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Archive for the ‘mosaico’ Category


Mosaïque Magazine

Marco Bravura

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Enrico Galassi (Ravenna, 1907 – Pisa, 1980)

Il signor Dido, alias Alberto Savinio, è a Ravenna. Va a dormire e sogna «il suo amico Enrico. E chi altro avrebbe sognato il signor Dido a Ravenna? […]. Enrico traversò l’infanzia, l’adolescenza: diventò uno degli adulti più geniali che il signor Dido avesse mai conosciuto. E variamente operoso: pittore, architetto, scrittore, ideatore di infiniti progetti». Così scrive Alberto Savinio del carissimo amico ravennate Enrico Galassi (Ravenna, 14 novembre 1907-Pisa, 1° settembre 1980), nel suo ultimo capolavoro, Il signor Dido. In un’altra occasione, presentando una mostra di mosaici dello stesso Galassi, sempre Savinio aveva scritto di lui come di un «pittore fra i più intelligentemente moderni, architetto genialissimo che crea la casa dell’uomo dalle sue necessità interne, costruttore di macchine, inventore, uomo leonardesco». Ma di Galassi avevano parlato in maniera lusinghiera, tra gli altri, Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Pietro Maria Bardi e Alberto Sartoris. Nonostante ciò, Galassi è stato quasi sempre «guardato in cagnesco dalla sorte» (Savinio).

Enrico Galassi, Composizione marina IV, 1933

Ravenna, ora, vuole rendergli omaggio affinché finalmente il suo geniale concittadino possa occupare quel posto che gli spetta nel panorama dell’arte italiana del Novecento, come si augurava l’amico e poeta Libero De Libero nel 1970, nel catalogo dell’unica mostra tenutasi a Ravenna, prima di questa: «Ed ora mi rivolgo ai collezionisti, alle gallerie, ai critici, ai musei, perché ti sia assegnato il posto che ti compete». A De Libero si deve la definizione di Galassi come «artista fuorilegge».

Enrico Galassi, La fruttiera, 1932

In questa mostra ravennate, la prima istituzionale che la sua città d’origine gli dedica, verrà esposta una trentina di opere, assieme a quattro quadri dei suoi maggiori estimatori: Carrà, De Chirico, De Pisis e Savinio. Sarà l’occasione per il pubblico di conoscere il loro «amico geniale» ravennate, attraverso la sua produzione pittorica più importante e originale, quella degli anni Trenta. Alberto Sartoris, in un articolo a lui dedicato nel 1938, parlerà di Galassi come di un «animatore dell’alchimia metafisica», che si muove al tempo stesso «nella direzione spirituale del fascino surrealista». I suoi «dialoghi platonici» hanno come oggetto «Marine, isole, strumenti musicali, pesci, conchiglie, vasi, uccelli, fiori, piante, frutta, bottiglie, ballerine, colonne, cigni, statue, figure e cose soprannaturali». Un mondo di cose animate e misteriose che tutt’oggi colpiscono chi le guarda.

Enrico Galassi, Le ballerine, 1933

Il non essersi mai fermato a un solo ambito artistico, ma l’aver voluto sperimentare tutti i campi dell’arte, dalla pittura, al mosaico, all’architettura, alla poesia, viene spiegato ancora una volta dalle parole del suo amico carissimo, Savinio: Enrico, essendo «artista-nato, sa che l’arte è un gioco da dei, timorosi di lasciarsi prendere dalla noia di quaggiù».

Enrico Galassi, Il mare dell’infanzia, 1966

Enrico Galassi. L’artista fuorilegge 1907-1980

Palazzo Rasponi dalle Teste, Piazza John Fitzgerald Kennedy 12, Ravenna

16 febbraio – 22 marzo 2020

feriali ore 15-18; sabato e domenica ore 11-18; chiuso il lunedì

ingresso libero

Catalogo e mostra a cura di Alberto Giorgio Cassani

Quarta esposizione del ciclo: Novecento rivelato, a cura del Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e dell’Associazione culturale “Tessere del ’900”

Inaugurazione sabato 15 febbraio 2020, ore 18:00

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Con questa premessa desidero ringraziare Alessandra Carini, direttrice artistica della galleria MAG di Ravenna per la bellissima esperienza data all’artista Sara Vasini e al sottoscritto come suo curatore per la mostra Paradiso visitabile gratuitamente dal 4 ottobre al 24 novembre 2019 parallelamente all’esposizione Mai più curata dalla stessa Carini insieme a Benedetta Pezzi sul talentuoso Marco De Santi, quest’anno vincitore del premio Gaem.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Sara Vasini, Paradiso, 2019

Sara Vasini. Paradiso (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“La maggior parte degli uomini disprezza troppo facilmente la grazia.” Stendhal

Paradiso è cosa differente per ogni cultura, per ogni individualità.

Parádeisos originariamente è la trascrizione greca dell’avestico pairidaeza  che per Senofonte indicava il grande giardino recintato del re nella Ciropedia. Venne in seguito scelto per tradurre l’ebraico gan della Genesi biblica al posto del vocabolo più comune kẽpos, proprio per la sua valenza regale “che meglio si adattava a un giardino piantato da Dio” (G. Agamben, Il Regno e il Giardino, Vicenza 2019, p.13).

Paradiso è luogo terrestre celeste, tangibile ideale, perduto ritrovato, irraggiungibile vicinissimo mentale. È la meta possibile della ricerca di felicità o la ricerca stessa.

Nella riflessione di Sara Vasini, Paradiso è avere a che fare con la sua lingua madre, il mosaico, non una tecnica, più di un linguaggio, modo d’essere, di vivere nulla mai facile, anzi da esplorare con più tecniche e linguaggi, come nell’opera qui presente.

Alcuni anni fa, Sara acquista per caso un cartone del 1953 del maestro mosaicista Romolo Papa raffigurante il viso del San Pietro musivo del 1112 già nel Duomo di Ravenna. Dopo Codificazioni, il workshop da lei tenuto presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce nell’aprile 2019, capisce che questo volto può essere inserito nel Saggio sulla cecità, sua serie in progress ispirata all’opera omonima di José Saramago e iniziata fra 2015 e 2016: circa una volta all’anno, Sara rielabora una copia musiva antica virandone i colori sino al monocromo “poiché a mio avviso il mosaico non è nel colore, come i più pensano, ma nell’andamento (…) nell’accostamento tra una tessera e l’altra” afferma con l’intento di far scoprire anche ai profani la bellezza del ritorno alla grammatica musiva – suo paradiso – senza distrazione o inganno cromatico.

Qui i San Pietro sono due: azzurro e rosa che, nella vulgata occidentale, rappresentano il maschile e il femminile: l’Adamo e Eva del video che collega, completa e chiude questa installazione.

Romolo Papa, Piazza Armerina, 1959

In un catalogo dedicato a Romolo Papa (niArt, Ravenna 2008) si vedono tre immagini in cui Romolo Papa, a Piazza Armerina nel ’59, si fotografa pressoché nudo, a parte un paio di mutande bianche, davanti allo specchio della sua camera, a pochi passi dai sontuosi mosaici romani. Perché si è autoritratto così?

L’ipotesi di Sara è che non si possa essere che nudi davanti alla lingua madre del proprio paradiso, come Adamo e Eva nell’Eden biblico o mentale o, in questo caso, in forma di video, dove Lorenzo e Adele, novelli Adamo e Eva, partono nudi – provvisti solo delle mutande bianche in omaggio alla foto di Papa – dalla propria dimensione identitaria e posizione di riconoscimento, ovvero l’azzurro/maschile e il rosa/femminile dei San Pietro della Vasini, e seguendo un rettilineo invisibile – come talvolta sono gli andamenti e le vie musive e sorgive della vita – camminano verso il centro, verso San Pietro, sotto gli occhi del quale accade l’avvicinarsi, l’incontro, la scoperta dell’Altro, occhi negli occhi, relazione possibile, incognita Paradiso. A quel punto tutto si interrompe, sospeso, e fa ingresso il mistero del presente. Forse del futuro.

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

In Ultimo tango a Parigi, c’è una scena breve e rivelatrice in cui Jeanne/Maria Schneider descrive il matrimonio pop moderno, quello della pubblicità felice e sorridente, che gli sposi come operai in tuta da lavoro possono sempre riparare, persino in caso di adulterio. Ma “l’amore no, l’amore non è pop” e quando si manifesta, la finzione cessa e “gli operai entrano in un appartamento segreto, si levano le tute e ridiventano uomini, donne e fanno l’amore.” Certo tenendo presente che “Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta” (U. Galimberti, Le cose dell’amore, Milano 2018, p.155).

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

Paradiso è anelare a questa autenticità scoprendo nell’altro l’inatteso, “l’enigma” direbbe Lévinas, il diverso da sé, esplorando confini e slanci insospettati, non già un autospecchiarsi sterile per trovare nell’altro la conferma ennesima di sé, un altro sé privo della spinta esplorativa, che è moto di vita. In questo senso “compito dell’arte e della poesia è sicuramente quello di liberare la percezione da tale rispecchiamento, e di aprirla a favore dell’interlocutore, a favore degli altri, dell’Altro.” (B. Han, L’espulsione dell’Altro, Milano 2017, p.82)

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

A questo appuntamento non si può presentarsi che in luce e nudità, privi di vergogna, come erano i progenitori del mito biblico, come sono gli attori del video che pure danno corpo a una verità, poiché avere desiderio dell’altro e farne esperienza in dolore e amore, con le difficoltà e la fatica spiazzante dell’altro, realizza in pienezza anche il proprio sé finalmente liberato, non più bloccato dai lacci delle paure autoinflitte, anzi arricchito dalla rivelazione della propria follia, l’altro sé in sé, come voleva Socrate nel Simposio platonico, pronto a essere nuovo, più profondamente umano nelle occasioni che verranno. L’altro spariglia le carte dell’io, rimette in gioco tutto, induce a donargli cura e tempo, cura nel tempo, il nostro proprio tempo. Avvicina a una natura più intima e umana che, come intuì Scoto Eriugena nel Periphyseon, è la sede vera del mistero di un possibile paradiso terrestre. Grazie, Sara.

Sara Vasini, Nuda Veritas, 2019

Ps. “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen” / “La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare”: sono i versi di Leopold Schefer che Gustav Klimt scelse per la prima versione litografica della Nuda Veritas (1898), in cui la donna-Verità si svela di fronte all’osservatore significativamente reggendo uno specchio da cui si originano raggi luminosi.

Con il trittico finale Nuda Veritas, volutamente nascosto in sede di mostra dietro un tendaggio nero, Sara Vasini riconduce al mosaico proprio Klimt che dei mosaici bizantini di Ravenna si era nutrito per tradurli nello splendore della Secessione viennese. Il lavoro si sviluppa su linee con le tipiche lamelle-tessere di conchiglia della Vasini, insieme a qualche virgola colorata. Nella seconda fase di strappo, col cemento, qualcosa è andato diversamente. Alcune tessere sono rimaste agganciate alla tarlatana. Un errore? Quante volte nella vita di ognuno gli accadimenti prendono direzioni impreviste, incontrollabili? Per quanto non sia facile, bisogna accettarle, integrarle nel nostro percorso. Coerentemente Sara non ha voluto rifare l’opera, decidendo di esporre il dittico con la piega nuova, la bruciatura quasi, che esso ha deciso di assumere. Nuda veritas.

Nella terza immagine, il corpo nudo dell’artista stessa (a parte le mutande bianche, trait d’union con il Paradiso precedente), restituito dal medium fotografico come nell’autoscatto di Papa, veste la Veritas klimtiana, sostenendo uno specchio su uno sfondo marino, Bellaria, suo luogo di nascita, dove lei trova le amate conchiglie-tessere, sua lingua madre. Non è solo una posa speculare a quella di Klimt: questo ritratto è lo svelarsi di un’anima in tutta la sua forza sorgiva, nella sua fragilità definitiva: “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen.”

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Con questa premessa desidero ringraziare Elisa Simoni e il co-curatore Giovanni Gardini,  per la bella esperienza di questa mostra visitabile gratuitamente dal 6 ottobre al 24 novembre 2019 presso la Chiesa di Santa Eufemia a Ravenna.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Elisa Simoni. La scelta dei dodici (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” Vangelo di Giovanni 1,4

L’opera che stai osservando non è nell’intenzione dell’autrice, Elisa Simoni, solo un insieme di oggetti aventi relazione fra loro in una installazione comune. È una preghiera meditata negli anni. Che trova ora compimento.

(…) Dodici cubi-tessere di marmo. E dodici dischi arrugginiti in ognuno di essi. Del tredicesimo, unico completamente dorato sopra un supporto trasparente, dirò oltre. Anche se, come avrai intuito, rappresentano gli apostoli e il loro maestro, Yehoshua ben Yosef, Gesù. Per loro, da un certo punto in poi, egli è più di un rabbī, guida spirituale, è il Figlio di Dio, colui che li ha chiamati, chiedendo loro di aderire a un messaggio d’amore inedito, scegliendo di scegliere ciò che ragione sconsiglierebbe, radicalmente cambiando le proprie vite senza possibilità di ritorno: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). E ancora, dalla Prima lettera giovannea: “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4,16), laddove il vocabolo italiano amore traduce il greco evangelico agápē – non il sensuale érōs, non l’amicale philía -, che ha valenza spirituale.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Torniamo agli oggetti. Il marmo per Elisa rappresenta un ritorno alle radici del mosaico e al suo personale amore per questo materiale così naturale, semplice da un certo punto di vista, come gli apostoli che certo non erano persone dotte, benché seducente nella diversità delle sue cromie: ecco dal bianco al marrone il travertino romano, il rosa Portogallo, il giallo Persia, il bianco greco, il verde Guatemala, il rosso Alicante, spaziando da marmi più duri a altri più morbidi, secondo il temperamento di questi “inviati” di Dio.

Elisa Simoni, Reperto di luce
Elisa Simoni, Reperto di luce

Ora avvicinati. Guarda dentro ognuno dei cubi: c’è una lesione, una ferita. Si vede appena, ma è profonda. Marcata dalla foglia d’oro. È la Parola di Cristo affondata tra le pareti del cuore di questi corpi di roccia. È in tutti, anche in Giuda. In essa si radica la lama tonda che una volta serviva a tagliare il marmo e che oggi funge da testa di questi apostoli. Come la carne, anche questo metallo si consuma, si arrugginisce, cambia nel tempo e Elisa ha scelto di non trattarlo, di non proteggerlo dal suo degradarsi naturale. La ruggine procede. Quasi una decina di anni fa, aveva sperimentato qualcosa di analogo in una serie di lavori – Conversione, Correggimi, La ferita dell’amore, etc. – sempre con ferri, lamiere arrugginite, solcate all’interno da mosaici d’oro seminascosti.

Elisa Simoni, Correggimi
Elisa Simoni, Correggimi

A proposito, qui, alla base di undici di questi dischi, puoi vedere come cominci a salire l’oro eterno del Verbo: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Salmi 119,105) e, quasi nascoste, emergono alcune lettere, quelle dei nomi con cui Lui ha chiamato i suoi, voce incancellabile che ha ridefinito le loro identità.

Un giorno l’oro coprirà la superficie intera, anche la ruggine: “e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,4), come viene ripetuto costantemente negli Atti degli Apostoli, poiché “la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Del resto “il Paraclito resta un dono sempre futuro: ciò che è vero di tutta la rivelazione cristiana.”[1]

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

È la scelta di quasi tutti gli apostoli. Non di Giuda. Del suo mistero. In cui la luce non ascende. Qui “l’anima semplicetta che sa nulla” di cui parla Marco Lombardo nel Purgatorio dantesco (XVI, 88) sul senso del libero arbitrio, non si dà scampo. Né si perdona. Annullandosi.

La ferita che sale è invece santa per la Simoni. È segno. E signum è “ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita.”[2]

Ferita santa dunque: qualcosa che ha sconvolto le vite che ne hanno fatto esperienza, ponendole di fronte a un bivio definitivo. (…)

Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Ora osserva la luce che in questo spazio colpisce l’oro che hai di fronte, centimetro per centimetro, e ne accresce l’effetto, come migliaia di lucciole che intermittenti si rispondono nel fitto di un bosco al principio di una notte d’estate. Ma la rivoluzione per autenticarsi e accadere non può contentarsi di un bagno di luce sulla pelle delle cose, dell’umano. È dentro che tutto si genera e può, se accolto, fiorire, fuoriuscire. Come testimoniano culture differenti da quella cristiana, per esempio il pagano Seneca: “Dio è vicino a te, è con te, è dentro di te.”[3] O il Neiye taoista: “Dentro il cuore un altro cuore racchiudi, dentro il cuore un altro cuore è presente. Questo cuore dentro il cuore è pensiero che precede le parole.”[4]

Giunti alla fine, ti saluto fidando in una considerazione ultima: la scelta dei dodici fu lucis vulnus, ferita di luce. È vulnus et lux, ferita e luce.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Ps. Per volontà dell’artista, le opere al termine della mostra saranno messe in vendita al costo minimo di euro 100 l’una e l’intero ricavato sarà devoluto per finanziare i lavori di restauro della Chiesa di Santa Maria in Porto a Ravenna. Per ulteriori informazioni e prenotazioni rivolgersi a Padre Luca 0544212055.


[1] P. Citati, I Vangeli, Mondadori, Milano 2014, p. 152.

[2] N. Gardini, Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo, Gedi, Roma 2019, p.37.

[3] Seneca, Lettere a Lucilio, IV, 41, Fabbri, Milano 1996, p.80.

[4] Neiye. Il Tao dell’armonia interiore, 14, 14-17, a cura di A. Crisma, Garzanti, Milano 2015, p.137.

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Con questa premessa desidero ringraziare l’artista Marco De Luca e Giovanni Gardini, vicedirettore del Museo Diocesano di Faenza e curatore della mostra Marco De Luca. La Pietra e il Silicio visitabile gratuitamente dal 5 ottobre al 9 novembre 2019 presso la Chiesa di Santa Maria dell’Angelo a Faenza: sono stato da loro coinvolto in questo bellissimo progetto con un mio testo in catalogo e la conversazione di oggi pomeriggio. A loro tutta la mia gratitudine.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Marco De Luca, Il giardino dell’Eden, 2017

Marco De Luca. Nell’arte (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“Questo istante di eternità è fragile, eppure estremo e sospeso!” Paul Claudel

Leonardo e Giorgione. Partiamo da loro. Come fondale una città-ossimoro, Venezia, storia di pietre e solidità che occupano volumi, poggiando sulla fluidità in moto perenne dell’acqua, per definizione priva di una forma sua. E Venezia – con Ravenna – è figlia di Bisanzio, eredità su cui si è costruita un rinascimento proprio, liquido, basato sul colore, non sul disegno dei toscani.

Marco De Luca, La sposa, 2017

In Leonardo, che soggiorna nella Serenissima nell’anno 1500, con l’evolversi dell’esperienza non c’è millimetro di stabilità, tutto sfuma, si sfalda, evapora: è tempo. Scienziato, capisce che la pittura è un rebus indecifrabile, anche se si prova a tornare sulla stessa immagine per anni. La certezza della definizione è impossibile. Il divenire vince.

Marco De Luca, Ascolta, piove, 2017

Giorgione, che pure non è veneziano, nella città lagunare raggiunge l’apice di una vita altrimenti troppo breve e sebbene tutt’altro che insensibile al passaggio leonardesco, all’opposto afferma l’attimo, afferra questo impossibile con quanto di più improbabile, il colore, e lo dilata. Studia. Lo osserva. Tenta il mistero col gioco tonale per dare a ogni millimetro quadrato la medesima temperatura. E trova un varco.

Marco De Luca, Arcano, 2019

Forse Marco De Luca è più vicino a questo secondo sentire perché avendo bene a mente l’effimero del tempo se ne astrae e lo distrae dai lavori suoi attraverso una inattualità sapientissima, fatta di coerenza nell’aver scelto e mantenuto e sviluppato la manualità paziente e di conseguenza una filosofia del mosaico sin dagli anni settanta del secolo scorso, dunque in controtendenza rispetto alle dominanti di quasi cinquant’anni fa, maturando quel suo “conoscere per disconoscere” la grammatica tutta del linguaggio musivo e oltre. 

Marco De Luca, Dissolvenza in porpora, 2018

Sono immagini le sue, ora in forma di quadro, ora tridimensionali, che danno corpo – ché le opere per lui sono sempre un fatto fisico – all’incanto, sì, a quella che senza remore e nonostante il secolo appena passato si deve nel caso suo chiamare bellezza, il teatro della bellezza di De Luca, laddove la radice della parola teatro è legata al verbo greco theáomai, “guardare, essere spettatore” e questo “etimo per molti è lo stesso di theós, dio.”[1] Il dio che osserva la sua stessa rappresentazione nello spazio scenico e sacro inventato per l’occasione, o più comunemente noi come piccoli frammenti di quel dio che caliamo lo sguardo sull’inatteso catartico che ci ferma. E rapisce.

Marco De Luca, L’origine, 2015

(…) essere circondati dai lavori di De Luca porta in luce – luce come mezzo anche materiale – una bellezza senza tempo, mai aneddotica, astorica, di cui si sostanziano queste creature immobili in apparenza, o meglio sospese, un attimo prima di ricadere nell’oblio che in effetti non procede, impedito dalla magia delle dissolvenze di questo artista, che emanano una tensione tonale e attrattiva costante.

Marco De Luca, Stele, 2016
Marco De Luca, Stele (particolare), 2016

(…) De Luca insomma è avanti alle avanguardie, essendo classico bizantino contemporaneo. (…) prima di ordinare le sue porzioni di mondo, come voleva Parmenide, vede ormai con la mente. Puro ardore.


[1] L. Zoja, Giustizia e Bellezza, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p.25.

Marco De Luca, Ardesia e oro, 2019

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