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Archive for the ‘pedagogia’ Category

Philip Schultz

Philip Schultz

Ho letto Erranti senza ali di Philip Schultz (Rochester, 1945), tratto dalla raccolta Failure con cui ha vinto il Pulitzer per la poesia nel 2008, dopo aver scoperto e divorato La mia dislessia, racconto drammatico ma edificante del suo rapporto con questo disturbo dell’apprendimento che capì di avere purtroppo molto tardi, quando tale diagnosi emerse per uno dei suoi due figli.

Durante la prima parte della sua vita quest’uomo era considerato dalla scuola dalla società dalla stessa famiglia un povero stupido, predestinato al nulla, uno da abbandonare in un angolo tant’era inutile.

Solo la sua grande determinazione nel voler diventare uno scrittore e riscattare tutta quella sofferenza per riuscire finalmente a esprimersi, lo ha portato da solo a imparare a leggere e a scrivere, certo, con sforzo immane e senza strumenti o aiuti esterni.

Risultato? Nel 1987, pur con tutte le sue cicatrici o forse grazie a esse e dopo anni di docenza presso la New York University, diede vita alla scuola di scrittura Writers Studio, che ancora dirige. È dunque divenuto uno scrittore e soprattutto un poeta americano riconosciuto e premiato. Si è poi sposato con la scultrice Monica Banks, con cui vive a East Hampton insieme a Eli e Augie, i loro due figli, e all’amata cagna Penelope (i cani sono veramente importanti nella sua definizione umana e poetica).

Entrambi questi libri di Schultz mi hanno commosso e li consiglio a chiunque, dislessico o meno, desideri avvicinare la parte più umana di sé. È lettura che non lascia indifferenti.

The Writers Studio

 

“«We do such terrible things

to ourselves and one another»,

Joey is telling Niagara

this morning, «each of us

is an emergency readying

itself to occur, a history

of implacable grief,

a World Trade Center

of incommensurate ruin,

an afterglow, a theology,

the fruit of endless labor,

a void, a victim, a revolution,

all joined by accident,

only by accident».

 

Then, sighing, to me he says,

«Yes, I speak to dogs.

Rusty says “Goodbye.

You were a great frined”».

 

That afternoon

I walked

only myself

along the Hudson.”

Philip Schultz, The Wandering Wingless, in Failure, 2007.

 

 

“«Facciamo cose orrende

a noi stessi e agli altri»,

sta dicendo Joey a Niagara

stamattina, «ognuno di noi

è un’emergenza che si prepara

ad accadere, una storia

di implacabile dolore,

un World Trade Center

di immane rovina,

un riverbero, una teologia,

il frutto di una fatica senza fine,

un vuoto, una vittima, una rivoluzione,

tutto tenuto insieme per caso,

solo per caso».

 

Poi, con un sospiro, mi dice:

«Sì, parlo con i cani.

Dice Rusty: “Addio.

Sei stato un grande amico”».

 

Quel pomeriggio

ho portato a spasso

solo me stesso

lungo l’Hudson.” 

Philip Schultz, Erranti senza ali, Roma 2016 p.89 (trad. ital. a cura di un team guidato da Paola Splendore).

 

 

 

 

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cicatrici0La migliore e più sintetica definizione di Gianluca Costantini è quella data nel suo stesso blog channeldraw.blogspot.it ovvero artista/attivista: lui è uno veramente impegnato, uno che crede nelle battaglie per i diritti umani e le porta avanti sino in fondo, ed è un uomo generoso e un vero artista del tratto, nel senso che il suo segno lo riconosci per finezza, eleganza curvilinea verrebbe da dire orientale, calligrafia forse presa anche dalla sua amata e da sempre frequentata Istanbul, chissà.

Insomma è un creativo autentico di cui amo il lavoro e rispetto la coscienza civica, ripeto, vera, vissuta in prima persona, nulla mai retorica (tra gli altri se ne sono accorti anche l’Internazionale e Pagina 99), uno dei tanti piccoli fari rispetto al nostro tempo controriformato, cosa di cui non si ha abbastanza consapevolezza e non mi riferisco tanto alla morale religiosa, ma cosa ancor più grave alla cosiddetta società laica, politicamente corretta e ipocritamente perfetta: lavorando in campo educativo so di cosa parlo. C’è una volontà di omologare, imbrigliare tutto e tutti dentro certe regole sin dall’infanzia, anche se ufficialmente si è tutti per l’inclusione, la diversità e l’espansione delle intelligenze. Sono tempi tristi, terribilmente conformisti quelli attuali. E gli artisti/attivisti come Costantini aiutano ad alzare il velo sulle cose, ad andare verso la direzione opposta alla parete della caverna sulla quale si vedono solo le ombre della realtà. Il bello è che lui lo fa declinando una vasta gamma di sentimenti umani, dall’ironia alla vergogna alla rabbia alla pietà alla dolcezza, con poche tracce di nero (talvolta rosso) su bianco. E con poesia, sempre.

A proposito, uno dei suoi ultimi lavori editi da NdA Press riguarda proprio un’antologia di ritratti di poesia in lotta, come si legge in copertina. È un lavoro stupendo nella sua levità pensante (e non pesante) che consiglio a chiunque per iniziare in modo differente il 2017, ovvero con pensieri folgoranti, illuminazioni direbbe Rimbaud, in cui le parole completano l’immagine e trovano a loro volta sostanza nel tratto dei volti. Poesia, appunto. E coscienza. Eccone una breve galleria.

Ps. Prima di dare doverosamente spazio alle immagini, desidero ringraziare ancora una volta Gianluca Costantini e la sua compagna Elettra Stamboulis  in quanto fondatori di Mirada, l’associazione culturale che in tanti anni di attività faticosa e vissuta con passione ha aperto possibilità fattive di incontro, dialogo, mostre con artisti affermati e giovani sconosciuti (basti citare, fra le mille attività svolte, Komikazen e R.A.M.).

Ora Mirada prosegue i suoi obiettivi solo non più a Ravenna, visto che l’amministrazione cittadina ha deciso di rinunciare anche a questa preziosa e fruttuosa collaborazione, nel clima di generale decadenza culturale che proprio negli ultimi anni è sempre più evidente.

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Premessa: ho inviato la seguente lettera alla Posta di Michele Serra, rubrica sul Venerdì di Repubblica, in data 19 Dicembre. Non so se verrà pubblicata. Intanto la riporto sul blog.

Abc in blackboard

Gent.mo Serra,

sono un insegnante di italiano delle medie (oggi secondaria di primo grado) e in merito alle riflessioni sul tema “scuola”, desidero comunicare tutta la mia solidarietà al prof. G. Cappello (Venerdì 1447, 11/12/2015), confortato anche da letture recenti e illuminanti quali “Senza educazione. I rischi della scuola 2.0” di Adolfo Scotto di Luzio e lo splendido “La passione ribelle” di Paola Mastrocola, libri che ogni docente dovrebbe far propri.

Qual è il fine del nostro meraviglioso mestiere? Oggi pare sia ricavare le (da me detestate) competenze, peraltro inutili nel mondo lavorativo reale, come ci viene imposto anche in seminari che si ritengono formativi per il docente, in cui nulla c’è di culturale e come al solito crescono solo gli aspetti burocratici, vera iattura della scuola e mostro mitologico autorigenerante, utili solo a togliere ulteriore spazio alla vera formazione (libri, mostre, convegni), oltre alle reali esigenze dei nostri ragazzi.

E se si ripartisse dal fatto che studiare è bello in sé, senz’altri fini, e attraverso quest’antica e mai invecchiata idea di scholé formare individui pensanti, indipendenti, capaci anche di sbagliare e di rialzarsi? Non credo sia un principio valido solo per l’area umanistica. Certo, occorre tempo, lentezza. E l’insegnante è il primo studente.

Le nuove tecnologie sono indubbiamente utili (da anni gestisco un blog), come scrivere su un quaderno è preferibile alla tavoletta di cera, ma non indispensabili. La differenza la fa sempre il docente (Franco Lorenzoni, “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”) col fine educativo che ha in mente e nel cuore, nonostante ministeri, riforme e orribili “buone scuole” prive di qualsivoglia pedagogia.

La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste.

Cordialmente,

Luca Maggio

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Michele Serra mi ha cortesemente risposto il 21 dicembre, dicendo che la mia lettera era purtroppo giunta in ritardo per la rubrica del Venerdì successivo dedicata proprio all’intervento del prof. Cappello, peraltro con numerosi pareri a lui contrari, ma ormai era già stata inviata al giornale.

Ho voluto rispondergli con l’email che di seguito qui pubblico, proprio per completare le motivazioni della mia prima.

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Caro Serra,

grazie comunque. Ci fosse la possibilità di una replica in favore di Cappello, la mia lettera è ovviamente a sua disposizione.

Mi dispiace se la posizione carica di umanità del professore non è stata capita. Ma poco importa. Ho constatato che spesso le persone sanno essere ottime maestre… dei mestieri altrui. Pazienza.

Ci tengo però a dire, a questo punto inter nos, che l’idea di Cappello da me condivisa non è classi(ci)sta né elitaria, come può forse sembrare in prima battuta, anzi. Ci sono scuole superiori, in cui è anche giusto che emergano nel tempo competenze pre-lavorative (penso, ad esempio, all’ottimo ITIS – Istituto Tecnico Industriale – di Ravenna, città da dove le scrivo).

Ma siamo sicuri che questo modello unico serva a tutti? L’uniformità adialogica, come la democrazia esportata e imposta, sono cose che mi fanno tremare.

Esempio personale: tanti anni fa e solo finito il liceo ho capito (e non senza litigare coi miei) quale potesse essere la mia strada. E siamo sempre lì: ci vuole tempo. Credo sia una delle contraddizioni più forti del nostro tempo: aver fretta di ricavare competenze sin dalle elementari e poi aspettare i 35 anni di media per avere un lavoro… A che pro, dunque?

Caro Serra, io amo il mio meraviglioso mestiere: insegnare, è un compito alto, onorevole, duro, ma ricco di soddisfazioni personali (al 99% dovute alla riconoscenza dei ragazzi, s’intende).

Però (senta un po’ di terminologia) le “rubric” che noi insegnanti siamo chiamati a inventarci per i vari progetti coi relativi “ratings” o “descrittori” da compilare alunno per alunno per ricavare le cosiddette “competenze” o “life skill”, e che mirerebbero ad una valutazione più oggettiva, in realtà esauriscono nella burocrazia le energie, il tempo e le forze che uno vorrebbe davvero dedicare ai propri ragazzi e di riflesso a sé stesso. Ed è drammaticamente così, al netto di chi sostiene il contrario.

Quando ho domandato al prof. Enzo Zecchi (Lepida Scuola), uno degli alfieri delle “life skill”, come riuscisse lui solo tramite progetti (ovvero lavori di gruppo) valutati per rubric a far passare certi concetti, la risposta è stata: “Be’, devo anch’io fare lezioni frontali”. No commenti, a questo punto.

La saluto caramente e auguro a lei e ai suoi collaboratori buone festività.

Luca Maggio

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Ps. Sul numero 1449 del Venerdì uscito il 24 Dicembre, come anticipatomi da Serra, i pareri espressi da molti suoi lettori alle pp.14-15 sono decisamente contrari alle tesi di Cappello (che io ho invece sposato), sottolineando il danno della separazione tra fare e pensare. Come prevedevo, l’intervento che ha originato tutto questo non è stato capito.

Tuttavia, a conclusione di questo lungo post, desidero citare gli almeno due interventi di lettrici favorevoli:

– Claudia Troiani, dopo aver citato alcuni folli acronimi cui è fantozzianamente sottoposto l’insegnante (POF, POFT, BES, PAI, CLIL, DSA, PEI, GLH, UDA, RIM, RAV, ESABAC…), si domanda: “La vogliamo chiamare azienda? Quale azienda oserebbe sperperare tempo, energie, competenze dei dipendenti in tutte queste fanfaluche? Una serie di riforme scellerate ispirate alla produttività e alla competitività, concetti inapplicabili in campo educativo, hanno trasformato la scuola in un simulacro scimmiottante e velleitario di azienda.”

– Ilenia Biagini: “Mi ha colpito il suo invito (di Giuseppe Cappello, ndr.) a “prenderci cura dei nostri pensieri” in questa epoca in cui l’ozio è diventato un lusso, in cui c’è precarietà, tutto è portatile e la sola idea di fermarsi e prenderci del tempo risulta strampalata e bizzarra. (…) Sebbene talvolta maledica il possesso di strumenti critici che mi aprono gli occhi di fronte a varie situazioni (beata ignoranza!), non mi pento di questo percorso perché ho avuto qualcosa che ha reso la mia vita un’esistenza”.

Infine, lo stesso Serra: “Il mio timore, e credo anche quello del lettore Cappello, è che il concetto di formazione culturale e quello di formazione professionale si giustappongano al punto da identificarsi, giudicando “utile” solo ciò che è produttivo, “inutile” ciò che non è immediatamente spendibile sul mercato del lavoro.”

 

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Cara Sara,

mi hai commosso per tanta gratitudine inattesa e giammai scontata nell’ambiente d’arte, anzi (come del resto in ogni altro ambito).

Dunque ricambio queste tue parole in densità professionale e umana con altrettanta gratitudine devota.

Buone cose, buona vita,

Luca

favoleperadultiancorabambini.blogspot.it – tu – sara vasini

 

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Ed ecco il mio testo in catalogo per l’opera di Sara Vasini Tu, in mostra presso il MAR di Ravenna sino al 27 settembre all’interno della collettiva R.A.M. 2015 – Pedagogia dello sguardo. Buona lettura.

Sara Vasini, Tu, 2015

Sara Vasini, Tu, 2015

Tu, Sara Vasini

di Luca Maggio

“No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main.” John Donne

“e leviga la sua notte, anello dopo anello” Mahmud Darwish

Tu: una serie di ditali da cucito disposti in fila ordinata su una parete. Il metallo luccica con la luce giusta. Dentro ognuno, misteri minuti e sospesi, delicati come “ombre di api sull’erba”[1].

Tu e lui: l’abbraccio finale, il ritrovarsi di Jean e Juliette sull’Atalante di Jean Vigo, poveri e splendenti sul pavimento dell’imbarcazione a sua volta sopra un letto di onde argentate: anime di una stessa anima, direbbe John Donne, e come le aste di un compasso, per quanto lontane, sono sempre unite in una promessa d’eterno ritorno.[2]

Tu e gli altri: dita d’infanzia in gioco che sfiorano forme su vetri appannati in un inverno bergmaniano, mani intrecciate a mani nella sera estiva al frinire di cicale impazzite, vite che s’incrociano, corpi che si mescolano, battute nate e perse, ben spese, con gli amici, l’urlo dell’amico a squarciare la collina fiorita, il muso del cane, andato come Arianna col suo filo, il baccanale sonoro del mercato, l’incanto di nuvole bianche e graffi sugli scogli della costa, successi, delusioni, giorni di sabbia, scarabocchi di cose che non si dimenticano. L’isola che non c’è.

Ed è Wendy a regalare a Peter Pan un ditale da cucito chiamandolo bacio.

Ecco cosa contengono i tanti Tu di Sara Vasini, un centinaio, affinché se ne veda da lontano la processione (come in Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna), senza però attribuire al numero valori particolari. Uno zero zero. Ma tutto ben ritmato, a ricordare nella ripetizione certe avventure fondanti il minimalismo musicale coi loro suoni elegantemente ossessivi, reiterati con variazioni e aggiunte e accumulazioni quasi nascoste dal fluire delle note, come gli undici accordi che sostengono la struttura di Music for 18 musicians di Steve Reich (1976) e ancor più i cinquantatré  moduli di In C di Terry Riley (1964).

Questi piccoli nidi metallici, nati per difendere le dita dal dolore dell’ago, come le basiliche bizantine in semplici e spogli mattoni esterni celano e proteggono i bagliori musivi interni, celano anch’essi e proteggono un mosaico di scaglie di materia povera come conchiglie e sassolini, oltre a cenni di turchese, ambra, corallo, tutti danzanti in moto circolare, dunque organico e vivificante, attorno al nucleo prezioso in tessera d’oro che è l’altro, il Tu cui si rivolge l’artista e che coinvolge chiunque guardi queste sedi simboliche dell’incontro, avendo saturato il proprio vuoto con frammenti densi ed essendo ormai divenuti altro dal proprio uso quotidiano, senza possibilità di ritorno, in un processo che parte dai ready-made duchampiani e passa per gli innesti di oggetti e neon di Merz[3] sino ai giorni nostri.

La tecnica con cui Sara ha costruito le sue microarchitetture non le è nuova, avendola già sperimentata nei lavori di You just sit there wishing you still make love (2012-13), ma lì, al centro, era la stilizzazione di una sedia, idea dell’attesa, qui è l’oro, con la sua luce, il tesoro che è il desiderio dell’altro da sé da accogliere al proprio centro. Se si è privi dell’altro, non può accadere mutazione, né sfida, né crescita, né vita. L’incontro è il cuore che cambia e genera. L’uno monolitico respinge. Non è esperibile. È invece vitale interpretare la realtà dell’altro, dandole senso attraverso la propria per uscirne noi stessi rinnovati, imparando a conoscere il valore delle differenze, in quanto portatrici dell’“ineludibile enigma”[4] dell’altro che rende a sua volta altro il nostro sé. Per questo è necessario mettersi in gioco senza risposte predefinite, facendo interagire anche le emozioni e i sentimenti di ciascuno (affrontando il labirinto stesso della memoria da punti di vista differenti), quali parti integranti nella costruzione dei processi bio-socio-educativi.[5]

Dunque è un percorso lato, valente per gli umani nella coppia, come nei gruppi amicali o didattici, altre forme d’apertura, di condivisione, d’amore[6]. Ma, come s’è visto, anche nell’incontro fra artista e materia. Il vero incontro, infatti, non è mai la semplice somma degli elementi coinvolti e solo nello spazio della relazione si realizza “la vera trascendenza” che dunque “è nell’intra.” [7] All’arte il compito, già secondo l’idealismo schellinghiano, “di realizzare questa identità superiore in cui io e mondo coincidono”[8].

[1] C. A. Duffy, Sung, in Le api, Firenze 2014, pp.136-137.

[2] J. Donne, A Valediction: forbidding mourning, in John Donne, Poesie sacre e profane, Milano 1995, pp. 130-133.

[3] B. Pietromarchi, Mario Merz. Città irreale, Ginevra-Milano 2015, pp.16-29.

[4] M. Dallari, La dimensione estetica della paideia. Fenomenologia, arte, narratività, Trento 2005, pp. 39-46.

[5] J. Bruner, La cultura dell’educazione. Nuovi orizzonti per la scuola, Milano 2002. In particolare Bruner parla del principio della prospettiva, principio delle limitazioni, principio del costruttivismo, principio dell’interazione, principio dell’esternalizzazione, principio dello strumentalismo, principio istituzionale, principio dell’identità e dell’autostima, principio narrativo, fra loro interagenti per la costruzione dei processi educativi e di significato della realtà e del sé nella realtà.

[6] D. Pennac, Diario di scuola, Milano 2008, pp.205-241.

[7] F. Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza, Torino 2007, p.18.

[8] F. Cheng, op. cit., p. 95.

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Caro lettore, bentrovato!

Prima di invitarti alla mostra di sabato, ti comunico un paio di novità: dopo anni le mie pubblicazioni non saranno più tutti i lunedì, anzi non ci sarà un giorno fisso. Fra un pezzo e l’altro potranno pertanto passare due giorni come due settimane e anche più.

Perché?

Per gli altri miei impegni anzitutto e per riacquistare una certa freschezza e libertà e divertimento di scrittura. Se il blog, questo blog almeno, diviene un obbligo lavorativo con scadenza, meglio farne a meno.

Sicché, avendo sempre voglia di scrivere (la parola, vizio antico), scriverò quando vorrò, quando riterrò di avere una curiosità o qualcosa da dire, più che altro in ambito culturale.

A questo proposito, rispolvererò alcune rubriche da tempo trascurate e altre più pepate ne tirerò fuori dal cassetto, o meglio dalle scarpe come certi fastidiosi sassolini da scuotere via e dimenticare per strada…

Buone cose e alla prossima!

Luca

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RAM 2015

Pedagogia dello sguardo

a cura di Elettra Stamboulis

dal 12 al 27 settembre
Inaugurazione sabato 12 settembre ore 18 MAR

Ravenna, via di Roma, 13 – ingresso gratuito

Il Museo d’Arte della città di Ravenna ospita come ormai da tradizione la mostra biennale del premio R.A.M. di Ravenna e Provincia: inaugura infatti sabato 12 settembre alle ore 18 la mostra con i lavori dei vincitori della selezione RAM 2014/15. Il concorso biennale, giunto alla decima edizione, si consolida come la più importante e continuativa esperienza di valorizzazione dei giovani artisti visivi della nostra Provincia. Realizzato dal 1999 da Associazione Mirada per conto dell’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Ravenna, RAM ha costituito il trampolino di lancio per la nuova leva di artisti e creativi del nostro territorio, diventando ormai l’appuntamento più significativo per conoscere gli emergenti del territorio.

La commissione, composta quest’anno da Maria Rita Bentini, Gianluca Costantini, Sabina Ghinassi, Elettra Stamboulis e Antonella Perazza, ha individuato 7 vincitori i cui lavori saranno esposti nelle stanze al piano terra del MAR. Gli artisti in mostra sono:

Mosaico Sara Vasini (a cura di Luca Maggio)
Fotografia Nicola Baldazzi (a cura di di Maria Rita Bentini)
Scultura Victor Fotso Nyie (a cura di di Elettra Stamboulis)
Videoarte Miriam Dessì (a cura di di Daniele Torcellini)
Pittura DissensoCognitivo (a cura di di Claudio Musso)
Istallazione Caterina Morigi (a cura di di Sabina Ghinassi)
Istallazione UkiYo-E alias Silvia Bigi e Luca Maria Baldini (a cura di di Antonella Perazza)

Il tema individuato quest’anno anno è la pedagogia. Che cos’è l’arte se non anche una pedagogia dello sguardo? Partendo dall’esperienza montessoriana, che fa dell’uso del grafismo uno dei suo principali strumenti pedagogici ed educativi, attraversando le indagini narrative di Truffaut e del suo Ragazzo selvaggio, approdando ma solo per poco sulle rive del Teatro dell’Oppresso, gli artisti hanno dialogato con i curatori intercettando poi la loro personale pedagogia dello sguardo. Senza per questo dimenticare come le esperienze pedagogiche costituiscano un’eredità immateriale importante del nostro territorio.
Le opere saranno accompagnate da un testo critico specifico per ogni lavoro che verrà poi pubblicato sul catalogo collettivo di RAM in doppia versione: free press e catalogo.

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scuola_protesta

Premessa: questa lettera è il racconto e lo sfogo di una lavoratrice che, come tanti, ogni giorno è costretta a lottare contro una politica scolastica sbagliata. Questa lettera circola già da qualche mese in ambiente sindacale, almeno da quest’estate. Ora sembra giusto e più che opportuno pubblicarla su questo spazio, a seguito anche della manifestazione di sabato 8 novembre a Roma.

In ultima battuta, desidero ricordare la prima parte dell’articolo 9 della nostra Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.”

“Egregio Presidente Renzi, Onorevole Giannini, esimio Sottosegretario Reggi, chi vi scrive è una professoressa, una donna come tante, che fino ad oggi ha vissuto con entusiasmo il proprio lavoro, spendendosi giorno dopo giorno, ora dopo ora per i propri ragazzi. Sono 30 anni che insegno, di cui 27 come insegnante di sostegno. Per scelta, sono fiera di precisarlo.

Oltre alla specializzazione per l’insegnamento ai ragazzi disabili, che ai miei tempi constava di un biennio parauniversitario (mica il corsetto di 6 mesi che proponete oggi), con 18 esami, fra cui neuropsichiatria infantile, clinica delle minorazioni, psicologia, pedagogia, normativa scolastica, e annesse prova scritta in braille e tesi finale, ho conseguito diverse altre specializzazioni: sono specializzata in didattica della musica, sono facilitatore alla comunicazione di primo livello ed ho superato l’esame di accertamento linguistico (lingua inglese) per l’insegnamento all’estero. Oltre agli innumerevoli corsi di formazione in tecniche della comunicazione, ABA, dislessia e quant’altro.

Sono andata a discutere la mia tesi di specializzazione con la media del trenta, questo solo per farvi capire quanto io abbia investito sulla mia formazione. Ogni mattina mi sveglio e affronto problemi che vanno dalle crisi di un ragazzino autistico all’incapacità di memorizzare di un alunno dislessico, fino alla gestione di crisi epilettiche o psicotiche. Ogni giorno, quando torno a casa, sono talmente stanca che vorrei solo dormire, ma mi metto a cercare materiali utili da mettere sul cloud che ho creato per tutta la classe. Perché, sì, io faccio sostegno “alla classe”: a me vengono affidati i ragazzi immigrati che non conoscono bene l’italiano, gli alunni con problemi di dislessia, e i famosi BES, i bisogni educativi speciali, oltre alle problematiche che devo necessariamente affrontare con gli alunni certificati.

Lo sa, Presidente Renzi? Ho una cicatrice sul braccio sinistro, causata da un cutter che un ragazzino autistico era riuscito a trovare nella cattedra dei bidelli, e per difendere lui da se stesso mi sono ferita io.

Lo sa, Onorevole Giannini? Spesso sono tornata a casa coi lividi, da scuola, per un calcio, un pugno, perché ho dovuto contenere un ragazzino che si sarebbe fatto male.

Lo sa, Sottosegretario Reggi, che mi sono pagata da sola la supervisione, assolutamente necessaria per non scaricare sui ragazzi i miei problemi e le mie frustrazioni personali?

E oggi mi sento dire che “non faccio abbastanza”, che rispetto all’Europa “gli insegnanti italiani lavorano meno”. Ma con quale faccia! Ognuno di voi, è mai stato un’ora, dico una sola, in cattedra? Avete mai avuto a che fare con un ragazzino autistico che si autolesiona? Conoscete le teorie comportamentiste, l’approccio psicanalitico, le neuroscienze in rapporto all’autismo? Se vi chiedessi quale ritenete più consona sapreste rispondere? No, che non sapreste rispondere. Perché di scuola sapete poco o nulla.

A voi interessa risparmiare.

Ed è per questo che avete montato ad arte una campagna pubblica contro gli “insegnanti fancazzari”, è per questo che volete raddoppiarci l’orario di lavoro, a parità di stipendio, si badi bene, in modo da non dover pagare supplenti e non assumere i precari, è per questo che propagandate una scuola che sia al contempo succursale dell’ASL, degli assistenti sociali, dei campi estivi.

Solo per risparmiare. Sulla nostra pelle, si intende.

Io sfido chiunque si azzardi a dire che non lavoriamo abbastanza a fare non dico una mattinata, ma almeno 3 ore in una classe problematica.

Vi invito caldamente a venire a pulire la bava alla bocca di un ragazzo epilettico, poi a cambiarlo, perché si è urinato addosso, e soprattutto a rassicurarlo e pregare Dio che la crisi passi presto. Per lui, per i suoi genitori, per voi stessi che vi trovate di fronte all’imponderabile.

Vi sfido a contenere la crisi di un ragazzo autistico che sbatte la testa contro al muro e comincia a sanguinare.

Lo sapreste fare? No che non lo sapreste fare…. e allora di cosa parlate?

E i miei colleghi, che gestiscono classi eterogenee, dove si devono fare fino a 5 versioni differenti dello stesso compito in classe per andare incontro alle esigenze di ogni alunno, pensate che a casa non facciano niente?

Fate pure tutti i vostri piani, allora, costringeteci, col plauso del popolo bue, che non vede l’ora di punire gli “insegnanti fannulloni”, a fare più di quanto sia umanamente possibile, toglieteci ogni motivazione, spremeteci come limoni…. Come pensate sarà la scuola, poi?

Ve lo dico io: insegnanti che perderanno ogni motivazione, che ridurranno la propria disponibilità all’osso, che andranno in burnout a discapito degli allievi, che non saranno più disposti a fare nulla più di quanto dovuto.

Da ultimo, una mia personalissima considerazione: ho amato il mio lavoro, ci ho creduto, mi sono spesa senza riserve, ho fatto molto, molto più di quanto sarebbe stato richiesto. Oggi, invece, l’unico pensiero che riesco ad avere è di scappare il più presto possibile, anche a costo di fare la cameriera.

Un bel risultato, eh? Complimenti, da parte mia e da parte di tutti gli insegnanti che da anni si prendono cura dei nostri ragazzi, che sono il nostro futuro.”

Annachiara Piffari

manifestazione-studenti-10-ottobre

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