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Archive for the ‘politica’ Category

L’odierna situazione italiana è chiara: chiudere i porti e impedire l’accesso a chiunque, compresi i bambini e i malati, chiudendo gli occhi persino di fronte alle torture, agli stupri, agli omicidi che sono la regola nei campi di raccolta libici. (…) E non c’è solo questo. Ai muri esterni si affiancano quelli interni tesi a rendere difficile la vita dei migranti più precari, a cominciare dai richiedenti asilo (per i quali il “decreto Salvini” ha addirittura limitato la possibilità di iscriversi nei registri anagrafici del Paese in cui vivono). In questo contesto si assiste alla chiusura e allo smantellamento di alcune delle esperienze di accoglienza più significative anche in termini di convivenza tra migranti e popolazione locale. Ricordo per tutte quella di Riace su cui si sono concentrate iniziative amministrative e giudiziarie che sono andate ben oltre il doveroso controllo di legalità e correttezza amministrative che hanno prodotto, nei fatti, l’interruzione di un modello di accoglienza che aveva generato lavoro e sicurezza e costruito la ricchezza umana e sociale di una comunità. (…)

Ricordi l’appello diffuso da Libera, ANPI, ARCI e Legambiente che chiamava tutti, il 7 luglio scorso a indossare una maglietta rossa come quella che portava il piccolo Aylan e come quelle che le madri mettono ai bambini prima di salire sui gommoni perché siano più visibili? Quell’appello, a cui hanno risposto decine di migliaia di persone, era ed è un invito a fermarci, a riflettere, a guardarci non più allo specchio ma in profondità e chiederci che cosa abbiamo fatto della nostra umanità e che mondo stiamo consegnando ai giovani, ai bambini. Ma anche a sostituire il rancore con una solidarietà contagiosa, persino – per quanto possibile – con un po’ di gioia. E poi darsi da fare, a tradurre il “basta al disumano” in fatti concreti punto. Perché di fronte al disumano non si può più restare inerti. L’ingiustizia è di chi la commette ma anche di chi assiste e non fa nulla o non fa abbastanza per fermarla. Queste parole sono rivolte anche a te, soprattutto se sei giovane e non ancora del tutto travolto dalla rabbia e dall’insano orgoglio di essere superiore a qualcuno. (…)

Questo tempo ci dice che dobbiamo ripartire da due cose, umilmente ma tenacemente: le relazioni e la conoscenza. Sono le strade per crescere in umanità e in cultura, due strade che l’umanità ha smesso di percorrere. Partire dalle relazioni perché la premessa di una società giusta e pacifica è l’andare oltre le relazioni opportunistiche e d’interesse, il riconoscere l’altro e il “diverso” come un completamento, un arricchimento della nostra identità. Partire dalla cultura, perché un tempo complesso, soggetto a continue e rapide mutazioni, richiede parole e pensieri che lo sappiano interpretare, che sappiano orientarci nel suo groviglio. Se manca la cultura prevalgono le approssimazioni, le semplificazioni, gli slogan, e da lì le manipolazioni, le “bufale”, la propaganda. Viene da qui il mio investimento sui giovani e sulla educazione, che non è una semplice trasmissione di conoscenze, ma il richiamo alla necessità di essere protagonisti della storia in una dimensione che privilegi il noi rispetto alla solitudine egoistica di ciascuno. È questo il compito che ci consegna l’iniziativa delle magliette rosse del 7 luglio. (…) Questo vale per tutti noi, anche per te.

Luigi Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pp.50-51 e pp.70-72.

www.libera.it

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Ho conosciuto Davide Enia esattamente una settimana fa, partecipando a uno dei frequentissimi appuntamenti con gli autori organizzati dalla Biblioteca Classense di Ravenna, una delle istituzioni più prestigiose e attive di tutta la Regione e fra le migliori d’Italia, attualmente diretta da Maurizio Tarantino e animata da bibliotecarie come Nicoletta Bacco e Silvia Travaglini, colme di passione per la loro meravigliosa e importante professione, oltre che in preziosa collaborazione col giornalista Matteo Cavezzali.

Occasione dell’incontro è stata la presentazione del libro e dei passaggi di vita vera contenuti in Appunti per un naufragio (Sellerio, Palermo 2017), divenuto anche narrazione teatrale dal titolo L’abisso. Dati i tempi, non credo sia superfluo sottolineare quanto mi abbia coinvolto e sconvolto udire le parole dell’autore, drammaturgo e attore sulla sua esperienza lampedusana, che ha visto in parallelo procedere la malattia del suo amatissimo zio paterno Beppe insieme all’approfondirsi del rapporto col padre Francesco e soprattutto il toccare con occhi e mani la realtà tragica degli sbarchi, le esistenze miracolosamente salvate o altrettanto disperatamente perdute nel gran cimitero del Mediterraneo, la Shoah di questi ultimi anni. Una decina di giorni prima era stato mandato in onda un servizio fortissimo di Corrado Formigli sull’inferno libico, fatto di torture di ogni genere e stupri persino su ragazzine dodicenni, quelle che lo stesso Enia ha visto giungere stremate e incinte sulle coste isolane. Il libro, che ho letteralmente divorato, è da leggere e sottolineare e consigliare a chiunque, specie a quanti siano convinti della bontà dell’azione governativa dalle menzogne sporche e disumane dei politici peggiori di sempre, i succubi e incapaci 5 stelle e i fascio-razzisti leghisti e salviniani, peraltro mentre l’economia reale va a rotoli e certo non a causa dell’immigrazione, anzi.

A proposito, proprio per la cupezza di questo periodo assurdo e cattivo di cui la disinformazione dei media nazionali e popolari ha pure tanta responsabilità, desidero con forza rilanciare anche in qualità di insegnante una battaglia sacrosanta e giusta, quella dello Ius soli: riconoscere cittadinanza immediata a chiunque sia nato in Italia indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Questa giovane vita studierà la nostra bellissima lingua e contribuirà con la sua stessa presenza a migliorare il presente e a dare un futuro più aperto a questo Paese. Impedirne l’integrazione, più che miope, è azzardo stupido e folle.

Spero che Nicola Zingaretti, da me votato alle ultime primarie del PD, dopo il disastro renziano possa riunire le forze democratiche di sinistra insistendo con coraggio proprio sui valori che ne segnano identità, unicità e diversità, emendando i troppi errori che ne hanno altrettanto segnato il recente e rapido declino.

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200×250

“Poi ribadì ancora una volta il concetto: «In mare non esiste neanche il considerare una alternativa, ogni vita è sacra e si aiuta chi ha bisogno, stop». Questa frase era più di un mantra. Era un vero e proprio atto di devozione. (…)

«… Ma dopo tutto quello che hanno passato, dopo la traversata, ecco finalmente la terra ferma. Lì sul molo è una nuova nascita, piena di speranze e di gioia. E tu ti ritrovi a essere la prima persona che li accoglie. Hanno affrontato situazioni terribili, meritano una accoglienza degna. Per quel che mi riguarda, è un privilegio essere lì, perché onori il loro viaggio, il loro coraggio e anche la loro incoscienza, compartecipando per un breve istante al loro percorso». (…)

«Capita che i barconi si rovescino. Affondano in poco tempo. A volte il mare è pieno di corpi già al momento del nostro arrivo. A volte i corpi tra le onde sono vivi. A volte no. Tutto si riduce a una questione di tempo, di velocità, di buona sorte. Quando un corpo va giù, ora lo vedi sbracciarsi, ora non lo vedi più. È un niente».”

Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio 2017, p. 14, 70, 93.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

Ps. In quel “niente” c’è tutta una vita, un essere umano vero, col suo carico di storia, sentimenti e sogni che vorrebbero realizzarsi e troppo spesso non lo saranno più.

Oltre a invitare con urgenza alla visione del docu-film Fuocoammare (2016) di Gianfranco Rosi, desidero qui ricordare l’impegno di due artisti ravennati su questo tema: Marco Bravura con l’opera Lampedusa (2014) e Roberta Maioli con la mostra Damnatio memoriae (2016). Scrivere per loro è stato per me motivo di onore profondo.


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Finalmente anche la poesia transessuale ha una voce profondamente ispirata in Italia e in uno dei periodi più cupi, retrogradi, moralisti della sua recente storia repubblicana.

A proposito, sulle figure tristi, volgari, ignoranti, impreparate e orribili che popolano l’attuale governo gialloverde non aggiungo nulla: il loro berciare razzista e ottuso a 360° si commenta da sé (non ultimo caso, la distruzione del modello Riace) e, sono certo (mi auguro, voglio credere!), passerà presto. O il paese affonderà, anche economicamente.

Giovanna Vivinetto (Siracusa, 1994) ha pubblicato qualche mese fa Dolore Minimo (Interlinea, Novara 2018), sua opera prima dopo numerosi interventi su riviste e blog di poesia e critica letteraria autorevoli. Arricchito dalla prefazione di Dacia Maraini, da una nota finale di Alessandro Fo e inserito nella “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni, questo piccolo quanto stupendo libro si presenta con tutte le carte in regola per lasciare un solco di verità nella storia poetica italiana. Si tratta, insomma, di un capolavoro. Qualcosa di unico. Come non ne leggevo da tempo.

Dev’essere, Giovanna, anche una persona con cui parlare non lasci indifferenti. In attesa che ci siano nuovi incontri pubblici, non posso che consigliare a tutti questo suo percorso così intimo di vita e versi portati finalmente alla luce. Da diffondere e leggere ad alta voce. Oggi più che mai.

 

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A quel tempo ogni cosa
si spiegava con parole note.
Sillabe da contare sulle dita
scandivano il ritmo dell’invisibile.

Tutto era a portata di mano,
tutto comprensibile
e immediatamente dietro l’angolo
non si annidava ancora l’inganno.

La poesia era uno scrupolo
d’altri tempi, un muto richiamo
alla vera natura delle cose.
Così dissimulata da confondersi
con i palloni, con le bambole
dell’infanzia.

In quei tempi non c’erano disastri
da centellinare, difformità
da curare dentro abiti larghi,
padri da rifiutare e nomi
da pedinare in fondo agli stagni.

Finché non è arrivato il transito
a rivoltare le zolle su cui il passo
aveva indugiato, a rovesciare
il secchio dei giochi – richiamando
la poesia invisibile che mi circondava.

Non mi sono mai conosciuta
se non nel dolore bambino
di avvertirmi a un tratto
così divisa. Così tanto
parziale.

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Quando nacqui mia madre
mi fece un dono antichissimo,
il dono dell’indovino Tiresia:
mutare sesso una volta nella vita.

Già dal primo vagito comprese
che il mio crescere sarebbe stato
un ribelle scollarsi dalla carne,
una lotta fratricida tra spirito
e pelle. Un annichilimento.

Così mi diede i suoi vestiti,
le sue scarpe, i suoi rossetti;
mi disse: «prendi, figlio mio,
diventa ciò che sei
se ciò che sei non sei potuto essere».

Divenni indovina, un’altra Tiresia.
Praticai l’arte della veggenza,
mi feci maga, strega, donna
e mi arresi al bisbiglio del corpo
– cedetti alla sua femminea seduzione.

Fu allora che mia madre
si perpetuò in me, mi rese
figlia cadetta del mio tempo,
in cui si può vivere bene a patto
che si vaghi in tondo, ciechi
– che si celi, proprio come Tiresia,
un mistero che non si può dire.

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Non ho figli da dare – non potrò.
Non ho tube che si gonfiano
né ovuli da spargere per il mondo.
Non ho vulve da tenere fra due
dita – da schiudere tra le valve
delle gambe non ho niente.

Ma tu mi sfiori, continui a toccarmi
a perlustrare con le dita questo
corpo imploso, risucchiato tutto
all’interno, fuggito senza lasciare
tracce. E tu persisti a sfiorarmi
per trovare il punto che possa
darti piacere – che possa
consolarti, farti sentire uomo.
Non te lo dico, ma non c’è.

Eppure tutta questa tua goffa
illusione, quest’avventatezza
nel proiettarti verso il dato certo
per un attimo mi restituisce
tutto ciò che mi manca – e al tuo miracolo
questa sera mi faccio donna
completamente.

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Sono una madre atipica, madre
di una figlia atipica. Ci sono
voluti diciannove anni
per partorirti, c’è voluta
la fragilità che prende
a diciannove anni, l’ansia
adolescente di mettere mano
dietro le proprie paure. Forse
se non l’avessi fatto allora
non l’avrei mai fatto – fecondarmi
per ridiventare minuscola
materia del corpo universale.

Il tuo pianto – lo sento ancora dentro –
è la voce miracolosa dei morti
che sale muta dalla terra,
il verbo che salva, che scuote
il pianto intimo dell’animale
– hai mai visto una bestia piangere? –
che non dà strazio, eppure c’è
minimo, docile, conficcato.

E forse, figlia mia, sei giunta di notte
quando le ore non hanno volto,
né pianto, né ombra di nome
per mostrarmi che in ogni vita
c’è un punto esatto che cede
ma anche un punto, più occulto,
che resiste.

Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo, Interlinea 2018. 

 

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“L’arte appartiene a tutti e a nessuno. L’arte appartiene a tutti i tempi e a nessun tempo in particolare. L’arte appartiene a chi la produce e a chi l’assapora. L’arte non appartiene più al Popolo e al Partito di quanto una volta appartenesse all’aristocrazia e ai mecenati. L’arte è il mormorio della storia udibile aldilà del rumore del tempo. L’arte non esiste per sé: esiste per il pubblico. Ma quel pubblico, chi lo stabilisce? Aveva sempre pensato alla propria come una forma d’arte anti-aristocratica. Scriveva forse, come sostenevano i suoi detrattori, per un’élite borghese cosmopolita? No. Scriveva forse, come i suoi detrattori avrebbero voluto, per il minatore del Donbass sfinito dal turno di lavoro e bisognoso di un cicchetto corroborante? Nemmeno. Lui scriveva musica per tutti e per nessuno. Per chi meglio sapeva apprezzare le sue composizioni, indipendente dalle origini sociali. Scriveva musica per le orecchie in grado di intendere. E dunque sapeva come ogni vera definizione di arte debba essere circolare, mentre ogni definizione falsa attribuisca all’arte una funzione specifica.”

Julian Barnes, Il rumore del tempo, trad. Susanna Basso, Torino 2016, pp.96-97.

 

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Dmitrij Šostakovič è il compositore di cui parla il bellissimo romanzo di Julian Barnes: per sopravvivere alla claustrofobia mortifera del terrore staliniano e in seguito all’abbraccio soffocante di stagioni apparentemente più distese, accettò il ruolo di vigliacco chinando il capo innanzi alle richieste e alle umiliazioni pubbliche inferte dall’ignoranza, dalla cattiveria, dalla rozzezza del potere sempre più feroce quanto più illimitato, specie dunque durante le dittature.

Nonostante una maschera di ironia sottile percepita più che altro da sé stesso, Šostakovič, ormai anziano e coperto di gloria e onorificenze, si disprezzava profondamente. Sentiva di essersi tradito definitivamente.

Al di là delle miserie personali, come compositore restano oggi le sue musiche, fra esaltazione, striature sardoniche e dolore irreparabile: il Concerto per violino n.1, le Jazz Suite, i 24 Preludi e Fughe, e le celebri Sinfonie, la Quinta, la Settima, la terribile Decima, i Quartetti per archi, fra cui l’Ottavo. Era un artista.

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“Sì, adorava Shakespeare; prima della guerra, aveva scritto le musiche per un allestimento teatrale dell’Amleto. Chi poteva dubitare che Shakespeare avesse una comprensione profonda dell’animo e della condizione umana? Esisteva forse un più grandioso ritratto del crollo delle illusioni di quello proposto in Re Lear? Anzi, non era nemmeno proprio così: non si trattava di un crollo, perché il crollo porta l’idea di un’unica grande crisi. No, le umane illusioni succedeva piuttosto di sgretolarsi per inaridimento. Il processo era lungo, estenuante, come un mal di denti la cui infezione si scavi una via fino all’anima. Un dente però si può estrarre e tutto finisce lì. Con le illusioni è diverso, perché anche da morte continuano a marcire e puzzare dentro di noi. Impossibile fuggirne il lezzo e i sapore. Ce le portiamo appresso sempre. O almeno era così per lui.

Come non amare Shakespeare? Dopotutto Shakespeare aveva amato la musica. I suoi drammi ne sono pieni, perfino le tragedie. C’è un momento in cui Lear si riprende dalla follia al suono della musica… E un altro nel Mercante di Venezia in cui Shakespeare dice che l’uomo che non ama la musica non è degno di fiducia; che sarebbe capace di compiere ogni nefandezza, compreso uccidere, compreso tradire. Dunque era naturale che i tiranni odiassero la musica, per quanto si sforzassero di fingere il contrario. Certo ancora di più odiavano la poesia. Come avrebbe voluto essere presente a Leningrado a quella lettura pubblica di poesia durante la quale Anna Achmatova era salita sul palco e tutto il pubblico era istintivamente scattato in piedi per applaudirla. Un gesto per cui Stalin aveva domandato furioso: “Chi ha stabilito che si alzassero?” Ma ancora più della poesia, i tiranni odiavano e temevano il teatro. Shakespeare reggeva uno specchio alla natura, e chi tollerava di vedere la propria immagine riflessa? Dunque l’Amleto fu proibito a lungo; Stalin lo detestava quasi quanto il Macbeth.”

Julian Barnes, Il rumore del tempo, trad. Susanna Basso, Torino 2016, pp.92-93.

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Negli anni mi sono sempre schierato contro i tanti squali e squaletti come Berlusconi e Renzi, che si sono succeduti al governo con le loro corti ridicole di senz’anima, lacchè e rottweiler.

Costoro hanno anche la responsabilità di aver preparato il terreno per il disastro populista attuale, figlio dunque di leggi e atteggiamenti personali e distanti da forme di giustizia umana, autentica che avrebbe invece dovuto ispirare Parlamento e governi per dare guida al popolo durante le tempeste. Si pensi anche solo allo sbando in cui è stato lasciato il mondo lavorativo – specie giovanile – o alle questioni derivate dalle truffe bancarie: migliaia di vite rovinate e più di qualche suicidio. La politica ha fallito per assenza colpevole.

Veniamo all’oggi: la mia è una opposizione totale a questo governo bicefalo (o acefalo?), in particolare sono contro ogni razzismo e neofascismo, contro ogni piccolo Salvini (o Trump o Putin, non a caso due suoi modelli), contro i razzisti e gli ipocriti al comando dei vari governi europei, contro il clima disumano e le pallottole che cominciano a volare e a colpire per questioni di pelle: nel 2018! In Italia!

Tutto questo è inaccettabile, antiumanitario, criminale. Ecco perché l’immagine in apertura del post vuole idealmente vestire questo blog con la maglietta rossa proposta lo scorso 7 luglio da don Ciotti, presidente dell’Associazione Libera: un gesto piccolo ma chiaro “per fermare l’emorragia di umanità”.

Ps. Tutto questo può apparire retorico: non importa. I tempi chiedono che si prenda posizione chiudendo non le porte e i porti ai bisognosi, ma al razzismo. E per sempre.

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Ho letto Cassandra muta,  l’ultimo appassionante saggio/pamphlet di Tomaso Montanari sul ruolo degli intellettuali italiani nel contesto politico attuale e se da una parte mi ha fatto star male (ma un male necessario) sapere del comportamento indegno di tante persone, del male inflitto ai nostri beni culturali e paesaggistici e al senso stesso della cultura, della sua gratuità e universalità (emblematica nel libro la sempre più pesante invasione di campo politica nelle università), delle decisioni assurde prese dal MiBACT di Franceschini e del suo entourage (che  si dimostrano tanto furbi quanto politici pessimi e aggressivi, la cui cecità e tracotanza sono pari solo all’ignoranza loro. Un dubbio: credono veramente d’essere e operare nel giusto e forse meglio, che so, di un Bondi o di un Galan?), d’altro canto questo testo è più che una denuncia, piuttosto un vero e proprio exemplum nel senso classico: è necessario, vitale tenere la schiena dritta, dicendo apertamente le cose con coraggio, nonostante le conseguenze di inevitabile ostracismo cui si è poi soggetti dai vari gerarchetti del potere locale o nazionale.

Anche questo ho sperimentato nella Ravenna monopolio PD da sempre e lo scrivo da ex elettore di sinistra che mai ha voluto una tessera per lavorare o avere favori e preferenze (a differenza di altri batraci locali coetanei e non, mi sono rifiutato sin dai tempi non sospetti dell’inizio università, quando avevo appena vent’anni, di aderire a certi giochetti), né tanto meno lo farò adesso, nell’era Renzi, uno dei peggiori antidemocratici, bugiardi e assetati di potere quanto vacui figuri di sempre. Né credo a una impossibile rinascenza populista e disorganica a 5 stelle.

A questo proposito, devo dire la verità: mi ha sorpreso la mia totale ingenuità politica nel rileggere un mio post del 2010, laddove in un’Italia ancora sotto la volgarità e corruzione berlusconiana pensavo che stimoli alternativi fuori o dentro il PD come Renzi, allora sindaco di Firenze, o Grillo o lo stesso Vendola potessero essere di aiuto rispetto alle medesime eterne e bloccate facce di sinistra (da D’Alema a Bersani a tutti ma proprio tutti gli altri), la cui opposizione era da tempo se non da sempre di pura facciata. Ahi, quanto mi sbagliavo! E le prossime elezioni restano un bel problema, non solo per la legge elettorale. Vedremo.

Ma tornando al testo di Montanari, ritengo mi sia davvero stato utile sia come insegnante, sia come cittadino che fra le altre cose si occupa di critica d’arte. Dunque lo ringrazio pubblicamente.

Il Resto del Carlino, 2 giugno 2017

Un’ultima nota su Ravenna: è di questi giorni lo “scandalo” strombazzato su tutte le testate locali, basti vedere l’immagine tratta dal Resto del Carlino del 2 giugno o leggere il Ravennanotizie.it dell’1 giugno

In sostanza, Nova Musa srl, ditta che per conto dello Stato da anni gestiva le biglietterie museali non ha mai versato quanto dovuto nelle casse pubbliche con evidente danno erariale. Rescissione immediata del contratto e lavoratori a spasso. Biglietterie nel caos alla vigilia del ponte del 2 giugno.

Perché chi di dovere, dopo molti anni, si è svegliato proprio adesso? Perché una storia del genere, pur gravissima senza dubbio alcuno, viene così cavalcata dai media locali, mentre mesi fa quando veniva approvato lo spoglio di alcuni beni dello stesso Museo pubblico per essere trasferiti nell’inutile Museo di Classe privato e gestito dalla Fondazione RavennAntica non solo la cosa non ha suscitato indignazione, ma è stata salutata come una conquista? Ne avevo ampiamente scritto in precedenti post dato che sulle testate locali non ho avuto alcuno spazio (si veda il 2 marzo 2017 e precedentemente il 28 gennaio 2016, all’alba di tutta questa vicenda).

Ricordo infine un dato di non secondaria importanza: l’ex deputata PD Elsa Signorino ed ex Presidente di RavennAntica (sino a un anno fa ricopriva questa carica) è l’attuale Assessore alla Cultura di Ravenna.

Cosa scommettere sul fatto che la prossima gara d’appalto per il servizio di biglietteria museale verrà, guarda caso, vinta da RavennAntica? Così, la Signorino e tutti gli alti papaveri locali che si dichiarano sorpresi e preoccupati per l’accaduto faranno anche la figura degli eroici salvatori. Con futuri elogi sui media locali. Capolavoro, no?

Mi aggrappo alla Costituzione, all’articolo 9 che c’è, continua a esistere, a resistere.

E vi saluto con i versi di P.P.P. oltre a segnalare l’ottimo e meritorio sito www.libertaegiustizia.it

 

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
 

Pier Paolo Pasolini

 

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