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Archive for the ‘religioni’ Category

Premessa: di seguito presento un testo inedito, scritto questa estate per l’amico e artista Bacco Artolini e dedicato a un’unica sua tela: Il dono del cervo (2019). Si compone di tre parti: la prima in versi, in cui parla il cervo protagonista dell’opera. La seconda è una pagina critica e di studio, mentre le ultime righe sono affidate a un mio ricordo autobiografico, prosa dunque, sempre connessa con il dipinto. Buona lettura.

Bacco Artolini, Il dono del cervo, 2019

Bacco Artolini. Vie del sacro

di Luca Maggio

“Simulaverat artem/ ingenio natura suo” Publius Ovidius Naso, Metamorphoses III, 158-159

1.

A notte ascolto

Ombre che trovano

Me e domando pace

E tempo il senso

La durata sangue

E tempo

– cosa sia il mio mito

come tradurmi –

Sono vittima fatale della mente

Umana io vedo a occhi

Chiusi scotta il panno

Su cui poso il vassoio

Separa distrae

– lo schema mio facciale

multi-tri-angolare –

Mentre graffiti e polveri primordiali

Escono entrano da me generano

Ché sono universo

2.

Scrivevo un anno fa – settembre 2018 – sul percorso pittorico di Bacco Artolini come in generale fosse “neomitologico o metamitologico, nel senso che riattiva narrazioni ancestrali e archetipiche combinandole con la contemporaneità alla ricerca del mistero-uomo, non necessariamente della sua soluzione.”

In questa pagina l’analisi si concentra su una tela sola con i mezzi concorrenti di poesia, critica e prosa nel finale.

Nell’opera in questione, Il dono del cervo, datata sul retro 4 aprile 2019 (dove pure è scritto a matita: “dimmi buon/ signore/ che siedi così/ quieto, la/ fine del tuo/ viaggio che/ cosa ci/ portò” e ancora “piango il mio/ destino/ io presto/ morirò”), si vede centrale una grande testa di cervo mozzata, occhi chiusi, senza sangue, sopra un vassoio a sua volta su un panno – oggetto feticcio di questo artista – tutto come sospeso su uno sfondo notturno, il cui stellato è rappresentato da graffiti neoprimordiali con figure ora femminili e arrotondate evocanti la fertilità, ora maschili provviste di ali, che letteralmente fuoriescono dalle corna tronche come rami di ciliegio potati, volando, spargendosi sotto forma di semi sulla parete della grotta-notte, inseminando di sé il fondo scuro e uterino di questa sorta di rigenerazione cosmica, cui pure partecipano altri tratti minimi e fitti che lambiscono alcuni particolari anatomici della bestia – occhi orecchie muso – e si spandono forse per azione dei medesimi graffiti antropomorfi (e se questi si esaurissero atomizzandosi nei segni-trattini?), forse motu proprio originandodal capo dell’animale, in ogni caso contribuendo alla fecondazione del mistero contemplato nella parte inferiore del quadro da altri minuscoli guerrieri, a loro volta graffiti, provvisti di lance e scudi: undici a sinistra e due a destra (la somma di tredici non è incidentale), su cui plana un uccello, forse messaggero divino. Una nuvola di panno presenta sorregge separa la “ierofania” (Mircea Eliade) dagli astanti. Significativamente il confine fra lo spazio sacro in cui accade l’apparizione e gli angoli in cui sono radunati gli omini è marcato da un recinto di brevi solchi paralleli e ripetuti, attornianti per intero il panno che conclude il proprio spiegarsi in un nodo inestricabile, posto in un punto equidistante benché relativamente vicino ai due gruppi umani. Essi possono forse vedere, non comprendere sino in fondo.

Anche noi come questi figurini stilizzati stiamo assistendo a una sacra rappresentazione, epifania di spazio-tempo mentale, mitico, e in forza di tale finzione attorno alla parte dipinta è lasciato opportunamente vuoto un perimetro bianco.

Tralasciando lo schema di costruzione della testa, dovuto all’intersezione di più triangoli e trapezi, uno dei riferimenti celtico-camuni più espliciti è al dio cervo Kernunnos – Cernunno Cernunnus Cervino – dalle incisioni rupestri di Naquane in Valcamonica, in particolare la roccia 70 forse databile al VI-V sec. a.C., al cosiddetto calderone danese di Gundestrup del II-I sec. a.C., passando per la formella dell’altare di Parigi al cosiddetto “stregone” della caverna dei Trois Frères. Il cervo, come altre bestie, è ricercato dall’uomo che se ne ciba, ne usa la pelle per cucire indumenti, le ossa come utensili, ma ha specificità dovute alle corna arcuate connesse sia alla forma del sole e ai suoi raggi, sia al ritmo ciclico-stagionale della vita dato il loro cadere e rinnovarsi annuale, credenze in seguito metabolizzate armonicamente nel cristianesimo in figure di santi quali Uberto e prima ancora Eustachio. Questi, nelle mille sue traversie, incontrò Cristo nelle sembianze di croce luminosa – sole raggiato – fra le corna di un cervo in un bosco – grembo scuro e generativo in questo caso di selva. Senza contare il rimando nel vassoio qui dipinto alla decollazione di Giovanni Battista nei sinottici (Mt 14, 1-12; Mc 6, 14-29).

Altra figura essenziale è anche Atteone, erede in-consapevole, dionisiaco e mediterraneo, degli sciamani celtici che “uccise il cervo, gli mozzò la testa e la indossò. E i suoi cani, avendolo riconosciuto, si allontanarono da lui e lo abbandonarono” (P. Klossowski, Il bagno di Diana, Milano 2018, p.40). Salvo poi sbranarlo non appena Diana, gemella lunare di Apollo, ne decreta la metamorfosi completa in cervo a motivo della visione sacrilega del corpo suo divino e vergine. “Atteone, nella leggenda, vede perché non è in grado di dire ciò che vede: se fosse in grado di dirlo, smetterebbe di vedere. Ma l’Atteone che medita nella grotta presta all’Atteone che irrompe all’improvviso nel recinto sacro dove Diana fa il bagno le seguenti parole: Non dovrei essere qui, per questo sono qui.(…) mai testa di cervo fu più piena di pensieri; poiché anche il pensiero più generosamente disposto ad annullarsi è pur sempre geloso del suo progressivo nulla, e per quanto possa sprofondare nella notte, è pur sempre sguardo che scruta la notte.” (P. Klossowski, op. cit., pp.71,74)

Che poi questa notte in cui sorge il mito sia puro sogno di Diana, incubo di Atteone o ipogeo archetipico umano, lascio a altri quale viluppo da indagare.

Il percorso dei guerrieri graffiti, parallelo ai nostri occhi desideranti di avvicinarsi alla rivelazione di una conoscenza che da sempre l’uomo tramanda in forma picta ben prima del cosiddetto linguaggio alfabetico, è assimilabile a quello del pellegrino, “viaggiatore che ha lasciato la propria dimora per prendere la strada che lo porterà in un altro luogo. (…) il luogo a cui tende è l’incontro “del mistero”. (…) Al centro troviamo non solo la montagna cosmica ma anche l’albero sacro, asse del mondo” – nel nostro caso la testa del cervo con le sue corna – “Di per sé l’albero manifesta la realtà della vita in perpetua rigenerazione, è il simbolo della rinascita e dell’immortalità, il segno della fecondità, dell’opulenza, della vita e della salute. È l’axis mundi, che mette in comunicazione i mondi sotterranei, la terra e il cielo: asse del mondo, albero di vita, albero cosmico.” (J. Ries, Pellegrinaggi, pellegrini e sacralizzazione dello spazio, in AA.VV. Il mondo dei pellegrinaggi. Roma, Santiago, Gerusalemme, a cura di P. Caucci von Saucken, Milano 2018, pp.19, 22)

3.

Ora ricordo. Molti anni fa, ora nella mia mente. In una radura della Foresta Umbra, cuore del Gargano. Una famiglia di cervi. Apparizione come nella Visione di sant’Eustachio del Pisanello. Reciprocamente ci osserviamo. Sono solo. Vicino. Non so il tempo trascorso. Tutto è immobile. Persino le cicale tacciono. Non sono conscio di correre pericolo. Attimo di occhi di animali negli occhi di un altro animale. Riempie. Mi basta. Il silenzio in natura come esperienza possibile. Non è assoluto ovattato da laboratorio. Ma è silenzio. Poi un refolo. Tutto scorre. Perdiamo il contatto. Scompaiono. Proseguo verso il mare.

Ravenna, 31 luglio 2019

nel giorno di Ignazio di Loyola

guerriero e santo

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La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Premessa: quello che segue è il mio testo critico e prefazione al catalogo Primošten Gospa od Loreta, a cura di Vanesa Varga (Primošten 2017). Desidero ringraziare l’artista e professore Milun Garcevic per avermi coinvolto in questo bellissimo progetto.

La Madonna di Loreto sul colle Gaj a Primosten

di Luca Maggio

“Sgomento d’ogni sgomento,/ recare i Cieli nel mio grembo.” W.B.Yeats, La madre di Dio

“Torna da noi, Madonna, torna da noi con tuo figlio!” A. Bonifačić

La vita riserva non poche sorprese non sempre positive e di fronte ad alcune difficoltà si possono avere dubbi, timori, paure persino. Si può pensare di ritirarsi perché talvolta il coraggio rischia di dissolversi proprio quando la battaglia incalza o l’incertezza per noi o i nostri cari diventa intollerabile. Le forze cedono e non si sa se procedere e come aiutare chi ci sta a cuore, come dissipare la nuvola di dubbi che tiene prigioniera la nostra mente e non permette di agire. Non a caso il poeta latino Lucrezio all’inizio del secondo libro del suo capolavoro Sulla natura delle cose scrive: “È bello, quando sul vasto mare i venti sollevano le acque,/ seguire da terra la disperata lotta altrui;/ non perché sia un dolce piacere che qualcuno sia in pericolo,/ piuttosto perché è dolce rendersi conto di quali mali tu sia privo.”[1]

Ma quando tocca a ognuno di noi affrontare la tempesta? Siamo esseri umani e abbiamo bisogno di sogni da realizzare e di conforto lungo il cammino. A chi rivolgere le prime preghiere di aiuto per imparare a muovere i passi iniziali di quel tempo breve o duraturo che chiamiamo esistenza? Anzitutto alla figura materna, dispensatrice di vita e amore che da sempre accompagna l’uomo. E il bacino del Mediterraneo ne è culla preziosa nei riferimenti paleolitici e neolitici alla Grande Madre, come alle sue declinazioni nelle divinità di diverse culture con altrettante differenti funzioni, da Ishtar a Demetra, da Mater Matuta a Iside. Quest’ultima in particolare è stata talvolta associata alla Vergine Maria cristiana sia per il colore nero di alcune sue rappresentazioni (Iside è la notte che partorisce la luce di Horus, divinità solare), sia per la maternità di alcune sculture che la ritraggono nell’atto di allattare il figlio.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La Vergine di Loreto è una delle tante e antiche Madonne nere sparse per il mondo e il suo culto raggiunse Primosten in Croazia nella prima metà del XIX secolo: una sua immagine è tuttora venerata e ogni anno festeggiata nella chiesa di St. Juraj quale protettrice di tutta la popolazione. Un vero e proprio patto di amicizia lega inoltre Loreto e Primosten dal settembre del 2011 e l’anno successivo ha avuto origine l’imponente progetto che è stato solennemente inaugurato nel maggio 2017: sul colle Gaj che domina la cittadina dalmata è stata realizzata una statua in onore della Madonna lauretana di ben 12,5 metri, che diventano 17,5 se si considerano anche le scale d’accesso e il piedistallo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

L’opera ha impegnato con i rispettivi collaboratori l’architetto Aron Varga e il professor Milun Garcevic, docente di Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria, che ha ideato una decorazione musiva di sfolgorante bellezza per l’intero manto esterno della Vergine (una superficie di ben 90 metri quadrati), oltre che per il pavimento (22 metri quadrati) della cappella sottostante la statua e raffigurante i quattro fiumi della Genesi che proseguono anche sul piazzale esterno del luogo consacrato, quasi divenendo raggi di luce che si spandono alla base dell’intera costruzione, a sua volta da intendersi come faro di luce e fede per chiunque la visiti da vicino o la veda dal mare.

La cappella sotto la statua con i quattro fiumi biblici

In particolare il tema dei quattro fiumi (Pison, Gihon, Tigri, Eufrate), che secondo il racconto biblico segnavano i confini del mondo e a loro volta si dipartivano dall’unico corso d’acqua che Dio aveva posto in Eden[2], è assai antico e lo si ritrova ad esempio nei mosaici bizantini del VI secolo nell’abside di San Vitale a Ravenna, dove simboleggia la potenza eterna di Cristo come signore della storia[3], come nel particolare di un’altra abside a mosaico più tarda (XII secolo) nella basilica di San Clemente a Roma, dove due cervi, allegorie dell’anima del credente[4] e insieme figure cristologiche[5], si abbeverano a quelle fonti originarie del creato stesso.

La cappella con i quattro fiumi biblici (particolare)

Del resto anche nella cappella di Primosten, dove l’immagine dei fiumi biblici, ossia l’acqua primordiale della vita, è risolta con tessere di quarzite brasiliana dai diversi colori (azzurro, rosso ferroso, verde, ambrato), che partendo da un altare-monolite centrale in pietra formano un disegno sinuoso su cui compaiono le iscrizioni in ebraico con i quattro nomi fluviali, la tradizione veterotestamentaria si lega con un altro antichissimo motivo cristiano e neotestamentario, quello del pesce.

La cappella con i quattro fiumi biblici: Pison

La cappella con i quattro fiumi biblici: Gihon

Qui infatti i quattro pesci, sempre in mosaico e nuotanti in ciascun fiume, richiamano significati molteplici: l’etimologia cristologica dell’acrostico greco Ichthys[6], la chiamata di Gesù rivolta a Simone e Andrea[7], l’allegoria del “pesce-buon cristiano” che rinasce nella piscina battesimale come testimoniato da Tertulliano[8], mentre Clemente Alessandrino si rifà al Cristo pescatore di uomini[9].

La cappella con i quattro fiumi biblici: Tigri

La cappella con i quattro fiumi biblici: Eufrate

L’esterno della cappella a tronco di cono è rivestito in granito verde-mare, tonalità chiara in accordo con la delicatezza cromatica del mantello della Madonna (oltre a sposarsi col verde dei vigneti e della vegetazione circostante), mentre l’interno riceve costantemente la luce solare grazie a delle finestre-feritoie verticali che corrono da est a ovest, dunque seguendo il corso dell’illuminazione naturale.

Sopra questo possente basamento che poggia su quattro pilastri, si trova l’anello di congiunzione con la statua vera e propria, anch’essa di forma conica o “a campana” sia come l’originale Vergine di Loreto, sia come alcuni splendidi minareti musulmani[10], poiché l’elevazione verso la luce di Dio non conosce confini religiosi e l’arte ne è un suo ponte privilegiato. Del resto, se la parola “ponte” è nell’etimologia stessa del nome Primosten, non bisogna scordare che il Corano dedica alla Madre di Gesù l’intera Sura 19 e così la definisce nel XII secolo il grande mistico iraniano Rûzbehân Baqlî: “Lei fu fatta per portare l’altissima Parola e la Luce dell’altissimo Spirito. Quando si trovò incinta, perché attraversata dal riflesso della bellezza dell’Eterno, si appartò dalle creature, mettendo la sua gioia nell’unione con la realtà.”[11]

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Quest’opera non è solo un faro di splendore luminoso per i mosaici e il significato spirituale che la caratterizzano, ma è anche ponte fra le due sponde dell’Adriatico, come scrisse Ivo Andrić: “…tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.”[12]

La statua di questa Madonna è costituita da otto sezioni, sei per il mantello, una per le teste di Maria e del Bambino e infine l’ultima con la corona a tre croci croata, che ricorda il numero della Trinità, come quello dei raggi mosaicati che partono dal capo di Gesù sull’aureola che ne circonda il volto.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

I due santi ritratti sono in cemento armato successivamente verniciato in grigio-marrone e protetti da un rivestimento trasparente, come del resto tutto il mosaico della statua, e sono opera dello scultore Nikola Vidrag, il quale per Maria si è ispirato al rinascimento fiorentino e alla Proserpina del neoclassicista statunitense Hiram Powers, mentre per Gesù ha guardato a Donatello. Il loro colore scuro, oltre a inserirsi nella tradizione delle Madonne nere, ricorda la preziosità dell’ebano ma è anche simbolo di umiltà, di richiamo alla terra, che insieme all’acqua e alla luce forma la vita sul nostro pianeta: non a caso essi sono i tre elementi fondamentali più volte citati in quest’opera.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La ricchissima decorazione musiva del manto, ottenuta grazie a un uso sapiente di tecniche[13] e di materiali svariati dai colori chiari (marmi, quarzi, specchi e vetri musivi anche in oro e argento), scelti e disposti per riflettere più luce possibile come la pioggia di tessere specchianti sul velo del capo della Vergine, qualità che sarebbe forse piaciuta allo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (“In verità la Luce è del Bene ed è immagine del Bene: così si celebra il Bene dicendolo Luce”)[14], spazia dai classici simboli mariani come il monogramma con la doppia M intrecciata, la stella e la rosa, a giochi di geometrie simmetriche che rimandano all’intera storia del mosaico, dall’Eanna[15], il tempio mesopotamico di Inanna originariamente a Uruk, alle eleganze delle decorazioni islamiche, sino alle linee curve, fluenti e quasi calligrafiche dei racemi come dello stile armonico di Milun Garcevic.

La Madonna di Primosten dunque risplende da lontano con i movimenti che la luce compie sulla sua superficie e ricorda a ogni visitatore la sua presenza protettiva, così ben espressa nell’antica Liturgia bizantina delle ore: “Salvami, Signora, per la tua intercessione e concedimi di alzarmi dal sonno tenebroso per dare gloria a te con la potenza del Figlio di Dio che da te ha preso carne.”[16]

E se anche non si fosse credenti, questa figura che avvolge in un grande e candido manto suo figlio ricorda a tutti il dovere di custodire la vita, specie degli indifesi, come un bozzolo di farfalla che sta per aprirsi e un giorno spiccare il volo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

 

Note:

[1] Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II, 1-4: “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,/e terra magnum alterius spectare laborem;/ non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,/sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.”

[2] Genesi, 2, 10-14.

[3] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, p.37.

[4] “Come la cerva anela/ai corsi d’acqua,/ così l’anima mia anela/ a te, o Dio.”, Salmo 42,2.

[5] Secondo Ambrogio e, dopo lui, Agostino, il cervo-Cristo vince il serpente-Satana, sempre rappresentati nel sopracitato mosaico in San Clemente a Roma, in G.-H. Baudry, Simboli cristiani delle origini, I-VII secolo, Milano 2009, pp.106-107.

[6] Ichthys: Iesous Christos, Theou Yios, Soter ossia “Gesù Cristo. Figlio di Dio, Salvatore”. Non si sa chi abbia inventato questo acrostico, ma Agostino riferisce di averlo letto in un testo greco della Sibilla di Eritrea, in G.-H. Baudry, 2009, pp.41-42.

[7] “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.”, Matteo, 4, 18-19.

[8] “Noi, piccoli pesci, che prendiamo il nome dal nostro Ichthys, Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo in essa siamo salvati.”, Tertulliano, Il Battesimo, 1,3.

[9] “Pescatore di uomini, di quelli che hai salvato dal mare del vizio; i pesci puri dall’onda avversa trai alla vita amabile.”, Clemente Alessandrino, Il pedagogo, III, 12, 101,3.

[10] Ad esempio i minareti di Emin a Turfan  nello Xinjiang cinese, l’Islam-Khodja e il Kalta-Minor a Khiva in Uzbekistan o la Torre di Burana in Kirghizistan.

[11] R. Baqlî, Commento al Corano, 2,7.

[12] I. Andrić, Racconti di Bosnia, 1963 (Roma 1995).

[13] In particolare: : opus incertum, opus regulatum, opus reticulatum, opus listatum.

[14] Pseudo-Dionigi l’Areopagita, De divinis nominibus, IV, 4, in I mistici dell’Occidente, Vol. I, a cura di E. Zolla, Milano 2003, p. 447.

[15] Letteralmente la “Casa del cielo”, i cui resti sono oggi conservati al Pergamonmuseum di Berlino.

[16] Maria. Testi teologici e spirituali dal I al XX secolo, a cura della Comunità di Bose, Milano 2000, p.403.

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Non è la prima volta che acquisto e apprezzo le pubblicazioni Humboldt Books, la cui eleganza ne fa prodotti unici studiati e calzati nel dettaglio su ciascun tema e autore (ad esempio in Dreams di Gianfranco Baruchello e Michele Mari: la costa bianca fa la differenza).

Ritengo che con Ontani a Bali si siano superati: è perfetto. Dal colore di copertina, all’oro delle lettere, aprendo con le foto di Giovanna Silva in eco ghirriano nel Sud-est asiatico e ponendo il testo in fondo, dopo le immagini, inframmezzato dai di-segni del “mago” Ontani.

A proposito: lo scritto di Emanuele Trevi è un capolavoro di equilibrio e cultura e stile in levità (come le fiamme del rogo finale), in cui si amalgamano lirismo, osservazioni personali e psico-mitologiche e si comprende appieno, finalmente, la geniale unicità di Luigi Ontani meglio di tanti saggi di mestiere in cataloghi ego-riferiti e non vissuti, poiché narrando in prima persona degli ogoh ogoh balinesi, della cerimonia-festa-processione collettiva che li conduce dalla preparazione meticolosa alla loro distruzione spettacolare, mostra come “le prime storie, i grandi archetipi, si siano formate nelle mente dell’uomo: non come immagini credibili del mondo, governate dai principi della logica, ma come vortici di violenza e desiderio, allucinazioni, slittamenti imprevedibili del dopo nel prima, dell’umano nel bestiale, del bestiale nel cosmologico.” Volume bellissimo.

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umanisti-italiani

Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

umanisti-italiani-ravenna

 

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mortara-1

Nel cuore nero del XIX secolo italiano, venne commesso un incredibile gesto di crudeltà nei confronti di un’indifesa famiglia ebrea bolognese da parte dell’agonizzante Stato pontificio (Bologna si sarebbe presto unita al Regno sabaudo nel marzo 1860 tramite plebiscito): la sera del 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, che avrebbe compiuto i sette anni il 27 agosto, venne sottratto di forza ai suoi genitori Momolo e Marianna e ai suoi sette fratelli dalla polizia su ordine dell’inquisitore Padre Feletti dietro denuncia dell’ex domestica dei Mortara di aver battezzato il bambino durante una malattia che credeva mortale. Tutto questo era falso e la donna solo un’ingrata vendicativa, ma bastò secondo la legge del tempo per avviare il sequestro e trasferire il piccolo “neocristiano” a Roma dove sarebbe stato educato al cattolicesimo e per sicurezza ribattezzato (dunque le autorità ecclesiastiche sapevano benissimo la malafede con cui stavano agendo), sino a diventare sacerdote e come tale morire nel monastero di Bouhay, vicino Liegi, nel 1940.

A nulla valsero gli appelli disperati della famiglia, il clamore che tale vicenda suscitò presso le corti di mezza Europa e il processo intentato sotto il Regno d’Italia all’ex inquisitore: Pio IX fu crudelmente irremovibile e a parte un breve incontro assistito non diede altri permessi di far rivedere il proprio bambino a dei genitori in sostanza distrutti.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43x351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43×351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Da secoli gli ebrei “deicidi” erano vittima dell’antisemitismo cristiano: senza citare gli studi fondamentali di Lev Poljakov, vengono in mente Il miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello, lo straordinario Shylock shakespeariano, le persecuzioni della corona spagnola da Ferdinando II d’Aragona a Filippo II contro i marranos  o gli altrettanto orrendi pogrom dall’altra parte d’Europa, sino al caso Dreyfus nella civilissima Francia di fine ‘800.

E pur sapendo bene che il primo dovere di uno storico è sempre quello di contestualizzare avvenimenti e sentimenti altrimenti incomprensibili (la schiavitù nell’economia della storia antica, ad esempio), resta sorprendente il cieco accanimento dell’ultimo Papa Re nei confronti di questo bambino e della sua famiglia, come a voler dimostrare un potere ormai fuori dalla storia.

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 118x42

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 42×118

Steven Spielberg, basandosi sul libro di David Kertzer Prigioniero del Papa Re (The Kidnapping of Edgardo Mortara, 1997), girerà presto un film sull’accaduto e l’amico Vanni Cuoghi, nello splendido ciclo che lo scorso anno ha dedicato ai 500 anni del ghetto veneziano, ha ideato un’opera/libro d’artista con svolgimento orizzontale (forse memore della tavola uccellesca) sul caso Mortara di lugubre e calzante perfezione, così carica d’ombre e grigi e neri e azzurri plumbei (l’immagine è all’interno del catalogo Vanni Cuoghi. Da Cielo a Terra, testi di Ivan Quaroni e Riccardo Calimani, Ravenna 2016).

Ma è con piacere che in questo 27 gennaio desidero ricordare la madre di tutti gli studi senza il cui apporto non si saprebbe quasi nulla di una vicenda dimenticata anche a causa dell’orrore indicibile della Shoah, la storica Germana Volli col suo Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX pubblicato nel 1960 e recentemente rieditato dalla benemerita Giuntina di Firenze. L’attenzione, il rigore, la passione autentica e non faziosa per la storia e i suoi documenti rendono di stretta attualità la quarantina di leggibili e scorrevoli pagine di questo libro sia per gli accadimenti in esso descritti sia come esempio del lavoro di un vero storico che ha un solo fine: la verità.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent'anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent’anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

 

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Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Armonizzare le differenze

Testo e performance a cura di Fulvio Chimento e Raffaele Quattrone  con il patrocinio di Regione Marche

La performance Terzo Paradiso/Rebirth Day presso l’Ashram Joytinat di Corinaldo (AN) fa parte di una serie articolata di eventi e momenti espositivi organizzati in tutto il mondo: una delle più articolate operazioni artistiche pensate collettivamente negli ultimi anni. Grazie alla curatela di Fulvio Chimento e Raffaele Quattrone il Terzo Paradiso è stato ospitato per la prima volta in un Ashram (in sanscrito “via delle difficoltà”, ma può essere tradotto in italiano come “luogo di ritiro”), un luogo che accoglie persone di differente provenienza sociale, senza distinzione di genere, religione e nazionalità, in cui la “regola” fondante è quella del Karma Yoga (dove Karma significa “azione” e Yoga “unione”). L’Ashram Joytinat è una comunità vedica fondata dal Maestro indiano Swami Joythimayananda, in cui le attività quotidiane vengono svolte con l’attitudine mentale di offrire Seva (“servizio”), eseguendo il proprio lavoro senza aspettative. Tali concetti di provenienza orientale si sposano con la poetica di Michelangelo Pistoletto, che è incentrata sulla “demoprassia”, ovvero il “mettere in atto pratiche vive di impegno civile creativo”, e sulla convinzione olografica che “ogni frammento di specchio è parte del Grande Specchio in quanto ne conserva tutte le caratteristiche e qualità”.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'A, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’A, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Tra i vari contesti espositivi che hanno ospitato il Terzo Paradiso ricordiamo il Musée du Louvre di Parigi (2013) e la Biennale di Venezia (2005), oltre a luoghi pubblici di inestimabile valore storico-artistico, come le Terme di Caracalla a Roma (2015 e 2016), Piazza Duomo a Milano (2015) e il Mercato Centrale di Firenze (2015). Ma il progetto con cui il Terzo Paradiso realizzato in Ashram trova maggiore affinità, anche in relazione al valore spirituale del luogo, è il Bosco Sacro di San Francesco ad Assisi. Qui, nel 2010, l’artista piemontese ha inscritto il simbolo del Terzo Paradiso solcando il terreno del bosco con l’aratro e piantando 150 alberi di ulivo che, crescendo, hanno dato forma a un’opera ancora oggi in divenire. Nel caso specifico dell’Ashram, i curatori hanno deciso di utilizzare materiali reperiti esclusivamente in loco, con un chiaro riferimento alla “povertà” e alla naturalità degli elementi: balle di fieno, legno e sassi; nel cerchio centrale hanno scelto di lasciare in evidenza come simbolo di rinascita il verde del prato, ricco di erbe e fiori di campo, e inserito un grande fuoco con una pira di legname contorniata da calce bianca. In occasione dell’inaugurazione, il Maestro Joythimayananda ha affermato la necessità impellente per la società attuale di superare gli “egoismi” e i “dualismi”. In questo senso i due cerchi esterni del simbolo del Terzo Paradiso rappresentano altrettante entità separate, “io” e “tu”, mentre il cerchio centrale evidenzia il superamento tangibile di questo dualismo: il “noi”, il germe della nuova umanità basata sull’armonizzazione delle differenze, siano queste di tipo politico, religioso o culturale. La stessa concezione del progetto Terzo Paradiso/Rebirth Day è in quest’ottica un progetto de-soggettivizzato, in quanto, pur essendo stato ideato da un artista, è diventato a tutti gli effetti un progetto collettivo.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il simbolo del Terzo Paradiso è stato realizzato presso l’Ashram Joytinat con balle di fieno in un campo coltivato, per evocare un rimando concreto al lavoro, all’impegno, al “fare”. Il 4 settembre 2016 alle ore 18 è stato acceso al centro del simbolo un grande fuoco, ritualizzando in questo modo il passaggio dal vecchio al nuovo, da ciò di cui ci si vuole liberare e ciò che si vuole raggiungere. Dopo aver cantato la AOM (il suono “primordiale” dell’Universo secondo la cultura vedica), più di cento persone hanno compiuto in silenzio tre giri perimetrali, tenendosi la mano. Durante il rito ogni partecipante ha cosparso il terreno con terra mista a cenere, al fine di fertilizzare i campi, come avveniva nella tradizione contadina in Italia nei mesi estivi. Un chiaro simbolo di rinascita per una società che Michelangelo Pistoletto immagina basata su valori come condivisione, partecipazione, cooperazione, rispetto e sostenibilità. La performance, in questo caso, ha avuto anche una forte componente spirituale.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Nota: Il rapporto tra Pistoletto e la religione è un rapporto molto stretto. Ricordiamo alla fine degli anni Settanta la mostra “Divisione e moltiplicazione dello specchio. L’arte assume la religione” dove Pistoletto presenta due fondamentali direzioni del suo lavoro futuro. Al primo punto, Divisione e moltiplicazione dello specchio, Pistoletto ci arriva dividendo lo specchio in due e spostando le due metà fino a formare un angolo, in modo da permettere all’una di riflettere l’altra. Così se il sistema capitalistico prima moltiplica e poi divide, la nuova società deve prima dividere (cioè condividere) e poi moltiplicare quello che ha condiviso. La condivisione deve essere cioè la logica alternativa all’accumulazione ed esclusione tipica del capitalismo.

 

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Raffaello Sanzio, Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi, 1518 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze

VI. È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura: e queste distinzione e eccezione non si truovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione.

XXVIII. Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e le mollizie de’ preti: sì perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sì perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio, e ancora perché sono vizi sì contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano. Nondimeno el grado che ho avuto con piú pontefici, m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo, non per liberarmi dalle legge indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità.

CLXIV. La buona fortuna degli uomini è spesso el maggiore inimico che abbino, perché gli fa diventare spesso cattivi, leggieri, insolenti; però è maggiore paragone di uno uomo el resistere a questa che alle avversità.

Francesco Guicciardini (Firenze, 1483 – Arcetri, 1540), dai Ricordi, 1512-1530.

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