Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘istallazione’ Category

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

“Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.” Tano Festa

UNA è lieta di presentare la sua prima collaborazione con Spazio Leonardo, il nuovo contenitore di Leonardo Assicurazioni – Generali Milano Liberazione. Il primo appuntamento del programma espositivo è la mostra personale di Thomas Berra attualmente in corso: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.

Fulcro del progetto site-specific è un grande wall painting lungo tutta la parete della Gallery, una delicata gouache improntata alla pittura segnica e gestuale, su cui si posizionano una serie di lavori su carta e su tela di piccolo e medio formato.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

A questo proposito dice Simona Squadrito: “Con la sua ultima produzione Thomas Berra indaga e sperimenta la natura dei segni. La ricerca parte dallo studio delle forme organiche della natura, da una parafrasi del paesaggio e delle forme vegetali, come ad esempio quelle presenti nelle venature delle foglie, del legno, dei fili d’erba o della superficie dei tronchi degli alberi. Via via il segno ha preso il sopravvento, sganciandosi dalla sua intenzione rappresentativa, e la ricerca è diventata un puro studio sul ritmo e sulla composizione: un’indagine sulla relazione tra il segno e lo spazio.

Le tracce lasciate da Thomas Berra sono poco differenti l’uno dall’altra e si ripetono centimetro dopo centimetro, generando un vero e proprio ritmo visivo, e producendo una moltitudine di presenze simili ai suoni e alle note di un’orchestra, che poi altro non sono che le vibrazioni generate da una linea che si ripete e si moltiplica.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In questi lavori la superficie, sia quella del foglio che quella della parete, si presta ad accogliere l’esperienza fisica dell’artista, che riscopre la gioia e la vitalità di un gesto che traccia una linea con una mano rapida e sicura. Quelli di Thomas Berra sono colpi veloci e pre-razionali, segni dell’attimo: forme semplici e morbide dai colori liquidi e dalle tinte luminose e chiare. Attraverso questa ossessiva ripetitività del segno l’artista sembra voler affermare l’impossibilità di una pittura puramente intellettuale.”

////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

“We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo.” Tano Festa

Una is pleased to present its first collaboration with Spazio Leonardo, Leonardo Insurance’s new container located in the heart of Milan, in the Porta Nuova Quarter.

The first appointment of the exhibition program is Thomas Berra’s solo show: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo [We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo]The center of the site specific project is a large wall painting, as long as the Gallery’s wall, a delicate gouache marked by a sign and gesture painting, with a series of works on paper and canvas in small and medium format.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Simona Squadrito says: “With his latest production, Thomas Berra investigates and experiments with the nature of signs. The research begins with the study of organic forms in nature, from a paraphrase of landscape and plant forms, such as those present in the veins of leaves, wood, blades of grass or the surface of tree trunks. Gradually the sign takes over, ridding itself of its representative intention, and the research becomes a pure study of rhythm and composition: an investigation of the relationship between the sign and the space.
The traces left by Thomas Berra aren’t much different from each other and are repeated centimeter after centimeter, generating a visual rhythm, and producing a multitude of presences similar to the sounds and notes of an orchestra, which are nothing other than the vibrations generated by a repeating and multiplying line.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In these works, the surface, both that of the sheet and that of the wall, yields to the physical experience of the artist, who rediscovers the joy and vitality of a gesture, a line drawn with a quick and sure hand. Thomas Berra’s marks are immediate and pre-rational, signs of the moment: simple and soft shapes with liquid colors and bright and clear shades. Through this obsessive repetition of the sign the artist seems to want to affirm the impossibility of purely intellectual painting. ”

Thomas Berra. Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo

mostra 12 aprile – 8 giugno

orari: dal lunedì al venerdì, 10:00 – 18:00

Spazio Leonardo

via della Liberazione 16/a, 20124 Milano

www.leonardoassicurazioni.it

Per informazioni: info@unagalleria.com

+ 39 339 17 14 400 | + 39 349 35 66 535

Press contact: Sara Zolla
press@sarazolla.it

 

Annunci

Read Full Post »

Federica Landi, Shell, 2017, stampa fine art su carta cotone, 70×100 cm

Oggi, 27 gennaio 2018, inaugura Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani, mostra collettiva a cura di Carlo Sala che riunisce le opere di Federica Landi (Rimini, 1986), Victor Leguy (San Paolo, 1979), Pedro Vaz (Maputo, 1977), Marco Maria Zanin (Padova, 1983) nelle sale del Museo del Paesaggio di Torre di Mosto in provincia di Venezia.

I quattro artisti presentano in mostra lavori inediti realizzati nel corso di Humus Interdisciplinary Residence, piattaforma interdisciplinare che ha come scopo la contaminazione tra il mondo dell’arte contemporanea e quello di territori “al margine”, ancora estremamente legati al rapporto con l’agricoltura, le tradizioni del mondo contadino, il paesaggio, la terra intesa nel senso primario del termine. A stretto contatto con la popolazione locale, gli artisti hanno potuto operare una rilettura delle identità locali che è anche strumento di creazione di consapevolezza e di sviluppo per la stessa comunità.

Pedro Vaz, Segunda Natureza, 2017, still da video. Doppia proiezione video, (2x) 1080x1440px, 43, loop. Doppia struttura di proiezione, (2x) 120x160x70cm, legno, tela per proiezione.

Se il lavoro di Pedro Vaz, paesaggista, si è centrato sulla rappresentazione di un tratto del fiume Livenza, Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin hanno deciso di focalizzarsi sulla rilettura e la narrazione in senso contemporaneo del patrimonio di oggetti appartenenti al Museo della Civiltà Contadina della piccola località di Sant’Anna di Boccafossa, che gli artisti hanno visto come una potenziale attrattiva per attività di educazione, turismo e ricerca.

Marco Maria Zanin, Figura magico-religiosa, 2017, stampa fine art su carta cotone
16×20 cm

In mostra saranno esposte una serie di fotografie di Federica Landi, una installazione di Victor Leguy, una video installazione e due grandi pitture di Pedro Vaz, fotografie e sculture di Marco Maria Zanin. Ci sarà inoltre una installazione collettiva realizzata dagli artisti Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin secondo il modello del deMuseo, dispositivo che mira a ripensare l’idea tradizionale di museo inteso come ente conservativo statico, divenendo al contrario un “organismo” dinamico dove le esperienze collettive sono il fondamento per raccogliere e elaborare la storia e la memoria locale, che possa fungere da volano per fortificare l’identità e la coesione sociale di un territorio.

Victor Leguy (fotografie di Marco Maria Zanin), Rinascita #01 (dettaglio), legno, tessuto, terra, vetro, oggetto, stampe

In occasione del seminario di conclusione dei lavori che avrà luogo il 25 febbraio 2018 alle ore 17.00 verrà presentata la pubblicazione contenente i testi critici, le immagini del processo artistico e delle opere.

Press Irene Guzman

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani

artisti: Federica Landi, Victor Leguy, Pedro Vaz, Marco Maria Zanin

a cura di: Carlo Sala

sede: Museo del Paesaggio di Torre di Mosto

indirizzo: Torre di Mosto, Località Boccafossa (Venezia)

date: 28 gennaio – 25 febbraio 2018

opening: 27 gennaio 2018, ore 18.00

orari: sabato: 15.00-18.00 e domenica: 10.00-12.00 / 15.00-18.00. Dal lunedì al venerdì su appuntamento.

visite guidate: domenica 28 gennaio, 4, 11 e 18 febbraio dalle 15.00 alle 18.00

 

Read Full Post »

Non è la prima volta che acquisto e apprezzo le pubblicazioni Humboldt Books, la cui eleganza ne fa prodotti unici studiati e calzati nel dettaglio su ciascun tema e autore (ad esempio in Dreams di Gianfranco Baruchello e Michele Mari: la costa bianca fa la differenza).

Ritengo che con Ontani a Bali si siano superati: è perfetto. Dal colore di copertina, all’oro delle lettere, aprendo con le foto di Giovanna Silva in eco ghirriano nel Sud-est asiatico e ponendo il testo in fondo, dopo le immagini, inframmezzato dai di-segni del “mago” Ontani.

A proposito: lo scritto di Emanuele Trevi è un capolavoro di equilibrio e cultura e stile in levità (come le fiamme del rogo finale), in cui si amalgamano lirismo, osservazioni personali e psico-mitologiche e si comprende appieno, finalmente, la geniale unicità di Luigi Ontani meglio di tanti saggi di mestiere in cataloghi ego-riferiti e non vissuti, poiché narrando in prima persona degli ogoh ogoh balinesi, della cerimonia-festa-processione collettiva che li conduce dalla preparazione meticolosa alla loro distruzione spettacolare, mostra come “le prime storie, i grandi archetipi, si siano formate nelle mente dell’uomo: non come immagini credibili del mondo, governate dai principi della logica, ma come vortici di violenza e desiderio, allucinazioni, slittamenti imprevedibili del dopo nel prima, dell’umano nel bestiale, del bestiale nel cosmologico.” Volume bellissimo.

Read Full Post »

E bravo Hirst che ha saputo reinventare sé stesso dopo la caduta del 2008!

Quella veneziana di Palazzo Grassi e Punta della Dogana è una mostra che consiglio per ogni età e grado di conoscenza: ognuno potrà leggere ciò che vuole, inclusi i divertiti e divertenti saccheggi e citazioni di cui il nostro fa uso ampio e consapevole.

È un gran bazar in cui si mescolano differenti livelli fra realtà e finzione, Topolino e l’Antichità, anime, manga e miti, l’arte e la sua negazione, una profusione d’oro e meraviglia neobarocca e presa in giro della stessa, invito a credere ancora nel potere dell’immaginazione e del feticismo dell’oggetto manu-arte-fatto (ma non dall’artista, sia chiaro) e sospetto d’un nichilismo totale del senso di tutto ciò, non a caso sospeso fra precisione infinitesima del dettaglio più minuto e chiassosa baracconata hollywoodiana, benché presentata in grande stile ovvero come Hirst (e Pinault) comanda.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Dunque una via d’esposizione-narrazione da riscoprire e esplorare per l’arte dei prossimi anni (certo avendo i mezzi adeguati) o un unicum celebrante la sua stessa resa di fronte all’immagine liquida contemporanea (© Bauman) con festa finale e fuochi d’artificio? Inoltre, ha ancora senso parlare di individualità sacrale-post romantica dell’artista o a certi livelli è più che mai necessario avere oltre a un finanziatore anche una squadra organizzativa che produca non solo gli oggetti ma le idee stesse, cui poi l’artista pone il proprio nome-marchio?

A proposito: quanto finora ho scritto potrebbe non avere pieno senso se non si tiene conto del cinismo anche economico dell’arte della comunicazione di cui Hirst è fra i maestri riconosciuti: forse è questo il vero punto e unico scopo di tutta questa montagna di cose (accumulazione di sontuosa e luccicante e affascinante paccottiglia di lusso): far parlare di sé, dell’evento, del cosiddetto artista. E la possibilità di scattare liberamente fotografie lungo tutto il percorso credo sia parte di questa strategia dello spettacolo di diffusione dell’immagine.

 

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Tirando le somme, il biglietto e il (pur costoso) catalogo valgono la pena, purché stiate al gioco dell’inganno-fattoide narrativo: “Nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa fu scoperto un vasto sito con il relitto di una nave naufragata (Apistos – l‘Incredibile). Il ritrovamento ha avallato la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia, vissuto tra la metà del I secolo e l’inizio del II secolo d.C. (…)”.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Ora, tralasciando il nome Cif (potrebbe simpaticamente ricordare un noto detersivo proprietà della multinazionale anglo-olandese Unilever o meglio ancora l’acronimo “Cost, Insurance and Freight” – ovvero “costo, assicurazione e nolo” – una delle clausole abituali nelle transazioni commerciali internazionali), guarda caso la storia di questo ritrovamento parte dal 2008, data del fatidico crollo delle quotazioni di Hirst, mescolando ancora una volta biografia e attività artistica. Il gioco (di cui ovviamente fa parte anche questa pagina come le centinaia di altre che argomentano su questa mostra: basta averne contezza e poi lasciarsi andare) continua senza soluzione di continuità. Buona visita.

Damien Hirst – Treasure from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Read Full Post »

Bertozzi & Casoni, Polar Bear (particolare), 2016, ceramica policroma su ferro, cm190x200x110

Bertozzi & Casoni, Polar Bear (particolare), 2016, ceramica policroma su ferro, cm 190x200x110

Venerdì 16 settembre la Galleria Antonio Verolino ha inaugurato la personale di Bertozzi & Casoni “Il capitale umano. Tra consolazioni e desolazioni”.

La mostra, curata da Franco Bertoni, architetto, critico d’arte ed esperto di ceramica del ‘900, è inserita nell’ambito del programma del FestivalFilosofia di Modena.

Partendo dal tema della manifestazione, l’agonismo, l’esposizione si sviluppa a partire da Polar Bear, un’installazione raffigurante un gigantesco orso bianco che i maestri della ceramica Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni hanno immaginato ingabbiato, prigioniero e a rischio di estinzione a causa dei mutamenti determinati dall’attività umana.

Bertozzi & Casoni, Dedicato, 2016, ceramica policroma, cm28x43x27

Bertozzi & Casoni, Dedicato, 2016, ceramica policroma, cm 28x43x27

Attorno a questa figura emblematica della lotta evolutiva, altre opere (cestini stracolmi di cartacce e lumache, pile di piatti sporchi, tubature in cui si incastrano oggetti d’uso comune e didascalie) indicano la dialettica di composizione e decomposizione, morte e rigenerazione che attraversa l’esistenza di individui e società, in un continuo pendolo tra consolazioni e desolazioni: sono i rifiuti che ciascuno lascia dietro di sé, piccole estinzioni locali che agitano il mondo delle cose anche nell’epoca dell’abbondanza.

Bertozzi & Casoni, Tempo libero, 2016, ceramica policroma, cm47x40,5x62,5

Bertozzi & Casoni, Tempo libero, 2016, ceramica policroma, cm 47×40,5×62,5

Infine, particolarmente significativa per l’identità della galleria, l’opera tessile nata da un disegno di Giampaolo Bertozzi e realizzata manualmente dalle maestranze attivate da Antonio Verolino, il quale ha ereditato la passione per tappeti e arazzi preziosi dal padre Raffaele, l’antiquario che indiscutibilmente rappresenta in questo campo il punto di riferimento in Italia e non solo.

La competenza acquisita negli anni ha già portato Antonio Verolino a collaborare con artisti come Enzo Cucchi, David Tremlett e Luigi Ontani. La nuova opera tessile di Bertozzi & Casoni, raffigurante un alveare che a sua volta disegna un teschio, è interamente annodata a mano in seta, materiale che le dona un particolare movimento grazie al cambiamento del colore in base alla luce. Completa l’opera una cornice in ceramica che riproduce anch’essa un alveare da cui nascono più di 1000 fiori in ceramica.

Irene Guzman press

Vertozzi & Casoni, Estate, 2015, ceramica policroma, cm 74x65x40

Bertozzi & Casoni, Estate, 2015, ceramica policroma, cm 74x65x40

Bertozzi & Casoni. Il capitale umano. Tra consolazioni e desolazioni

Galleria Antonio Verolino 16 settembre – 24 ottobre 2016

Via Farini 70 angolo Piazza Roma – Modena

Tel. 059237845  www.galleriaantonioverolino.com

Orari: da lunedì a sabato dalle 9,00 alle 19,30

 

 

Read Full Post »

Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

Read Full Post »

Premessa: si inaugura oggi pomeriggio alle ore 18.00 la prima personale di Roberta Maioli presso Palazzo Rasponi a Ravenna. Il tema è quello attualissimo e scottante dei migranti. Ho trovato le sue opere urgenti, dense di umanità, assenti da retorica. Sono contento e onorato che mi abbia chiesto di scriverle questa presentazione.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

di Luca Maggio

“Diremo la verità:/ noi siamo l’assenza/ non ci ha generato un cielo né la polvere/ siamo (…)/ ruggine nell’esistenza.” Adonis

Meglio chiudere gli occhi. Andare avanti. Ignorare. Lasciare che affondi questa umanità lontana, oltraggiata, in fuga da guerre, epidemie, carestie. E insieme che affondi il sogno di Adenauer, Schuman, Spinelli e degli altri padri-fari dell’Europa post bellica. Tutto questo non ci riguarda, è finto, televisivo, non ne sentiamo l’odore acre, non ne vediamo lo sporco, le lacrime, non udiamo quelle grida in lingue sconosciute. C’è il fastidio dei campi profughi, pardon “d’accoglienza”, ma per la maggior parte di noi anch’esso resta lontano. Quotidianamente qualcuno fugge, certo, ma i muri (muri nel 2016!) lo fermeranno.

Cosa ci è accaduto? Cosa ci sta succedendo? Chi siamo diventati?

Sui volti su cui è passata Roberta Maioli sono scritte a lettere di fuoco queste domande. Ci presentano il conto, non rappresentando solo bambini fotografati tre, quattro anni fa da operatori Unicef (che ha poi gentilmente concesso gli scatti all’artista ravennate) in campi siriani e curdi, ma lo svuotamento di futuro da quegli occhi. Cos’è dunque la vita per loro? E, di riflesso, per noi?

Sono sette le foto ingrandite dalla Maioli, che sentendo quelle immagini come fatti vivi e non anonimi della storia ha fortemente voluto non tacere e mostrare chi essi siano, chiedendosi chi noi siamo.

L’intervento è in apparenza lieve: macchie di pittura sugli sfondi, senza alcun impressionismo, sui particolari sfocati degli sfondi, sugli accumuli delle cose, baracche, pareti scure, vestiti colorati (come quello magenta della bimba in bianco e nero, citazione dello Schindler spielberghiano) e bende bianche in primo piano sulla faccia di un bambino, tutto ripreso rispettando e intensificando i colori di ciascuna fotografia per rendere più nitidi i volti, farli risaltare senza mai falsificare la verità del fatto fotografico, anzi trattenendola e restituendola esaltata dalla delicatezza di un passaggio minimo di colore, così da accentuare il senso di detrito, di scarto, evanescenza del domani paradossalmente su bambini che rappresentano l’idea stessa del domani. Lineamenti, zigomi, occhi, mani, gambe, corpi troppo carichi di presente e passato recente, di polvere, di mancanze, di assenze di casa e abbracci e favole raccontate prima di addormentarsi.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Accanto e quasi in contrasto alla discrezione dei pigmenti suggeriti dalle superfici fotografiche è il lavoro più aggressivo, di scavo interiore, dell’installazione con le maschere anonime in tela e colla, ora ricoperte di cera, ora di bianco talvolta sporcato con olio vecchio, inserite su un’impalcatura-zattera di canne qua e là visibili e filo spinato nascosto sul retro, dunque non evidente come le ferite di questi volti senza più volto, ieratici, “schiacciatiannegati” in questa processione d’uguaglianza bianca che ne ha cancellato caratteristiche e identità, senza più memoria né storie personali o sentimenti (sono stati uomini?), drappo cupo di coscienza, strascico lento di fiume di simulacri che appeso alto alla parete cola solido sul pavimento la sua moltiplicazione perduta di facce (quasi un canone inverso rispetto ai migranti siciliani del finale di Nuovomondo di Crialese che rinascevano da un mare bianco latte, nuotando, salvandosi), facce che parrebbero umane e sono solo numero, quello dei dispersi nelle traversate delle tante stragi che si vanno cumulando fra le onde del Mediterraneo e che in forma di cifre altrettanto anonime riferiscono i media europei. Del resto, è cosa nota che i numeri neutralizzino individui, vicissitudini, dolori: la lezione dei tatuaggi nazisti in questo senso è chiarissima. E il messaggio-grido della nostra artista potente.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

A proposito, Roberta sa che il rischio di banalizzare scivolando nella retorica nel trattare questi temi e di questi tempi è alto. Ma la sua esigenza è nata da una ribellione dell’anima, da una verità insopprimibile e interiore e primaria, da qualcosa che andava affermato a voce alta e mai taciuto. Per questo chiudo affidandomi una volta ancora ai versi del poeta siriano Adonis, perché la poesia è una necessità umana, come il pane ci fa vivere, più del pane ci fa ritrovare umanità: “Ho letto su una foglia gialla che morirò esiliato, ho illuminato i /deserti, il mio popolo è smarrito (…)/ Verrà un tempo tra la cenere e la rosa/ si estinguerà ogni cosa/ rinascerà ogni cosa”.

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

27 maggio – 26 giugno 2016

Palazzo Rasponi, via Luca Longhi 9, Ravenna

Aperto tutti i giorni (ingresso libero): orario 15-18

Chiuso il lunedi

Inaugurazione venerdì 27 maggio ore 18

Read Full Post »

Older Posts »