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Archive for the ‘incisione’ Category

Benjamin Murphy, Earthly Powers

Benjamin Murphy, Earthly Powers

È ancora aperta sino al 30 maggio presso la Galleria Mirada di Ravenna la personale del giovane e talentuoso artista britannico Benjamin Murphy Deaths and Entrances – Morti e Ingressi, curata con la consueta dovizia e originalità da Antonella Perazza.

Sono pertanto lieto di ospitarne il testo critico, rinnovando i complimenti a lei, all’artista e alla Galleria Mirada. 

Benjamin Murphy, Futility

Benjamin Murphy, Futility

Benjamin Murphy – Deaths and Entrances

di Antonella Perazza

Il mondo che conosci attraverso i sensi, in particolare i tuoi occhi, è a colori. La tua esperienza visiva di tutti i giorni è filtrata attraverso lo spettro della luce, ma Benjamin ti vuole accompagnare in un posto altro, lontano da qui. Ed è così lontano e diverso dalla normale percezione, da essere in bianco e nero. Lo spazio della Galleria Mirada, che hai avuto modo di guardare in altre occasioni, è conquistato e rivoluzionato dall’artista, venato di scotch isolante dal segno lirico e persuasivo per renderlo intimo, empatico. La tua capacità di memorizzare gli spazi è stata annullata.

Se hai creduto di riconoscerti in uno dei suoi ritratti, non è un abbaglio o un’allucinazione. I volti dei suoi personaggi sono basati sulle foto che la gente gli spedisce, e questa familiarità è importante, ti introduce nel suo immaginario. Non preoccuparti però se gli occhi sono bianchi e senza pupille, è solo un modo per tagliare i ponti con la realtà. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e senza questo specchio, sarai obbligato a non farti ingannare dal tuo stesso riflesso e dovrai gettare le tue emozioni dentro il quadro.

Benjamin Murphy, Skull Hugger

Benjamin Murphy, Skull Hugger

Nei frames intravedi l’interno di una stanza, alcuni mobili o altri oggetti ma non lasciarti distrarre: è sul personaggio che devi concentrarti. Di solito è una donna, idea perfetta nella carne della vita, ed è nuda perché tu non possa distrarti pensandola vestita con gli abiti di un’epoca in particolare. Il tempo si è fermato, fermati anche tu.

Ma questo è solo l’inizio di Deaths and Entrances, perché qui nulla finisce. Benjamin Murphy vuole mostrarti un racconto che tu stesso puoi continuare a costruire stanotte, rientrando a casa e prendendo in mano la raccolta di poesie di Dylan Thomas. C’è un’affinità particolare, infatti, tra il poeta e l’artista che non si limita alla loro provenienza. Dice Thomas a proposito dei defunti:

benché impazziscano saranno sani di mente,

benché sprofondino in mare risaliranno a galla,

benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo

E la morte non avrà più dominio.

Amore, fragilità e innocenza, oscenità e bellezza, vizio, caos e vanità. Strumenti di tortura, armi, chiavi, ossa, uccelli intagliati minuziosamente in pezzetti di nastro adesivo. Nelle sue opere anche la vita e la morte convivono in pace senza antagonismi e in un dolce abbandono, manifestazioni differenti della stessa forza universale. Silenziose, come entrate e uscite di scena.

www.mirada.it

www.benjaminmurphy.info

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

Benjamin Murphy, Deaths and Entrances, Galleria Mirada, Ravenna maggio 2015

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Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

A fine settimana, sabato 20 dicembre, nel Salone delle Scuderie in Pilotta a Parma si inaugurerà la mostra Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri organizzata dallo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, il maggiore fondo sul Novecento esistente in Italia[1].

Il punto di partenza della mostra, il Fuoco nero del titolo, è il confronto tra la nota sequenza fotografica di Aurelio Amendola che ritrae Alberto Burri mentre crea con il fuoco una sua Plastica, e il grande Cellotex nero di Burri da lui stesso donato allo CSAC negli anni Settanta.

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Attorno a quest’opera, in occasione dell’approssimarsi del centenario della nascita dell’artista (1915-1995), è stato chiesto ad artisti significativi di diverse generazioni di donare allo CSAC un’opera che essi pensassero collegata alla ricerca di Alberto Burri.

A questo invito hanno risposto generosamente, e con importanti opere, in molti, tra cui Bruno Ceccobelli, Nunzio, Mimmo Paladino, Luca Pignatelli, Marcello Jori, Alberto Ghinzani, Pino Pinelli, Giuseppe Maraniello, Giuseppe  Spagnulo, Emilio Isgrò, Attilio Forgioli, Mario Raciti, Medhat Shafik, Franco Guerzoni, Luiso Sturla, Renato Boero, Raimondo Sirotti, Davide Benati, Concetto Pozzati, Enzo Esposito, Gianluigi Colin e William Xerra.

Oltre a questo, prendendo spunto dalla componente strutturale che sempre articola, sin dagli anni ’40, l’opera di Burri, si sono individuati due percorsi in qualche modo sempre collegati e comunicanti, quello della ricerca sulla materia e quello dell’articolazione delle strutture. Per mettere in evidenza questa vicenda si è dunque attinto alle raccolte dello CSAC puntando, ad esempio, su alcune figure del Gruppo Origine (1950-1951), con opere di Colla, Ballocco e Guerrini, e ancora del Gruppo1 con Biggi.

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Era inoltre necessario provare a restituire, almeno per cenni, le esperienze dei due centri principali della ricerca di quegli anni, da una parte Roma con Gastone  Novelli e Toti Scialoja che dialogano con Cy Twombly e con l’Abstract Expressionism americano, e, a Milano, Lucio Fontana.
Si è quindi ritenuto indispensabile ricostruire, almeno per poli, dalla Lombardia a Napoli, dalla Liguria all’Emilia, le proposte di alcuni dei molti protagonisti della ricerca sulla materia: ecco quindi, fra le altre, le opere di Tavernari, Spinosa, Pierluca, Morlotti, Mandelli, Bendini, Arnaldo Pomodoro, Zauli, Mattioli, Padova, Zoni, Lavagnino, Ruggeri, Olivieri, Vago, Guenzi, Carrino, Ferrari, Repetto, Chighine.

Distinto da questo filone di ricerca nel quale prevale il peso, la lunga durata della materia e che la critica ha definito prevalentemente come “informale”, si pone un altro modello, quello dell’indagine sulla struttura, un percorso che in mostra si individua attraverso opere di Perilli, Pardi, Garau e Scialoja.

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Era inoltre importante provare a definire, sia pure solo per cenni, il significato dell’opera di Burri fuori dei confini, così ecco la presenza in mostra di un pezzo di Joe Tilson e, a contrappunto, un grande collage di Louise Nevelson legato alla ricerca americana degli anni ’50, a cui si sono aggiunti un gruppo di collage della statunitense Nancy Martin attenta al filone astratto dopo Josef Albers.

In mostra la fotografia avrà una parte significativa. Prima di tutto con le immagini di Aurelio Amendola che hanno suggerito il titolo della mostra. Poi, di Nino Migliori verrà esposto un gruppo di pirogrammi degli anni ’50 di recente ristampati; di Mimmo Jodice un importante “muro”; di Giovanni Chiaramonte una ricerca degli anni ’70 su una casa distrutta; di Mario Cresci una sequenza sulle spiagge rocciose della Sicilia. A queste opere si aggiungono due ricerche differenti: più legata al filone concettuale quella di Brigitte Niedermair e più attenta alla lingua dell’astrazione quella di Gianni Pezzani.

Dunque l’esposizione, curata da Arturo Carlo Quintavalle, proporrà oltre settanta dipinti e altrettante fotografie e un gruppo di opere grafiche, per un totale di 172 pezzi tutti riprodotti in un ampio catalogo edito da Skira.

La mostra resterà aperta dal 21 dicembre 2014 al 29 marzo 2015

Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì

Ingresso gratuito

Testo a cura dell’Ufficio stampa di Irene Guzman (csac.press@gmail.com)

CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma

Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

[1] Il Centro conta su un archivio imponente, nato negli anni’80 su iniziativa di Arturo Carlo Quintavalle e cresciuto grazie alle donazioni di istituzioni, artisti e loro eredi. La raccolta è attualmente composta da circa 1.500.000 pezzi, in particolare sul ‘900 artistico italiano (pittura e disegno, scultura, fotografia, architettura, moda, design ecc.).

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Pittore dell’Italia Centrale, Città ideale (particolare), 1470/1480/1490, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Per fare una grande mostra occorrono pochi ma selezionati pezzi: solo così è possibile concentrarsi su essi e sulle ragioni dell’esposizione. Che noia, invece, l’esibizione in eventi temporanei di decine e decine, spesso ben oltre il centinaio, di opere (neanche si fosse ad una fiera), due terzi delle quali di medio/basso valore, utili solo a gettare fumo negli occhi del visitatore per coprire il poco arrosto a disposizione.

Tutto il contrario di La città ideale – L’utopia del Rinascimento a Urbino, sicuramente una delle più belle mostre dell’anno, ancora in corso sino al prossimo 8 luglio al pianterreno del Palazzo Ducale urbinate, più che mai contenitore e opera centrale esso stesso: in totale una cinquantina di oggetti di primissimo ordine fra disegni, tarsie lignee, incisioni, codici miniati e manoscritti, medaglie e dipinti, fra cui due delle tre versioni note della cosiddetta Città ideale (per problemi conservativi non è stato possibile spostare quella berlinese, purtroppo in condizioni precarie).

Basterebbero la serie strepitosa delle tarsie (da completarsi, ça va sans dire, ai piani superiori del Museo con lo Studiolo del Duca) o le teche coi codici di Piero della Francesca, Francesco di Giorgio Martini e Leon Battista Alberti a dire del clima di rapporto aureo (come la celebre “sezione” e l’ossessione che ne deriva) fra ogni ambito del pensare/fare artistico/artigiano e l’architettura, che Federico da Montefeltro seppe creare chiamando nella sua amatissima capitale umanisti e artisti di ogni genere in grado di farla diventare in quel secondo ‘400 il vero e proprio centro del “rinascimento matematico”, secondo la definizione di André Chastel. In questo senso assai significativa risulta la presenza del ritratto del frate matematico Luca Pacioli (anch’egli da Sansepolcro, come il suo amico Piero) del misterioso Jacopo de’Barbari.

Erano tutti uomini convinti che Dio fosse il sommo matematico-architetto e che l’uomo potesse partecipare della Sua perfezione grazie all’intelletto che lo rendeva essere unico e superiore nel creato. L’arte (con la “divina proporzione” e le leggi della prospettiva) ne era conseguenza diretta.

Prezioso il confronto fra i Miracoli di San Bernardino di anonimo d’ambito perugino, La nascita della Vergine di Fra’ Carnevale (una delle due stupende Pale Barberini), le Flagellazioni di Piero e del Signorelli, la predella della pala Oddi di Raffaello, i bulini e le chine bramantesche (inclusa quella più tarda del Barocci su San Pietro in Montorio, con quei colpi di biacca in anticipo di due secoli sul vedutismo settecentesco), tutte opere qui considerate anzitutto dal punto di vista delle architetture in esse raffigurate. Ed è incredibile quanta strada si sia fatta in pochissimi decenni se si pensa alla prima sala aperta col gusto ancora tardogotico e medievale del Sassetta o di Nicola di Ulisse, benché già in pieno XV secolo.

Pittore dell’Italia Centrale, Città ideale, 1470/1480/1490, Walters Art Gallery, Baltimora

Infine, una nota personale sulle tavole che danno titolo all’esposizione: conosco due delle valenti chimiche che hanno effettuato le analisi su di esse qualche mese fa ed essendomi appassionato alla questione dell’identikit del loro autore ho cominciato una serie di supposizioni con scambio di e-mail. Come si evince dall’ottimo (ma costoso!) catalogo, si tratta di tempere e non di opere ad olio, cosa che, vista la datazione, conferma anche dal punto di vista tecnico una produzione inerente l’Italia centrale, fra i poli di Urbino e Firenze per la precisione (sebbene opere di maestri delle Fiandre circolassero nella capitale medicea sin dai tempi di Cosimo il Vecchio, fu a Venezia che per prima si diffuse l’uso dell’olio dei fiamminghi anche grazie al tramite di Antonello da Messina). A proposito, di che anni si tratta? Siamo fra i ’70 e gli ’80 del ‘400 (basti vedere certe somiglianze non casuali con le tarsie coeve dello Studiolo ducale e non è mancato chi in passato ha indicato per questo e per quelle l’unico nome di Baccio Pontelli), che le schede in catalogo a cura di Alessandro Marchi estendono sino ai ’90, forse possibili per quanto riguarda le figurine di Baltimora aggiunte in un secondo tempo come aveva suggerito Federico Zeri nelle pagine relative in Italian Paintings in the Walters Art Gallery (vol.1, Baltimore, 1976).

Non è chiaro se facessero parte di una stessa serie, forse servivano come spalliere, nulla è sicuro, tranne la loro più che probabile riconducibilità alla corte “matematica” urbinate, atmosfera di cui sono intimamente intrise.

Peraltro, sul retro della tavola tuttora a Urbino si legge “di S. Chiara XXXIX. Urbino”, da intendersi come il monastero francescano dove probabilmente l’aveva portata una delle figlie del duca Federico, Elisabetta, che lì si ritirò. In seguito l’opera venne registrata col numero romano 39: purtroppo è disperso l’inventario, che per certo avrebbe aiutato l’indagine.

Nel 1775 Michelangelo Dolci la riscoprì presso le clarisse assegnandola al Bramante, curiosamente come una delle attribuzioni più recenti (2009) dovuta a Luciano Bellosi, lo storico dell’arte scomparso lo scorso anno.

Francesco di Giorgio Martini, Teatro romano (pianta e alzato) dal “Trattato di architettura civile e militare”, anni ’80 del XV sec., Biblioteca Laurenziana, Firenze

Anch’io sono convinto del fatto che dietro alle tre città ideali ci sia la mente di un architetto e va ricordato che al tempo non era inusuale rivolgersi a questa categoria anche per decorazioni e pitture.

Così, in un primo tempo avevo pensato a Francesco di Giorgio Martini sulla scorta di un disegno della Laurenziana nel suo Trattato di architettura civile e militare, ma viste le sue prove pittoriche decisamente senesi e così diverse, ho poi ragionato su Alberti e Laurana, teste plausibili ma mani impossibili da riconoscere e confrontare dal momento che non sono noti loro dipinti. Tengo a sottolineare che non sto attribuendomi i meriti d’aver avanzato per primo i nomi di tali artisti: c’è una letteratura lunga oltre un secolo che almanacca su di essi. A proposito, c’è anche chi ha parlato di Giuliano da Sangallo.

C’è poi l’ipotesi Piero, pittore intimamente connesso con l’architettura (del reale anzitutto). Già, la luce zenitale di Piero col suo portato irreale in senso matematico, ma rivedendo le tre Città c’è più di qualche elemento nelle dimensioni degli edifici e nei colori stessi che non mi convince in senso autografo (così come scarterei Fra’ Carnevale, altro nome proposto dalla critica).

Certo, chi le ha realizzate doveva conoscere cose e teorie pierfrancescane, albertiane, brunelleschiane, vitruviane, doveva aver visto Roma e Firenze (come testimoniano in particolare le strutture ritratte in Baltimora) e aver respirato l’aria urbinate.

Insomma, concludere su una attribuzione certa è e credo sarà sempre impossibile. Questi dipinti sono figli di un’epoca, di idee e di un’area territoriale ben precise, questo solo è possibile affermare.

Riparlando di recente con una delle mie amiche chimiche, non è affatto da escludere (anzi!) che mente (d’architetto, di questo resto convintissimo) e mano esecutrice siano diverse. Non solo: guardando per la prima volta dal vero Baltimora e Urbino l’una di fronte all’altra, ho avuto la sensazione netta che anche le mani da quadro a quadro fossero diverse, rese simili solo dal progetto pensato da un unico (altro?) cervello.

La città ideale – L’utopia del Rinascimento a Urbino 

Ps. Petite madeleine: qualche giorno fa, in auto verso Urbino con Silvia e il piccolo Niccolò ho messo su un po’ di musica. Nel mix c’erano un paio di canzoni di Dalla, lo stesso cantautore che mio padre mi faceva ascoltare più di trent’anni fa, durante i lunghissimi viaggi verso sud.

Ho pensato, non senza un brivido di commozione, “ora tocca a me”.

Pittore dell’Italia Centrale, Città ideale, 1470/1480/1490, Staatliche Museen Gemӓldegalerie, Berlino

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Accademia di Belle Arti di Ravenna, facciata e ingresso principale presso Via delle Industrie, 76

Maria Rita Bentini (Ravenna, 1959): sei stata coordinatrice didattica dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna dal 2008 sino all’ottobre 2011. La maggior parte dei giovani artisti che sto intervistando per questa rubrica, di provenienza nazionale ed estera, sono usciti da questa Accademia, scelta proprio per specializzarsi sul mosaico, con un’offerta didattica ormai riconosciuta anche a livello internazionale.

A questo proposito, ti chiedo di tracciare un bilancio generale di questo triennio, di ciò che è stato fatto e di cosa si potrebbe, anzi, si dovrebbe ancora fare.

Piuttosto che un bilancio mi piacerebbe far scorrere rapidamente, a memoria, le immagini di quanto accaduto in questi tre anni così intensi di esperienza. Partendo da una considerazione precedente a questo mio impegno.

Vivevo a Ravenna (anche continuando a insegnare all’Accademia di Bologna) e in città prendevo parte attiva alla vita della ricerca artistica contemporanea: mostre, incontri, progetti. Ma registravo di frequente che l’Accademia non c’era. Sì, qualche volta se ne parlava, ma era come se fosse confinata ai margini della vita culturale della città. Molti ravennati frequentavano l’Accademia a Bologna, o continuavano gli studi artistici a Milano, a Venezia. Dopo gli anni di D’Augusta e di Dragomirescu, non vedevo segni della sua presenza in città, e non soltanto perché era stata trasferita la sede dalla Loggetta Lombardesca in via delle Industrie.

Sono arrivata dopo mesi in cui si diceva: “l’Accademia di Ravenna chiude”. Il Comune di Ravenna aveva deciso di fare un accordo con l’Accademia di Bologna che prevedeva una collaborazione tra le due Accademie e la scelta di concentrare l’’offerta formativa sul mosaico contemporaneo. Non mi ero mai particolarmente interessata né all’Accademia di Ravenna, né al mosaico contemporaneo. Quando avevo curato mostre come la personale di Leonardo Pivi nel 2005 per il Museo d’Arte della Città, il progetto non era partito dal mosaico ma dai linguaggi contemporanei, dalla loro ibridazione – Pivi con la Lara Croft e gli altri personaggi virtuali del suo immaginario era un perfetto outsider del mosaico ravennate -, anche se poi ne era uscita una mostra bellissima (di mosaici) che sorprese.

A metà novembre 2008, il Direttore chiese a me e ad alcuni docenti ravennati a Bologna  di lavorare anche a Ravenna e di scommettere su un rilancio dell’Accademia. Conoscevo l’assessore Stamboulis e la sua competenza perché da anni collaboravo con RAM, il concorso dei giovani artisti ravennati del circuito nazionale G.A.I., stimavo i colleghi (Babini, Cucchiaro, Nicosia e gli altri), così ho accettato questa sfida.

Frame video di Marisa Monaco, supervisione di Yuri Ancarani

Come coordinatrice ho subito messo le mie energie con quelle di chi voleva che l’Accademia di Ravenna ripartisse, c’erano anche nuovi docenti come Dusciana Bravura, Sabina Ghinassi, Felice Nittolo. Molti i problemi e le cose da fare, ma tante le idee nuove. Bisognava riformulare i vecchi piani di studi sperimentali, anche il Corso di Mosaico avrebbe chiuso se non si adeguava. Poi, perché non affiancare al Mosaico le nuove tecnologie? Così è comparso il corso di New Media, con Yuri Ancarani. E Fotografia, con Guido Guidi, doveva restare. Tra i nuovi docenti sono arrivati Daniele Torcellini, l’arch. Antonio Troisi, Alessandra Andrini, Viola Giacometti.

Per la prima mostra di fine anno intitolata Oralities ci siamo uniti a un progetto europeo della città e a un evento bellissimo come il Festival delle Culture, poi ci sono state le rassegne che hanno presentato le novità più belle del mosaico dell’Accademia nella cornice di RavennaMosaico: Doppio gioco, Life is Mosaic! E infine Avvistamenti, che si è chiusa da poco. Ma era necessario valorizzare l’Accademia anche a livello nazionale, così abbiamo partecipato al Premio delle Arti: i giovani artisti da Ravenna sono stati subito selezionati e Silvia Naddeo, lo scorso anno, ha vinto il Primo premio per la Decorazione con la sua “carotona” (l’opera Eat meat, 2009, n.d.r.) a mosaico. Una bella soddisfazione, anche perché la commissione era davvero di alto profilo, presieduta da Anna Mattirolo, Direttrice del MAXXI Arte, e con Laura Cherubini tra i componenti. Quest’anno alla Biennale di Venezia c’era un evento speciale del Padiglione Italia dedicato ai giovani artisti di talento usciti dalle Accademie italiane: ecco, abbiamo partecipato, e anche dall’Accademia di Ravenna sono stati selezionati due artisti.

Peter Greenway al Teatro Alighieri di Ravenna, 24.11.2009

Poi gli eventi e i progetti particolari: Peter Greenaway al Teatro Alighieri, con un pubblico straordinario, per la lectio magistralis all’apertura dell’anno accademico 2009-2010, la presentazione del volume dedicato ai centottant’anni dell’Accademia un anno fa  (allora il nostro testimonial-ex allievo fu Giuseppe Tagliavini, premio Oscar effetti speciali di Avatar). La giornata per Albe Steiner – grazie a Massimo Casamenti! -, il designer che con la sua cultura del progetto ha influenzato anche molti creativi del territorio, con la bellissima testimonianza della figlia Anna e il film che documentava la sua avventura di uomo e di artista. Eventi aperti a tutta la città che hanno cominciato a fare sentire che l’Accademia c’è e che la sua presenza rende più attiva e giovane la vita culturale di Ravenna.

Draghiland, 23.10.2011

Il murales dedicato alla Poderosa, presentato al pubblico prima di essere spedito a Cuba, Draghiland che stava benissimo nel giardino del Complesso residenziale La Compagnia di san Giorgio a cui gli allievi avevano lavorato per tutta un’estate, i preziosi  totem musivi per il Sistema Museale della Provincia. E altro ancora accanto al Mosaico, perché in Accademia ci sono tanti altri corsi come Pittura, Decorazione, Plastica ornamentale, Incisione. Penso alla collaborazione dell’Accademia con il Premio OPERA/Fabbrica, un concorso a tema per giovani artisti promosso dalla CGIL. O all’etichetta del vino M.O.M.A. che, dopo essere stata dedicata a Morandi, è ora quella di un’allieva dell’Accademia di Ravenna, il cui progetto è stato scelto prima da una commissione presieduta dal Direttore del MAMbo, poi votato on-line come il migliore.

Totem musivi per il Sistema Museale della Provincia di Ravenna, 2011

C’è stata la mostra Elogio della mano al Mar, disegni anatomici provenienti dall’Accademia di san Pietroburgo, per coltivare un nuovo rapporto internazionale. E l’incontro con le realtà teatrali: Chiara Lagani (Fanny & Alexander), Motus, Kinkaleri, Edoardo Sanchi (sono sue le scene dell’Avaro delle Albe). Ne è nata la mostra di fine anno 2010 insieme a “Ravenna viso in aria”, in un week end di full immersion con le energie delle realtà teatrali del territorio. Nella stessa primavera, in collaborazione con il Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte dell’Accademia di Bologna diretto da Cristina Francucci, abbiamo promosso un ciclo di cinque conferenze dedicate al tema arte-museo-scuola che si sono svolte al Mar: sono state presentate esperienze molto innovative come quella della sezione didattica del Castello di Rivoli a Torino, del Palazzo delle Esposizioni a Roma, del MAMbo a Bologna, offrendo coordinate nuove alla didattica dell’arte di cui ha tanto bisogno questa città.

L’ultima slide che ho in mente è per il Premio Tesi. Ho subito pensato a un Premio per individuare gli allievi più promettenti ma soprattutto per dare a loro la possibilità di crescere, “fuori”. Così lo abbiamo chiamato Starting Point!   Il primo anno alla Ninapì, poi al Museo Carlo Zauli di Faenza e infine al Palazzo della Provincia ravennate, Cripta e Giardini pensili: una mostra come premio, ma anche qualcosa di più. Piuttosto che i docenti ho voluto dei giovani critici all’opera, che hanno selezionato e presentato i giovani artisti vincitori.  È stato un contatto che ha fatto scaturire molte nuove aperture. La rivista Solo Mosaico ha arricchito questo premio con una residenza a San Pietroburgo e Mosca, dando al migliore del Mosaico un’ottima possibilità di sviluppare un proprio progetto per cominciare a prendere il volo.

Premio Tesi 2010, assegnazione del Premio Solo Mosaico (sulla destra si riconoscono Roberta Grasso e Silvia Naddeo)

Ecco, sì, sono nati nuovi talenti. Grazie all’esperienza didattica di tanti docenti dell’Accademia, ma anche (credo) dalle stimolanti occasioni create in questi tre anni.

Pensa che al Premio Giovani Artisti e Mosaico promosso quest’anno dal Museo d’arte della Città, tra i dieci selezionati in mostra ben quattro venivano dall’Accademia, e la vincitrice (per l’opera che ha utilizzato il mosaico in modo non convenzionale) è stata Samantha Holmes: un anno fa era venuta da New York in Accademia proprio per imparare il mosaico.

Quello che si potrebbe ancora fare? Meglio dirti quello che NON si dovrebbe fare: tornare indietro.

Settembre 2011: prima dell’inizio del nuovo anno accademico 2011-2012 hai deciso di non rinnovare la disponibilità del tuo incarico: una rinuncia o una presa di posizione? Quali ragioni ti hanno portata a questa scelta?

Chi mi conosce sa che quest’ultimo anno, in particolare, è stato durissimo. Non dico che gli anni precedenti siano stati una passeggiata, specie per contrastare la logica di chi, dalla logica del “tanto peggio tanto meglio”, cerca di ottenere alcuni vantaggi . Ma la ragione di questa scelta è molto semplice. Nell’esperienza fatta ho visto molte potenzialità e molti limiti, diciamo ostacoli, che hanno “bruciato” molte, troppe energie.

Per me queste potenzialità devono essere aiutate sia incrementando la qualità dei percorsi legati al Mosaico, sia formulando qualche nuova ipotesi. Accanto al Mosaico l’Accademia dovrebbe offrire spazio ad altre esperienze e linguaggi, in particolare coinvolgendo realtà molto vive nel territorio, come il teatro contemporaneo, la fotografia. Non parlo solo di nuove risorse necessarie, ma di andare più chiaramente in una certa direzione. Quando i soldi sono pochi bisogna sempre usarli con più intelligenza. Lasciare andare le cose senza fare buone scelte, non porta da nessuna parte, anzi.

Accademia Belle Arti Ravenna Centottant'anni, Longo Editore Ravenna, 2010

In tutti questi mesi mi sono chiesta e ho chiesto con insistenza: Quale visione dell’Accademia? Quale l’importanza nel sistema del contemporaneo della città e in Romagna dell’Accademia?

Per me dalla risposta a queste domande dipende il futuro di questa Istituzione. Piccola ma importante perché legata al territorio, anche se in stretto rapporto con l’Accademia di Bologna. Importante per il Mosaico, visto che ormai l’Istituto d’arte Severini è divenuto Liceo, perdendo la sua specificità, e che dunque l’Accademia resta l’unico luogo di  formazione  legato al Mosaico. Importante se Ravenna vuole crescere davvero nella sua dimensione contemporanea verso la Candidatura a Capitale europea della Cultura nel 2019.

Silvia Naddeo, QrCode Ravenna 2019

Perché, infine, tanto sostegno  all’Università, tanta attenzione alla sua qualità, e non all’Accademia?

Ho visto l’assenza di scelte, l’Accademia completamente in mano a funzionari le cui azioni hanno davvero poco a che fare con la realtà dell’arte contemporanea. D’altra parte il fatto stesso di essere molto attivi, di impegnarsi per cercare di cambiare la stagnazione, com’è accaduto in questi tre anni a me e ai miei colleghi, apre molti canali di stima e buone collaborazioni all’esterno, ma può provocare effetti collaterali.

Ho esposto queste mie considerazioni a Bologna, tutte ascoltate e raccolte mentre lo stesso mio incarico è stato poi assegnato a Maurizio Nicosia, spero che la verifica in corso questi mesi porti a una svolta positiva. A Ravenna continuo a insegnare Storia dell’Arte contemporanea e a seguire con attenzione come l’Accademia viene gestita. Ora, per esempio, mi preoccupano le scelte che hanno riguardato il Biennio: se non si cura bene l’offerta formativa, che diranno i numerosi nuovi iscritti? La migliore pubblicità di una scuola è il buon andamento delle cose, per questo l’Accademia deve essere curata bene.  Intanto non vedo più tra i docenti Dusciana Bravura, Yuri Ancarani, Daniele Torcellini e Piercarlo Ricci, docente di 3D, che in Accademia ha fatto un gran lavoro anche allestendo un’ottima aula multimediale. Non si può perdere tempo, così si rischia di cancellare ogni buona novità.

Infine, una domanda alla storica e alla critica d’arte Bentini: nella diluizione artistica e identitaria contemporanea, cosa è il mosaico oggi, quale ruolo ha? E quale il suo futuro, pur sapendo che come ogni arte da sé va crescendo e si va regolando o negando?

Ho già avuto modo, negli ultimi mesi, di esprimermi pubblicamente su questi punti.

Kaori Katoh, Fioritura, 2010

Il mosaico deve essere sdoganato, nella visione di chi lo pratica e anche di chi lo promuove, come un linguaggio visivo, uno dei molti praticati oggi dagli artisti. E come ogni linguaggio anche il mosaico cresce, prolifera, si contamina, divenendo uno strumento ricco di possibilità per gli artisti. Surplus di materia, luce-colore, frammentazione-ricomposizione, lentezza esecutiva, sono aspetti costitutivi del mosaico.  Antichi e up-to date. Ma ad una condizione. La tecnica (penso al mosaico ravennate) deve essere tramandata, ma al tempo stesso deve essere attaccata da visioni sperimentali, che nascono da sguardi e da attitudini “esterne” appartenenti alle estetiche contemporanee. La “diluizione” artistica oggi è il flusso inarrestabile di immagini che non trova alcun argine nelle categorie tradizionali, viviamo una mutazione dell’immaginario collettivo data dalle nuove tecnologie. Su questo occorre prendere posizione (Bauman stesso, che ha parlato di modernità liquida, ce lo ha ricordato proprio in questi giorni a Ravenna, sottolineando il ruolo del “locale”), ma le coordinate identitarie contemporanee si  ridefiniscono sempre più in tal senso. Senza queste aperture  il mosaico si trasforma in un esercizio di stile altamente artigianale, magari protetto in un piccolo angolo del mondo, Ravenna.

Da dieci anni ormai a Faenza si fanno esperienze che hanno trasformato la ceramica in un terreno molto fecondo di esperienze contemporanee. Mi ricordo bene dell’opera di Sislej Xhafa, arrivato a Faenza per una residenza d’artista al Museo Carlo Zauli: si era appropriato della materia, per lui nuova, passando in ceramica la mail con la quale era stato invitato a fare quell’esperienza. In quel passaggio c’era tutta la densità di un incontro, di un nuovo punto di vista. È stato salutare anche il progetto che hai di recente curato insieme a Torcellini: l’Equazione impossibile genera nuovi pensieri, dunque nuove pratiche. La performance sonora di Malatesta che ha tradotto il mosaico dei CaCO3, a sua volta in dialogo con lo spazio del Battistero degli Ariani, le immagini ieratiche e il fulgore degli ori della cupola del VI secolo, è  in tal senso un’esperienza bellissima.

Penso che il ruolo dell’Accademia a questo proposito potrebbe essere molto importante, ma, come dicevo prima, in questa città bisogna fare buone scelte.

Bric-à-Brac accademiaravenna.net – Il blog dell’Accademia di Ravenna

Accademia di Belle Arti di Ravenna

Maria Rita Bentini alla Biennale di Venezia del 2007

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Giuseppe Maestri, La tenda di Teodorico, acquaforte e acquatinta, anni'80

Penso che un sogno così non ritorni mai più/ mi dipingevo le mani e la faccia di blu”, Modugno-Migliacci, 1958.

Giuseppe Maestri (Sant’Alberto, Ravenna, 1929 – Ravenna, 2009) è parte della storia bella di Ravenna: incisore, stampatore e artista. Dal giorno della sua scomparsa, il 18 ottobre di due anni fa, penso che il Comune senza esitazione dovrebbe dedicargli una via, tanto è stato culturalmente e umanamente prezioso per chiunque lo abbia conosciuto e per la comunità civica in generale.

In città l’avventura cominciò nel dicembre del ’65, quando con la moglie Angela Tienghi inaugurò la galleria-laboratorio La Bottega in via Baccarini, di fronte alla storica Biblioteca Classense e all’allora Accademia di Belle Arti, prima che questa venisse spostata presso la Loggetta Lombardesca, attuale MAR, e poi definitivamente decentralizzata e, aggiungo, penalizzata nell’odierna sede periferica, poco distante dal cimitero.

La Bottega, nacque con entusiasmo nella Ravenna di oltre 40 anni fa da un’idea di Alberto Martini, condirettore della mitica collana I maestri del colore della Fabbri Editori, e non fu solo uno spazio espositivo importante per il panorama cittadino di allora aprendo ad artisti di livello nazionale (cosa di cui beneficiarono anzitutto gli artisti locali), ma divenne insieme luogo di incontro e scontro fra menti creative diverse e valenti, talvolta con discussioni accese e polemiche, talaltra con condivisione di ideali, e sempre con circolo, freschezza e scambio continuo di idee.

Si cominciò con l’esposizione di Aligi Sassu, cui seguirono, e con coraggio nella Ravenna rossa dell’epoca ma pensando solo al dato artistico, le retrospettive su Carrà e Sironi, in cui intervennero i figli degli artisti scomparsi da poco tempo. Poi, fra gli altri, Treccani, Guttuso, Calabria, Moreni, Giò Pomodoro, oltre ai locali Ruffini, Guberti, Folli, Giangrandi, nonché le visite prolifiche dei maestri del Gruppo Mosaicisti di scuola ravennate, che allora aveva sede nel medesimo quartiere.

La scomparsa o la mutazione in tempi recenti di questi luoghi frequentati dagli artisti (penso a ciò che doveva essere nei medesimi anni ’50 e ’60 il Bar Jamaica di Milano anche dal racconto che me ne fece l’artista bergamasco Rino Carrara), ovvero spazi liberi in quanto partecipati, per citare Gaber, e non solo vetrine asettiche di gallerie griffate, è una delle cose più tristi degli ultimi decenni. Fortunatamente nuove rinascenze associative insieme alle potenzialità del web già in atto fanno vedere un presente e sperare in un prossimo futuro migliori poiché realmente condivisi e aperti.

Per quanto riguarda i locali della ex La Bottega, dal dicembre 2010 l’artista Mario Arnaldi li ha riaperti come luogo espositivo ma anche di incontro, chiamando la nuova galleria AMArte, nel solco dello spirito che li ha animati per così tanto tempo.

Nonostante i tempi economicamente cupi benché artisticamente prolifici, come in ogni crisi, bisogna continuare a recuperare e innovare in questa direzione e col supporto dei nuovi media questo tipo di ambienti per evitare anche in ambito creativo soliloqui privi del beneficio della discussione, preoccupazioni queste, condivise da artisti differenti anche per età, come ho potuto constatare in conversazioni di qualche anno fa ad esempio con Claudio Olivieri e Francesco Bocchini.

Olivieri fa ancora parte di quelle generazioni che si impegnavano con pamphlet e scritti pepati, se necessario, proprio come Mattia Moreni, uno dei protagonisti della Bottega, come mi raccontava Maestri, che ne curò tutte le 5 o 6 serie di incisioni, cosa che del resto faceva spesso con molti degli artisti da lui ospitati o con collaborazioni esterne, fra le quali vale la pena ricordare Tono Zancanaro, Carlo Zauli, Trude Waehner, Rudolf Calonder e Angela Wejersberg, sino ai più giovani Nicola Samorì, Ilze Kalniete e Roberta Zamboni.

Moreni, è noto, non aveva carattere facile, ma a differenza di numerosi dibattiti feroci con i più, nutriva un rispetto vero, profondo, verso Maestri, a cominciare dal suo saper fare un mestiere antico con abilità unica. Altro illustre testimone di tanta stima fu l’amico Raffaele De Grada, il quale divenne direttore dell’Accademia di Belle Arti ravennate nei primi anni’70 anche in forza dell’affetto nutrito per Giuseppe e sua moglie, i quali a loro volta lo consigliarono di  accettare senza esitazione. E fino all’ultimo, nell’antologica di Maestri L’onirica navigazione (Chiesa del Pio Suffragio, Bagnacavallo, Ravenna, maggio 2008), il grande critico ormai novantenne, volle essere presente per omaggiare l’amico mai dimenticato.

È stato in quell’occasione, proprio attraverso quella mostra segnalatami da un giovane amico pittore, che anch’io ho avuto la fortuna di conoscere l’opera e la persona di Giuseppe Maestri, maestro d’arte e di vita, anche se lui mai lo avrebbe ammesso e quasi schermendosi mi avrebbe citato un verso di uno dei poeti romagnoli tanto amati.

Era così: umile, generoso, affabile oltre che tecnicamente insuperabile e sempre dotato di una poesia profonda, intimamente chagalliana, semplice e lirica, in ciò che faceva, in ciò che diceva, in come lo diceva: quanti giorni in cui fluiva il discorso sulle molte vicende della Bottega, per poi narrarmi i segreti incisori di Marco Dente, suo illustre predecessore ravennate nella Roma raffaellesca del primo ‘500, e passare infine alle finezze pittoriche e di incisione di Dürer, apprese a sua volta grazie al bulino e all’arte orafa del padre, il tutto mentre con estrema naturalezza e semplicità, col suo inconfondibile sorriso, Giuseppe continuava a lavorare al torchio, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Giuseppe Maestri al lavoro nella sua "Bottega", settembre 2008

E pure avendolo visto all’opera tante volte, non saprei spiegare come riuscisse a realizzare vere e proprie alchimie cromatiche ben oltre le normali possibilità di incisione, mescolando, come solo lui sapeva, acquaforte, acquatinta, ceramolle, collage, ritocchi all’acquerello, e usando qualsiasi tipo di lastra con risultati di volta in volta più incantevoli, talché le sue erano vere e proprie opere uniche, spesso con tiratura bassissima o appunto unica. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto andare oltre la manualità di cui era padrone assoluto e unire la sua arte, la sua tecnica, alle nuove potenzialità grafiche del computer, se solo avesse trovato il tempo e la persona giusta con cui lavorare: Giuseppe guardava sempre al futuro, con la forza del suo candore.

Quale privilegio è stato conoscerlo, frequentarlo in quell’ultimo anno e mezzo della sua ricchissima vicenda umana e artistica.

Ed è stato in uno di quegli incontri che gli ho chiesto l’intervista qui riportata: era il settembre 2008.

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Intervista a Giuseppe Maestri, a cura di Luca Maggio, Ravenna, Galleria La Bottega, settembre 2008.

Grazie ad un giovane artista ravennate, Luca Mandorlini, ho fatto conoscenza della tua opera, restandone altrettanto affascinato. In queste pitture ed incisioni, hai saputo inventare un mondo di sogno, una Ravenna che non c’è, eppure potrebbe essere, dietro alle stesse case e monumenti che sono quotidianamente sotto i nostri occhi forse un po’ distratti o abituati. È come se ne avessi colto, con poesia, il fantasma buono, niente a che fare con gli incubi, anzi: penso ai tuoi blu notte, alle porte, muri, finestre coloratissimi, al Mausoleo di Teoderico che lascia l’imponenza della pietra e viene da te trasformato, magia vera, nella tenda d’assedio del re mossa dal vento. E ancora file di case, non c’è direzione unica in questo mondo, sopra e sotto eventuali orizzonti, tutto resta sospeso, incantato…

È una Ravenna fantastica, è vero, che sta sulle dune, sono racconti per immagini, perché talvolta attraverso le immagini le cose si spiegano meglio: è un mondo interno che viene fuori, poi, certo, può ricordare qualcosa di quello esterno, ma non la storia ufficiale, troppo difficile, a parte giusto un riferimento all’assedio di Ravenna, che in effetti ci fu e per ben tre anni ad opera del re Teodorico, solo che ho immaginato la tenda che terminava con la cupola del Mausoleo… I colori illuminano i miei lavori, come quelli dei bambini, si potrebbe dire che non sono mai maturato… pensa che un artista giovane con cui ho collaborato di recente, Nicola Samorì, guardando le mie cose, ha detto che davvero gli sono sembrato più giovane di lui! Ma i colori sono anche una forma di protesta personale: perché arrendersi al grigiore del mondo?


Ho notato che da queste visioni di città sono pressoché assenti le figure umane: sono le architetture le protagoniste animate, fluttuanti, a galleggiare sospese su “acquecielo”, come le isole della Ravenna antica, dove però coesistono più lune insieme, mezze o piene, anch’esse appese a fili invisibili, galleggianti in “cielimare” con pesci a posto delle stelle e vele, vele di barche e case come vele…

Già, sarà perché sono nato vicino ad un fiume, a Sant’Alberto, e vedevo sempre le barche: in fondo le navi sono un simbolo, di arrivo e partenze. Ravenna e Bisanzio poi erano due importanti porti antichi collegati fra loro e i bordi di certe incisioni, come vedi, sono decorati un po’ all’orientale, con figure varie, galleggianti… Poi sarà che nella Bottega in tanti anni ho conosciuto tanti “matti”, che forse un po’ di quella follia l’ho ereditata anch’io…


E tecnicamente?

Per me l’incisione è un linguaggio legato sia alla pittura che alla scultura. Le mie incisioni non sono proprio ortodosse, alla Morandi, per fare un esempio: sono miste, non si tratta solo di preparare la lastra e disegnarla: in queste acquetinte, ceremolli, c’è il colore, per me importante, e la casualità che gioca nel contesto di preparazione del lavoro. Poi il risultato può piacermi e avvicinarsi o meno a ciò che voglio, ma, ed ecco il paradosso, nel momento in cui si accetta il caso a cooperare, non c’è più l’elemento casuale…


So che La Bottega è stata frequentata anche da poeti importanti come Luzi, Zanzotto e Guerra soprattutto, con cui spesso hai collaborato e tuttora, ritraducendo con approvazione, componimenti dal suo al tuo dialetto, il santalbertese. Del resto, come si diceva una volta, sei anche un fine dicitore di versi, specie in dialetto, cosa che ti ha portato, talvolta collaborando con l’attore Marescotti o in recital solistici, a far conoscere Tonino Guerra appunto, Nino Pedretti, Raffaello Baldini, Tolmino Baldassari, ultimamente Nevio Spadoni, oltre al classico di sempre, Olindo Guerrini alias Lorenzo Stecchetti e molti altri anche in italiano, non escluso Dante. 

Sai, il rapporto con la parola e la poesia per me è sempre stato importante, specie con la lingua del dialetto: è la mia lingua madre, quella con cui penso, quella con cui la mia generazione è cresciuta, la lingua di un mondo che voi ragazzi potete capire, ma non sentire fino in fondo. Ecco queste parole hanno un colore, che non può essere capito fino in fondo.

 
Grazie di tutto, Giuseppe.

Giuseppe Maestri (Sant'Alberto, Ravenna, 1929 - Ravenna, 2009)

Giuseppe Maestri: Ravenna senza tempo – Le incisioni: mostra attualmente in corso sino al 23 dicembre 2011, presso la Biblioteca Classense – Manica Lunga, Ravenna.

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Premessa: a seguire la nota di presentazione della personale di pittura e incisione di Martino Neri da me curata presso la Galleria AMArte di Ravenna, aperta sino al 28 maggio 2011.

Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino.” Dino Buzzati

Martino Neri (Faenza, 1986) dipinge intuizioni rimbaudiane appartenenti a più sfere sensoriali, non solo ottiche, che prendono forma di paesaggi e interni straniati, attraversati da atmosfere simboliste (Redon), rivisitazioni di strumenti musicali e ampolle fiamminghe (Bosch) e cromie inscurite di sapore sironiano.

Concettualmente lontano da metafisica e surrealismo storici, per quanto possa apparire loro vicino, in realtà condivide con essi solo citazioni di superficie, ad esempio alcuni particolari architettonici dechirichiani, come altre presenze inquietanti e costanti, ovvero i piccoli oggetti-totem provenienti dagli scaffali di famiglia e posti nei deserti semibui dei suoi soggetti quali spie dell’io del pittore.

Queste tele infine hanno uno spessore laterale aggiunto dall’artista stesso, quasi fossero scatole sul cui fondo appaiono le sue scene abitate dal mistero.

Galleria AMArte – Ravenna

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“Morandi, si diceva, faceva dei quadri astratti usando delle bottiglie e dei vasi come pretesto formale. Infatti il soggetto di un quadro di Morandi non sono le bottiglie ma la pittura fermata in quegli spazi.” Bruno Munari, Arte come mestiere, 1966

Giorgio Morandi, Natura morta, 1929, Mart, Rovereto

Bottiglie, vasi, fiori, paesaggio con casupola (Grizzana), conchiglia, conchiglie, brocca, scatole, ritratto (raro), autoritratti (rari), fiori di campo, rosa, vaso, bottiglia, bottiglie: Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964).

Sbaglia chi crede si tratti di un semplice figurativo, nulla di più lontano: su pochi centimetri di superficie, Morandi non riformula semplicemente oggetti e paesaggi, ma riflette sul senso del mondo, che è divenire e multiformità, come la natura di Ulisse, e corrisponde alle nuove disposizioni spaziali trovate, come al variare di forma delle sue bottiglie, in un’economia cromatica (come poi, per motivi altri, nel concittadino Pier Paolo Calzolari, classe 1943) ed esistenziale coerente ai colori bolognesi vissuti quotidianamente, in solitudine, per comporre tutto in una unità finale sempre inedita, pur ragionando sui medesimi oggetti nel suo studio-eremo di via Fondazza.

Giorgio Morandi, Autoritratto, 1925, Fondazione Magnani-Rocca, Mamiano di Traversetolo (Parma)

Purtroppo la sua statura d’artista non corrispose sempre a quella umana, talvolta crudele, come testimonia la vicenda penosa in cui venne coinvolto, o meglio, travolto Francesco Arcangeli.

Lo studioso nel ’64 dedicò a Morandi un saggio mirabile, forse il suo capolavoro, purtroppo rifiutato dall’artista, spinto da amici invidiosi di Arcangeli (Brandi? Lo stesso padre padrone Longhi?), arrivando addirittura a negargli un avvicinamento in punto di morte. Da tutto questo il povero Arcangeli non si riprese più, sino a morirne una manciata d’anni dopo: ancora ricordo lo sguardo carico di affetto e amarezza di sua sorella Bianca, che ebbi l’onore di conoscere qualche anno fa: dopo oltre trent’anni, di Morandi non voleva sentir parlare, troppo dolore.

Giorgio Morandi, Natura morta con cinque oggetti, 1956, acquaforte, Museo Morandi, Bologna

Ma tornando alla qualità indiscutibile del Morandi artista, oltre che pittore fu incisore e fra i più grandi di sempre, tanto da essere acclamato nel 1930, per “chiara fama”, professore di incisione all’Accademia di Belle Arti della sua città: l’acquaforte morandiana non è mai esercizio di stile, ma procede parallelamente al percorso pittorico, anzi, in qualche caso, ne precede anche di anni le composizioni su tela, in cui Morandi crea e dà respiro ad atmosfere bolognesi e universali, essendo in esse il tempo assente o indifferente (come in Piero della Francesca, su cui Morandi ebbe a meditare anche per fatti di luce e chiarità cromatiche), per cui un tema medesimo può, anzi, deve essere indagato a matita, ad olio, all’acquaforte, all’acquarello, contemporaneamente o a distanza di dieci, venti anni, non importa, l’esito non sarà mai uguale.

Giorgio Morandi, Paesaggio, 1921, Museo Morandi, Bologna

Il dato reale, dunque, è solo una scusa, un “pretesto formale”: quegli oggetti sono non a caso comuni, noti a chiunque, proprio per non concentrare l’attenzione su di essi, quanto per approdare a una soluzione spaziale d’insieme nuova e antica al contempo, dove tutto è in relazione, come aveva capito Argan, quando pose Morandi e Mondrian al culmine delle rispettive tradizioni, italiana e fiamminga, anzi quasi scambiandosele ad un certo punto: entrambi partono da Cézanne per giungere a conclusioni proprie, attraverso “vie parallele e con direzione opposta (…). Mondrian realizza figurativamente lo spazio partendo dalle cose (…). Morandi realizza figurativamente lo spazio partendo dal concetto di spazio. (…) Morandi conclude la cultura figurativa italiana, che parte dal concetto di spazio o dalla concezione unitaria del reale per dedurne la conoscenza delle cose particolari; Mondrian conclude la cultura figurativa fiammingo-olandese che parte dalle cose particolari, e deduce l’insieme dalla loro coesistenza e relazione. Mondrian parte dallo spazio empirico, l’ambiente, ed arriva ad uno spazio teorico: Morandi parte da uno spazio teorico ed arriva allo spazio concreto, all’unità ambientale.” (Giulio Carlo Argan, Giorgio Morandi, in L’arte moderna, Firenze, 1970)

Giorgio Morandi, Natura morta, 1956, Mart, Rovereto

Museo Morandi – Bologna

Centro studi Giorgio Morandi – Bologna

Mart – Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

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