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Archive for the ‘poesia’ Category

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Premessa: quello che segue è il mio testo critico e prefazione al catalogo Primošten Gospa od Loreta, a cura di Vanesa Varga (Primošten 2017). Desidero ringraziare l’artista e professore Milun Garcevic per avermi coinvolto in questo bellissimo progetto.

La Madonna di Loreto sul colle Gaj a Primosten

di Luca Maggio

“Sgomento d’ogni sgomento,/ recare i Cieli nel mio grembo.” W.B.Yeats, La madre di Dio

“Torna da noi, Madonna, torna da noi con tuo figlio!” A. Bonifačić

La vita riserva non poche sorprese non sempre positive e di fronte ad alcune difficoltà si possono avere dubbi, timori, paure persino. Si può pensare di ritirarsi perché talvolta il coraggio rischia di dissolversi proprio quando la battaglia incalza o l’incertezza per noi o i nostri cari diventa intollerabile. Le forze cedono e non si sa se procedere e come aiutare chi ci sta a cuore, come dissipare la nuvola di dubbi che tiene prigioniera la nostra mente e non permette di agire. Non a caso il poeta latino Lucrezio all’inizio del secondo libro del suo capolavoro Sulla natura delle cose scrive: “È bello, quando sul vasto mare i venti sollevano le acque,/ seguire da terra la disperata lotta altrui;/ non perché sia un dolce piacere che qualcuno sia in pericolo,/ piuttosto perché è dolce rendersi conto di quali mali tu sia privo.”[1]

Ma quando tocca a ognuno di noi affrontare la tempesta? Siamo esseri umani e abbiamo bisogno di sogni da realizzare e di conforto lungo il cammino. A chi rivolgere le prime preghiere di aiuto per imparare a muovere i passi iniziali di quel tempo breve o duraturo che chiamiamo esistenza? Anzitutto alla figura materna, dispensatrice di vita e amore che da sempre accompagna l’uomo. E il bacino del Mediterraneo ne è culla preziosa nei riferimenti paleolitici e neolitici alla Grande Madre, come alle sue declinazioni nelle divinità di diverse culture con altrettante differenti funzioni, da Ishtar a Demetra, da Mater Matuta a Iside. Quest’ultima in particolare è stata talvolta associata alla Vergine Maria cristiana sia per il colore nero di alcune sue rappresentazioni (Iside è la notte che partorisce la luce di Horus, divinità solare), sia per la maternità di alcune sculture che la ritraggono nell’atto di allattare il figlio.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La Vergine di Loreto è una delle tante e antiche Madonne nere sparse per il mondo e il suo culto raggiunse Primosten in Croazia nella prima metà del XIX secolo: una sua immagine è tuttora venerata e ogni anno festeggiata nella chiesa di St. Juraj quale protettrice di tutta la popolazione. Un vero e proprio patto di amicizia lega inoltre Loreto e Primosten dal settembre del 2011 e l’anno successivo ha avuto origine l’imponente progetto che è stato solennemente inaugurato nel maggio 2017: sul colle Gaj che domina la cittadina dalmata è stata realizzata una statua in onore della Madonna lauretana di ben 12,5 metri, che diventano 17,5 se si considerano anche le scale d’accesso e il piedistallo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

L’opera ha impegnato con i rispettivi collaboratori l’architetto Aron Varga e il professor Milun Garcevic, docente di Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria, che ha ideato una decorazione musiva di sfolgorante bellezza per l’intero manto esterno della Vergine (una superficie di ben 90 metri quadrati), oltre che per il pavimento (22 metri quadrati) della cappella sottostante la statua e raffigurante i quattro fiumi della Genesi che proseguono anche sul piazzale esterno del luogo consacrato, quasi divenendo raggi di luce che si spandono alla base dell’intera costruzione, a sua volta da intendersi come faro di luce e fede per chiunque la visiti da vicino o la veda dal mare.

La cappella sotto la statua con i quattro fiumi biblici

In particolare il tema dei quattro fiumi (Pison, Gihon, Tigri, Eufrate), che secondo il racconto biblico segnavano i confini del mondo e a loro volta si dipartivano dall’unico corso d’acqua che Dio aveva posto in Eden[2], è assai antico e lo si ritrova ad esempio nei mosaici bizantini del VI secolo nell’abside di San Vitale a Ravenna, dove simboleggia la potenza eterna di Cristo come signore della storia[3], come nel particolare di un’altra abside a mosaico più tarda (XII secolo) nella basilica di San Clemente a Roma, dove due cervi, allegorie dell’anima del credente[4] e insieme figure cristologiche[5], si abbeverano a quelle fonti originarie del creato stesso.

La cappella con i quattro fiumi biblici (particolare)

Del resto anche nella cappella di Primosten, dove l’immagine dei fiumi biblici, ossia l’acqua primordiale della vita, è risolta con tessere di quarzite brasiliana dai diversi colori (azzurro, rosso ferroso, verde, ambrato), che partendo da un altare-monolite centrale in pietra formano un disegno sinuoso su cui compaiono le iscrizioni in ebraico con i quattro nomi fluviali, la tradizione veterotestamentaria si lega con un altro antichissimo motivo cristiano e neotestamentario, quello del pesce.

La cappella con i quattro fiumi biblici: Pison

La cappella con i quattro fiumi biblici: Gihon

Qui infatti i quattro pesci, sempre in mosaico e nuotanti in ciascun fiume, richiamano significati molteplici: l’etimologia cristologica dell’acrostico greco Ichthys[6], la chiamata di Gesù rivolta a Simone e Andrea[7], l’allegoria del “pesce-buon cristiano” che rinasce nella piscina battesimale come testimoniato da Tertulliano[8], mentre Clemente Alessandrino si rifà al Cristo pescatore di uomini[9].

La cappella con i quattro fiumi biblici: Tigri

La cappella con i quattro fiumi biblici: Eufrate

L’esterno della cappella a tronco di cono è rivestito in granito verde-mare, tonalità chiara in accordo con la delicatezza cromatica del mantello della Madonna (oltre a sposarsi col verde dei vigneti e della vegetazione circostante), mentre l’interno riceve costantemente la luce solare grazie a delle finestre-feritoie verticali che corrono da est a ovest, dunque seguendo il corso dell’illuminazione naturale.

Sopra questo possente basamento che poggia su quattro pilastri, si trova l’anello di congiunzione con la statua vera e propria, anch’essa di forma conica o “a campana” sia come l’originale Vergine di Loreto, sia come alcuni splendidi minareti musulmani[10], poiché l’elevazione verso la luce di Dio non conosce confini religiosi e l’arte ne è un suo ponte privilegiato. Del resto, se la parola “ponte” è nell’etimologia stessa del nome Primosten, non bisogna scordare che il Corano dedica alla Madre di Gesù l’intera Sura 19 e così la definisce nel XII secolo il grande mistico iraniano Rûzbehân Baqlî: “Lei fu fatta per portare l’altissima Parola e la Luce dell’altissimo Spirito. Quando si trovò incinta, perché attraversata dal riflesso della bellezza dell’Eterno, si appartò dalle creature, mettendo la sua gioia nell’unione con la realtà.”[11]

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Quest’opera non è solo un faro di splendore luminoso per i mosaici e il significato spirituale che la caratterizzano, ma è anche ponte fra le due sponde dell’Adriatico, come scrisse Ivo Andrić: “…tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.”[12]

La statua di questa Madonna è costituita da otto sezioni, sei per il mantello, una per le teste di Maria e del Bambino e infine l’ultima con la corona a tre croci croata, che ricorda il numero della Trinità, come quello dei raggi mosaicati che partono dal capo di Gesù sull’aureola che ne circonda il volto.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

I due santi ritratti sono in cemento armato successivamente verniciato in grigio-marrone e protetti da un rivestimento trasparente, come del resto tutto il mosaico della statua, e sono opera dello scultore Nikola Vidrag, il quale per Maria si è ispirato al rinascimento fiorentino e alla Proserpina del neoclassicista statunitense Hiram Powers, mentre per Gesù ha guardato a Donatello. Il loro colore scuro, oltre a inserirsi nella tradizione delle Madonne nere, ricorda la preziosità dell’ebano ma è anche simbolo di umiltà, di richiamo alla terra, che insieme all’acqua e alla luce forma la vita sul nostro pianeta: non a caso essi sono i tre elementi fondamentali più volte citati in quest’opera.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La ricchissima decorazione musiva del manto, ottenuta grazie a un uso sapiente di tecniche[13] e di materiali svariati dai colori chiari (marmi, quarzi, specchi e vetri musivi anche in oro e argento), scelti e disposti per riflettere più luce possibile come la pioggia di tessere specchianti sul velo del capo della Vergine, qualità che sarebbe forse piaciuta allo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (“In verità la Luce è del Bene ed è immagine del Bene: così si celebra il Bene dicendolo Luce”)[14], spazia dai classici simboli mariani come il monogramma con la doppia M intrecciata, la stella e la rosa, a giochi di geometrie simmetriche che rimandano all’intera storia del mosaico, dall’Eanna[15], il tempio mesopotamico di Inanna originariamente a Uruk, alle eleganze delle decorazioni islamiche, sino alle linee curve, fluenti e quasi calligrafiche dei racemi come dello stile armonico di Milun Garcevic.

La Madonna di Primosten dunque risplende da lontano con i movimenti che la luce compie sulla sua superficie e ricorda a ogni visitatore la sua presenza protettiva, così ben espressa nell’antica Liturgia bizantina delle ore: “Salvami, Signora, per la tua intercessione e concedimi di alzarmi dal sonno tenebroso per dare gloria a te con la potenza del Figlio di Dio che da te ha preso carne.”[16]

E se anche non si fosse credenti, questa figura che avvolge in un grande e candido manto suo figlio ricorda a tutti il dovere di custodire la vita, specie degli indifesi, come un bozzolo di farfalla che sta per aprirsi e un giorno spiccare il volo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

 

Note:

[1] Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II, 1-4: “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,/e terra magnum alterius spectare laborem;/ non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,/sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.”

[2] Genesi, 2, 10-14.

[3] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, p.37.

[4] “Come la cerva anela/ai corsi d’acqua,/ così l’anima mia anela/ a te, o Dio.”, Salmo 42,2.

[5] Secondo Ambrogio e, dopo lui, Agostino, il cervo-Cristo vince il serpente-Satana, sempre rappresentati nel sopracitato mosaico in San Clemente a Roma, in G.-H. Baudry, Simboli cristiani delle origini, I-VII secolo, Milano 2009, pp.106-107.

[6] Ichthys: Iesous Christos, Theou Yios, Soter ossia “Gesù Cristo. Figlio di Dio, Salvatore”. Non si sa chi abbia inventato questo acrostico, ma Agostino riferisce di averlo letto in un testo greco della Sibilla di Eritrea, in G.-H. Baudry, 2009, pp.41-42.

[7] “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.”, Matteo, 4, 18-19.

[8] “Noi, piccoli pesci, che prendiamo il nome dal nostro Ichthys, Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo in essa siamo salvati.”, Tertulliano, Il Battesimo, 1,3.

[9] “Pescatore di uomini, di quelli che hai salvato dal mare del vizio; i pesci puri dall’onda avversa trai alla vita amabile.”, Clemente Alessandrino, Il pedagogo, III, 12, 101,3.

[10] Ad esempio i minareti di Emin a Turfan  nello Xinjiang cinese, l’Islam-Khodja e il Kalta-Minor a Khiva in Uzbekistan o la Torre di Burana in Kirghizistan.

[11] R. Baqlî, Commento al Corano, 2,7.

[12] I. Andrić, Racconti di Bosnia, 1963 (Roma 1995).

[13] In particolare: : opus incertum, opus regulatum, opus reticulatum, opus listatum.

[14] Pseudo-Dionigi l’Areopagita, De divinis nominibus, IV, 4, in I mistici dell’Occidente, Vol. I, a cura di E. Zolla, Milano 2003, p. 447.

[15] Letteralmente la “Casa del cielo”, i cui resti sono oggi conservati al Pergamonmuseum di Berlino.

[16] Maria. Testi teologici e spirituali dal I al XX secolo, a cura della Comunità di Bose, Milano 2000, p.403.

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Jackson Pollock, Convergence, 1952

Nous serons

 

N’est-ce pas ? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d’envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

 

N’est-ce pas ? nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l’Espoir,

Peu soucieux qu’on nous ignore ou qu’on nous voie.

 

Isolés dans l’amour ainsi qu’en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

 

Quant au Monde, qu’il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes ? Il peut bien,

S’il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

 

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d’ailleurs, possédant l’armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n’aurons peur de rien.

 

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l’âme enfantine

De ceux qui s’aiment sans mélange, n’est-ce pas ?

 

Paul Verlaine, Nous serons, La Bonne Chanson, 1870.

 

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Noi saremo

 

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

 

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

 

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

 

Nell’amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

 

saranno due usignoli che cantano nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

 

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

 

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

 

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l’anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

 

Paul Verlaine, Noi saremo, La Bonne Chanson, 1870.

 

Ps. Un grazie all’amica e artista Sara Vasini, sempre così attenta e preziosa, per avermi fatto conoscere questi versi di Verlaine associandoli a Pollock.

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Jean Arp, Soulier bleu renversé à deux talons, sous une voûte noire, 1925 ca.

Gli occhi degli uomini sono diversi,

e mentre gli occhi dell’uno vedono solo un cerchio,

gli occhi dell’altro in questo cerchio sentono anche

lamentarsi, cantare, gemere, sospirare.

“Non vedete nulla laggiù?”

chiede Amleto alla regina.

“Proprio nulla; eppure vedo tutto ciò che è là”.

“Né udite nulla?”

“No, nient’altro che noi”.

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Piccoli, grandi, giovani, vecchi uomini maschi

giacciono completamente nudi

in ogni senso su un terreno naturale.

Hanno l’aspetto cadaverico,

benché la battaglia non abbia avuto luogo.

Di tanto in tanto un colpo d’aria fa volare intorno i loro manifestini,

su cui si può leggere il testo seguente:

Noi ci siamo decisi per qualcosa di meglio!

Noi ce ne fuggiamo in massa nudi e crudi.

Noi ci salviamo in giochi più profondi.

Molto buon oro è stato inutilmente sperperato

per fondere petti di cera.

Chi lascia operare il caso

intreccerà vivi tessuti.

Il caso ci libera dalla rete dell’insensatezza.

Hans Jean Arp (Strasburgo, 1886 – Basilea, 1966), da Poesie di Hans Arp tradotte da Nanni Balestrini, in Jean Arp, catalogo della mostra a cura di Alberto Fiz, Electa 2016.

Jean Arp, Concrétion humaine, 1935

 

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Consigli 

Sii gentile
Esagera pure in gentilezza
La gentilezza è gratis
Bacia
Bacia il più possibile
Se non trovi da baciare abbraccia
Se non trovi da abbracciare sorridi
Prima o poi un abbraccio arriva
Se non arriva chiamami
Carezza
Chiedi aiuto
Mangia molta verdura
Sii pure timido
Continua ad essere gentile
Non porgere l’altra guancia se non per una carezza o un bacio
Esigi affetto
Esigi gentilezza
Urla il meno possibile
Mangia molta frutta possibilmente lontano dai pasti
Cammina
Parla pure da solo
Se puoi ridi
Se riesci fai ridere
Leggi tanto
Scrivi
Spegni il cellulare a tavola
Spegni il cellulare a teatro, al cinema, a letto
Impara ad ascoltare
Esagera con l’ascolto
Ascoltare è gratis
Sappi chiedere scusa
Fatti sempre un mazzo di chiavi di riserva
Osserva i bambini giocare
Usa la bicicletta
Regala fiori
Impara a cucinare
Perdona una volta
Perdona due volte
Alla terza fai un inchino, fai la riverenza e togli il disturbo
Ascolta un sacco di musica
Fai l’amore
Fai l’amore il più possibile
Se non hai nessuno con cui far l’amore masturbati
Masturbarsi è gratis
Allacciati le cinture
Usa preservativi di qualità
Dormi abbracciato a qualcuno
Se non hai nessuno con cui dormire abbracciato, usa il cuscino
Se non hai un cuscino chiamami
Abbi cura degli amici
Alcuni di questi consigli li hai già sentiti
Ma ripetere aiuta
Idratati
Non ti prendere troppo sul serio
Impara uno strumento musicale
Anche se non è il violino, va bene
Procurati un gatto
Innamòrati
Disinnamòrati
Rinnamòrati
Se non riesci ad innamorarti, siediti, accenditi una sigaretta e aspetta
Se non fumi, spegnila subito
Autocìtati
È gratis
Perdi tempo
Ritrovalo
Non esagerare col sale
Impara ad usare le mani
Tollera
Fai colazione
Comprati un trullo (scherzo)
Ho finito. 

Guido Catalano

 

 

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Enzo Tinarelli, Immersione che asSale, Ravenna, Cripta della Chiesa di San Francesco, ottobre 2017

“(…) I libri, collocati all’ingresso della basilica, e la tovaglia romagnola che, nonostante l’immersione nell’acqua, come l’antico mosaico pavimentale del V secolo, non solo non si corrode ma si indurisce maggiormente, ancora oggi raccontano al visitatore che l’uomo è dotato delle capacità per lottare contro qualsiasi difficoltà; sono le armi della condivisione e della cultura del bello.” P. Ivo Laurentini, rettore e parroco della Basilica di San Francesco

Enzo Tinarelli, Immersione che asSale, Ravenna, Cripta della Chiesa di San Francesco, ottobre 2017

Sorelle Pietracqua

io tessera

tu tessera

universo di tessere

corpo pietra

anima acqua

pesce la tua voglia

pesce vita

tovaglia avi

tutti nuotano se sono vivi

tessere

te essere

tessere una tovaglia

storia figlia

Bruno Ceccobelli, ispirato da Enzo Tinarelli a San Francesco Ravenna 2017

Enzo Tinarelli, Immersione che asSale, Ravenna, Cripta della Chiesa di San Francesco, ottobre 2017

Per Enzo Tinarelli

Eppure sale sull’acqua

la tavola famigliare

attorno pesci anonimi

i re ciechi dello stagno-caverna

tranquilli protagonisti

delle proprie ombre platoniche

ignorano ciò ch’è sotto o sopra

di musivo e verità

li circonda

 

Passeranno.

 

Resta la pietra

il suo resistere-risorgere

da ogni palude umana

come scarti di libri

offesi dal fango

che il demiurgo paziente

riplasma a vita nuova

Anonimo Musivo per l’installazione Immersione che asSale, Chiesa di San Francesco, Ravenna ottobre 2017 (testo pubblicato insieme a scritti di I. Laurentini, F. Angelucci, B. Ceccobelli nell’omonimo catalogo Enzo Tinarelli. Immersione che asSale, Ravenna 2017).

Enzo Tinarelli, Immersione che asSale, Ravenna, Chiesa di San Francesco, ottobre 2017

“ (…) Tinarelli non si avvale di metafore gastronomiche, se non in un riferimento altamente simbolico, quella “tovaglia romagnola” che sia pure distesa sopra una tavola sommersa, rievoca la convivialità, l’incontro, il dialogo, il nutrimento, lo scambio; e persino la “mensa liturgica”, il livello invalicabile del mistero (…). Insieme alla tavola, appena varcata la soglia della Basilica ci sono i libri che l’artista ha salvato dall’alluvione di Carrara trasponendoli in dieci tomi di mosaico; ed essi serviranno a stabilire una continuità ideale tra la mostra di Cervia, Un amore che asSale e la presente nella Basilica di san Francesco a Ravenna, Immersione che asSale (…).” Gianfranco Angelucci

Enzo Tinarelli, Immersione che asSale, Ravenna, Chiesa di San Francesco, ottobre 2017

 

www.enzotinarelli.com

Enzo Tinarelli, Ravenna, Chiesa di san Francesco, ottobre 2017

 

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E così, in poco meno di un mese, ecco andarsene due poeti, veri, grandi, benché fra loro così differenti, il genio americano John Ashbery (1927-2017) e il friulano Pierluigi Cappello (1967-2017). Sono davvero dispiaciuto, specie per Cappello, sia per la giovane età sia perché nel 2012 avevo dato l’avvio all’iter per fargli assegnare il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli, viste le condizioni fisiche di disabilità e di indigenza oggettive.

Certo, restano i libri di queste due grandi anime, i loro versi che ancora accompagneranno il mio cammino, come faranno anche stasera rileggendoli. Ne trascrivo qualcuno, pieno di commozione e gratitudine verso chi ha saputo parlarmi senza conoscermi. Addio, la terra vi sia lieve.

 

Settembre

Gli orli hanno la luce di settembre

come una bella mela le nuvole oggi

sono innocenti, senza rumore

anche le macchine passano

nel silenzio della tua testa

sei qui, come una cosa sottratta

in questa calma di non appartenere

la nuvola sottratta alla terra

il salto allo slancio, l’orma al suo piede

il corpo a ciò che precede.

Pierluigi Cappello, da Assetto di volo, Crocetti Editore, Milano 2012, p.159.

 

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Paradoxes and Oxymorons

This poem is concerned with language on a very plain level.
Look at it talking to you. You look out a window
Or pretend to fidget. You have it but you don’t have it.
You miss it, it misses you. You miss each other.

The poem is sad because it wants to be yours, and cannot be.
What’s a plain level? It is that and other things,
Bringing a system of them into play. Play?
Well, actually, yes, but I consider play to be

A deeper outside thing, a dreamed role-pattern,
As in the division of grace these long August days
Without proof. Open-ended. And before you know it
It gets lost in the steam and chatter of typewriters.

It has been played once more. I think you exist only
To tease me into doing it, on your level, and then you aren’t there
Or have adopted a different attitude. And the poem
Has set me softly down beside you. The poem is you.


Paradossi e ossimori

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.

La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sì, ma io ritengo che il gioco sia

una più profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.

È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

John Ashbery, da Shadow Train (1981) in Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956-2007, trad. D. Abeni e M. Egan, Luca Sossella Editore, Roma 2008, pp.148-149.

 

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Leggendo spesso poesia, non è inusuale trovare raccolte di versi segnate da grazia o bellezza, meno rare di quanto si pensi. È invece più difficile imbattersi nella pagina che stupisce perché ci si riconosce o perché rivela parti tanto lontane da sé – forse mancanti – quanto desiderose di farsi ascoltare. Pagine insomma che sanno fermare e che obbligano chi le incontri a tornare. È il caso di Matteo Greco, Da grande voglio fare il Meridione (CartaCanta, Forlì 2016), su cui dirò prossimamente, e della perla (anche editoriale) Aspettare la rugiada (Raffaelli Editore, Rimini 2017) di Damiana De Gennaro (Vico Equense, 1995), studentessa di giapponese all’Orientale di Napoli e una delle anime della rivista letteraria indipendente Mosse di seppia.

I versi di queste pagine, pur nella loro perfezione formale d’eco nipponica (spesso quindi in settenari e quinari), non guardano dall’alto né salgono in cattedra, semplicemente sono vissuti e dunque null’affatto distanti, anzi familiari al lettore, gli si accostano, raccontano immagini, frammenti di quotidiano dal sapore lirico (“facevamo insieme la spesa,/ dentro la notte”), atmosfere in vaghezza tarkovskyana (“ho visto lo spezzarsi delle albe/ tra i cavi elettrici del cielo/ (…) ma lei fa la pioggia che mi tiene/ attaccata al finestrino”), l’amore delicatissimo per l’universo femminile (“si potrebbe entrare in te/come in cattedrali di silenzio”), gli ideogrammi giapponesi che spiegano (a proposito: mi è cara la parola Komorebi, “la luce che filtra attraverso le foglie”, essendo il titolo medesimo di un’opera dell’artista Takako Hirai esposta nella mostra Foglie, da me curata proprio lo scorso giugno a Ravenna) o che sanano (Kintsugi, “riparare con l’oro” e dunque saldare i cocci di ceramica – e della De Gennaro – evidenziando preziosamente la rottura e non nascondendola come nella tradizione occidentale del restauro). E su tutto l’aria che attraversa quasi ogni particolare, che letteralmente sfoglia le pagine del piccolo, compatto libro se si lasciano scorrere da metà, a ricordare cosa scrisse un altro poeta, il romagnolo Tonino Guerra: “L’aria l’è cla ròba lizìra/ ch’la sta datònda la tu tèsta/ e la dvénta piò cèra quant che t’róid.” (“L’aria è quella roba leggera/ che ti gira intorno alla testa/ e diventa più chiara quando ridi” da I bu, Rizzoli, Milano 1972).

 

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