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Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Premessa

Sabato 20 ottobre all’interno della dodicesima edizione di Rencontres Internationales de Mosaïque ha inaugurato la mostra In-Between di Matylda Tracewska presso la Chapelle Saint Éman di Chartres, visitabile sino al 16 dicembre 2018. Scrivere per questa esposizione e per quest’artista in piena maturità creativa è stato fonte di piacere profondo. Quello che segue è il testo in catalogo.

 

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Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska. In-Between

di Luca Maggio

“Le Temps scintille et le Songe est savoir.” Paul Valéry, Le cimetière marin

La metafora è tra le prime figure retoriche che si studiano sui banchi di scuola. Etimologicamente viene dal verbo μεταϕέρω ovvero “trasferire, portare oltre”. La metafora è alla base del linguaggio poetico, poiché è in grado di traghettare il significato e il suono delle parole quotidiane verso le rive delle Muse, ampliandone il senso o trovandone uno inedito.

Matylda Tracewska ha scelto di intitolare questa mostra In-Between perché ha avvertito a questo punto della sua vita l’urgenza di confrontarsi col passaggio materiale e metaforico di tecniche e mezzi differenti, il vetro e il mosaico principalmente, rispetto a un luogo così carico di storia per il quale ha pensato le nuove opere, dunque Chartres e in particolare la Chapelle Saint Éman.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Questa ricerca poetica parla dunque di trasparenza in una delle località cardine delle vetrate medievali che “significano al tempo stesso luce e colore; costruiscono un’architettura colorata e luminosa, hanno dimensione monumentale e conservano nel tempo stesso il carattere prezioso delle gemme. (…) la semplice contemplazione dei colori splendenti aveva per effetto di innalzare lo spirito dalle cose materiali alle immateriali e di trasportare la mente da un mondo inferiore a uno superiore, in una regione dell’universo che non apparteneva interamente né alla bassa terra né al puro cielo.” (E. Castelnuovo, Vetrate medievali, Torino 2007, pp.8-9)

Tuttavia Matylda da sempre predilige un uso accorto dei colori che, sono delicatamente presenti come i ritratti di persone e personaggi. E questi compaiono quasi sospesi, come emergendo dal fondo per dare forme riconoscibili al grumo circostante, che in realtà mai è frutto di disordine ma studio attento dei pesi e delle distribuzioni delle singole tessere, qualsiasi sia la loro origine, lapidea, vetrosa, perlacea ecc.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska in studio

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

I colori della Tracewska, essendo la natura dei suoi lavori indubbiamente anche pittorica, richiamano il dilùcolo, la prima alba e non i fuochi del tramonto, le tinte del principio del mattino, chiarità aurorali che si giocano in delicatezze, soffi talvolta appena accennati, sfumati, tendenti al bianco, alla pura luce: non aggrediscono l’occhio, lo invitano all’ascolto, al raccoglimento e catturano l’anima senza il clamore di effetti spettacolari quanto effimeri: sono un canto gregoriano che accoglie il giorno e riverbera dopo essersi compiuto, come l’alternarsi delle voci di The Hilliard Ensemble e del sassofono di Jan Garbarek in Parce mihi domine nel capolavoro Officium o il salire e ridiscendere ora femminile ora maschile, nudo semplice e forte, del canto di The Tallis Scholars nel Magnificat di Arvo Pärt in Tintinnabuli.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda è riuscita a rendere metafora i materiali usati per riflettere sull’incontro fra natura, anche umana, e cultura, o meglio le culture che ha incrociato e fatto proprie: lei, artista polacca, che si è formata sul mosaico bizantino-ravennate, che segue, secondo la regola, gli andamenti delle tessere, a differenza della sua tradizione d’origine, che tende invece all’assemblaggio degli elementi. A ciò si aggiunga l’influenza orientale, in particolare la scoperta meditativa e spirituale dei giardini giapponesi, come quello di pietra, il Ryōan-ji di Kyoto.

Così quest’artista è arrivata a ciò che Heidegger chiamava “il giungere-nella-vicinanza di ciò che è lontano” laddove, commenta John Berger, “c’è un movimento reciproco. Il pensiero si avvicina a ciò che è lontano; ma a sua volta ciò che è lontano si avvicina al pensiero.” (Sul guardare, Milano 2017, p.123)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Chi esperisce queste sue opere, grazie anche ai giochi di riflessione dei materiali scelti, si trova coinvolto in esse, felice di fermarsi, di restare intrappolato in un tempo che pare annullarsi nel suo dilatarsi, poiché sono “minuti depredati della luce” (Agota Kristof, I paesaggi più belli, in Chiodi, Bellinzona 2018, p.21) e sente la tensione alla verticalità attraverso la collocazione di ogni singolo lavoro, inclusi quelli sul pavimento, in dialogo con gli altri e il contesto operativo: tutto si eleva.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Alle pareti nascono sia i due piccoli lacerti con trama a pelta, quasi foglie di pietra o pelli di mosaico antico appese forse per ricordare frammenti di memoria perduta, come il particolare di una lacrima che cade da un occhio ormai chiuso, sia i ritratti umani, corpi o solo volti, col loro carico di mistero irrisolto, che appaiono-scompaiono su trame musive a nido d’ape, o circolari, oppure bianche in opus reticulatum, o come incorniciate in foto senza tempo, o letteralmente pietrificati grazie all’uso di tessere lapidee. E ancora un altro viso, quasi galleggiante, su uno dei “muschi”, escrescenze organiche altrimenti aniconiche, fatte di onice e perline fittissime, posizionate senza lasciare interstizi, che sono invece evidenti per terra, lungo la navata centrale, sul tappeto di  tessere-calchi di resina, fiume geometricamente scandito e definito che l’artista ha ritoccato con pigmenti in polvere, inserendo qua e là qualche raro calcare bianco naturale con venature verdi, appunto come sassi in un corso d’acqua viva e corrente, bagnati dalla luce che li attraversa: “Più ancora dell’acqua, che mi è stata così cara, ho amato la luce. Non soltanto i colori che sono il suo ornamento e il suo lusso come lo stile è l’ornamento e il lusso del linguaggio. Ma quella semplice luce che ci giunge dal Sole e che fa vivere il mondo. Mi è sempre sembrato che la luce fosse qualcosa di paragonabile al pensiero o a quello che chiamiamo lo spirito: un dono della materia che però si eleva per miracolo, nello stupore e nell’emozione, alla sovrana dignità della grandezza e della bellezza.” (Jean D’Ormesson, Guida degli smarriti, Vicenza 2016, pp.39-40)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Proseguendo in questo mescolarsi e annullarsi reciproco di natura e artificio (dove sono i confini ora?), dal pavimento emergono sia la scultura-installazione di bambù in vetri verdi, sia le quattro piccole sculture coperte di fiori di madreperla e l’unica in vetri blu. Esse richiedono una sosta per seguire le torsioni minute della luce che si adegua ai labirinti ora voluti ora casuali della Tracewska, la quale lega-slega-rilega le singole tessere in screziature grazie al filo della luce che illumina gli insiemi delle superfici, ma nel dettaglio, avvicinandosi, procede attimo dopo attimo, fiore di luce per fiore di luce nelle sculture di madreperla o frammento per frammento in quelle di vetri blu e si arrende, alla fine, questa luce, si abbandona soddisfatta per abbracciarne ogni millimetro e trovare dimora presso questi oggetti, cadendo in loro, nascondendosi fra gli interstizi per farsi materia essa stessa, metamorfosi in forma di vetro o madreperla, riverberando anche sulle pietre e resine circostanti. Ecco il mosaico, lo splendore.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska all’aperto

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Tutto infine conduce al culmine, alla cascata di luce dell’abside, la vera grande vetrata della Tracewska, il velo di organza e tessere di vetro visibili da ambo i lati e che forse non si limitano a scendere o salire verso l’altro, ma sono porta, passaggio diretto di un altrove luminoso come la finestra-icona di Pavel Florenskij: “una finestra è una finestra in quanto attraverso ad essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un’associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è luce stessa nella sua identità ontologica, quella luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio.” (Le porte regali, Milano 2007, p. 60)

A tanto è giunta Matylda Tracewska con le sue briciole di materia, di sguardi e mani pazienti, di trasparenze intuite, attese, pensate: con Devozione direbbe Yves Bonnefoy, per “mantenere gli dei in mezzo a noi.”

Uscendo da questo luogo, attraversati dall’eco dell’esperienza di tanta luce possibile, non si può che serbarne a lungo nostalgia.

facebook.com/matylda.tracewska

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

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Il Comune di Ravenna–Assessorato alla Cultura e il Museo d’Arte della città di Ravenna, presentano dal 6 ottobre al 13 gennaio 2019 la mostra ?War is over ARTE E CONFLITTI tra mito e contemporaneità a cura di Angela Tecce e Maurizio Tarantino.

L’esposizione si collega idealmente al centenario della conclusione della prima guerra mondiale, proponendo un percorso che, attraverso l’arte di due secoli, riflette sui conflitti non a livello puramente storico ma in maniera più ampia, artistica e poetica, personale e collettiva, estetica ed etica. Non si tratta infatti di una mostra storico-documentaria ma di un itinerario che suggerisce e testimonia letture molteplici sulla guerra: uno (e non l’unico) tra gli esiti possibili verso cui spinge la necessità antropologica della relazione tra diversi; il più crudele e distruttivo, ma anche il più potente creatore di mitologie.

L’arte si è da sempre misurata col tema del conflitto – o ne è stata condizionata – non solo attraverso la sua rappresentazione ma, spesso, anche attraverso il rifiuto, la rimozione, l’introiezione. Le opere scelte per la mostra intendono illustrare, con media diversi, la tensione che esiste da sempre tra la creatività individuale e l’urgenza di misurarsi con un tema così pervasivo e onnipresente alle coscienze più vigili.

L’allestimento si avvale di installazioni di Studio Azzurro, che rappresentano un ideale trait-d’union tra i vari temi affrontati e contribuiscono a rendere più affascinante e articolato il percorso espositivo che si snoda attraverso opere e immagini di grande impatto visivo ed evocativo: dal monumento funebre di Guidarello Guidarelli, simbolo delle collezioni del MAR, a Picasso e Rubens, fino ad arrivare ad artisti tra cui spiccano, solo per dirne alcuni, Abramovic, Beuys, Boetti, Burri, Christo, De Chirico, Fabre, Kiefer, Kentridge, Kounellis, Rauschenberg, Warhol.

Nell’ottica della valorizzazione delle collezioni permanenti, nel percorso espositivo della mostra sono presenti anche opere del patrimonio del Mar.

MAR – War is over

Marina Abramović, Balkan erotic Epic: Banging the Skull, 2005

Marisa Albanese, Combattente, 2000-2013

Botto&Bruno, See the sky about the rain VII, 2014

Davide Cantoni, Child soldier Liberia, 2007

Jota Castro, Borders, 2016

Jake & Dinos Chapman, Back to the end of the beginning of the end again, 2016

Christo, Running fence (Project for Sonoma County and Marin County, State of California), 1976

Benedetto Croce, La fine della civiltà, 1946, manoscritto autografato con dedica a Dora Mazza

Gilbert & George, Machete, 2011

Paolo Grassino, Lode a TT, 2005-2006

Renato Guttuso, Fucilazione in campagna, 1939

Thomas Hirschhorn, Pixel collage n. 84, 2017

Emilio Isgrò, Weltanschauung, 2007

Alfredo Jaar, Milan, 1946: Lucio Fontana visits his studio on his return from Argentina, 2013

William Kentridge, Execution of Partisan, 2015

Tullio Lombardo, Lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli, particolare, 1525

Hermann Nitsch, Schüttbild mit Malhemd,, 2007

Pino Pascali, Bomba a mano (Diario), “il 24-1-67 ho ricaricato la bomba con questo biglietto. Pascali l’ho riverniciata oggi con smalto verde di cadmio”, 1967

Perino & Vele, Senza titolo (Mappamondo), 2006

Pablo Picasso, Jeux de pages,Vallauris, 24 février 1951

Pittore dei Niobidi, Cratere attico a figure rosse, 475-465 a.C.

Pieter Paul Rubens, Alabardiere, 1605

Pietro Ruffo, Migrazioni 24, 2017

Andres Serrano, Fool’s mask, Hever castle, England (torture), 2015

Shōzō Shimamoto, ID 0561 Punta Campanella 40 (Canvas 33), 2008

Robert Rauschenberg, Kite, 1963

Andy Warhol, Sedia elettrica, 1971

 

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Ryoichi Kurokawa, oscillating continuum, 2013, scultura audiovisiva (2 display quadrati, audio 2 canali), 924 x 800 x 422 mm, 8 minuti

FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE è lieta di presentare al-jabr (algebra), prima mostra personale in un’istituzione Italiana dell’artista giapponese Ryoichi Kurokawa, che ha inaugurato venerdì 14 settembre 2018 presso la Galleria Civica di Modena, nella sede di Palazzo Santa Margherita, in occasione del festivalfilosofia 2018 dedicato quest’anno al tema della Verità. A cura di NODE – festival internazionale di musica elettronica e live media che si svolgerà a Modena dal 14 al 17 novembre 2018, l’esposizione raccoglie alcune tra le produzioni recenti più significative di Kurokawa, attraverso un percorso multisensoriale caratterizzato da imponenti opere audiovisive, installazioni, sculture e stampe digitali.

Originario di Osaka ma residente a Berlino, Kurokawa descrive i suoi lavori come sculture “time-based”, ovvero un’arte fondata sullo scorrimento temporale, dove suono e immagine si uniscono in modo indivisibile. Il suo linguaggio audiovisivo alterna complessità e semplicità combinandole in una sintesi affascinante. Sinfonie di suoni che, in combinazione con paesaggi digitali generati al computer, cambiano il modo in cui lo spettatore percepisce il reale.

Il concetto di unione delle parti rappresenta il tema chiave della mostra, a cui si richiama il titolo al-jabr, radice araba da cui deriva il termine “algebra” la cui etimologia indica la ricomposizione delle parti di un insieme. Nelle opere in mostra si ripropongono concetti e metodologie quali la  decostruzione e la conseguente ricostruzione di elementi naturali (elementum, lttrans, renature), la riunione di strutture divise (oscillating continuum), la rielaborazione di leggi e dati scientifici (ad/ab Atom, unfold.alt, unfold.mod). Tali metolologie ricordano una versione moderna e tecnologicamente avanzata della tecnica artistica del kintsugi, ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze e vasi, in cui le linee di rottura sono evidenziate con polvere d’oro che rende la fragilità il loro punto di forza. Il kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha profonde radici nell’estetica del wabi-sabi, la visione del mondo tipica della cultura giapponese fondata sull’accettazione della transitorietà delle cose che echeggia anche nella poetica di Kurokawa.

Ryoichi Kurokawa, lttrans #6, 2018, dittico, stampa digitale, 1200 x 600 mm ciascuno

Ne costituisce un esempio la serie elementum (2018): fiori essiccati e pressati che hanno perso la loro bellezza originale sono riassemblati dall’artista e arricchiti da un intervento su vetro creato attraverso un processo di elaborazione digitale dell’immagine che sembra collegare i vari frammenti e dare al fiore nuova vita valorizzandone il processo di decadenza. In maniera analoga le grafiche astratte della serie lttrans (2018), e le sculture appartenenti alla serie renature::bc-class (2015) possono essere percepite come immagini di fiori e insetti, ma, avvicinandosi gradualmente, si rivelano un insieme di filamenti e particelle: si tratta quindi di una rappresentazione digitale del vero in cui viene reso visibile il processo di ricostruzione, esattamente come avviene nel Kintsugi.

L’osservazione della natura per Kurokawa è intesa come analisi scientifica e negli anni il suo interesse verso questo tema lo ha portato a coinvolgere sempre più spesso membri di istituti di ricerca nel processo creativo. L’installazione audiovisiva unfold.alt (2016) trae ispirazione dalle ultime scoperte nel campo dell’astrofisica e cerca di tradurre i fenomeni che caratterizzano la formazione e l’evoluzione delle stelle. Per realizzarla, Kurokawa si è avvalso della collaborazione di Vincent Minier, astrofisico dell’Istituto di ricerca sulle leggi fondamentali dell’Universo che fa parte della Fundamental Research Division del CEA-Irfu, Paris-Saclay di Parigi.

In ad/ab Atom (2017) cambia l’ottica dello strumento: dal telescopio si passa al microscopio elettronico a scansione utilizzato per le ricerche sulle nanotecnologie. Realizzata durante una residenza presso l’INL, il Laboratorio internazionale di nanotecnologia iberica di Braga (Portogallo), l’opera è composta da sette schermi ad alta definizione posizionati in maniera elicoidale. Attraverso fenomeni audiovisivi generati dall’elaborazione di materiali quantistici, Kurokawa crea un viaggio nella scala nanoscopica in cui è possibile osservare l’estrema deformazione e astrazione del mondo atomico. Analogamente, la scultura audiovisiva oscillating continuum (2013) unisce l’infinitamente grande dell’universo e l’infinitamente piccolo,  nel tentativo di rappresentare la costante ricerca di equilibrio intrinseca in ogni forza e materia presente nel nostro universo.

Quella di Ryoichi Kurokawa è un’arte che mira dunque a rendere accessibile al pubblico livelli di osservazione del vero altrimenti impossibili da decifrare, suggerendo affascinanti parallelismi con il mondo interiore.

Irene Guzman press

Ryoichi Kurokawa, elementum #8, 2018, tecnica mista (stampa digitale, fiori pressati, alluminio, vetro), 12 x 260 x 260 mm

Informazioni generali

Mostra Ryoichi Kurokawa. al-jabr (algebra)

A cura di NODE – festival internazionale di musica elettronica e live media

Sede Galleria Civica di Modena

Palazzo Santa Margherita

Corso Canalgrande, 103 – Modena

Periodo mostra 14 settembre 2018 – 24 febbraio 2019

Orari di apertura

mercoledì, giovedì, venerdì: 11-13; 16-19

sabato, domenica e festivi: 11-19

In occasione di festivalfilosofia 

In collaborazione con fuse* 

Ingresso

Intero: 6 € | Ridotto: 4 €
Per tutte le riduzioni, convenzioni e gratuità, visitare il sito: https://www.comune.modena.it/galleria/mostre/ryoichi-kurokawa.-al-jabr-algebra

Informazioni

tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it

Ufficio stampa

Irene Guzman | T. +39 349 1250956 | Email i.guzman@fmav.org

Link per scaricare materiali stampa:

https://www.comune.modena.it/galleria/area-giornalisti/ryoichi-kurokawa-al-jabr-algebra

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Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Baruchello)

FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE è lieta di presentare Doux comme saveur (A partire dal dolce), una videoinstallazione di Gianfranco Baruchello (Livorno, 1924) che ha aperto al pubblico ieri, 14 settembre 2018, in concomitanza con il festivalfilosofia, realizzata in collaborazione con il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e la Fondazione Baruchello, Roma. I video che compongono l’installazione, proiettati negli spazi del MATA – Ex Manifattura Tabacchi per la prima volta dopo il recente restauro delle pellicole originali, sono parte di un progetto dell’artista sul sapore dolce, con interviste a filosofi, critici, poeti e artisti della cultura francese.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Cooper)

Oggi pomeriggio, sabato 15 settembre alle ore 18.30, l’artista Gianfranco Baruchello incontrerà il pubblico e discuterà il progetto con Carla Subrizi (Presidente della Fondazione Baruchello, Roma, e Professore Associato di Storia dell’arte contemporanea presso la Sapienza Università di Roma) e Gianfranco Maraniello (Direttore Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto).

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Lyotard)

Nel 1978 Baruchello concepisce un progetto che prevedeva la realizzazione di un libro in copia unica e un film di interviste sul tema del sapore dolce. Il libro-oggetto prende forma attraverso la raccolta, in fotocopia, da parte dell’artista, di disegni, ritagli di riviste e giornali, appunti: circa 150 pagine, rilegate con una copertina in cartone spesso.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Guattari)

Un anno dopo, a Parigi, il  libro costituisce il punto di partenza per una lunga serie di interviste. Le conversazioni, condotte dallo stesso Baruchello, prendono avvio da riflessioni sul dolce e sulla dolcezza: dal latte materno alle favole (la casa di marzapane di Hänsel e Gretel), dal ricordo del sapore dolce al mito, tra simbolo e realtà, cultura, antropologia e società.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Klossowsky)

Gli intervistati sono sia operai, immigrati e pasticceri, sia importanti esponenti del mondo della cultura tra cui filosofi, scrittori e psicoanalisti del calibro di Jean-François Lyotard, Félix Guattari, David Cooper, Pierre Klossowski, Alain Jouffroy, Paul Virilio, Gilbert Lascault e Noëlle Châtelet. Mentre i primi sono ripresi in esterni o all’interno del proprio posto di lavoro, i secondi sono intervistati nelle loro case o nei loro studi. Le interviste, partite dunque da temi legati al cibo, arrivano ben presto a concentrarsi su questioni filosofiche intorno alla maternità, alla morte, soprattutto animale e destinate al cibo, all’erotismo e alla memoria. Il carattere informale delle interviste costruisce l’ambientazione del film: tutto è improvvisato, amichevole, senza allestimenti tecnici di registrazione, con talvolta rumori di fondo. Per le riprese Baruchello si avvalse della collaborazione del cineasta sperimentale Alberto Grifi.

Gianfranco Baruchello, Doux comme saveur (A partire dal dolce), 1978 (Lascault)

Irene Guzman press

Informazioni generali

Mostra Gianfranco Baruchello. Doux comme saveur (A partire dal dolce)

Sede MATA – Ex Manifattura Tabacchi
Via della Manifattura dei Tabacchi, 83 – Modena

Periodo 14 settembre – 4 novembre 2018

Conversazione con l’artista sabato 15 settembre 2018, ore 18.30 

Orari di apertura

mercoledì, giovedì, venerdì: 11-13; 16-19

sabato, domenica e festivi: 11-19

Orari per il festivalfilosofia 2018

venerdì 14 settembre, ore 9-23

sabato 15 settembre, ore 9-24

domenica 16 settembre, ore 9-21 

Ingresso

Intero: 6 € | Ridotto: 4 €
Per tutte le riduzioni, convenzioni e gratuità, visitare il sito:

http://www.fondazionefotografia.org/17429/gianfranco-baruchello-doux-comme-saveur-a-partire-dal-dolce/

In occasione di festivalfilosofia

In collaborazione con

Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e Fondazione Baruchello, Roma 

Informazioni

Tel. +39 059 4270657

http://www.fondazionefotografia.org

Ufficio stampa

Irene Guzman | T. +39 349 1250956 | Email i.guzman@fmav.org

Link per scaricare materiali stampa:

http://www.fondazionefotografia.org/press

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La personale su Aldo Tagliaferro, a cura di Alberto Zanchetta e in collaborazione con l’Archivio Aldo Tagliaferro di Parma, in programma dal 21 Giugno al 6 Ottobre 2018, presso la sede di Osart Gallery, in Corso Plebisciti 12 a Milano, si propone di valorizzare il lavoro dell’artista attraverso la selezione di opere uniche appartenenti a uno storico e specifico ciclo di ricerca, Memoria-Identificazione – in una variabilità temporale, che si colloca in un periodo importante durante il quale Tagliaferro entra a pieno titolo in quella che viene considerata la sua definitiva fase concettuale, mettendo a punto un nuovo metodo di lavoro – per progetti – a cui resterà fedele per tutta la sua carriera. Alla base del grande lavoro di Aldo Tagliaferro c’è l’analisi costante dell’essere umano, del suo eterno confronto con il proprio Io e con l’ambiente che lo circonda. La sua ricerca, oltre ad esaminare criticamente eventi del contesto sociale, dagli anni Settanta in poi si orienta verso una direzione più specifica del comportamento umano, sviluppando altresì un’indagine sulla memoria e sull’identificazione che pone in relazione la realtà con un momento intimistico.

Nell’analisi di Memoria-Identificazione – in una variabilità temporale, Tagliaferro utilizza due componenti (la memoria e l’identificazione, che ritiene parallele al punto da sovrapporsi) la cui somma, come afferma l’artista, «dà, attraverso le esperienze consumate, una conoscenza del proprio io. Questo può diventare condizionante in un tempo presente, perché il nostro comportamento è dato dalla somma tra le nostre esperienze assimilate e la sollecitazione di nuovi stimoli, che tendono continuamente a modificarlo, in rapporto al tempo reale che è il presente».

La mostra si apre nella sala principale con due importanti opere su tele emulsionate: il dittico Particolare “IDENTIFICAZIONE MNEMONICA” (1972) e la monumentale installazione di nove metri dal titolo IDENTIFICAZIONE IN UNA VARIABILITÀ OGGETTIVA TEMPORALE (1973). Le opere si caratterizzano sia per l’utilizzo di un insieme di elementi teso a creare diverse possibilità di interazione, sia per le sue ripetizioni variate in una scala di colori dal bianco al nero e per la possibilità demandata al fruitore di scegliere un “fotogramma di identificazione” a sua scelta. Nello spazio espositivo della Osart Gallery le fotografie di grandi dimensioni vengono inoltre allestite in

modo da invogliare i presenti a sentirsi partecipi dell’ambiente evocato. Nella seconda sala, la mostra prosegue con un piccolo nucleo dedicato ai progetti realizzati nel 1972: Studio per: MEMORIA-IDENTIFICAZIONE – in una variabilità temporale, MEMORIA-IDENTIFICAZIONE (variante blu) e Progetto per MEMORIA-IDENTIFICAZIONE – in una variabilità temporale. Qui è possibile visionare la genesi della riflessione incentrata sulla memoria; la stessa immagine fotografica, che caratterizza le tele emulsionate, viene infatti ripetuta su fogli di cartoncino, quasi a volerla rendere temporalmente verificabile.

La teatralità della grande installazione e l’unicità delle opere selezionate diventano, per chi guarda, una sorta di materializzazione fisica della scena, la quale permette di comprendere in modo filologico la progettualità e la processualità di uno dei grandi protagonisti dell’arte concettuale all’interno del panorama internazionale.

 

ALDO TAGLIAFERRO. MEMORIA–IDENTIFICAZIONE

Sede: Osart Gallery | Corso Plebisciti 12, 20129 Milano

Periodo: 22 Giugno – 6 Ottobre 2018

Orari: da martedì a sabato, ore 10.00 – 13.00 / 14.30 – 19.00

Ingresso: libero

Catalogo: bilingue italiano/inglese con testi di Alberto Zanchetta

Contatti: T 02 5513826 Mail info@osartgallery.com

Web: http://www.osartgallery.com | http://www.facebook.com/osartgallery | http://www.instagram.com/osart_gallery

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Adelita Husni-Bey, dalla serie Agency, Politici, 2014

Inaugura domani, venerdì 8 giugno 2018 alle ore 18, presso la Galleria Civica di Modena, nella sede della Palazzina dei Giardini, Adunanza, a cura di Diana Baldon e Serena Goldoni. La mostra riunisce l’eterogenea produzione che Adelita Husni-Bey ha sviluppato negli ultimi dieci anni tra video, installazioni, opere pittoriche, serie fotografiche, disegni e lavori su carta ed è la sua prima vasta personale in un’istituzione italiana. L’artista che vive a New York, negli ultimi anni si è distinta nel panorama internazionale, partecipando a manifestazioni di rilievo quali la Biennale d’Arte di Venezia nel 2017, tra i rappresentanti del Padiglione Italia, e la mostra Being: New Photography 2018 al MoMA di New York.

Fin da giovanissima, Adelita Husni-Bey (Milano, 1985), s’interessa a temi politici e sociali complessi indagandoli attraverso studi di sociologia, teorie educative anarco-collettiviste e pratiche d’insegnamento sperimentali. Le sue opere si fondano e nascono da processi collettivi, nella forma di workshop e giochi di ruolo che hanno visto la partecipazione di varie tipologie di comunità, tra cui figurano studenti, atleti, giuristi e attivisti politici. Il ruolo dell’artista, secondo Husni-Bey, consiste nel “creare situazioni e dinamiche nuove dove nulla è recitato e dove emergano criticamente, agli occhi dei soggetti coinvolti, le profonde connessioni con i rapporti di forza di tipo economico e sociale che governano l’era contemporanea”. L’opera finale, i cui proventi vengono sempre contrattualmente condivisi con i partecipanti che comunque possono decidere se prestare o meno la propria immagine, restituisce infatti solo una piccola parte dell’atto pedagogico che si realizza durante le giornate di workshop.

Adelita Husni-Bey, Postcards from the desert island, 2010-2011

La pratica di Adelita Husni-Bey si sviluppa con mezzi espressivi differenti, ma in tutte le sue opere ­– anche in quelle sviluppate attraverso il disegno, il video, la fotografia, la scultura e l’installazione – è riconoscibile la sua sensibilità e matrice pittorica. Quest’ultima è immediatamente evidente in The Sleepers (2011), un olio su tela che ritrae un gruppo di colletti bianchi nell’atto di dormire profondamente, ma anche nel dipinto integrato all’interno della video installazione Postcards from the Desert Island (2011) che accoglierà i visitatori all’ingresso della Palazzina dei Giardini. L’opera è il frutto di un seminario di tre settimane che l’artista ha svolto con i bambini dell’Ecole Vitruve di Parigi, istituto pubblico elementare sperimentale che adotta modelli educativi basati sulla cooperazione e sulla non competitività. Gli scolari sono stati invitati a costruire un’isola deserta nella propria aula scolastica e prendendo a prestito gli scenari del romanzo Il signore delle mosche di William Golding hanno fatto auto-gestione e affrontato questioni legate alla lotta per il potere, l’immigrazione, il significato dello spazio pubblico e la disobbedienza civile.

Adelita Husni-Bey, Adelita Husni-Bey, dalla serie Agency, Attivisti, 2014

Sono diverse le opere che hanno visto il coinvolgimento di gruppi di adolescenti, tra cui la serie Agency (2014), composta di una video installazione e una serie di fotografie realizzate nelle sale del Museo MAXXI di Roma. Qui una trentina di studenti volontari di un liceo della capitale ha partecipato a una riflessione sulle relazioni di potere nell’Italia contemporanea simulando — attraverso la libera scelta di azioni, atteggiamenti, pose e abbigliamento — l’appartenenza a cinque diverse categorie: politici, lavoratori, attivisti, banchieri e giornalisti, i quali dovevano produrre ogni ora un resoconto sullo stato di avanzamento della società.

Adelita Husni-Bey, The council #3, 2018

The Council (2017) è invece una serie fotografica risultante da un workshop svoltosi al MoMA di New York con alcuni giovani partecipanti del programma MoMA teens. Sviluppando un pensiero critico riguardo alla funzione delle istituzioni, i ragazzi, suddivisi in gruppi, dovevano immaginare una totale riorganizzazione degli spazi della storica istituzione newyorkese, servendosi anche dell’Image Theater, tecnica usata per riprodurre attraverso un’immagine teatrale una determinata situazione sociale, con l’obiettivo di trovare nuovi spunti e soluzioni.

Adelita Husni-Bey, After the Finish Line, 2015

Un tema di grande attualità è quello dell’analisi e della percezione sociale del dolore e della disabilità. Le storie di atleti giovanissimi, che si sono infortunati svolgendo un’attività sportiva, sono raccontate nel video After the Finish Line (2015), in cui, usando un approccio pedagogico radicale e un processo che cerca di spersonalizzare i sentimenti di fallimento, Adelita Husni-Bey ha indagato il significato e le trappole collegate allo spirito di competizione che caratterizza molti ambiti della società contemporanea.

Completano la mostra altri gruppi di disegni e opere su carta che accompagnano e riprendono alcuni dei macro-temi delle installazioni.

 

Galleria Civica di Modena fa parte – insieme a Fondazione Fotografia Modena e Museo della Figurina – di FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE, istituzione diretta da Diana Baldon e dedicata alla presentazione e alla promozione dell’arte e delle culture visive contemporanee.

Mostra Adelita Husni-Bey. Adunanza

A cura di Diana Baldon e Serena Goldoni

Sede Galleria Civica di Modena, Palazzina dei Giardini, Corso Cavour, 2 – Modena

Periodo mostra 9 giugno – 26 agosto 2018

Inaugurazione 8 giugno 2018, ore 18

Orari di apertura Giovedì-domenica 17-23

Ingresso

Intero: 6 € | Ridotto: 4 €
Per tutte le riduzioni, convenzioni e gratuità, visitare il sito:

https://www.comune.modena.it/galleria/mostre/adelita-husni-bey.-adunanza
Da aprile a luglio 2018 col biglietto da 6 € è possibile visitare tutte le mostre organizzate da FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE

Informazioni

tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it

Ufficio stampa

Irene Guzman

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Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

“Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.” Tano Festa

UNA è lieta di presentare la sua prima collaborazione con Spazio Leonardo, il nuovo contenitore di Leonardo Assicurazioni – Generali Milano Liberazione. Il primo appuntamento del programma espositivo è la mostra personale di Thomas Berra attualmente in corso: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.

Fulcro del progetto site-specific è un grande wall painting lungo tutta la parete della Gallery, una delicata gouache improntata alla pittura segnica e gestuale, su cui si posizionano una serie di lavori su carta e su tela di piccolo e medio formato.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

A questo proposito dice Simona Squadrito: “Con la sua ultima produzione Thomas Berra indaga e sperimenta la natura dei segni. La ricerca parte dallo studio delle forme organiche della natura, da una parafrasi del paesaggio e delle forme vegetali, come ad esempio quelle presenti nelle venature delle foglie, del legno, dei fili d’erba o della superficie dei tronchi degli alberi. Via via il segno ha preso il sopravvento, sganciandosi dalla sua intenzione rappresentativa, e la ricerca è diventata un puro studio sul ritmo e sulla composizione: un’indagine sulla relazione tra il segno e lo spazio.

Le tracce lasciate da Thomas Berra sono poco differenti l’uno dall’altra e si ripetono centimetro dopo centimetro, generando un vero e proprio ritmo visivo, e producendo una moltitudine di presenze simili ai suoni e alle note di un’orchestra, che poi altro non sono che le vibrazioni generate da una linea che si ripete e si moltiplica.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In questi lavori la superficie, sia quella del foglio che quella della parete, si presta ad accogliere l’esperienza fisica dell’artista, che riscopre la gioia e la vitalità di un gesto che traccia una linea con una mano rapida e sicura. Quelli di Thomas Berra sono colpi veloci e pre-razionali, segni dell’attimo: forme semplici e morbide dai colori liquidi e dalle tinte luminose e chiare. Attraverso questa ossessiva ripetitività del segno l’artista sembra voler affermare l’impossibilità di una pittura puramente intellettuale.”

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“We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo.” Tano Festa

Una is pleased to present its first collaboration with Spazio Leonardo, Leonardo Insurance’s new container located in the heart of Milan, in the Porta Nuova Quarter.

The first appointment of the exhibition program is Thomas Berra’s solo show: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo [We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo]The center of the site specific project is a large wall painting, as long as the Gallery’s wall, a delicate gouache marked by a sign and gesture painting, with a series of works on paper and canvas in small and medium format.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Simona Squadrito says: “With his latest production, Thomas Berra investigates and experiments with the nature of signs. The research begins with the study of organic forms in nature, from a paraphrase of landscape and plant forms, such as those present in the veins of leaves, wood, blades of grass or the surface of tree trunks. Gradually the sign takes over, ridding itself of its representative intention, and the research becomes a pure study of rhythm and composition: an investigation of the relationship between the sign and the space.
The traces left by Thomas Berra aren’t much different from each other and are repeated centimeter after centimeter, generating a visual rhythm, and producing a multitude of presences similar to the sounds and notes of an orchestra, which are nothing other than the vibrations generated by a repeating and multiplying line.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In these works, the surface, both that of the sheet and that of the wall, yields to the physical experience of the artist, who rediscovers the joy and vitality of a gesture, a line drawn with a quick and sure hand. Thomas Berra’s marks are immediate and pre-rational, signs of the moment: simple and soft shapes with liquid colors and bright and clear shades. Through this obsessive repetition of the sign the artist seems to want to affirm the impossibility of purely intellectual painting. ”

Thomas Berra. Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo

mostra 12 aprile – 8 giugno

orari: dal lunedì al venerdì, 10:00 – 18:00

Spazio Leonardo

via della Liberazione 16/a, 20124 Milano

www.leonardoassicurazioni.it

Per informazioni: info@unagalleria.com

+ 39 339 17 14 400 | + 39 349 35 66 535

Press contact: Sara Zolla
press@sarazolla.it

 

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