qualità intrinseca dell’oggetto libro, con le sue specifiche editoriali e il suo peculiare design.

ALFAZETA. Alexander Calder

Alexander Calder, Fetes (ALFAZETA)

Due sole eccezioni a questa regola: una coppia composta da un letterato artista e da un artista: Raymond Queneau insieme a Enrico Baj,  a rappresentare la lettera Q  e una doppia rappresentanza di artisti per la lettera L: El Lissitzky con un altro poeta artista, Vladimir Majakovskij e Fernand Léger con le sue composizioni in colori ad illustrare un’ opera di Blaise Cendrars.

Da sempre il libro con le sue pagine bianche ha attratto l’artista, in una competizione antica con il mondo delle parole, dominio incontrastato di poeti e scrittori. Pittori e scultori si sono impossessati di quello scrigno cartaceo per restituirlo trasformato secondo un fare arte diverso, plastico e visivo, manipolandone la forma, i caratteri, scegliendo la qualità della carta, giocando con le misure, l’inizio e la fine, il recto e il verso, il bordo della pagina, con la composizione grafica e l’impaginato, fino a distribuire parole e caratteri in libertà sul foglio, usato come materia povera, quindi bruciato, tagliato, stropicciato e impastato con ogni sorta di elemento utile a farsi lettera e segno.

Tra le molte rarità esposte in questa occasione, si fanno notare per qualità Fêtes di Alexander Calder e Gold di Andy Warhol: uno è un’epifania di colori, un equilibrismo di forme, l’altro è un libro d’oro prezioso come un’icona neo-bizantina. Dalla lettera A di Vincenzo Agnetti alla Zeta di Ossip Zadkine si è inteso organizzare la mostra come un itinerario nell’arte del libro d’artista del Novecento, partendo da Oscar Kokoschka (1908) e Fernand Léger (1919) fino ad arrivare alle più contemporanee invenzioni di Claes Oldenburg, Jasper Johns, Maurizio Nannucci ed Emilio Isgrò, passando per il surrealismo di René Magritte, la metafisica composizione di Giorgio De Chirico, la genialità di Pablo Picasso, la verve grafica di El Lissitszky, il taglio di Lucio Fontana, la ferita aperta nella carta da Alberto Burri e molte altre declinazioni di questa modalità artistica su carta.

Testo a cura di Irene Guzman – Ufficio stampa Artelibro 2014

ALFAZETA. Giorgio De Chirico

Giorgio De Chirico, Mythologie (ALFAZETA)

In mostra i libri d’artista di: Vincenzo Agnetti, Alberto Burri, Alexander Calder, Giorgio De Chirico, James Ensor, Lucio Fontana, George Grosz, Georges Hugnet, Emilio Isgrò, Jasper Johns, Oscar Kokoschka, Fernand Léger, Vladimir Majakovskij/El Lissitzkij, René Magritte, Maurizio Nannucci, Claes Oldenburg, Pablo Picasso, Raymond Queneau/Enrico Baj, Robert Rauschenberg, Kurt Schwitters, Yves Tanguy, Raoul Ubac, Ben Vautier, Andy Warhol, William Xerra, Ylla, Ossip Zadkine.

 

ALFAZETA – Libri d’artista della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
Biblioteca Universitaria di Bologna, Via Zamboni, 35
Dal 16 settembre al 17 ottobre
A cura di S.Risaliti in collaborazione con M.L.Sebastiani, S.Alessandri e M.Sambucco
Mostra promossa da Artelibro Festival del Libro e della Storia dell’Arte in collaborazione con Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e Biblioteca Universitaria di Bologna

Orari: lunedì-venerdì 10.00-18.00; sabato 9.30-13.00; domenica chiuso
Ingresso gratuito

Per info: www.artelibro.it

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Andrej Koruza, Tessera e fuga #1, marmo dipinto e malta, 50x50cm, 2008

Andrej Koruza, Tessera e fuga #1, marmo dipinto e malta, 50x50cm, 2008

Andrej Koruza (Koper, Slovenia, 1982): so che hai frequentato la Scuola Mosaicisti del Friuli, ma com’è nata e come si è sviluppata la tua voglia di usare il mosaico nel XXI secolo?

Diciamo che ci sono varie fasi e numerose persone che hanno contribuito allo sviluppo di una vera e propria necessità di fare mosaico. Se parliamo della Scuola di Mosaico allora devo assolutamente menzionare Giuseppe Semeraro, il mio maestro di mosaico del terzo anno, che mi ha trasmesso un’immensa passione e mi ha fatto capire che il mosaico può essere quello che io ho voglia che sia: tecnica, artigianato, arte. Da lì ho cominciato a dubitare di tutto quello che mi è stato insegnato sul mosaico, credo che il dubbio sia ancora adesso una delle cose che più mi definisce e mi fa analizzare le cose a fondo. Il mio interesse per il  mosaico come forma espressiva e come forma d’arte è andato sempre di pari passo con l’interesse per la società e i fenomeni che in essa accadono. L’ultimo anno della scuola di mosaico andavo via prima della fine delle lezioni, tornavo in  Slovenia per assistere alle lezioni di filosofia e psicoanalisi alla Facoltà di Scienze Umanistiche di Capodistria, dopo le quali passavo ore e ore a parlare di mosaico, filosofia, arte, cinema  con un paio di amici filosofi e antropologi, Matej Vatovec e Tomaž Gregorc che hanno contribuito moltissimo alla nascita, in me, di un pensiero critico che applicavo anche al mosaico.

Andrej Koruza, Tessera e fuga #5, marmo dipinto e malta, 50x50cm, 2008

Andrej Koruza, Tessera e fuga #5, marmo dipinto e malta, 50x50cm, 2008

La conseguenza di tutto quel ripensamento sul mosaico è stata la mia prima serie di mosaici intitolata Tessera e fuga, realizzata in Colombia nel 2009, che sento come un manifesto, delle regole che mi impongo quando faccio mosaico. Credo sia stato durante quel periodo che ho capito il potenziale del mosaico, il momento nella storia in cui i grandi sistemi (politici, economici, sociali) si sono frantumati e l’individuo si è trovato a confrontarsi con il Capitalismo, a cui si è sottomesso sia il sistema politico che quello sociale e che, nel momento storico in cui viviamo, dove il capitale sfrutta l’individuo per ricavare sempre più profitto, l’unica speranza che l’individuo ha è che si  formi un nuovo senso comune e di conseguenza si formino anche nuovi gruppi, comunità su una base più giusta, più armonica e vivibile. In questa chiave credo che il ruolo del mosaico e del mosaicista sia molto importante, perché può mostrare nuove forme di relazione tra singoli, tra singolo e gruppo e anche tra gruppi. Sono convinto che alcuni mosaici e alcuni mosaicisti, quelli che osano ricercare, non trovare, essere radicali, possano cambiare il mondo, perciò mi disturba quando vedo concorsi di mosaico con giurie piene di persone che devono difendere le proprie visioni di mosaico oppure persone non capaci di capire il mondo nel quale viviamo noi giovani mosaicisti (ho conosciuto anche delle splendide eccezioni che però sono in minoranza). D’altro canto, chi dovrà cambiare il mondo non si lascerà fermare dalle giurie del mosaico. Per me il mosaico è un linguaggio vivo come è viva la lingua che parliamo e non ci sono regole dettate dalla tradizione che possono definirlo. Da parte mia riesco ad apprezzare solamente i mosaici e i mosaicisti che nel loro lavoro aiutano a definire e a mostrare cosa è o può essere il mosaico, mostrando anche quello che fino ad ora non era. Tra le persone che più contribuiscono a ciò e che più hanno influito su di me e i miei mosaici ci sono i CaCO3, Samantha Holmes, Jo Braun, Marco de Luca e Felice Nittolo (credo che in ogni commissione ci dovrebbero essere loro) e anche Daniele Torcellini e Luca Maggio che con i loro testi contribuiscono ad una cultura sul mosaico contemporaneo.

Andrej Koruza fra le parti smontate di "Segnali dal Limite", 2013

Andrej Koruza fra le parti smontate di “Segnali dal Limite”, 2013

Il bianco e il grigio del metallo, la purezza del legno e in generale il togliere per arrivare all’essenziale, anche quando costruisci le tue accuratissime opere e macchine musive, senza mai scordare il senso di moto, di “fuga” insito in molte tue operazioni. Significativamente una foto ti ritrae fra le componenti smontate della tua ultima, formidabile e ipnotica, installazione “Segnali dal limite”, quasi fossi tu stesso, col tuo corpo, parte di quegli ingranaggi. A questo proposito ti chiedo di continuare a parlare della tua idea di mosaico e in particolare di “Segnali dal limite”, sino al 17 novembre visibile presso i Chiostri francescani, all’interno del III Festival Internazionale del Mosaico Contemporaneo.

Io guardo al mosaico come a una scienza, una scienza delle relazioni tra tessere, particelle, elementi, entità etc. e come tale la trovo molto interessante, perché la capisco come uno strumento di analisi della maggior parte dei fenomeni che succedono su questo pianeta, quasi ogni fenomeno possa essere diviso in parti più piccole che possono essere analizzate.

Andrej Koruza, Segnali dal Limite, 2013

Andrej Koruza, Segnali dal Limite, 2013

Con Segnali dal limite tutto è iniziato mentre osservavo il crescere delle rivolte nel nord del Africa, la cosiddetta “Primavera araba”. Mi ha affascinato subito questo spirito rivoluzionario che, con l’aiuto della tecnologia, ha portato a cambiamenti radicali nella loro regione, se in meglio o peggio adesso non ha importanza.

Andrej Koruza, Segnali dal Limite, 2013

Andrej Koruza, Segnali dal Limite, 2013

Credevo che in Europa e soprattutto in Slovenia la gente non potesse trovare dei punti in comune e raggrupparsi per esigere e causare cambiamento, invece è successo, quasi inspiegabilmente: una sequenza di avvenimenti ha portato a grandi proteste e a successivi cambiamenti, anche se non radicali ma minimi perchè le proteste non sono continuate. Insomma, da una parte l’idea del mosaico è nata da questa alternanza di ordine e disordine sociale e dall’altra da un interesse molto grande verso il ruolo della tecnologia nell’arte contemporanea e nel mosaico. A dire il vero ero deluso dalla maggior parte delle cose che vedevo legate alla tecnologia e all’arte, soprattutto quella interattiva. Da lì la decisione di provare a fare qualcosa: con l’aiuto di Borut Jerman e KID PINA abbiamo ricevuto il finanziamento dal Ministero alla Cultura Sloveno e dopo 6 mesi, con la collaborazione di Borut Perko (che si è occupato dei circuiti e sensori), ho finito il mosaico. Segnali dal limite è il mio primo tentativo in questo campo e se lo guardo adesso ne sono soddisfatto, mi piace soprattutto la forma, il meccanismo dietro il mosaico che diventa parte integrante del mosaico; il mosaico diventa tessera posata su un fondo ma diventa anche quello che sta dietro il fondo, il meccanismo, la tecnologia. Credo che il mosaico debba ricollegarsi criticamente al periodo nel quale viviamo e Segnali dal limite è sicuramente un tentativo di questo collegamento.

Spero di esserci riuscito, l’attenzione ricevuta e tutti i riscontri positivi a RavennaMosaico mi hanno sorpreso e motivato, perciò continuerò ancora più deciso.

Andrej Koruza, Segnali dal Limite, 2013

Andrej Koruza, Segnali dal Limite, 2013

Cos’è e cosa fai all’interno del GRUPA? Infine, nuove mostre, nuovi meccanismi? In generale, progetti futuri di cui vuoi parlare?

GRUPA è un gruppo di architetti, designer e artigiani che lavora nel campo dell’innovazione sociale, progetti sociali, volontariato. Il nostro scopo all’inizio (tre anni fa) era aiutare un nuovo tipo di imprenditoria, gli imprenditori sociali. Uno dei quali era il CPU (Centro del riuso) col quale collaboravamo. Il CPU è una discarica dai cui rifiuti vengono selezionati oggetti che possono essere riutilizzati come mobili, posate, elettrodomestici, che vengono aggiustati, sistemati e venduti a prezzi bassi. Con GRUPA abbiamo lavorato a un sistema circolare nel quale questo progetto, importantissimo e utilissimo, potesse funzionare ottimamente.

Un altro progetto molto interessante e importante al quale abbiamo collaborato è Gostilna dela, col quale a giovani provenienti da ambienti difficili viene insegnato il mestiere di cameriere e aiuto cuoco e, alla fine, viene loro offerto di lavorare nel ristorante aperto nell’ambito del progetto. Il ruolo di GRUPA era di pensare all’architettura, interior design, produzione degli interni e tutta la grafica del ristorante. Il nostro scopo era quindi di creare un legame tra la comunità e il ristorante, prima che il locale venisse aperto, obiettivo che abbiamo raggiunto organizzando eventi. Durante questi eventi la gente ci aiutava a raccogliere informazioni sul tipo di ristorante che voleva nel quartiere e sulle pietanze che desiderava mangiare. Ci aiutava inoltre a dipingere i muri, le finestre e portava sedie e posate ricevendo in cambio la merenda preparata dai futuri aiuto cuochi e camerieri. Facendo così abbiamo raggiunto anche un grande impatto mediatico fin da prima che il ristorante fosse aperto e dopo l’apertura era pieno dal primo giorno in poi.

Andrej_Koruza, Slovenia Structured_#1, 67x100cm, 2011

Andrej_Koruza, Slovenia Structured #1, 67x100cm, 2011

All’interno di GRUPA io mi occupavo dello sviluppo dei progetti con Nina Mršnik e Gaja Mežnarič Osole e della produzione degli oggetti che servivano nei vari progetti (nel caso di Gostilna Dela di tutti gli interni). Adesso GRUPA è in pausa, tranne il reparto Laboratorio/Falegnameria che si sta sviluppando autonomamente sotto il nome di DELAVNICA, al quale lavoriamo Matej Rodela e io. DELAVNICA  è un laboratorio di design e produzione di interni in legno massiccio. Adesso stiamo disegnando la prima serie e producendo i primi oggetti, c’è una bella atmosfera, mi piace lavorare lì perché mi confronto tutto il tempo con problemi pratici: ciò mantiene la mente in costante esercizio e il fatto di produrre continuamente oggetti mi aiuta anche nei progetti artistici a non avere timore o, a differenza di una volta, a non avere una vera e propria paura di confrontarmi con me stesso e con quello che riesco a produrre. Adesso sono abbastanza maturo da confrontarmi in ogni progetto che faccio e non ho paura né di perdere, né di vincere, ho voglia di rischiare e di essere radicale. Voglio camminare sul limite del mosaico per cercare di definirlo, capirlo  e migliorarlo ogni volta. Non ho paura di fare qualche passo falso, al di là del limite del mosaico, perché sono convinto che anche oltrepassando il limite si possa definire e capire il mosaico meglio di quando non si prova neanche a raggiungerne il limite. In questa chiave trovo il lavoro 80mesh – La forma del suono dei CaCO3, ma anche alcuni mosaici di Samantha Holmes e Jo Braun, le opere piu importanti del mosaico contemporaneo degli ultimi anni, lavori che considero vere e proprie opere d’arte contemporanea.

Andrej_Koruza, Slovenia Structured_#1, 67x100cm, 2011

Andrej_Koruza, Slovenia Structured #1, 67x100cm, 2011

In quanto a me, sono felice perché l’opera Segnali dal limite verrà esposta insieme all’opera ADA di Karina Smigla-Bobinski dal 27 novembre al 10 dicembre nell’ambito del Festival di Arti Transitorie Sonica.

Ho anche vari progetti di mosaico in fase di sperimentazione, ma che spero di produrre nel 2014. Il progetto al quale sto dando piu importanza di tutti è uno spettacolo intermediale di danza in cui mosaico e danza si uniscono nell’interazione tra ballerini e installazione-mosaico. Il progetto è appunto in fase di progettazione e ricerca dei fondi necessari per la produzione: produttori, benefattori, mecenati, milionari… fatevi avanti!

Link:

http://andrejkoruza.tumblr.com/

http://signalsfromthelimit.tumblr.com/

http://vimeo.com/71326613

http://www.g-r-u-p-a.com/

https://www.facebook.com/delavnica.idej

English version on MAN

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Roberta Grasso, Identity of   a city, 2013

Roberta Grasso, Identity of a city, 2013

Umea, città svedese prossima capitale europea della cultura 2014, ha bandito un concorso selezionando 64 opere semifinaliste ispirate alla città, in particolare alla cultura sami o lappone.

Fra queste è presente la proposta di Roberta Grasso, artista giovane e di grande finezza, di cui questo blog ha più volte avuto il piacere di occuparsi.

A questo proposito chiedo a tutti coloro che hanno un profilo facebook (questa la modalità scelta dagli organizzatori) di sostenerla votandola e diffondendo il seguente link presso amici e conoscenti entro e non oltre il 12 settembre 2013:

www.caughtbyumea.se-roberta grasso

Di seguito la descrizione dell’opera fornita dall’artista:

“L’opera di design presentata per il concorso Caugh by Umea è una lampada da applicare a muro (applique di dimensioni 50x12x25 cm), realizzata con una struttura in legno dipinto. Sulla parte frontale, in plexiglass trasparente, è riprodotta la mappa di Umea mediante un minuzioso mosaico con corteccia di betulla, albero che identifica fortemente la città, chiamata anche “città delle betulle”. La scelta di realizzare un oggetto per l’illuminazione decorandola con questo materiale non è casuale: secondo le antiche tradizioni celtiche e lapponi l’albero di betulla, detto anche albero della vita, è una pianta che simboleggia la fertilità, la purificazione, la protezione e il suo legno può essere usato per allontanare energie negative, portando alla luce ciò che è stato occultato.

The work of design submitted for the competition Caught by Umea is a lamp to be applied to the wall (wall-sized 50x12x25 cm), made of a painted wooden frame. On the front, plexiglass, is reproduced the map of Umea with a detailed mosaic with birch bark, a tree which strongly identifies the city, also called the “city of birches.” The decision to construct an object for lighting decorating it with this material is not accidental: according to the ancient Celtic s and Lapland traditions the birch tree, also called the tree of life, is a plant that symbolizes fertility, purification, protection and its wood can be used to ward off negative energies, bringing to light what has been hidden.”

Info e contatti: grassoroberta1986@gmail.com

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Gino Severini, Maternità, 1916, Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona

Gino Severini, Maternità, 1916, Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona

In genere ai Musei di San Domenico a Forlì lavorano bene sulle mostre temporanee: ricordo con piacere la riscoperta di un grande artista come Wildt lo scorso anno e precedentemente le belle monografiche dedicate a Melozzo, Palmezzano, Silvestro Lega, il Cagnacci, Canova, tutti nomi, alcuni dei quali forlivesi, presenti in città con almeno un’opera su cui costruire un evento di portata nazionale.

Essendo stata la città di Mussolini (nato a Predappio), numerose sono tuttora le testimonianze architettoniche del periodo fascista. Dunque partendo da questo e con decenni di distanza alle spalle, gli organizzatori hanno pensato che si potesse ormai ragionare serenamente sull’arte del ventennio, rivalutando il buono e non retorico che pure c’è stato.

Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922, Coll. privata

Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922, Coll. privata

Sin qui tutto bene, era anzi tempo di una riconsiderazione onesta sul tema proposto. Solo che Novecento volendo essere una mostra onnicomprensiva (il sottotitolo parla chiaro: arte e vita in Italia tra le due guerre), presenta un affastellamento di opere (talvolta con sezioni non ben amalgamate fra tendenze neo e post-futuriste, metafisiche, del cosiddetto realismo magico e del più generale ritorno all’ordine) fra dipinti, progetti architettonici, sculture, manifesti pubblicitari, design di mobili e moda (peraltro entrambe fra le parti più interessanti dell’intero percorso) tale che lo sguardo alla fine è esausto e laddove vorrebbe approfondimenti trova solo cenni o addirittura assenze (il mosaico, ad esempio, povera cenerentola, che proprio in quegli anni comincia a tornare in auge), mentre di decine e decine di quadri si sarebbe potuto fare a meno: il messaggio sarebbe arrivato comunque e meglio.

Enrico Prampolini, Dinamica dell'azione (Miti dell'azione. Mussolini a cavallo), 1939, GNAM, Roma

Enrico Prampolini, Dinamica dell’azione (Miti dell’azione. Mussolini a cavallo), 1939, GNAM, Roma

Giorgio De Chirico, Sala d'Apollo (Violon), 1920, Coll. privata

Giorgio De Chirico, Sala d’Apollo (Violon), 1920, Coll. privata

Renato Bertelli, Profilo continuo. Dux, 1935, Palazzo Pitti, Firenze

Renato Bertelli, Profilo continuo. Dux, 1935, Palazzo Pitti, Firenze

Naturalmente i nomi che dovevano esserci ci sono tutti (Sironi, Funi, Campigli, Soffici, De Chirico, Savinio, Severini, Balla, Prampolini, Cambellotti, Dottori, Casorati, Donghi, Oppi, Cagnaccio di San Pietro, Fausto Pirandello, Guidi, Cagli, Guttuso, Carrà, Maccari, la scoperta del triestino Cesare Sofianopulo, Bertelli, Martini, Messina, Manzù, Andreotti, Dudovich, Sepo, Schawinsky, Piacentini, architetto del regime e designer per Fiammetta Sarfatti, Gio Ponti, Ravasco, Ferragamo con le sue modernissime scarpe anni ‘30, etc.) e una passeggiata fra questi protagonisti si può fare, tenendo presente il problema della prolissità e ridondanza con la necessità conseguente di trascurare molte opere, inconveniente purtroppo già riscontato in un’altra super-collettiva forlivese del 2010, quella sui Fiori – Natura e simbolo dal Seicento a Van Gogh: evidentemente a San Domenico, non possedendo il dono della sintesi, lavorano meglio sulle monografiche, le stesse citate qualche riga sopra.

Cesare Bazzani, Il nuovo Foro di Forlì, 1931 ca.

Cesare Bazzani, Il nuovo Foro di Forlì, 1931 ca.

Xanti Schawinsky, Sì, 1934

Xanti Schawinsky, Sì, 1934

A proposito di Novecento, per fare chiarezza sul significato storico artistico del movimento è bene citare alcuni passi illuminanti del suo maggiore “non-critico”, Massimo Bontempelli, credo utili anche quali guida ideale all’esposizione corrente: “Se è vero che l’arte vede risplendere oggi davanti a sé nuove possibilità, queste dovranno tenersi ugualmente lontane dalla bellezza e dall’interiorità. Non si tratta più di far fremere la pelle e far risaltare i muscoli, né di esplorare la propria anima. L’importante è creare oggetti, da collocare fuori di noi, bene staccati da noi; e con essi modificare il mondo. (…) È lo spirito dell’architettura. L’architettura diventa assai rapidamente anonima. L’architettura  rifoggia a suo modo la superficie del mondo: sa continuarsi e compiersi con le forme della natura. Lo stesso deve fare la poesia, foggiando favole e personaggi che possano correre il mondo come giovani liberati che hanno saputo dimenticare la casa ove nacquero e ove hanno compiuto la loro maturazione.” (Dicembre 1926)

Achille Funi, La terra, 1921, Coll. privata

Achille Funi, La terra, 1921, Coll. privata

Antonio Donghi, Giocoliere, 1936, Unicredit Art Collection, Roma

Antonio Donghi, Giocoliere, 1936, Unicredit Art Collection, Roma

Ubaldo Oppi, I tre chirurghi, 1926, Musei Civici, Vicenza

Ubaldo Oppi, I tre chirurghi, 1926, Musei Civici, Vicenza

“Quei due termini della pittura quattrocentesca – precisione realistica e atmosfera magica – aveva tentato di riprenderli il cubismo: ma operò in modo letterario, con un formulario dialettico, con un’anima impopolare, e finì per bruciare sul gran rogo futurista insieme con gli altri relitti del romanticismo. Sia ben chiaro che tutto questo non si è detto per fare della storia. Non abbiamo voluto se non dare qualche segnalazione, in quanto tali analogie possono illuminare il nostro istinto: possono chiarire meglio, agli altri e a noi stessi, che cosa si debba intendere per «novecentismo». In nessun’altra arte troviamo nel passato parentele più strette che con quella pittura di cui abbiamo parlato, in nessuna vediamo così in pieno attuato quel «realismo magico» che potremmo assumere come definizione della nostra tendenza. E in quei pittori italiani del Quattrocento, molto più utilmente che in tanti scrittori che furono citati da ogni parte, una critica avveduta potrebbe scoprire i veri precedenti e maestri di certa nostra prosa modernissima. (…) Il futurismo fu – ed era necessario – avanguardista e aristocratico. L’arte novecentista deve tendere a farsi «popolare», ad avvincere il «pubblico». Non husserlcrede alle aristocrazie giudicanti, vuol fornire di opere d’arte la vita quotidiana degli uomini, e mescolarle a essa. In altre parole, il novecentismo tende a considerare l’arte, sempre, come «arte applicata», ha un’enorme diffidenza verso la famosa «arte pura». L’artista sia soprattutto un eccellente «uomo di mestiere». (…) Per questo insieme di ragioni il novecentista non vi parlerà mai di «capolavoro», parola romantica ed equivoca. Il novecentismo cerca di aiutare lo sviluppo di quell’arte che potrei chiamare d’uso musei quotidiano.” (Giugno 1927)

Marcello Piacentini, Sedia per la casa di Fiammetta Sarfatti, 1933, Wolfsoniana, Genova

Marcello Piacentini, Sedia per la casa di Fiammetta Sarfatti, 1933, Wolfsoniana, Genova

Salvatore Ferragamo, Sandalo, 1938 (non in mostra)

Salvatore Ferragamo, Sandalo, 1938 (non in mostra)

Gio Ponti, I Progenitori, 1925 ca., Museo di Doccia, Richard Ginori, Sesto Fiorentino

Gio Ponti, I Progenitori, 1925 ca., Museo di Doccia, Richard Ginori, Sesto Fiorentino

Francesco Messina, Pugile, 1930, Coll. ENI Spa

Francesco Messina, Pugile, 1930, Coll. ENI Spa

Così Bontempelli. In finale di battuta aggiungo un paio di provocazioni: in certe parole non sembra di leggere clamorose anticipazioni pop? Inoltre, in questa volontà d’affermazione dell’esistere quotidiano (benché anonimo) sull’essere ideale ma astratto, non si possono rintracciare consonanze con la futura linea esistenzialista sartriana, che origina dalle riflessioni heideggeriane di fine anni ’20? En passant, ricordo che il filosofo tedesco capovolse l’insegnamento del suo maestro Husserl, posponendo l’essere quale conseguenza dell’esistere.

Pur con le dovute differenze e diversissime conseguenze ed esiti, forse qualcosa di comune era nell’aria.

Novecento – sito ufficiale della mostra

Mario Sironi, L'Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma

Mario Sironi, L’Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma

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Premessa: questo stesso post è stato pubblicato il 14 giugno 2011. Viene riproposto su richiesta di Paperblog, sito con cui collaboro e che domattina, 20 aprile 2012, compie due anni: auguri dunque alla redazione e a tutti i paperbloggers!

Signore e signori, vi ho convocato oggi con molta emozione per annunciarvi una notizia importante che riguarda la mia vita privata e il mio lavoro.

Ho avuto la fortuna di diventare assistente di Christian Dior a 18 anni, di succedergli a 21 anni e di conoscere il successo con la mia prima collezione nel 1958, quarantaquattro anni fa tra pochi giorni. Da allora ho vissuto per il mio mestiere e grazie al mio mestiere. E sono molto fiero che le donne di tutto il mondo portino tailleur pantalone, smoking, caban e trench.

Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli.

Ogni uomo per vivere ha bisogno di fantasmi estetici. Io li ho inseguiti, cercati, braccati. Ho sperimentato molte forme di angoscia, molte forme di inferno. Ho conosciuto la paura e la terribile solitudine, la falsa amicizia dei tranquillanti e degli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Da tutto questo un giorno sono uscito, stordito, ma nuovamente in me.

Marcel Proust mi aveva insegnato che la magnifica e lamentosa famiglia dei nevrotici è il sale della terra. Non ho scelto questa fatale discendenza, ma è grazie a lei che mi sono innalzato nel cielo della creazione, che ho frequentato i “ladri di fuoco” di cui parla Rimbaud, che ho trovato me stesso, che ho compreso che l’incontro più importante della vita è quello con se stessi.

Nonostante questo, oggi ho deciso di dire addio a questo mestiere che ho tanto amato.” Y.S.L.

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio 2002. In queste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Yves Saint Laurent e Pierre Bergé nell'appartamento di rue de Babylone, Parigi, 1982

Con esse si apre il bellissimo Yves Saint Laurent – Pierre Bergé, L’Amor Fou (2010), docu-film di Pierre Thoretton uscito un anno fa in dvd per Feltrinelli Real Cinema insieme ad un piccolo e prezioso libretto d’accompagnamento con diversi interventi, in particolare di Pierre Bergé, il compagno, il socio e l’amico di tutta la parabola Saint Laurent sin dal ‘58, anno del loro primo incontro che li avrebbe portati tre anni dopo a fondare la famosa maison d’haute couture, una delle più grandi e rivoluzionarie avventure d’eleganza e design del secolo appena trascorso.

Bergé, oltre ad essere un coltissimo e raffinato bibliofilo, intimo di Cocteau e Giono, ha collezionato con Saint Laurent una delle raccolte d’arte più formidabili del nostro tempo, con nomi di primissimo ordine, da Matisse a Picasso a Mondrian a Klee, da Degas a Gauguin a Cézanne a Klimt, da Brancusi a Duchamp a Calder a Warhol (loro amico personale), da Géricault a Goya al Giambologna a Hals, oltre a numerosi altri nomi da brivido, senza contare gli arredi, dai vasi greci ai mobili déco agli smalti di Limoges, etc. …

Tutte cose che dopo la scomparsa del grande stilista, Bergé ha deciso di mettere in vendita, “perché ai miei occhi, dopo la morte di Yves, … (la collezione) ha perso gran parte del suo significato.”

Il film ruota proprio attorno all’asta milionaria di Christie’s del febbraio 2009, che fruttò un incasso pari a 373,9 milioni di euro, destinati a Sidaction per la lotta contro l’AIDS.

Jardin Majorelle - Marrakech

In quelle opere e nelle immagini che le restituiscono alle case che adornavano (l’appartamento di rue de Babylone a Parigi, il rifugio in Normandia o il meraviglioso Jardin Majorelle di Marrakech, tuttora visitabile, uno dei luoghi da non perdere nella vita), così vissute da questa straordinaria coppia di esteti, si ritrova il senso del loro lavoro, della loro ricerca e fatica, che fece dire a Bergé “se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere” e allo stesso Saint Laurent: “La moda non è arte, ma ha bisogno di un artista per esistere: gli abiti sono sicuramente meno importanti di musica, architettura e pittura, ma era ciò che sapevo fare e che ho fatto, forse, partecipando alle trasformazioni della mia epoca.”

Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent – sito ufficiale

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Bruno Munari (1907-1998)

Se vi chiedono il nome del primo genio che avete in mente, chi direste?

Leonardo, Einstein, Mozart, Shakespeare e via dicendo, ognuno secondo la propria sensibilità. Ecco, accanto a questi colossi universali, aggiungo “il mio” Bruno Munari (Milano, 1907-1998): uno che con due segmenti e un puntino era capace di fare un libro o con una sagoma di cartone ritagliato e colorato una scultura e ancora giochi e stimoli continui per la creatività e non solo dei più piccoli (ah, il gioco e la carta, due elementi che tornano e tornano nella mia vita: a proposito, sempre di Munari, procuratevi Nella notte buia o uno dei suoi Libri illeggibili), senza contare i libri teorici sul design, veri e propri capolavori anche grafici, come Artista e designer e Arte e mestiere.

Oggi è il primo aprile e “il pesce”, simbolo scherzoso e beneaugurate sin dall’antichità, è dedicato a lui. Dopo il lonfo e la facezia leonardesca dello scorso anno, propongo una pagina proveniente da un gioiellino del ’42, ripubblicato dalla Corraini di Mantova, sua casa editrice per tanti anni: si tratta di Le macchine di Munari, testo divertentissimo in cui con serietà impeccabile l’autore illustra alcune sue invenzioni “utilissime” come l’addomestica sveglie o l’agitatore di coda per cani pigri o il distributore di uvetta secca. Visto l’antipatia profonda per le molestissime zanzare che sono appena tornate a farmi visita, scelgo il Mortificatore per zanzare:

“Mortificatore per zanzare:

Una bellissima gabbietta di rete metallica molto sottile e dipinta in azzurro cielo (1) contiene la zanzara che vorremmo mortificare. Tagliate il filo del palloncino (2) e lo sportello (3), costruito con compensato di mollica di sambuco metallizzato, cadrà, liberando la zanzara Cinzia (4) la quale, opportunamente affamata, si precipiterà contro l’immagine di zia grassissima in costume da bagno rivolta verso il mare (5). Senonché la zia è dipinta sopra un foglio di carta velinissima e la zanzara lo perforerà e si troverà, dopo alcune evoluzioni fatte apposta per dimostrare indifferenza, al punto 6 dove le apparirà davanti agli occhietti un appetitosissimo ingrandimento di globuli rossi (7). Cinzia metterà tutta la forza delle sue ali per raggiungere tanta ghiottoneria ma, ehee!, il ventilatore Antonio Pinza, di Udine (8) immediatamente messo in azione, provocherà una tale corrente d’aria che Cinzia sarà costretta, dopo diciotto ore e minuti, ad abbandonare l’impresa ed a lasciarsi cadere, priva di forze sul divanetto per zanzare (9) imbottito di gusci di uova di vanessa. Al contatto della zanzaruccia il divano comincia a vibrare, grazie ad un potente vibratore nascosto nella pedana (10). Povera Cinzia!, non ne può più, ma per fortuna, nell’abbandonare il divanetto maledetto vede un bel viso grasso di commendatore addormentato (11) che sembra offrire la guancia al suo pungiglione. Cinzia si abbandona ad un ultimo disperato tentativo e si spezza il pungiglione contro il marmo col quale è fatto il viso del dormiente. Una piccola lettiga (12) costruita dalle mani pietose di un eremita di corso Garibaldi, raccoglie le spoglie di quella che fu una delle più note zanzare dell’epoca moderna.

Note. Ve l’ho detto diecimila volte che i divani per zanzare non sono in commercio, Se ve ne occorre uno ditemi di colore lo volete che ve lo farò fare.”

Bruno Munari, da Le Macchine di Munari, 1942.

Associazione Bruno Munari

MunArt – sito dedicato a Bruno Munari

Collezione Bruno Munari – Cantù

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