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Archive for the ‘primo aprile’ Category

Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizii, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.

Così Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863) nell’Introduzione ai suoi Sonetti, opera tuttora freschissima e operazione assai colta, quella di catturare l’anima di un popolo attraverso la sua lingua viva, sebbene filtrata dalla finezza sapiente e tagliente del poeta (benché l’intenzione, nella Roma del Papa Re, non sia mai veramente sovversiva, anzi, e al riguardo molto dicono l’ipocondria e il silenzio finale del Belli, che dal ’47-’49 alla morte nulla più scrisse in dialetto, chiudendosi in un conservatorismo papalino, non tanto per amor di Curia in sé, ma perché vedeva, e con orrore, sgretolarsi quel mondo da lui affrescato, pure pieno di vizi e indolenza, ma più in generale dei caratteri così tipici della sua Urbe).

Tale lezione corale e moderna sarà appieno colta dalla miglior cine-commedia romanesca e non, da Sordi anzitutto a Gassman, da Manfredi alla stupenda Vitti, da Proietti a Gabriella Ferri, da Magni a Scola a Risi, da Garinei e Giovannini, a Steno e Verdone (ma anche, perché no, da Germi a Monicelli, Loy, De Sica e, con le dovute differenze, da Fellini e Pasolini).

Questo blog, in genere, non celebra nessuna festa o data comandata. Unica e significativa eccezione è il 1° aprile (2010, 2011, 2012), giornata del sorriso, del “pesce” beneaugurante, quest’anno coincidente con altra festività religiosa. Modo migliore dei versi del Belli per mettere insieme diavolo e acquasanta m’è parso non ci fosse, in particolare due sonetti del 1831 in cui si canta dell’inizio e della fine del mondo. Dunque, buon pesce d’aprile a tutti.

LA CREAZZIONE DER MONNO

L’anno che Ggesucristo impastò er monno,

Ché ppe impastallo ggià cc’era la pasta,

Verde lo vorze fà, ggrosso e rritonno,

All’uso d’un cocomero de tasta.

Fesce un zole, una luna, e un mappamondo,

Ma de le stelle poi di’ una catasta:

Sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:

Piantò le piante, e ddoppo disse: «Abbasta».

Me scordavo de dí ccreò ll’omo,

E ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;

E jje proibbí de nun toccajje un pomo.

Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti,

Strillò per dio con cuanta vosce aveva:

«Ommmini da viení, sséte futtuti».

Giuseppe Gioachino Belli, Terni, 4 ottobre 1831

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ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca

Se metteranno uno pe ccantone

A ssonà: poi co ttanto de voscione

Cominceranno a ddí: «Ffora a cchi ttocca».

Allora vierà ssú una filastrocca

De schertri da la terra a ppecorone,

Pe rripijjà ffigura de perzone,

Come purcini attorno de la bbiocca[1].

E sta bbiocca sarà Dio benedetto,

Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:

Una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajjera

D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,

Sorzeranno li lumi, e bbona sera.

Giuseppe Gioachino Belli, 25 novembre 1831

PS. Quelli che… moglie, marito e figlio si ritrovano un sabato mattina ad ascoltare le canzoni di uno e ridono perché quello sapeva far ridere e, i due adulti, piangono un po’ perché alcuni versi sono struggenti, diretti come aghi, un po’ perché lui non c’è più e qualcosa senti che ti manca, come una sicurezza in meno. Ma poi tornano a sorridere perché in tutto questo, fra un Se me lo dicevi prima, un Messico e Nuvole, un Vengo anch’io, L’Armando, Via del Campo e Sfiorisci bel fiore, Ho visto un re e Quelli che… naturalmente, E, la vita la vita, Silvano e le voci di Cochi e Renato e quanti altri momenti di felicità, si accorgono che il piccolo di neanche due anni balla, si muove contento, perché dentro quelle musiche che evidentemente gli arrivano, gli sanno parlare senza filtri, c’è il segreto del jazz, perché hanno ritmo e un bimbo lo capisce subito e subito lo mette in pratica con la cosa più naturale antica difficile del mondo, ballare. Perché in definitiva Ci vuole orecchio per apprezzare la vita che è movimento.

Allora senti che lui c’è ancora, sta già parlando a tuo figlio e ti viene da ridere rincuorato. E poi “il nostro piangere fa male al re”.

Questa pagina, scritta prima di venerdì scorso per essere pubblicata oggi, coi suoi versi scherzosi, benché in romanesco (la stessa lingua del povero Califfo-Califano, pace anche a lui), è dedicata al grande Enzo Jannacci (Milano, 3/6/1935-29/3/2013), con una lacrima, sì, ma sopra un sorriso.


[1] Chioccia.

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Bruno Munari (1907-1998)

Se vi chiedono il nome del primo genio che avete in mente, chi direste?

Leonardo, Einstein, Mozart, Shakespeare e via dicendo, ognuno secondo la propria sensibilità. Ecco, accanto a questi colossi universali, aggiungo “il mio” Bruno Munari (Milano, 1907-1998): uno che con due segmenti e un puntino era capace di fare un libro o con una sagoma di cartone ritagliato e colorato una scultura e ancora giochi e stimoli continui per la creatività e non solo dei più piccoli (ah, il gioco e la carta, due elementi che tornano e tornano nella mia vita: a proposito, sempre di Munari, procuratevi Nella notte buia o uno dei suoi Libri illeggibili), senza contare i libri teorici sul design, veri e propri capolavori anche grafici, come Artista e designer e Arte e mestiere.

Oggi è il primo aprile e “il pesce”, simbolo scherzoso e beneaugurate sin dall’antichità, è dedicato a lui. Dopo il lonfo e la facezia leonardesca dello scorso anno, propongo una pagina proveniente da un gioiellino del ’42, ripubblicato dalla Corraini di Mantova, sua casa editrice per tanti anni: si tratta di Le macchine di Munari, testo divertentissimo in cui con serietà impeccabile l’autore illustra alcune sue invenzioni “utilissime” come l’addomestica sveglie o l’agitatore di coda per cani pigri o il distributore di uvetta secca. Visto l’antipatia profonda per le molestissime zanzare che sono appena tornate a farmi visita, scelgo il Mortificatore per zanzare:

“Mortificatore per zanzare:

Una bellissima gabbietta di rete metallica molto sottile e dipinta in azzurro cielo (1) contiene la zanzara che vorremmo mortificare. Tagliate il filo del palloncino (2) e lo sportello (3), costruito con compensato di mollica di sambuco metallizzato, cadrà, liberando la zanzara Cinzia (4) la quale, opportunamente affamata, si precipiterà contro l’immagine di zia grassissima in costume da bagno rivolta verso il mare (5). Senonché la zia è dipinta sopra un foglio di carta velinissima e la zanzara lo perforerà e si troverà, dopo alcune evoluzioni fatte apposta per dimostrare indifferenza, al punto 6 dove le apparirà davanti agli occhietti un appetitosissimo ingrandimento di globuli rossi (7). Cinzia metterà tutta la forza delle sue ali per raggiungere tanta ghiottoneria ma, ehee!, il ventilatore Antonio Pinza, di Udine (8) immediatamente messo in azione, provocherà una tale corrente d’aria che Cinzia sarà costretta, dopo diciotto ore e minuti, ad abbandonare l’impresa ed a lasciarsi cadere, priva di forze sul divanetto per zanzare (9) imbottito di gusci di uova di vanessa. Al contatto della zanzaruccia il divano comincia a vibrare, grazie ad un potente vibratore nascosto nella pedana (10). Povera Cinzia!, non ne può più, ma per fortuna, nell’abbandonare il divanetto maledetto vede un bel viso grasso di commendatore addormentato (11) che sembra offrire la guancia al suo pungiglione. Cinzia si abbandona ad un ultimo disperato tentativo e si spezza il pungiglione contro il marmo col quale è fatto il viso del dormiente. Una piccola lettiga (12) costruita dalle mani pietose di un eremita di corso Garibaldi, raccoglie le spoglie di quella che fu una delle più note zanzare dell’epoca moderna.

Note. Ve l’ho detto diecimila volte che i divani per zanzare non sono in commercio, Se ve ne occorre uno ditemi di colore lo volete che ve lo farò fare.”

Bruno Munari, da Le Macchine di Munari, 1942.

Associazione Bruno Munari

MunArt – sito dedicato a Bruno Munari

Collezione Bruno Munari – Cantù

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Leonardo da Vinci (1452-1519), Cinque teste caricaturali, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Il prete e il pittore

Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi indirieto alquanto scrucciato, disse, perché facessi tale spargimento sopra le sue pitture.

Allora il prete disse essere così usanza, e ch’era suo debito il fare così e che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’arebbe di sopra per ogni un cento. Allora il pittore, aspettato ch’elli uscissi fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete, dicendo: “Ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe nel bene, che mi facevi colla tua acqua santa, colla quale m’hai guasto mezze le mie pitture.”

Leonardo da Vinci (1452-1519), dal Codice Atlantico, conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.

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Il lonfo

Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.

E’ frusco il lonfo! E’ pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’ alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Fosco Maraini, Gnòsi delle Fànfole, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007

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