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Archive for the ‘geografia’ Category

Ipotesi ricostruttiva del planisfero perduto del 1474 di Paolo dal Pozzo Toscanelli (in chiaro la posizione del continente americano da lui ignorato), da “A Literary and Historical Atlas of America”

“Molto mi piacque intendere la dimestichezza che tu hai con il tuo serenissimo e magnificentissimo Re (Alfonso V del Portogallo, ndr.). E quantunque altre volte io abbia ragionato del brevissimo cammino che è di qua alle Indie, dove nascono le specierie, per la via del mare, il quale io tengo più breve di quel che voi fate per Guinea, tu mi dici che Sua Altezza vorrebbe ora da me alcuna dichiarazione o dimostrazione acciocché s’intenda e si possa prendere detto cammino (…).

Laonde, come ch’io sappia di poter ciò mostrarle con la sfera in mano e farle vedere come sta il mondo, nondimeno ho deliberato per più facilità e maggiore intelligenza dimostrar detto cammino per una carta, simile a quelle che si fanno per navigare; e così la mando a Sua Maestà fatta e disegnata di mia mano, nella quale è dipinto tutto il fine del ponente, pigliando da Irlanda all’austro insino al fin di Guinea, con tutte le isole che in questo cammino giacciono; per fronte alle quali dritto per ponente giace il dipinto delle Indie, con le isole e i luoghi dove potete pervenire: e quanto dal polo artico vi potete discostare per la linea equinoziale, e quanto spazio, cioè in quante leghe potete giungere a quei luoghi fertilissimi d’ogni sorte di specieria e di gemme e pietre preziose (…) non abbiate a meraviglia, se io chiamo Ponente il Paese, ove nasce la specieria, la quale comunemente dicesi che nasce in Levante: perciocché coloro, che navigheranno al ponente, sempre troveranno detti luoghi in ponente; e quelli che andranno per terra al levante sempre troveranno detti luoghi in levante. (…)”

Paolo dal Pozzo Toscanelli (Firenze, 1397 – 1482), dalla lettera a padre Fernando Martins, 1474 (in La carta perduta, Paolo dal Pozzo Toscanelli e la cartografia delle grandi scoperte, Firenze, 1992)

Martin Waldseemüller, 1507, la prima mappa su cui compare il nome “America”, dal 2001 presso la Library of Congress, Washington D.C.

“A Cristoforo Colombo, Paolo fisico salute. Io ho ricevuto le tue lettere con le cose che mi mandasti, le quali io ebbi per gran favore; e stimai il tuo desiderio nobile e grande bramando tu di navigar dal Levante al Ponente come per la carta che io ti mandai, si dimostra; la quale si dimostrerà meglio in forma di sfera rotonda. Mi piace molto che elle sia bene intesa e che detto viaggio non sol sia possibile, ma vero e certo, e di onore, e guadagno e di grandissima fama appresso tutti cristiani (…) di modo che quando si farà detto viaggio sarà in regni potenti, e in città abbondanti: cioè di ogni qualità di specierie in gran somma e di gioie in gran copia. Ciò sarà caro eziandio a quei Re, e Principi che sono desiderosissimi di praticare e contrattare con cristiani di quei nostri paesi, si per esser parte di lor cristiani, e si ancora per aver lingua e pratica con gli uomini savi e d’ingegno di questi luoghi, così nella religione come in tutte le altre scientie, per la gran fama degli imperi e dei reggimenti che hanno di queste parte per le quali e molte altre che si potrebbono dire, non mi meraviglio, che tu, che sei di gran cuore, e tutta la nazione portoghese, la quale ha avuto sempre uomini segnalati in tutte le imprese, sii col cuore acceso, e in gran desiderio di eseguire detto viaggio.”

Paolo dal Pozzo Toscanelli (Firenze, 1397 – 1482), dalla lettera a Cristoforo Colombo (in La carta perduta, Paolo dal Pozzo Toscanelli e la cartografia delle grandi scoperte, Firenze, 1992)

Mo Yi-tong, 1763, presunta copia di una carta del 1418 (?) della dinastia Ming

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Pochi giorni fa, il 25 giugno, si è spento il Prof. Enzo Tiezzi (Siena,1938-2010), ordinario di Chimica fisica all’Università di Siena, sua città del cuore, già deputato per la sinistra indipendente (X Legislatura) e, da sempre, grande ambientalista, pro energie alternative, contro il nucleare e fra i padri dello sviluppo sostenibile.

Ho avuto il piacere di conoscerlo, per caso, tre mesi fa, quando a fine marzo lo accompagnai nella visita del Mausoleo di Galla Placidia e della Basilica di San Vitale a Ravenna. Era già gravemente malato, ma volle rivedere quei monumenti che l’avevano meravigliato molti anni addietro. Con lui c’erano la moglie e una coppia di loro amici, carichi d’affetto. In totale si era in cinque.

Mestiere curioso la guida turistica: è usuale che capitino gruppi brancaleoneschi di scolaresche, ma, a onor del vero, alla loro età e in gita scolastica, chi pensava esclusivamente ai siti da visitare? I più attenti ed educati in genere sono i bambini delle elementari e medie, come certi adulti (non tutti) e, va da sé, quando si è ascoltati, svolgere il proprio compito è un piacere che dà soddisfazione.

Quello col Prof. Tiezzi non è stato un servizio guida normale, piuttosto l’aver fatto conoscenza e conversazione con un uomo generoso e sapiente, curioso di riammirare luoghi della (sua) memoria per meglio studiarli, sino all’ultimo, nonostante tutto.

Non scorderò il suo volto, né la sua voce, come le cose che ci siamo detti su Florenskij e sul rapporto tra sacro bizantino e linearità duccesca  nella Siena di fine ‘200.

Enzo Tiezzi è stato anche un grande viaggiatore e, occasionalmente, un fotografo colmo di umanità, come racconta il suo ultimo catalogo per la mostra Lo sguardo sul pianeta (Laris Editrice, Colle di Val d’Elsa, Siena, 2010), in cui le immagini scattate ad ogni latitudine del globo, sono accompagnate e impreziosite da parole ora di amici e autori da lui amati, ora sue, come ne Il sermone di Benares: “quel vedere e quell’intravedere/ la primavera delle persiane/ socchiuse, che fuori racchiudono/ tesori di canti d’uccelli/ e di foglie verdi e di madre natura.

Un lavoro importante e bello, testimonianza della vita di un uomo, del suo occhio e della difesa della biodiversità planetaria, fil rouge del testo, che mi ha ricordato un saggio di qualche anno fa sulle lingue in via di estinzione, Voci del silenzio, di Daniel Nettle e Suzanne Romaine (Carocci editore, Roma 2001): “dobbiamo muoverci ora per preservare ciò che di sano rimane nell’eredità che abbiamo ricevuto, considerandolo una risorsa. Non c’è speranza di sopravvivenza a lungo termine, se gli ecosistemi intatti non verranno preservati e posti sotto il controllo di coloro che ci vivono. (…) Come ci hanno mostrato eventi del nostro passato prossimo e del nostro presente in varie parti del mondo, o il nostro villaggio globale sarà autenticamente multiculturale e multilinguistico o non sarà.”

Grazie di tutto e oltre, Professore.

Ecodynamics Group – Università degli Studi di Siena: per Enzo Tiezzi

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“(…) e ciò perché, mentre sei felicemente esule a Ravenna, con le orecchie trafitte dalle zanzare padane, ti saltella intorno la loquace turba delle rane municipali. In quella palude, con rovesciamento continuo di tutte le leggi di natura, i muri cadono e le acque stanno ferme, navigano le torri e le navi non si muovono, i malati passeggiano e stanno a letto i medici, i bagni sono freddi e nelle case si scoppia dal caldo, i vivi soffrono la sete e i morti nuotano nell’acqua, vegliano i ladri e dormono le autorità, i chierici praticano l’usura e i Siri cantano i salmi, i mercanti fanno i soldati e i monaci fanno i mercanti, i vecchi giocano a palla e i giovani ai dadi, gli eunichi portano le armi e i soldati federati si dedicano alla letteratura. Guarda un po’ che razza di città è quella dove hai tu casa, una città che ha potuto avere più facilmente un territorio che un terreno (…).” Sidonio Apollinare (430 ca. – 486 ca. d.C.), Epistole (I, 8, 2-3)

Vincenzo Coronelli, "Ravenna Antica", in "Ravenna ricercata antico-moderna", Venezia 1708 ca.

“(…) in questa località (Ravenna) non sapresti dire se la via di Cesare che l’attraversa, congiunga o separi la città vecchia e il porto nuovo. Inoltre un ramo del Po attraversa questa città doppia, mentre all’esterno la bagna un altro ramo di quel fiume, che, deviato dall’alveo principale mediante dighe pubbliche e per mezzo di queste immesso in rami derivati, divide le sue acque in modo che offrono difesa alle mura circondandole e, penetrando in città, procurano facilità di commercio. Qui, come tutto ciò che è opportuno stia in un mercato, così venivano trasportati generi alimentari; senonché siccome da una parte l’acqua salata del mare si spingeva fino alle porte e dall’altra, poiché veniva agitata al passaggio delle barche la poltiglia cloacale dei fossati, lo stesso lento defluire dell’acqua ristagnante veniva insudiciato dalla melma del fondo agitato dai pali usati dalle imbarcazioni, pur trovandoci in mezzo all’acqua avevamo sete perché non c’era da nessuna parte acqua sana di acquedotto o una cisterna da depurare o una sorgente irrigua o un pozzo d’acqua non fangosa.” Sidonio Apollinare (430 ca. – 486 ca. d.C.), Epistole (I, 5, 5-6)

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Tabula Peutingeriana-Codex Vindobonensis (particolare), copia del XII-XIII sec. di un originale romano, Vienna, Hofbibliothek (in immagine il facsimile di Konrad Millers del 1887, con Ravenna all'estrema destra evidenziata in rosso)

“Delle città situate fra le paludi la maggiore è Ravenna, costruita interamente in legno e attraversata dall’acqua: vi si circola perciò su ponti e su barche. Quando c’è l’alta marea, la città riceve al suo interno una parte non piccola di mare cosicché, asportato il fango da questa e dai fiumi, viene eliminata la malaria. Il luogo dunque è riconosciuto così salubre che i governanti lo designarono per mantenervi e farvi esercitare i gladiatori. C’è pertanto anche questo di mirabile là, vale a dire il fatto che, in mezzo alle paludi, l’aria tuttavia non è infetta; lo stesso avviene anche ad Alessandria d’Egitto dove d’estate l’acqua stagnante perde l’effluvio nocivo per il  gonfiarsi del fiume e lo scomparire pertanto delle paludi. È inoltre mirabile anche ciò che accade per la vite: essa infatti cresce nelle paludi, si sviluppa celermente e dà frutti abbondanti, ma poi, in quattro o cinque anni, si distrugge.” Strabone (64 ca. a.C. – 24 ca. d.C.), Geografia (V,1,7)

“…quique graui remo limosis segniter undis/ lenta paludosae proscindunt stagna Rauennae.” (“…e quelli che con il pesante remo procedendo lentamente sulle onde limacciose,/ solcano le acque stagnanti della paludosa Ravenna.”) Silio Italico (25 ca. -101 d.C.), Punica (VIII, 601-602)

“Sit cisterna mihi quam vinea malo Ravennae, / cum possim multo vendere pluris aquam.” (“A Ravenna preferisco avere una cisterna piuttosto che una vigna,/ dato che potrei vendere l’acqua molto più cara.”) Marco Valerio Marziale (40 ca. – 104 d.C.), Epigrammata (III, 56)


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Non so che numero di scarpe indossi Anna Marasco (Napoli, 1977): i piedi sono la prima cura del viaggiatore e Anna lo è. La seconda, nel suo caso, sono una Leica MP e una Nikon D200, macchine e compagne di strada, con cui scrivere lettere in pellicola e cartoline in digitale senza altro ingombro: le pagine del suo moleskine.

Anna Marasco, Die Brücke, Hamburg, 2007

Anna Marasco, DNA-Turning Torso, Malmö, 2008

Il grande geografo Franco Farinelli ha detto che da Ulisse a Marco Polo, tutti i viaggiatori

Anna Marasco, Trompe l'œil, Rotterdam, 2007

antichi percorrevano senza fretta il proprio cammino, senza l’assillo del tempo del ritorno, attraverso vie curve, naturali, luoghi da conoscere e da vivere: il viaggio di Polo durò 24 anni! Da Colombo in poi le rotte si fecero sempre più dritte, veloci, precise, punti di un sistema reticolato: paradossalmente, la modernità ridusse la terra da tonda ad una tavola geografica piatta.

Quando Anna parte, sa che tornerà, ma si estranea dal tempo meccanico delle lancette e cammina con lentezza, esplorando: acquista spazio il senso di un altro tempo, più antico, più umano, con cui alimenta il suo sguardo, che sa “porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.” (Henri Cartier Bresson)

Anna Marasco, Human steps #2, Lisbona, 2008

Anna passa e scatta: la messa in scena, senza prove né artifici, di vita fra persone, murales, visi dipinti e architetture come dipinti, ovunque si posi quel suo occhio colto e sognante, sinceramente incuriosito e pulito: queste sono le sue foto: parti del suo vedere, parti della sua pelle. Cos’altro volere dall’anima di un fotografo?

Anna Marasco, Human steps #3, Lisbona, 2008

Anna Marasco, Whispers, Gay Pride, Amsterdam, 2007

Ma Anna non si contenta di registrare il mondo, essendo capace di mettere in discussione l’oggettività presunta della realtà col mezzo fotografico, per cui ciò che coglie fa assumere al dato empirico aspetti inattesi e talvolta ironici, sia nella presa in esame di frammenti architettonici (il Turning Torso di Calatrava a Malmö diviene segmento di DNA, gli Human Steps di un passaggio

Anna Marasco, Porthole, Utrecht, 2007

pedonale a Lisbona, rivelano la simmetria casuale delle formiche umane su una sorta di tela alla Griffa) sia nella visione di interi (l’apparire di una gigantesca giraffa pubblicitaria su un grattacielo nel centro moderno di Rotterdam).

Anna Marasco, L'hédonisme, Gay Pride, Amsterdam, 2007

Nelle sue immagini, c’è sempre un sorriso di nonsense beckettiano di fondo, di partecipazione però, non di distacco dai suoi soggetti, poiché la Marasco sa cogliere nel piccolo teatro dell’assurdo che è il quotidiano comune a tutti, una persistenza dell’essere nonostante la grandezza del nulla: nella forma delle cose, come nei volti felici o dolenti dei suoi personaggi, quasi sempre rivolti altrove, ad una vertigine momentanea data da un Gay Pride o dal Summer Carnival olandese, da un momento di memoria emerso durante l’attesa,

Anna Marasco, En attendant, Rotterdam, 2007

Anna Marasco, Legàmi #2, Mosca, 2008

infinitamente ripetuta, di una vecchia alla finestra o dai legami ostinati di due tubi già spezzati nella periferia russa o, ancora, dal fare la fotografia di una fotografia altrui, mentre il click a pochi metri di distanza sta per essere premuto.

Contatti: anna.marasco@photographer.net (attualmente vive e lavora a Berlino).

Anna Marasco, Fotografia di fotografia, Sergiev Posad, 2008

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