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Archive for the ‘politica’ Category

“Tutti simulano meglio che possono, e se voi non simulaste, sareste bollati come asociali, disturbati, disadattati.” Romain Gary, Pseudo

Ormai quasi al termine del secondo mese di arresti domiciliari da Covid-19, osservando come numerose nazioni europee (tutte?) abbiano chiuso varie attività molto tempo dopo di noi e stiano riaprendo decisamente prima, credo sia lecito porsi qualche dubbio.

Stupido negare l’emergenza sanitaria e le vittime mietute: tutto vero, ci mancherebbe. Una morte atroce, soffocati, in piena solitudine. Senza neanche la possibilità per chi resta di un saluto estremo a quel corpo. L’immagine dei camion dell’esercito a Bergamo che trasportano decine di bare per la cremazione lontano dalla città è qualcosa che non si può né si deve dimenticare.

Si potrebbe discutere sulla tempistica di intervento a livello nazionale e regionale, ma la novità di questa prova penso abbia colto tutti alla sprovvista con sottovalutazione del pericolo, errori, ecc. Se in fase iniziale tutto questo poteva assumere almeno in parte l’alibi dell’imprevisto, è così tuttora?

Certo, molto ci sarebbe da dire sui fondi tagliati alla sanità dalla sinistra e dalla destra negli ultimi decenni come della responsabilità degli evasori fiscali, cose che rendono i morti sopraddetti non eroi ma, appunto, vittime di Stato.

Tuttavia, questo tempo di permanenza forzata nelle proprie case (per altro, non tutti abitano in ville con giardini indipendenti) ritengo sia stato sfruttato malissimo: poteva essere usato più funzionalmente per uno screening generale alla popolazione. Vedi Corea. O altre nazioni che hanno utilizzato fondi importanti a questo scopo o, su questa linea, il tentativo intelligente della stessa regione Veneto. Costi impensabili è stato detto. Perché, in termini di PIL quanto pensate stia costando e costerà il nostro blocco totale? E anche se riapriremo parzialmente dal 4 maggio in poi, davvero si immagina che riprendano subito con un boom di prenotazioni – per altro contingentate – nazionali e internazionali – dopo che l’immagine e la fiducia nel nostro Paese sono state distrutte da politici inetti e dagli avvoltoi dell’informazione – settori come la ristorazione, il turismo, lo spettacolo con tutto l’indotto che queste attività produttive comportano (milioni di posti di lavoro, alla faccia del genio che aveva detto: “Con la cultura non si mangia”)? E tutte le attività manifatturiere e non, di servizi o di vendita, singole, familiari o grandi che siano? Mentre le banche non erogano i prestiti garantiti dal Governo (pare manchino i decreti attuativi, o forse sono le solite banche…), l’economia muore e milioni di cittadini non sanno più che fare: devono rassegnarsi alla miseria?

Il virus al momento non è curabile per noi come per gli altri, quindi in attesa del vaccino, che forse arriverà fra un anno, siamo rimasti fermi tutti: sani, malati, positivi, immuni. Del resto, a parte i ricoverati e i pochissimi “tamponati”, chi può distinguere gli uni dagli altri senza test? Per quanto tempo ancora è realmente sopportabile una condizione del genere, non solo dal punto di vista economico?

Nel frattempo l’arma potente della paura ha fatto centro facile sulla maggioranza di una popolazione confusa, male informata ma anche colpevolmente non pensante: il sospetto dell’untore non serpeggia, è già padrone, e se non si ha la mascherina si viene guardati come criminali. Ma quali mascherine? Ammesso che si trovino, alcune a prezzi indecenti poiché gli sciacalli sono sempre attivi, sono quasi tutte usa e getta: ma chi le getta davvero e non le ricicla? Dunque a che servono? All’occhio, all’apparenza. E così andiamo in giro in un mondo di volti fasciati, di banditi da far west. Ma se un individuo è sano, a che o a chi giovano? Se davvero il virus è nell’aria, inclusa quella di casa mia, amen, è finita per tutti e la mascherina conta quanto una goccia d’acqua nel deserto. Ma è davvero così, ovunque?

Perché aver impedito qualsiasi spostamento, inclusa la corsa individuale o la passeggiata (anche con i bambini) pur a distanza da altre persone? Per evitare inizialmente gli assembramenti, d’accordo. Ma col tempo che ne è di ogni forma di socialità residua? A parte la motivazione sanitaria che, ribadisco, non si vuole effettivamente verificare nella sua portata autentica, a che scopo questa divisione individuale e progressiva di milioni di persone? Ciò che restava del corpo sociale del Paese è stato più che smembrato, polverizzato. Senza cura per lo stato psicologico dei più piccoli (vedi, ad esempio, la chiusura prolungata dei parchi).

Si è persino proposta un’App identificativa (o addirittura braccialetti da galeotti!) per il presunto positivo da scaricare sul proprio telefono: obbligatoriamente? E in caso contrario: una multa, l’arresto? E se volessi camminare senza cellulare per il piacere di passeggiare da solo? Sino a che punto è lecito ledere le libertà individuali? A quale scopo finale? Neanche nella distopia orwelliana più cupa.

Il danno è incalcolabile anche a scuola: un disastro sociale e didattico senza precedenti. Ora si discute se prolungare la fallimentare didattica a distanza (DAD, ennesimo cacofonico acronimo del Miur) anche per il prossimo anno, paventando un problema di sicurezza. Se la questione è rappresentata dalle classi pollaio, perché con coraggio non dimezzarle, migliorando la qualità della didattica, ovvero l’attenzione e la cura del docente verso i propri ragazzi – seguire diciotto alunni non è averne trenta – e, ad esempio, usando per questo scopo le vecchie, enormi caserme dismesse di cui ogni città è già provvista, ristrutturandole e dando anche lavoro in questo momento a imprese edili e poi regolarizzando i docenti precari?

Dipende dall’idea di scuola che i vertici stanno elaborando. Tutto è possibile. Tralasciando i disagi gestionali della DAD (delle lezioni stesse, di divario digitale, ecc.) per le famiglie (che parola ipocrita in bocca alle istituzioni!), se la scuola è solo mera trasmissione di dati e informazioni, non occorrono né aule, né docenti: bastano corsi online che i più volenterosi seguiranno, svolgendo poi ridicoli esami pro forma in rete. Se invece si intende la scuola non solo come apprendimento ma anzitutto come dimensione di crescita e formazione (coscienza, pensiero, umanità, difficoltà, inclusione, attitudini ecc.) dell’individuo nella socialità, allora il luogo fisico “scuola”, diverso dalla propria abitazione, la figura dell’insegnante-guida e l’incontro-scontro con i compagni, l’altro da sé, sono imprescindibili. Se muore la scuola, che è agli ultimi posti nella considerazione generale e di chi comanda in primo luogo (a parte la retorica d’ufficio), tutti abbiamo chiuso. 

Che società stiamo pensando per il futuro? Ne stiamo pensando una? O il panico, la cecità, la scarsità di prospettiva, l’incapacità dei burocrati e di chi deve prendere le decisioni senza scontentare elettori potenziali avranno ancora una volta il sopravvento? Siamo un Paese al capolinea senza essercene resi conto? Ancora una volta, in una situazione critica come quella attuale, i peggiori stanno dando il peggio a tutti i livelli. Scientemente. Di questo non ho dubbio alcuno.

A proposito: dove prenderemo il denaro per continuare questo incubo di fermo forzato? Certo possiamo incolpare i cattivoni nordeuropei di non farci la carità a costo zero, ma perché dovrebbero visto che loro sono già ripartiti avendo chiuso dopo di noi? O davvero si vuole dare retta alle follie sovraniste, dunque appena possibile uscire dall’Unione e dall’euro affrontando in ginocchio, senza credito e da soli gli uragani presenti e futuri della globalizzazione e dei suoi giganti affamati?

Insomma, seguitano a non essere prese decisioni sanitarie, lavorative e sociali opportune e coraggiose, preferendo temporeggiare inutilmente, ovvero senza dare senso direzione e tempo a questo tempo, visto che, di fatto, non si è in grado di garantire cure a tutti in caso di nuove ondate epidemiche. Quindi si cerca di coprire le falle di un sistema fallito con un bluff da poker: sapendo di non avere in mano nulla, si continuano a rilanciare provvedimenti restrittivi (col teatrino berciante e inconsistente delle opposizioni) apparentemente all’infinito sul piatto della paura. In attesa. Del resto come ammettere il contrario, ovvero di sapere di avere sbagliato? Perché sono convinto che chi conta lo sappia perfettamente. Ma se il bluff, fuori dai ristretti confini nazionali, viene o è già stato scoperto?

PS. In attesa di una Liberazione dalla stupidità e malafede nazionali (campa cavallo…), suggerisco la visione dei geniali episodi Rebibbia Quarantine di Zerocalcare dedicati a questo folle periodo: ad esempio, La corsa.

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Italo Rondinella, Shipwreck Crime

Sabato 7 marzo con il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e di UNICEF Italia si sarebbe dovuta aprire a Venezia Shipwreck Crime, mostra personale del fotografo  Italo Rondinella, ospitata  all’interno  degli antichi  Magazzini del Sale  messi a disposizione dalla Reale Società Canottieri Bucintoro 1882. L’evento è stato rinviato a data da definirsi per l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, ma il messaggio profondamente umano di queste immagini resta di stringente attualità e merita comunque spazio e attenzione.

Italo Rondinella, Shipwreck Crime
Italo Rondinella, Shipwreck Crime, costa turca dell’Egeo settentrionale, 2017

La mostra consta di una serie di oggetti personali appartenuti alle centinaia di persone che, nella speranza di raggiungere il territorio europeo, hanno tentato di attraversare il breve tratto di mare che separa la costa turca dall’isola greca di Lesbo. In quel tratto di litorale, fra Babakale e Ayvalık, si alternano a singhiozzo spiagge frequentate da vacanzieri ad altri tratti vuoti, dove sono stati trovati gli oggetti dei naufraghi.

Italo Rondinella, Shipwreck Crime
Italo Rondinella, Shipwreck Crime, costa turca dell’Egeo settentrionale, 2017

Queste “cose” – abiti, scarpe, biberon, salvagente e molto altro – sono stati fotografati dall’autore così come rinvenuti sulla riva e successivamente raccolti per formare parte, insieme alle immagini, di questa mostra che ha lo scopo di restituire dignità alle storie anonime di coloro a cui sono appartenuti, molti dei quali non ce l’hanno fatta. 

Press Irene Guzman

Italo Rondinella, Shipwreck Crime

SHIPWRECK CRIME
Mostra personale di Italo Rondinella

A cura di Anna Lucia Colleo con il contributo di Elisa Muliere

7 marzo – 15 aprile 2020 (rinviata a data da definirsi)

Magazzini del Sale / magazzino 5

Dorsoduro 262, Venezia

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Qualche settimana fa è scoppiato il caso della professoressa Rosa Maria dell’Aria: subito ho firmato l’appello per il suo reintegro immediato, ho poi partecipato venerdì 24 alla manifestazione di piazza a Ravenna indetta da tutti i sindacati e qualche giorno prima, martedì 21 alle 11.00 in occasione del Teacher Pride, ho letto e spiegato in classe gli articoli 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”) e 33 (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento) della nostra meravigliosa Costituzione. Ho anche scritto a Michele Serra una lettera che, non essendo stata pubblicata, ho piacere di riportare qui di seguito e non casualmente oggi, Festa della Repubblica. Nel frattempo, proprio da questa settimana, la docente è tornata in servizio, accolta dai suoi studenti con quindici rose rosse, una per ogni giorno di sospensione subito. Il fatto accaduto resta comunque gravissimo e segna un precedente aberrante per il futuro. Il passo successivo è il ritorno al libro unico di stampo fascista: insegnare ai ragazzi non a pensare, ma solo ciò che è ritenuto lecito dal potere. La fine della scuola.

La professoressa Rosa Maria Dell’Aria

Ecco il testo della mia lettera: “Desidero esprimere tutta la mia solidarietà umana e professionale alla collega dell’ITI Vittorio Emanuele III di Palermo Rosa Maria Dell’Aria, sospesa per due settimane dal servizio (con conseguente paga dimezzata, non bastasse l’umiliazione dell’ingiusto provvedimento e il dispiacere dell’allontanamento dai propri ragazzi, come avesse commesso un atto illecito verso di loro) da parte dell’Ufficio scolastico della sua città per una ricerca in cui alcuni suoi studenti riflettevano su inquietanti analogie fra le Leggi razziali del ’38 e il decreto Salvini dei giorni nostri. Ritengo questo fatto sconcertante e inaccettabile, specchio dei tempi odierni cupi e censori in cui burocrati più realisti del re colpiscono una donna e professionista che ha invece raggiunto una delle mete più alte che un insegnante possa augurarsi per i propri alunni: il pensiero critico. Fra le tante possibili, suggerisco agli artefici di tale misura disciplinare tre pubblicazioni recenti di cui pure ho avuto modo di parlare in classe ai miei giovani ragazzi: “L’origine degli altri” di Tony Morrison, “Appunti per un naufragio” di Davide Enia e la “Lettera a un razzista del terzo millennio” di Luigi Ciotti. Letture dolorose nel presente e necessarie per un futuro migliore. Coraggio, Rosa, non sei sola!”

Ps. Viva la Repubblica e la nostra Costituzione!

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È davvero importante questo voto europeo, affinché non prevalgano le forze sovraniste, populiste, razziste e disgregatrici di quel sogno nato dalle ceneri dell’ultima guerra e che ha dato al nostro tormentato continente settant’anni di pace e sviluppo. È importante che questo mandato sia consegnato a futuri parlamentari che stiano nelle sedi europee e lavorino per riformare l’Unione in senso più democratico e aperto, senza alcuna paura nei confronti del diverso, del bisognoso, del migrante. In fondo, secondo il mito, chi era Europa se non una fuggiasca?

A questo proposito, desidero citare ancora una volta le parole di quel libro stupendo e necessario che è Appunti per un naufragio (Sellerio 2017, pp.145-147) di Davide Enia: “Nascerà una epica di Lampedusa. Sono centinaia di migliaia le persone transitate dall’isola. A oggi, manca ancora un tassello nel mosaico di questo presente, ed è proprio la storia di chi migra. Le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità. Possiamo nominare la frontiera, il momento dell’incontro, mostrare i corpi dei vivi e dei morti nei documentari. Le nostre parole possono raccontare di mani che curano e di mani che innalzano fili spinati. Ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla, coloro che sono partiti e, pagando un prezzo inimmaginabile, sono approdati in quei lidi. Ci vorranno anni. È solo una questione di tempo (…) saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi. Da dove c’è la guerra, non si scappa in aereo. Si fugge a piedi e senza visto per il semplice motivo che i visti non vengono rilasciati. Quando la terra finisce, si sale su una barca. Parto quindi dalle origini, ché è una la fonte da cui sgorga l’acqua che ci abbevera. In fondo, è sempre la stessa storia che si ripete. Una ragazza fenicia scappa dalla città di Tiro, attraversando il deserto fino al suo termine, fino a quando i piedi non riescono più ad andare avanti perché di fronte c’è il mare. Allora incontra un toro bianco, che si piega e la accoglie sul dorso, facendosi barca e solcando il mare, fino a farla approdare a Creta. La ragazza si chiama Europa. Questa è la nostra origine. Siamo figli di una traversata in barca.”

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L’odierna situazione italiana è chiara: chiudere i porti e impedire l’accesso a chiunque, compresi i bambini e i malati, chiudendo gli occhi persino di fronte alle torture, agli stupri, agli omicidi che sono la regola nei campi di raccolta libici. (…) E non c’è solo questo. Ai muri esterni si affiancano quelli interni tesi a rendere difficile la vita dei migranti più precari, a cominciare dai richiedenti asilo (per i quali il “decreto Salvini” ha addirittura limitato la possibilità di iscriversi nei registri anagrafici del Paese in cui vivono). In questo contesto si assiste alla chiusura e allo smantellamento di alcune delle esperienze di accoglienza più significative anche in termini di convivenza tra migranti e popolazione locale. Ricordo per tutte quella di Riace su cui si sono concentrate iniziative amministrative e giudiziarie che sono andate ben oltre il doveroso controllo di legalità e correttezza amministrative che hanno prodotto, nei fatti, l’interruzione di un modello di accoglienza che aveva generato lavoro e sicurezza e costruito la ricchezza umana e sociale di una comunità. (…)

Ricordi l’appello diffuso da Libera, ANPI, ARCI e Legambiente che chiamava tutti, il 7 luglio scorso a indossare una maglietta rossa come quella che portava il piccolo Aylan e come quelle che le madri mettono ai bambini prima di salire sui gommoni perché siano più visibili? Quell’appello, a cui hanno risposto decine di migliaia di persone, era ed è un invito a fermarci, a riflettere, a guardarci non più allo specchio ma in profondità e chiederci che cosa abbiamo fatto della nostra umanità e che mondo stiamo consegnando ai giovani, ai bambini. Ma anche a sostituire il rancore con una solidarietà contagiosa, persino – per quanto possibile – con un po’ di gioia. E poi darsi da fare, a tradurre il “basta al disumano” in fatti concreti punto. Perché di fronte al disumano non si può più restare inerti. L’ingiustizia è di chi la commette ma anche di chi assiste e non fa nulla o non fa abbastanza per fermarla. Queste parole sono rivolte anche a te, soprattutto se sei giovane e non ancora del tutto travolto dalla rabbia e dall’insano orgoglio di essere superiore a qualcuno. (…)

Questo tempo ci dice che dobbiamo ripartire da due cose, umilmente ma tenacemente: le relazioni e la conoscenza. Sono le strade per crescere in umanità e in cultura, due strade che l’umanità ha smesso di percorrere. Partire dalle relazioni perché la premessa di una società giusta e pacifica è l’andare oltre le relazioni opportunistiche e d’interesse, il riconoscere l’altro e il “diverso” come un completamento, un arricchimento della nostra identità. Partire dalla cultura, perché un tempo complesso, soggetto a continue e rapide mutazioni, richiede parole e pensieri che lo sappiano interpretare, che sappiano orientarci nel suo groviglio. Se manca la cultura prevalgono le approssimazioni, le semplificazioni, gli slogan, e da lì le manipolazioni, le “bufale”, la propaganda. Viene da qui il mio investimento sui giovani e sulla educazione, che non è una semplice trasmissione di conoscenze, ma il richiamo alla necessità di essere protagonisti della storia in una dimensione che privilegi il noi rispetto alla solitudine egoistica di ciascuno. È questo il compito che ci consegna l’iniziativa delle magliette rosse del 7 luglio. (…) Questo vale per tutti noi, anche per te.

Luigi Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pp.50-51 e pp.70-72.

www.libera.it

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