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Archive for the ‘pedagogia’ Category

Qualche settimana fa è scoppiato il caso della professoressa Rosa Maria dell’Aria: subito ho firmato l’appello per il suo reintegro immediato, ho poi partecipato venerdì 24 alla manifestazione di piazza a Ravenna indetta da tutti i sindacati e qualche giorno prima, martedì 21 alle 11.00 in occasione del Teacher Pride, ho letto e spiegato in classe gli articoli 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”) e 33 (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento) della nostra meravigliosa Costituzione. Ho anche scritto a Michele Serra una lettera che, non essendo stata pubblicata, ho piacere di riportare qui di seguito e non casualmente oggi, Festa della Repubblica. Nel frattempo, proprio da questa settimana, la docente è tornata in servizio, accolta dai suoi studenti con quindici rose rosse, una per ogni giorno di sospensione subito. Il fatto accaduto resta comunque gravissimo e segna un precedente aberrante per il futuro. Il passo successivo è il ritorno al libro unico di stampo fascista: insegnare ai ragazzi non a pensare, ma solo ciò che è ritenuto lecito dal potere. La fine della scuola.

La professoressa Rosa Maria Dell’Aria

Ecco il testo della mia lettera: “Desidero esprimere tutta la mia solidarietà umana e professionale alla collega dell’ITI Vittorio Emanuele III di Palermo Rosa Maria Dell’Aria, sospesa per due settimane dal servizio (con conseguente paga dimezzata, non bastasse l’umiliazione dell’ingiusto provvedimento e il dispiacere dell’allontanamento dai propri ragazzi, come avesse commesso un atto illecito verso di loro) da parte dell’Ufficio scolastico della sua città per una ricerca in cui alcuni suoi studenti riflettevano su inquietanti analogie fra le Leggi razziali del ’38 e il decreto Salvini dei giorni nostri. Ritengo questo fatto sconcertante e inaccettabile, specchio dei tempi odierni cupi e censori in cui burocrati più realisti del re colpiscono una donna e professionista che ha invece raggiunto una delle mete più alte che un insegnante possa augurarsi per i propri alunni: il pensiero critico. Fra le tante possibili, suggerisco agli artefici di tale misura disciplinare tre pubblicazioni recenti di cui pure ho avuto modo di parlare in classe ai miei giovani ragazzi: “L’origine degli altri” di Tony Morrison, “Appunti per un naufragio” di Davide Enia e la “Lettera a un razzista del terzo millennio” di Luigi Ciotti. Letture dolorose nel presente e necessarie per un futuro migliore. Coraggio, Rosa, non sei sola!”

Ps. Viva la Repubblica e la nostra Costituzione!

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Philip Schultz

Philip Schultz

Ho letto Erranti senza ali di Philip Schultz (Rochester, 1945), tratto dalla raccolta Failure con cui ha vinto il Pulitzer per la poesia nel 2008, dopo aver scoperto e divorato La mia dislessia, racconto drammatico ma edificante del suo rapporto con questo disturbo dell’apprendimento che capì di avere purtroppo molto tardi, quando tale diagnosi emerse per uno dei suoi due figli.

Durante la prima parte della sua vita quest’uomo era considerato dalla scuola dalla società dalla stessa famiglia un povero stupido, predestinato al nulla, uno da abbandonare in un angolo tant’era inutile.

Solo la sua grande determinazione nel voler diventare uno scrittore e riscattare tutta quella sofferenza per riuscire finalmente a esprimersi, lo ha portato da solo a imparare a leggere e a scrivere, certo, con sforzo immane e senza strumenti o aiuti esterni.

Risultato? Nel 1987, pur con tutte le sue cicatrici o forse grazie a esse e dopo anni di docenza presso la New York University, diede vita alla scuola di scrittura Writers Studio, che ancora dirige. È dunque divenuto uno scrittore e soprattutto un poeta americano riconosciuto e premiato. Si è poi sposato con la scultrice Monica Banks, con cui vive a East Hampton insieme a Eli e Augie, i loro due figli, e all’amata cagna Penelope (i cani sono veramente importanti nella sua definizione umana e poetica).

Entrambi questi libri di Schultz mi hanno commosso e li consiglio a chiunque, dislessico o meno, desideri avvicinare la parte più umana di sé. È lettura che non lascia indifferenti.

The Writers Studio

 

“«We do such terrible things

to ourselves and one another»,

Joey is telling Niagara

this morning, «each of us

is an emergency readying

itself to occur, a history

of implacable grief,

a World Trade Center

of incommensurate ruin,

an afterglow, a theology,

the fruit of endless labor,

a void, a victim, a revolution,

all joined by accident,

only by accident».

 

Then, sighing, to me he says,

«Yes, I speak to dogs.

Rusty says “Goodbye.

You were a great frined”».

 

That afternoon

I walked

only myself

along the Hudson.”

Philip Schultz, The Wandering Wingless, in Failure, 2007.

 

 

“«Facciamo cose orrende

a noi stessi e agli altri»,

sta dicendo Joey a Niagara

stamattina, «ognuno di noi

è un’emergenza che si prepara

ad accadere, una storia

di implacabile dolore,

un World Trade Center

di immane rovina,

un riverbero, una teologia,

il frutto di una fatica senza fine,

un vuoto, una vittima, una rivoluzione,

tutto tenuto insieme per caso,

solo per caso».

 

Poi, con un sospiro, mi dice:

«Sì, parlo con i cani.

Dice Rusty: “Addio.

Sei stato un grande amico”».

 

Quel pomeriggio

ho portato a spasso

solo me stesso

lungo l’Hudson.” 

Philip Schultz, Erranti senza ali, Roma 2016 p.89 (trad. ital. a cura di un team guidato da Paola Splendore).

 

 

 

 

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cicatrici0La migliore e più sintetica definizione di Gianluca Costantini è quella data nel suo stesso blog channeldraw.blogspot.it ovvero artista/attivista: lui è uno veramente impegnato, uno che crede nelle battaglie per i diritti umani e le porta avanti sino in fondo, ed è un uomo generoso e un vero artista del tratto, nel senso che il suo segno lo riconosci per finezza, eleganza curvilinea verrebbe da dire orientale, calligrafia forse presa anche dalla sua amata e da sempre frequentata Istanbul, chissà.

Insomma è un creativo autentico di cui amo il lavoro e rispetto la coscienza civica, ripeto, vera, vissuta in prima persona, nulla mai retorica (tra gli altri se ne sono accorti anche l’Internazionale e Pagina 99), uno dei tanti piccoli fari rispetto al nostro tempo controriformato, cosa di cui non si ha abbastanza consapevolezza e non mi riferisco tanto alla morale religiosa, ma cosa ancor più grave alla cosiddetta società laica, politicamente corretta e ipocritamente perfetta: lavorando in campo educativo so di cosa parlo. C’è una volontà di omologare, imbrigliare tutto e tutti dentro certe regole sin dall’infanzia, anche se ufficialmente si è tutti per l’inclusione, la diversità e l’espansione delle intelligenze. Sono tempi tristi, terribilmente conformisti quelli attuali. E gli artisti/attivisti come Costantini aiutano ad alzare il velo sulle cose, ad andare verso la direzione opposta alla parete della caverna sulla quale si vedono solo le ombre della realtà. Il bello è che lui lo fa declinando una vasta gamma di sentimenti umani, dall’ironia alla vergogna alla rabbia alla pietà alla dolcezza, con poche tracce di nero (talvolta rosso) su bianco. E con poesia, sempre.

A proposito, uno dei suoi ultimi lavori editi da NdA Press riguarda proprio un’antologia di ritratti di poesia in lotta, come si legge in copertina. È un lavoro stupendo nella sua levità pensante (e non pesante) che consiglio a chiunque per iniziare in modo differente il 2017, ovvero con pensieri folgoranti, illuminazioni direbbe Rimbaud, in cui le parole completano l’immagine e trovano a loro volta sostanza nel tratto dei volti. Poesia, appunto. E coscienza. Eccone una breve galleria.

Ps. Prima di dare doverosamente spazio alle immagini, desidero ringraziare ancora una volta Gianluca Costantini e la sua compagna Elettra Stamboulis  in quanto fondatori di Mirada, l’associazione culturale che in tanti anni di attività faticosa e vissuta con passione ha aperto possibilità fattive di incontro, dialogo, mostre con artisti affermati e giovani sconosciuti (basti citare, fra le mille attività svolte, Komikazen e R.A.M.).

Ora Mirada prosegue i suoi obiettivi solo non più a Ravenna, visto che l’amministrazione cittadina ha deciso di rinunciare anche a questa preziosa e fruttuosa collaborazione, nel clima di generale decadenza culturale che proprio negli ultimi anni è sempre più evidente.

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Premessa: ho inviato la seguente lettera alla Posta di Michele Serra, rubrica sul Venerdì di Repubblica, in data 19 Dicembre. Non so se verrà pubblicata. Intanto la riporto sul blog.

Abc in blackboard

Gent.mo Serra,

sono un insegnante di italiano delle medie (oggi secondaria di primo grado) e in merito alle riflessioni sul tema “scuola”, desidero comunicare tutta la mia solidarietà al prof. G. Cappello (Venerdì 1447, 11/12/2015), confortato anche da letture recenti e illuminanti quali “Senza educazione. I rischi della scuola 2.0” di Adolfo Scotto di Luzio e lo splendido “La passione ribelle” di Paola Mastrocola, libri che ogni docente dovrebbe far propri.

Qual è il fine del nostro meraviglioso mestiere? Oggi pare sia ricavare le (da me detestate) competenze, peraltro inutili nel mondo lavorativo reale, come ci viene imposto anche in seminari che si ritengono formativi per il docente, in cui nulla c’è di culturale e come al solito crescono solo gli aspetti burocratici, vera iattura della scuola e mostro mitologico autorigenerante, utili solo a togliere ulteriore spazio alla vera formazione (libri, mostre, convegni), oltre alle reali esigenze dei nostri ragazzi.

E se si ripartisse dal fatto che studiare è bello in sé, senz’altri fini, e attraverso quest’antica e mai invecchiata idea di scholé formare individui pensanti, indipendenti, capaci anche di sbagliare e di rialzarsi? Non credo sia un principio valido solo per l’area umanistica. Certo, occorre tempo, lentezza. E l’insegnante è il primo studente.

Le nuove tecnologie sono indubbiamente utili (da anni gestisco un blog), come scrivere su un quaderno è preferibile alla tavoletta di cera, ma non indispensabili. La differenza la fa sempre il docente (Franco Lorenzoni, “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”) col fine educativo che ha in mente e nel cuore, nonostante ministeri, riforme e orribili “buone scuole” prive di qualsivoglia pedagogia.

La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste.

Cordialmente,

Luca Maggio

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Michele Serra mi ha cortesemente risposto il 21 dicembre, dicendo che la mia lettera era purtroppo giunta in ritardo per la rubrica del Venerdì successivo dedicata proprio all’intervento del prof. Cappello, peraltro con numerosi pareri a lui contrari, ma ormai era già stata inviata al giornale.

Ho voluto rispondergli con l’email che di seguito qui pubblico, proprio per completare le motivazioni della mia prima.

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Caro Serra,

grazie comunque. Ci fosse la possibilità di una replica in favore di Cappello, la mia lettera è ovviamente a sua disposizione.

Mi dispiace se la posizione carica di umanità del professore non è stata capita. Ma poco importa. Ho constatato che spesso le persone sanno essere ottime maestre… dei mestieri altrui. Pazienza.

Ci tengo però a dire, a questo punto inter nos, che l’idea di Cappello da me condivisa non è classi(ci)sta né elitaria, come può forse sembrare in prima battuta, anzi. Ci sono scuole superiori, in cui è anche giusto che emergano nel tempo competenze pre-lavorative (penso, ad esempio, all’ottimo ITIS – Istituto Tecnico Industriale – di Ravenna, città da dove le scrivo).

Ma siamo sicuri che questo modello unico serva a tutti? L’uniformità adialogica, come la democrazia esportata e imposta, sono cose che mi fanno tremare.

Esempio personale: tanti anni fa e solo finito il liceo ho capito (e non senza litigare coi miei) quale potesse essere la mia strada. E siamo sempre lì: ci vuole tempo. Credo sia una delle contraddizioni più forti del nostro tempo: aver fretta di ricavare competenze sin dalle elementari e poi aspettare i 35 anni di media per avere un lavoro… A che pro, dunque?

Caro Serra, io amo il mio meraviglioso mestiere: insegnare, è un compito alto, onorevole, duro, ma ricco di soddisfazioni personali (al 99% dovute alla riconoscenza dei ragazzi, s’intende).

Però (senta un po’ di terminologia) le “rubric” che noi insegnanti siamo chiamati a inventarci per i vari progetti coi relativi “ratings” o “descrittori” da compilare alunno per alunno per ricavare le cosiddette “competenze” o “life skill”, e che mirerebbero ad una valutazione più oggettiva, in realtà esauriscono nella burocrazia le energie, il tempo e le forze che uno vorrebbe davvero dedicare ai propri ragazzi e di riflesso a sé stesso. Ed è drammaticamente così, al netto di chi sostiene il contrario.

Quando ho domandato al prof. Enzo Zecchi (Lepida Scuola), uno degli alfieri delle “life skill”, come riuscisse lui solo tramite progetti (ovvero lavori di gruppo) valutati per rubric a far passare certi concetti, la risposta è stata: “Be’, devo anch’io fare lezioni frontali”. No commenti, a questo punto.

La saluto caramente e auguro a lei e ai suoi collaboratori buone festività.

Luca Maggio

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Ps. Sul numero 1449 del Venerdì uscito il 24 Dicembre, come anticipatomi da Serra, i pareri espressi da molti suoi lettori alle pp.14-15 sono decisamente contrari alle tesi di Cappello (che io ho invece sposato), sottolineando il danno della separazione tra fare e pensare. Come prevedevo, l’intervento che ha originato tutto questo non è stato capito.

Tuttavia, a conclusione di questo lungo post, desidero citare gli almeno due interventi di lettrici favorevoli:

– Claudia Troiani, dopo aver citato alcuni folli acronimi cui è fantozzianamente sottoposto l’insegnante (POF, POFT, BES, PAI, CLIL, DSA, PEI, GLH, UDA, RIM, RAV, ESABAC…), si domanda: “La vogliamo chiamare azienda? Quale azienda oserebbe sperperare tempo, energie, competenze dei dipendenti in tutte queste fanfaluche? Una serie di riforme scellerate ispirate alla produttività e alla competitività, concetti inapplicabili in campo educativo, hanno trasformato la scuola in un simulacro scimmiottante e velleitario di azienda.”

– Ilenia Biagini: “Mi ha colpito il suo invito (di Giuseppe Cappello, ndr.) a “prenderci cura dei nostri pensieri” in questa epoca in cui l’ozio è diventato un lusso, in cui c’è precarietà, tutto è portatile e la sola idea di fermarsi e prenderci del tempo risulta strampalata e bizzarra. (…) Sebbene talvolta maledica il possesso di strumenti critici che mi aprono gli occhi di fronte a varie situazioni (beata ignoranza!), non mi pento di questo percorso perché ho avuto qualcosa che ha reso la mia vita un’esistenza”.

Infine, lo stesso Serra: “Il mio timore, e credo anche quello del lettore Cappello, è che il concetto di formazione culturale e quello di formazione professionale si giustappongano al punto da identificarsi, giudicando “utile” solo ciò che è produttivo, “inutile” ciò che non è immediatamente spendibile sul mercato del lavoro.”

 

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Cara Sara,

mi hai commosso per tanta gratitudine inattesa e giammai scontata nell’ambiente d’arte, anzi (come del resto in ogni altro ambito).

Dunque ricambio queste tue parole in densità professionale e umana con altrettanta gratitudine devota.

Buone cose, buona vita,

Luca

favoleperadultiancorabambini.blogspot.it – tu – sara vasini

 

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