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Archive for the ‘religioni’ Category

Non è la prima volta che acquisto e apprezzo le pubblicazioni Humboldt Books, la cui eleganza ne fa prodotti unici studiati e calzati nel dettaglio su ciascun tema e autore (ad esempio in Dreams di Gianfranco Baruchello e Michele Mari: la costa bianca fa la differenza).

Ritengo che con Ontani a Bali si siano superati: è perfetto. Dal colore di copertina, all’oro delle lettere, aprendo con le foto di Giovanna Silva in eco ghirriano nel Sud-est asiatico e ponendo il testo in fondo, dopo le immagini, inframmezzato dai di-segni del “mago” Ontani.

A proposito: lo scritto di Emanuele Trevi è un capolavoro di equilibrio e cultura e stile in levità (come le fiamme del rogo finale), in cui si amalgamano lirismo, osservazioni personali e psico-mitologiche e si comprende appieno, finalmente, la geniale unicità di Luigi Ontani meglio di tanti saggi di mestiere in cataloghi ego-riferiti e non vissuti, poiché narrando in prima persona degli ogoh ogoh balinesi, della cerimonia-festa-processione collettiva che li conduce dalla preparazione meticolosa alla loro distruzione spettacolare, mostra come “le prime storie, i grandi archetipi, si siano formate nelle mente dell’uomo: non come immagini credibili del mondo, governate dai principi della logica, ma come vortici di violenza e desiderio, allucinazioni, slittamenti imprevedibili del dopo nel prima, dell’umano nel bestiale, del bestiale nel cosmologico.” Volume bellissimo.

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Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

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Nel cuore nero del XIX secolo italiano, venne commesso un incredibile gesto di crudeltà nei confronti di un’indifesa famiglia ebrea bolognese da parte dell’agonizzante Stato pontificio (Bologna si sarebbe presto unita al Regno sabaudo nel marzo 1860 tramite plebiscito): la sera del 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, che avrebbe compiuto i sette anni il 27 agosto, venne sottratto di forza ai suoi genitori Momolo e Marianna e ai suoi sette fratelli dalla polizia su ordine dell’inquisitore Padre Feletti dietro denuncia dell’ex domestica dei Mortara di aver battezzato il bambino durante una malattia che credeva mortale. Tutto questo era falso e la donna solo un’ingrata vendicativa, ma bastò secondo la legge del tempo per avviare il sequestro e trasferire il piccolo “neocristiano” a Roma dove sarebbe stato educato al cattolicesimo e per sicurezza ribattezzato (dunque le autorità ecclesiastiche sapevano benissimo la malafede con cui stavano agendo), sino a diventare sacerdote e come tale morire nel monastero di Bouhay, vicino Liegi, nel 1940.

A nulla valsero gli appelli disperati della famiglia, il clamore che tale vicenda suscitò presso le corti di mezza Europa e il processo intentato sotto il Regno d’Italia all’ex inquisitore: Pio IX fu crudelmente irremovibile e a parte un breve incontro assistito non diede altri permessi di far rivedere il proprio bambino a dei genitori in sostanza distrutti.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43x351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43×351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Da secoli gli ebrei “deicidi” erano vittima dell’antisemitismo cristiano: senza citare gli studi fondamentali di Lev Poljakov, vengono in mente Il miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello, lo straordinario Shylock shakespeariano, le persecuzioni della corona spagnola da Ferdinando II d’Aragona a Filippo II contro i marranos  o gli altrettanto orrendi pogrom dall’altra parte d’Europa, sino al caso Dreyfus nella civilissima Francia di fine ‘800.

E pur sapendo bene che il primo dovere di uno storico è sempre quello di contestualizzare avvenimenti e sentimenti altrimenti incomprensibili (la schiavitù nell’economia della storia antica, ad esempio), resta sorprendente il cieco accanimento dell’ultimo Papa Re nei confronti di questo bambino e della sua famiglia, come a voler dimostrare un potere ormai fuori dalla storia.

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 118x42

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 42×118

Steven Spielberg, basandosi sul libro di David Kertzer Prigioniero del Papa Re (The Kidnapping of Edgardo Mortara, 1997), girerà presto un film sull’accaduto e l’amico Vanni Cuoghi, nello splendido ciclo che lo scorso anno ha dedicato ai 500 anni del ghetto veneziano, ha ideato un’opera/libro d’artista con svolgimento orizzontale (forse memore della tavola uccellesca) sul caso Mortara di lugubre e calzante perfezione, così carica d’ombre e grigi e neri e azzurri plumbei (l’immagine è all’interno del catalogo Vanni Cuoghi. Da Cielo a Terra, testi di Ivan Quaroni e Riccardo Calimani, Ravenna 2016).

Ma è con piacere che in questo 27 gennaio desidero ricordare la madre di tutti gli studi senza il cui apporto non si saprebbe quasi nulla di una vicenda dimenticata anche a causa dell’orrore indicibile della Shoah, la storica Germana Volli col suo Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX pubblicato nel 1960 e recentemente rieditato dalla benemerita Giuntina di Firenze. L’attenzione, il rigore, la passione autentica e non faziosa per la storia e i suoi documenti rendono di stretta attualità la quarantina di leggibili e scorrevoli pagine di questo libro sia per gli accadimenti in esso descritti sia come esempio del lavoro di un vero storico che ha un solo fine: la verità.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent'anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent’anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

 

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Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Armonizzare le differenze

Testo e performance a cura di Fulvio Chimento e Raffaele Quattrone  con il patrocinio di Regione Marche

La performance Terzo Paradiso/Rebirth Day presso l’Ashram Joytinat di Corinaldo (AN) fa parte di una serie articolata di eventi e momenti espositivi organizzati in tutto il mondo: una delle più articolate operazioni artistiche pensate collettivamente negli ultimi anni. Grazie alla curatela di Fulvio Chimento e Raffaele Quattrone il Terzo Paradiso è stato ospitato per la prima volta in un Ashram (in sanscrito “via delle difficoltà”, ma può essere tradotto in italiano come “luogo di ritiro”), un luogo che accoglie persone di differente provenienza sociale, senza distinzione di genere, religione e nazionalità, in cui la “regola” fondante è quella del Karma Yoga (dove Karma significa “azione” e Yoga “unione”). L’Ashram Joytinat è una comunità vedica fondata dal Maestro indiano Swami Joythimayananda, in cui le attività quotidiane vengono svolte con l’attitudine mentale di offrire Seva (“servizio”), eseguendo il proprio lavoro senza aspettative. Tali concetti di provenienza orientale si sposano con la poetica di Michelangelo Pistoletto, che è incentrata sulla “demoprassia”, ovvero il “mettere in atto pratiche vive di impegno civile creativo”, e sulla convinzione olografica che “ogni frammento di specchio è parte del Grande Specchio in quanto ne conserva tutte le caratteristiche e qualità”.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'A, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’A, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Tra i vari contesti espositivi che hanno ospitato il Terzo Paradiso ricordiamo il Musée du Louvre di Parigi (2013) e la Biennale di Venezia (2005), oltre a luoghi pubblici di inestimabile valore storico-artistico, come le Terme di Caracalla a Roma (2015 e 2016), Piazza Duomo a Milano (2015) e il Mercato Centrale di Firenze (2015). Ma il progetto con cui il Terzo Paradiso realizzato in Ashram trova maggiore affinità, anche in relazione al valore spirituale del luogo, è il Bosco Sacro di San Francesco ad Assisi. Qui, nel 2010, l’artista piemontese ha inscritto il simbolo del Terzo Paradiso solcando il terreno del bosco con l’aratro e piantando 150 alberi di ulivo che, crescendo, hanno dato forma a un’opera ancora oggi in divenire. Nel caso specifico dell’Ashram, i curatori hanno deciso di utilizzare materiali reperiti esclusivamente in loco, con un chiaro riferimento alla “povertà” e alla naturalità degli elementi: balle di fieno, legno e sassi; nel cerchio centrale hanno scelto di lasciare in evidenza come simbolo di rinascita il verde del prato, ricco di erbe e fiori di campo, e inserito un grande fuoco con una pira di legname contorniata da calce bianca. In occasione dell’inaugurazione, il Maestro Joythimayananda ha affermato la necessità impellente per la società attuale di superare gli “egoismi” e i “dualismi”. In questo senso i due cerchi esterni del simbolo del Terzo Paradiso rappresentano altrettante entità separate, “io” e “tu”, mentre il cerchio centrale evidenzia il superamento tangibile di questo dualismo: il “noi”, il germe della nuova umanità basata sull’armonizzazione delle differenze, siano queste di tipo politico, religioso o culturale. La stessa concezione del progetto Terzo Paradiso/Rebirth Day è in quest’ottica un progetto de-soggettivizzato, in quanto, pur essendo stato ideato da un artista, è diventato a tutti gli effetti un progetto collettivo.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il simbolo del Terzo Paradiso è stato realizzato presso l’Ashram Joytinat con balle di fieno in un campo coltivato, per evocare un rimando concreto al lavoro, all’impegno, al “fare”. Il 4 settembre 2016 alle ore 18 è stato acceso al centro del simbolo un grande fuoco, ritualizzando in questo modo il passaggio dal vecchio al nuovo, da ciò di cui ci si vuole liberare e ciò che si vuole raggiungere. Dopo aver cantato la AOM (il suono “primordiale” dell’Universo secondo la cultura vedica), più di cento persone hanno compiuto in silenzio tre giri perimetrali, tenendosi la mano. Durante il rito ogni partecipante ha cosparso il terreno con terra mista a cenere, al fine di fertilizzare i campi, come avveniva nella tradizione contadina in Italia nei mesi estivi. Un chiaro simbolo di rinascita per una società che Michelangelo Pistoletto immagina basata su valori come condivisione, partecipazione, cooperazione, rispetto e sostenibilità. La performance, in questo caso, ha avuto anche una forte componente spirituale.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Nota: Il rapporto tra Pistoletto e la religione è un rapporto molto stretto. Ricordiamo alla fine degli anni Settanta la mostra “Divisione e moltiplicazione dello specchio. L’arte assume la religione” dove Pistoletto presenta due fondamentali direzioni del suo lavoro futuro. Al primo punto, Divisione e moltiplicazione dello specchio, Pistoletto ci arriva dividendo lo specchio in due e spostando le due metà fino a formare un angolo, in modo da permettere all’una di riflettere l’altra. Così se il sistema capitalistico prima moltiplica e poi divide, la nuova società deve prima dividere (cioè condividere) e poi moltiplicare quello che ha condiviso. La condivisione deve essere cioè la logica alternativa all’accumulazione ed esclusione tipica del capitalismo.

 

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Raffaello Sanzio, Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi, 1518 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze

VI. È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura: e queste distinzione e eccezione non si truovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione.

XXVIII. Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e le mollizie de’ preti: sì perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sì perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio, e ancora perché sono vizi sì contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano. Nondimeno el grado che ho avuto con piú pontefici, m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo, non per liberarmi dalle legge indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità.

CLXIV. La buona fortuna degli uomini è spesso el maggiore inimico che abbino, perché gli fa diventare spesso cattivi, leggieri, insolenti; però è maggiore paragone di uno uomo el resistere a questa che alle avversità.

Francesco Guicciardini (Firenze, 1483 – Arcetri, 1540), dai Ricordi, 1512-1530.

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Piazzetta degli Ariani a Ravenna: in primo piano il battistero degli Ariani, poi il muro -“casa di Drogdone” e sullo sfondo parte del portico della chiesa dello Spirito Santo

Nel Liber Pontificalis dello storico ed ecclesiastico ravennate Andrea Agnello (IX secolo), si legge che la casa di Drocdone è situata nell’antico quartiere ariano di Ravenna non lontano dalla chiesa di S. Teodoro, ovvero l’attuale chiesa dello Spirito Santo, originariamente cattedrale ariana dell’Aghia Anastasis (Santa Resurrezione) o Anastasis gothorum (Resurrezioni dei goti, ovvero gli ostrogoti di re Teoderico), e dunque vicino all’ex battistero ariano, divenuto in seguito alla vittoria bizantina (540 d.C.) chiesa cattolica col nome di S. Maria Ornata o in Cosmedin. Tale abitazione, riferisce sempre Agnello, faceva parte dell’oggi scomparso episcopio ariano, con tanto di cappella dedicata a S. Apollinare costruita nella sua parte superiore, specularmente al complesso cattolico tuttora esistente e visitabile nella zona opposta della città e comprendente cattedrale, battistero ed episcopio, al cui interno è la meravigliosa cappella di S. Andrea.

Parte superiore del muro -“casa di Drogdone”, Ravenna

Ora, cosa effettivamente sia rimasto di longobardo, o meglio di ariano nell’unico muro superstite tuttora indicato come casa di Drogdone, appunto, fra la chiesa dello Spirito Santo e il battistero degli Ariani, è difficile dire: già nel 1923 nella sua Guida di Ravenna Corrado Ricci (che, va ricordato, pur scrivendo in buona fede, in quanto ad attendibilità e precisione va spesso preso con la dovuta cautela) indicava come unica parte originale la zona bassa dell’alzato fino a1,7 m, per il resto trattandosi di modifiche successive avvenute sin dall’alto medioevo, quando ad esempio intorno al X secolo questo e gli altri edifici connessi passarono ai basiliani prima, ai benedettini poi e infine, dal ‘600, ai teatini (fu anche costruito l’oratorio della Croce nel 1708 a ridosso dell’adiacente battistero che funse così da abside), fino ai “recenti ristauri” di inizio ‘900 curati da Giuseppe Gerola. Senza poi contare le demolizioni belliche e post belliche che consegnano nelle condizioni attuali questo quartiere e questa parete in particolare, oggi non più collegata al battistero e alla cui sommità sono tre timpani murati, ornati da tre croci a bracci uguali e tre formelle marmoree antiche su sei, forse, sempre stando al Ricci, d’influenza veneziano-bizantina e databili fra X e XII secolo.

Muro -“casa di Drogdone”, Ravenna: particolare del timpano centrale con croce e due formelle

Di certo resta però l’indicazione precisa del sito: lì visse Drogdone. Già, ma chi era costui?

La fonte principale in questo caso è la ricchissima Historia Langobardorum di Paolo Diacono (VIII sec.), dove ai paragrafi 18 e 19 del libro terzo si narra che ai tempi di re Autari (fine VI secolo), il duca d’origine sveva Droctulfo, forse figlio di prigionieri di guerra o addirittura egli stesso prigioniero in gioventù ma tanto valente da guadagnarsi onore e il massimo titolo presso i Longobardi, suo nuovo popolo, da cui a un certo punto, forse per vendicarsi della prigionia patita o per dissidi col sovrano, si staccò tornando ad essergli nemico e, da Brescello sul Po dov’era arroccato, passò dalla parte dell’imperatore d’oriente, ovvero andò a difendere Ravenna e Classe dagli attacchi dei suoi ex sodali uscendone vincitore. Per tali meriti i ravennati posero le sue ossa, come da lui richiesto, nell’insigne basilica di S. Vitale (il che farebbe supporre anche una sua conversione religiosa), con un epitaffio commovente, riportato per intero dal Diacono: pare fosse terribilis visu facies, sed mente benignus, “terribile d’aspetto, ma benigno d’animo e con una lunga barba sul cuore coraggioso./ Poiché amava i pubblici segni di Roma,/ fu sterminatore della sua stessa gente./ Trascurò i suoi cari genitori, mentre amò noi,/ ritenendo che questa fosse, o Ravenna, la sua patria”.

Che spiegazione dare ad una tale radicale presa di posizione? Il grande cieco veggente della letteratura del ‘900, Jorge Luis Borges, avanza un’ipotesi lirica e plausibile a un tempo nella bella pagina dedicata a questo personaggio nel L’Aleph (1952), in particolare nel racconto Storia del guerriero e della prigioniera: “Immaginiamo, sub specie aeternitatis, Droctulf, non l’individuo Droctulf, che indubbiamente fu unico e insondabile (tutti gli individui lo sono), ma il tipo generico che di lui e di molti altri come lui ha fatto la tradizione, che è opera dell’oblio e della memoria. Attraverso un’oscura geografia di selve e paludi, le guerre lo portarono in Italia, dalle rive del Danubio e dell’Elba; forse non sapeva che andava al Sud e che guerreggiava contro il nome romano.

Forse professava l’arianesimo, che sostiene che la gloria del Figlio è un riflesso della gloria del Padre, ma è più verosimile immaginarlo devoto della Terra, di Hertha, il cui simulacro velato andava di capanna in capanna su un carro tirato da vacche, o degli dèi della guerra e del tuono, che erano rozze immagini di legno, avvolte in stoffe e cariche di monete e cerchi di metallo. Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo. Le guerre lo portano a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. Vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di queste opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi si toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale.

Forse gli basta vedere un solo arco, con un’incomprensibile iscrizione in eterne lettere romane. Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche ch’essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania. Droctulf abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore, e sulla sua tomba incidono parole che non avrebbe mai comprese:

Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,

hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Non fu un traditore (i traditori non sogliono ispirare epitaffi pietosi), fu un illuminato, un convertito. Alcune generazioni più tardi, i longobardi che avevano accusato il disertore, procedettero come lui; si fecero italiani, lombardi, e forse qualcuno del loro sangue – un Aldiger – generò i progenitori dell’Alighieri… Molte congetture è dato applicare all’atto di Droctulf; la mia è la più spiccia; se non è vera come fatto, lo sarà come simbolo.”

Ravenna, muro -“casa di Drogdone” e, ormai disgiunto, il battistero degli Ariani oggi

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E amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue facoltà e saranno queste parole che io ti comando oggi sul tuo cuore.Deuteronomio 6, 5-6

Dio non ha creato la donna partendo dalla testa dell’uomo perché lui la comandi; né partendo dai suoi piedi perché lei sia sua schiava. L’ha creata partendo dal suo fianco, di modo che sia più vicina al suo cuore.” Dal Talmud

Marc Chagall, Solitudine, 1933, Tel Aviv Museum, Tel Aviv

Alcuni libri desideriamo leggerli, altri vogliono essere letti. È come se ci cercassero.

Nel caso di Yeshayahu Leibowitz (Riga, 1903 – Gerusalemme, 1994), la segnalazione mi è arrivata da un’amica preziosa: a volte capita di trovare autori che ci fanno esclamare: – ma come ho fatto prima, senza te, a capire!- E infatti non è possibile capire davvero alcuni argomenti se non sono spiegati da maestri interni e intrisi di una data cultura d’origine. Lo stesso, ad esempio, si può dire per le traduzioni vediche di Panikkar o del genio di Pavel Florenskij: senza il suo Le porte regali (prefazione di Elémire Zolla, Milano, 1977) il mondo e il senso dell’icona ortodossa resterebbero comunque oscuri, nonostante negli anni si siano aggiunte decine di saggi storicamente validi, non ultimi quelli di Tania Velmans.

Ma solo un ortodosso può arrivare lucidamente a dire che l’icona non è un quadro che rappresenta il sacro, come nella tradizione cattolica-occidentale (non a caso ritenuta idolatra), ma è il sacro stesso, come “una finestra è una finestra in quanto attraverso ad essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce…” (P. Florenskij)

Tornando a Leibowitz, in Italia sono ancora rare sue pubblicazioni, principalmente due, a cura dell’editrice Giuntina, specializzata su testi ebraici: la raccolta Lezioni sulle Massime dei Padri e su Maimonide (col piccolo benché ottimo glossario posto in fondo al libro, Firenze, 1999), ciclo di conversazioni radiofoniche su argomenti vari, dai detti dei Padri, rabbini del II sec. a.C. – I sec. d.C., ai possibili significati della Torà, dal Talmud alla Mishnà, dall’importanza della preghiera rituale a Maimonide, latinizzazione di Moshé ben Maimon (Cordova, 1135 – Il Cairo, 1204), filosofo e sapiente ebreo, nonché stella polare della vita e degli studi di Leibowitz, che, sia detto per inciso, non si occupò solo di teologia, ma parallelamente di chimica e filosofia della scienza, oltre ad essere stato un sionista sostenitore del dialogo con i musulmani.

Yeshayahu Leibowitz (Riga, 1903 - Gerusalemme, 1994)

L’altro suo testo, più breve, ma a mio giudizio ancor più importante delle Lezioni, è l’illuminante La fede ebraica (Firenze, 2001), in cui l’autore affronta magistralmente e spiega con semplicità la natura della vera fede, ovvero quella fine a sé, grazie alla quale si crede perché si ha appunto fede e l’uomo è al servizio di Dio senza chiedergli aiuto o dubitare della sua mano, volontà o Parola. Al riguardo Leibowitz cita tre casi biblici emblematici: Abramo, Giobbe e Qohelet (su quest’ultimo, essendo uno dei libri più importanti della storia dell’umanità, si tornerà con un post specifico), il primo in rapporto diretto con Yahweh, il secondo “fronteggia i suoi compagni in una grande discussione”, mentre il terzo è a “colloquio con se stesso, ma in fin dei conti arrivano tutti alla stessa fede «fine a se stessa»”, come anzitutto testimonia Abramo, forse il punto più alto dell’affidarsi cieco a Dio (e anche il più difficile da seguire per gli uomini): “la protagonista della vicenda del sacrificio di Isacco non è però la giustizia, ma la fede, ed essa si trova al di là delle categorie umane. Sulla fede, così come essa traspare nella vicenda del sacrificio, l’uomo non può discutere con Dio: o crede o non crede. Abramo credette e tacque.” (Yeshayahu Leibowitz)

Mi viene in mente una frase che lessi molti anni fa nel quartiere braidense di Milano, sorta di parafrasi cattolica di un pensiero di Franz Werfel: “per chi ha fede nessun miracolo è necessario, per chi non ha fede nessun miracolo è sufficiente.

Concludo con una storia chassidica (e non si può non segnalare il bel Meridiano dedicato a Martin Buber, Storie e leggende chassidiche, Milano, 2008), tradizione altra, differente da Leibowitz, ma se non ricordo male, una delle visioni del paradiso ebraico è Dio seduto attorno ad un tavolo coi maestri e i profeti di ogni tempo, intento ad una discussione infinita intorno al senso della Legge, che così resta eternamente viva, nella ricchezza e nella diversità di un dibattito cui Dio stesso non vuole porre la parola fine.

Quando il maestro spirituale Israel Ba’al Shem Tov, fondatore dello chassidismo, aveva un difficile compito davanti a sé, si recava in un certo luogo nei boschi, accendeva un fuoco e meditava in preghiera. E ciò che aveva deciso di fare realizzava.

Una generazione dopo, quando il suo discepolo dovette assolvere lo stesso compito, si recò nello stesso luogo nei boschi e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, ma conosciamo ancora le preghiere.” E ciò che aveva deciso di fare si realizzò.

Un’altra generazione dopo, quando anche il discepolo del discepolo dovette assolvere lo stesso compito, si recò nello stesso luogo nei boschi e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, non conosciamo più le preghiere, ma conosciamo ancora il luogo nei boschi dove è successo. Dev’essere sufficiente.” E fu sufficiente.

Ma un’altra generazione dopo, quando il discepolo del discepolo del discepolo si sedette nella sua poltrona dorata, nel suo castello, disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco. Non conosciamo più le preghiere. Non conosciamo più il luogo nei boschi dove tutto ciò è successo. Ma possiamo ancora raccontare la storia.” (da Racconti dei saggi yiddish, Milano, 2010)

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