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Archive for the ‘istallazione’ Category

Con questa premessa desidero ringraziare Elisa Simoni e il co-curatore Giovanni Gardini,  per la bella esperienza di questa mostra visitabile gratuitamente dal 6 ottobre al 24 novembre 2019 presso la Chiesa di Santa Eufemia a Ravenna.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Elisa Simoni. La scelta dei dodici (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” Vangelo di Giovanni 1,4

L’opera che stai osservando non è nell’intenzione dell’autrice, Elisa Simoni, solo un insieme di oggetti aventi relazione fra loro in una installazione comune. È una preghiera meditata negli anni. Che trova ora compimento.

(…) Dodici cubi-tessere di marmo. E dodici dischi arrugginiti in ognuno di essi. Del tredicesimo, unico completamente dorato sopra un supporto trasparente, dirò oltre. Anche se, come avrai intuito, rappresentano gli apostoli e il loro maestro, Yehoshua ben Yosef, Gesù. Per loro, da un certo punto in poi, egli è più di un rabbī, guida spirituale, è il Figlio di Dio, colui che li ha chiamati, chiedendo loro di aderire a un messaggio d’amore inedito, scegliendo di scegliere ciò che ragione sconsiglierebbe, radicalmente cambiando le proprie vite senza possibilità di ritorno: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). E ancora, dalla Prima lettera giovannea: “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4,16), laddove il vocabolo italiano amore traduce il greco evangelico agápē – non il sensuale érōs, non l’amicale philía -, che ha valenza spirituale.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Torniamo agli oggetti. Il marmo per Elisa rappresenta un ritorno alle radici del mosaico e al suo personale amore per questo materiale così naturale, semplice da un certo punto di vista, come gli apostoli che certo non erano persone dotte, benché seducente nella diversità delle sue cromie: ecco dal bianco al marrone il travertino romano, il rosa Portogallo, il giallo Persia, il bianco greco, il verde Guatemala, il rosso Alicante, spaziando da marmi più duri a altri più morbidi, secondo il temperamento di questi “inviati” di Dio.

Elisa Simoni, Reperto di luce
Elisa Simoni, Reperto di luce

Ora avvicinati. Guarda dentro ognuno dei cubi: c’è una lesione, una ferita. Si vede appena, ma è profonda. Marcata dalla foglia d’oro. È la Parola di Cristo affondata tra le pareti del cuore di questi corpi di roccia. È in tutti, anche in Giuda. In essa si radica la lama tonda che una volta serviva a tagliare il marmo e che oggi funge da testa di questi apostoli. Come la carne, anche questo metallo si consuma, si arrugginisce, cambia nel tempo e Elisa ha scelto di non trattarlo, di non proteggerlo dal suo degradarsi naturale. La ruggine procede. Quasi una decina di anni fa, aveva sperimentato qualcosa di analogo in una serie di lavori – Conversione, Correggimi, La ferita dell’amore, etc. – sempre con ferri, lamiere arrugginite, solcate all’interno da mosaici d’oro seminascosti.

Elisa Simoni, Correggimi
Elisa Simoni, Correggimi

A proposito, qui, alla base di undici di questi dischi, puoi vedere come cominci a salire l’oro eterno del Verbo: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Salmi 119,105) e, quasi nascoste, emergono alcune lettere, quelle dei nomi con cui Lui ha chiamato i suoi, voce incancellabile che ha ridefinito le loro identità.

Un giorno l’oro coprirà la superficie intera, anche la ruggine: “e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,4), come viene ripetuto costantemente negli Atti degli Apostoli, poiché “la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Del resto “il Paraclito resta un dono sempre futuro: ciò che è vero di tutta la rivelazione cristiana.”[1]

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

È la scelta di quasi tutti gli apostoli. Non di Giuda. Del suo mistero. In cui la luce non ascende. Qui “l’anima semplicetta che sa nulla” di cui parla Marco Lombardo nel Purgatorio dantesco (XVI, 88) sul senso del libero arbitrio, non si dà scampo. Né si perdona. Annullandosi.

La ferita che sale è invece santa per la Simoni. È segno. E signum è “ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita.”[2]

Ferita santa dunque: qualcosa che ha sconvolto le vite che ne hanno fatto esperienza, ponendole di fronte a un bivio definitivo. (…)

Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Ora osserva la luce che in questo spazio colpisce l’oro che hai di fronte, centimetro per centimetro, e ne accresce l’effetto, come migliaia di lucciole che intermittenti si rispondono nel fitto di un bosco al principio di una notte d’estate. Ma la rivoluzione per autenticarsi e accadere non può contentarsi di un bagno di luce sulla pelle delle cose, dell’umano. È dentro che tutto si genera e può, se accolto, fiorire, fuoriuscire. Come testimoniano culture differenti da quella cristiana, per esempio il pagano Seneca: “Dio è vicino a te, è con te, è dentro di te.”[3] O il Neiye taoista: “Dentro il cuore un altro cuore racchiudi, dentro il cuore un altro cuore è presente. Questo cuore dentro il cuore è pensiero che precede le parole.”[4]

Giunti alla fine, ti saluto fidando in una considerazione ultima: la scelta dei dodici fu lucis vulnus, ferita di luce. È vulnus et lux, ferita e luce.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Ps. Per volontà dell’artista, le opere al termine della mostra saranno messe in vendita al costo minimo di euro 100 l’una e l’intero ricavato sarà devoluto per finanziare i lavori di restauro della Chiesa di Santa Maria in Porto a Ravenna. Per ulteriori informazioni e prenotazioni rivolgersi a Padre Luca 0544212055.


[1] P. Citati, I Vangeli, Mondadori, Milano 2014, p. 152.

[2] N. Gardini, Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo, Gedi, Roma 2019, p.37.

[3] Seneca, Lettere a Lucilio, IV, 41, Fabbri, Milano 1996, p.80.

[4] Neiye. Il Tao dell’armonia interiore, 14, 14-17, a cura di A. Crisma, Garzanti, Milano 2015, p.137.

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Julian Rosefeldt, Deep Gold 2013-2014, still da video

Mirabilia Urbis è una mostra d’arte contemporanea itinerante che si ispira alle guide turistiche per pellegrini del Medioevo  nata da un’idea di Carlo Caloro e a cura di Giuliana Benassi . 

La mostra si terrà a Roma dal 7 al 13 ottobre tra i Rioni Parione e Regola, e coinvolgerà circa 20 artisti italiani e internazionali chiamati ad esporre in spazi storici del quartiere, come il  Cinema Farnese, la storica libreria Fahrenheit 451, Palazzo Falconieri sede dell’Accademia d’Ungheria in Roma, Villa Massimo sede dell’Accademia Tedesca in Roma, lo storico esercizio  Hollywood, la bottega del  liutaio e tanti altri. 

Alterazioni Video-Caloro-Pietroniro, Accademia d’Ungheria

Negli spazi espositivi, gli artisti – fra cui:  Rä  di Martino,  Flavio Favelli ,  Tomaso Binga ,  Jonathan Monk ,  Alterazioni Video, Matteo Nasini – presenteranno opere caratterizzate da differenti linguaggi (fotografia, video, scultura, performance) pensate per interpretare la storia di questi luoghi.

Il progetto si è focalizzato su questa specifica zona di Roma perché oltre a essere una zona centrale e storica molto cara ai romani, ha anche un vissuto molto particolare, una forte identità: ha ospitato varie manifestazioni nel periodo della contestazione, è stata segnata dalla frequentazione di grandi personaggi del cinema e della cultura, ha sempre avuto un carattere molto popolare, con la presenza di botteghe e di artigiani, che oggi stanno pian piano sparendo. 

Tomaso Binga, America, la terra, 1992-2019, still da video

La zona, negli anni, è poi diventata “turistica” per eccellenza. Molte botteghe sono sparite, mentre aumentano, a volte in maniera indiscriminata, i negozi di souvenir. Il progetto intende ripercorrere e analizzare la storia del luogo, dagli anni ’60 ad oggi, raccontando i mutamenti che ha subito nel tempo attraverso le opere di artisti contemporanei, capaci, in maniera non convenzionale, di raccontare la conflittualità tra passato e presente.

Durante il periodo mostra i visitatori, con mappa alla mano, potranno sentirsi “pellegrini contemporanei” e immergersi nel percorso a piedi scegliendo in autonomia i vari itinerari e la durata delle soste. 

Per la sera dell’ inaugurazione , lunedì 7 ottobre ore 18.00, verrà organizzato un tour speciale con una navetta e una guida narrante in partenza dal Cinema Farnese alle ore 20.00. E’ possibile iscriversi mandando una mail all’indirizzo:  comunicazione@artq13.com

Sara Zolla press

Matteo Nasini, Libreria Farhenheit 451

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In occasione di questa biennale musiva 2019 sarò presente già da stasera ad alcuni eventi, cui siete tutti invitati!

Vernice venerdì 4 ottobre 2019 ore 21.00 al MAG di Ravenna

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Vernice sabato 5 ottobre 2019 ore 11.00 presso la chiesa di Santa Maria dell’Angelo a Faenza. La mostra è curata da Giovanni Gardini con un mio intervento critico in catalogo.

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Vernice domenica 6 ottobre ore 12.00 presso la chiesa di Santa Eufemia a Ravenna. La mostra dal titolo “IN LAUDE” è curata da Giovanni Gardini e Luca Maggio con un mio intervento critico nel pieghevole di presentazione sull’opera di Elisa Simoni

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Federico Pietrella, Dal 24 febbraio al 1 Marzo 2019, 2019, timbri datari con acrilico su tela, cm 100×80, courtesy l’artista e Galerie Born, Berlino

Il Festival Ipercorpo diretto da Claudio Angelini dedica anche quest’anno una sezione speciale alle arti visive che accoglierà al suo interno e farà proprio il tema di questa XVI edizione: La pratica quotidiana. Dal 30 maggio al 2 giugno presso l’Oratorio di San Sebastiano a Forlì, sono invitati a esporre sei artisti: Bekhbaatar Enkhtur, Marta Mancini, Gabriele Picco, Federico Pietrella, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Sarra, i cui interventi sono affidati alla curatela di Davide Ferri. La sezione arte del festival non proporrà una vera e propria mostra ma si articolerà in uno spazio di lavoro quotidiano, dove le opere degli artisti si contamineranno e attiveranno reciprocamente.

Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019

Si vedranno i lavori di Federico Pietrella, veri e propri racconti del tempo, in cui l’artista, utilizza un timbro datario come pennello; i dipinti di Nazzarena Poli Maramotti, attraversati da forze e movimenti che preludono a diverse potenzialità dell’immagine; i lavori di Alessandro Sarra, che nascono per via di stratificazioni successive; i disegni di Gabriele Picco, realizzati in un modo rapido e dimesso, con tratti da diario adolescenziale; i dipinti di Marta Mancini, dalle larghe campiture astratte e un’installazione di Bekhbaatar Enkhtur caratterizzata dall’utilizzo di materiali trovati e figure di animali modellate in argilla.

Press Sara Zolla

Ipercorpo – Festival delle Arti dal Vivo. La pratica quotidiana

Presso l’Oratorio di San Sebastiano, Forlì 30 maggio – 2 giugno 2019

Gabriele Picco, People I don’t like, 2008, cm 29×21, inchiostro biro su carta

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In concomitanza con il Salone del Mobile di Milano, dal 9 al 14 aprile 2019, nei due spazi di Garçons de la rue e Tonsor Club, si terrà la mostra Frange dell’artista francese Aurélie Mathigot organizzata da Arcipelago.

L’esposizione presenta una serie di opere ibride, tipiche della produzione dell’artista e derivanti dalle collaborazioni con svariati brand, il cui filo conduttore è quello di una matassa da cucito. Per Astier de Villatte la Mathigot ha ricoperto alcune ceramiche con ricami crochet di corda dura, delle quali ha poi ricavato un calco, usato per riprodurre a mano ogni pezzo. Con PoParis!, azienda specializzata in tappeti, l’artista ha identificato la tecnica di nodi più vicina al suo lavoro di crochet, e ideato alcuni modelli, realizzati in seguito dalle mani esperte di donne albanesi.

Per Macon&Lesquoy, marchio rinomato per le originali spille, Mathigot ha cucito a mano un modello ispirato a una sua opera da cui ne è derivata una serie a tiratura limitata di soli 200 pezzi. Dalla collezione di Livette la Suissette l’artista ha preso la materia a lei più familiare, ovvero il lino, ricamando sopra a cuscini ed altri elementi d’arredo delle vistose frange. Per l’eclettico brand parigino Merci, la Mathigot ha realizzato un pezzo unico assemblando stoffe di diversa foggia, colore e spessore. 

In mostra ci sarà anche la serie Photos Brodées, istantanee stampate su tela, in seguito ricamate in specifici punti con materiali estranei, quali cotone, lana, perline, al fine di intensificare certe aree dell’immagine. 

Aurélie Mathigot ha esposto in molti prestigiosi musei internazionali, come il Centre Pompidou, il Palais de Tokyo, la Galerie Yvon Lambert, il Musée MAC/VAL di Vitry sur Seine, la Saatchi Gallery di Londra e la Galleria Rossana Orlandi di Milano. Tuttora è attivissima in Giappone, dove collabora attivamente con numerosi designer. 

Irene Guzman press

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Jorge Mendéz Blake, El Castillo, 2007

Qualche giorno fa, ho visto La verità negata (M. Jackson, USA 2016), ricostruzione della battaglia legale fra Deborah Lipstadt e il negazionista e sedicente storico inglese David Irving, giustamente condannato e riconosciuto quale razzista e mistificatore. L’ultima inquadratura del film torna sui resti di una delle camere di gassificazione di Auschwitz e si perde nel nero, inghiottita dal foro da cui veniva fatto passare il cianuro (Zyklon B) che ha sterminato milioni di uomini, risucchiata dal buco nero che la Shoah, Male unico e assoluto, è e resterà sempre. Primo Levi ci comanda di non dimenticare, di testimoniare quelle grida e l’orrore di quelle voci e dei corpi cui restituire una storia nella Storia.

Qualcuno ha paragonato ciò che sta succedendo oggi nel Mediterraneo, ovvero le stragi quotidiane di migranti e profughi, a un nuovo olocausto. Non so se l’analogia sia in tutto attinente. Di certo, c’è l’indifferenza se non l’ostilità di parte dell’Europa, e c’è chi lucra sulla pelle delle persone. Nel frattempo il Male è tornato e sta accadendo ora su vite preziose come le nostre. Sono individui, hanno occhi, polmoni, cuore, gambe, sentimenti, speranze, identità. Voltare le spalle come se non ci riguardassero è criminale quanto gli abitanti dei villaggi vicino ai campi di concentramento nazisti che fingevano di non sapere cosa si facesse accanto a loro, cosa fosse quella cenere biancastra che cadeva sulle loro teste, case, orti.

In classe, oltre a portare i ragazzi all’Archivio di Stato di Ravenna per un percorso specifico sugli ebrei e le Leggi razziali in città, dove avranno modo di vedere e toccare i documenti della loro storia, questa stessa settimana presenterò un libro di una mia alunna, Emma Ravaglia, L’albero del Ténéré, scritto con suo zio Christian Biserni, in cui si narrano le vicende di Raja, una giovanissima profuga, che dal Mali tenta di raggiungere l’Italia.

Affiderò le riflessioni finali a L’origine degli altri di Tony Morrison, contro ogni assurdo razzismo, nella convinzione che sia parte fondamentale dei miei compiti di insegnante “introdurre un dislivello che, seppur minimo, si ripercuote sulla presenza immobile del muro” (M. Recalcati, A libro aperto, Milano 2018, p.31, a proposito dell’opera di Mendéz Blake sopra riprodotta) proprio attraverso i libri, la conoscenza e la forza unica della parola ragionata e vissuta.

Questo è uno dei messaggi che voglio lasciare ai miei giovani studenti, insieme a quello parallelo di non dimenticare mai, mai la loro natura umana. Essere, diventare davvero umani, solo questo conta. Lasciando ai governanti come i nostri l’inferno senza uscita delle loro menzogne.

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Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Premessa

Sabato 20 ottobre all’interno della dodicesima edizione di Rencontres Internationales de Mosaïque ha inaugurato la mostra In-Between di Matylda Tracewska presso la Chapelle Saint Éman di Chartres, visitabile sino al 16 dicembre 2018. Scrivere per questa esposizione e per quest’artista in piena maturità creativa è stato fonte di piacere profondo. Quello che segue è il testo in catalogo.

 

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Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska. In-Between

di Luca Maggio

“Le Temps scintille et le Songe est savoir.” Paul Valéry, Le cimetière marin

La metafora è tra le prime figure retoriche che si studiano sui banchi di scuola. Etimologicamente viene dal verbo μεταϕέρω ovvero “trasferire, portare oltre”. La metafora è alla base del linguaggio poetico, poiché è in grado di traghettare il significato e il suono delle parole quotidiane verso le rive delle Muse, ampliandone il senso o trovandone uno inedito.

Matylda Tracewska ha scelto di intitolare questa mostra In-Between perché ha avvertito a questo punto della sua vita l’urgenza di confrontarsi col passaggio materiale e metaforico di tecniche e mezzi differenti, il vetro e il mosaico principalmente, rispetto a un luogo così carico di storia per il quale ha pensato le nuove opere, dunque Chartres e in particolare la Chapelle Saint Éman.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Questa ricerca poetica parla dunque di trasparenza in una delle località cardine delle vetrate medievali che “significano al tempo stesso luce e colore; costruiscono un’architettura colorata e luminosa, hanno dimensione monumentale e conservano nel tempo stesso il carattere prezioso delle gemme. (…) la semplice contemplazione dei colori splendenti aveva per effetto di innalzare lo spirito dalle cose materiali alle immateriali e di trasportare la mente da un mondo inferiore a uno superiore, in una regione dell’universo che non apparteneva interamente né alla bassa terra né al puro cielo.” (E. Castelnuovo, Vetrate medievali, Torino 2007, pp.8-9)

Tuttavia Matylda da sempre predilige un uso accorto dei colori che, sono delicatamente presenti come i ritratti di persone e personaggi. E questi compaiono quasi sospesi, come emergendo dal fondo per dare forme riconoscibili al grumo circostante, che in realtà mai è frutto di disordine ma studio attento dei pesi e delle distribuzioni delle singole tessere, qualsiasi sia la loro origine, lapidea, vetrosa, perlacea ecc.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska in studio

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

I colori della Tracewska, essendo la natura dei suoi lavori indubbiamente anche pittorica, richiamano il dilùcolo, la prima alba e non i fuochi del tramonto, le tinte del principio del mattino, chiarità aurorali che si giocano in delicatezze, soffi talvolta appena accennati, sfumati, tendenti al bianco, alla pura luce: non aggrediscono l’occhio, lo invitano all’ascolto, al raccoglimento e catturano l’anima senza il clamore di effetti spettacolari quanto effimeri: sono un canto gregoriano che accoglie il giorno e riverbera dopo essersi compiuto, come l’alternarsi delle voci di The Hilliard Ensemble e del sassofono di Jan Garbarek in Parce mihi domine nel capolavoro Officium o il salire e ridiscendere ora femminile ora maschile, nudo semplice e forte, del canto di The Tallis Scholars nel Magnificat di Arvo Pärt in Tintinnabuli.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda è riuscita a rendere metafora i materiali usati per riflettere sull’incontro fra natura, anche umana, e cultura, o meglio le culture che ha incrociato e fatto proprie: lei, artista polacca, che si è formata sul mosaico bizantino-ravennate, che segue, secondo la regola, gli andamenti delle tessere, a differenza della sua tradizione d’origine, che tende invece all’assemblaggio degli elementi. A ciò si aggiunga l’influenza orientale, in particolare la scoperta meditativa e spirituale dei giardini giapponesi, come quello di pietra, il Ryōan-ji di Kyoto.

Così quest’artista è arrivata a ciò che Heidegger chiamava “il giungere-nella-vicinanza di ciò che è lontano” laddove, commenta John Berger, “c’è un movimento reciproco. Il pensiero si avvicina a ciò che è lontano; ma a sua volta ciò che è lontano si avvicina al pensiero.” (Sul guardare, Milano 2017, p.123)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Chi esperisce queste sue opere, grazie anche ai giochi di riflessione dei materiali scelti, si trova coinvolto in esse, felice di fermarsi, di restare intrappolato in un tempo che pare annullarsi nel suo dilatarsi, poiché sono “minuti depredati della luce” (Agota Kristof, I paesaggi più belli, in Chiodi, Bellinzona 2018, p.21) e sente la tensione alla verticalità attraverso la collocazione di ogni singolo lavoro, inclusi quelli sul pavimento, in dialogo con gli altri e il contesto operativo: tutto si eleva.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Alle pareti nascono sia i due piccoli lacerti con trama a pelta, quasi foglie di pietra o pelli di mosaico antico appese forse per ricordare frammenti di memoria perduta, come il particolare di una lacrima che cade da un occhio ormai chiuso, sia i ritratti umani, corpi o solo volti, col loro carico di mistero irrisolto, che appaiono-scompaiono su trame musive a nido d’ape, o circolari, oppure bianche in opus reticulatum, o come incorniciate in foto senza tempo, o letteralmente pietrificati grazie all’uso di tessere lapidee. E ancora un altro viso, quasi galleggiante, su uno dei “muschi”, escrescenze organiche altrimenti aniconiche, fatte di onice e perline fittissime, posizionate senza lasciare interstizi, che sono invece evidenti per terra, lungo la navata centrale, sul tappeto di  tessere-calchi di resina, fiume geometricamente scandito e definito che l’artista ha ritoccato con pigmenti in polvere, inserendo qua e là qualche raro calcare bianco naturale con venature verdi, appunto come sassi in un corso d’acqua viva e corrente, bagnati dalla luce che li attraversa: “Più ancora dell’acqua, che mi è stata così cara, ho amato la luce. Non soltanto i colori che sono il suo ornamento e il suo lusso come lo stile è l’ornamento e il lusso del linguaggio. Ma quella semplice luce che ci giunge dal Sole e che fa vivere il mondo. Mi è sempre sembrato che la luce fosse qualcosa di paragonabile al pensiero o a quello che chiamiamo lo spirito: un dono della materia che però si eleva per miracolo, nello stupore e nell’emozione, alla sovrana dignità della grandezza e della bellezza.” (Jean D’Ormesson, Guida degli smarriti, Vicenza 2016, pp.39-40)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Proseguendo in questo mescolarsi e annullarsi reciproco di natura e artificio (dove sono i confini ora?), dal pavimento emergono sia la scultura-installazione di bambù in vetri verdi, sia le quattro piccole sculture coperte di fiori di madreperla e l’unica in vetri blu. Esse richiedono una sosta per seguire le torsioni minute della luce che si adegua ai labirinti ora voluti ora casuali della Tracewska, la quale lega-slega-rilega le singole tessere in screziature grazie al filo della luce che illumina gli insiemi delle superfici, ma nel dettaglio, avvicinandosi, procede attimo dopo attimo, fiore di luce per fiore di luce nelle sculture di madreperla o frammento per frammento in quelle di vetri blu e si arrende, alla fine, questa luce, si abbandona soddisfatta per abbracciarne ogni millimetro e trovare dimora presso questi oggetti, cadendo in loro, nascondendosi fra gli interstizi per farsi materia essa stessa, metamorfosi in forma di vetro o madreperla, riverberando anche sulle pietre e resine circostanti. Ecco il mosaico, lo splendore.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska all’aperto

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Tutto infine conduce al culmine, alla cascata di luce dell’abside, la vera grande vetrata della Tracewska, il velo di organza e tessere di vetro visibili da ambo i lati e che forse non si limitano a scendere o salire verso l’altro, ma sono porta, passaggio diretto di un altrove luminoso come la finestra-icona di Pavel Florenskij: “una finestra è una finestra in quanto attraverso ad essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un’associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è luce stessa nella sua identità ontologica, quella luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio.” (Le porte regali, Milano 2007, p. 60)

A tanto è giunta Matylda Tracewska con le sue briciole di materia, di sguardi e mani pazienti, di trasparenze intuite, attese, pensate: con Devozione direbbe Yves Bonnefoy, per “mantenere gli dei in mezzo a noi.”

Uscendo da questo luogo, attraversati dall’eco dell’esperienza di tanta luce possibile, non si può che serbarne a lungo nostalgia.

facebook.com/matylda.tracewska

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

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