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Archive for the ‘scultura’ Category

Emilio Scanavino al MoMA di New York, 1961

Inaugurata lo scorso 9 novembre nelle sale di Palazzo Pigorini a Parma, la mostra Emilio Scanavino. Genesi delle forme, a cura di Cristina Casero e Elisabetta Longari in collaborazione con l’Archivio dell’artista e il sostegno del Comune di Parma, offre una lettura inedita dell’opera di Emilio Scanavino (Genova, 1922–1986), protagonista della stagione italiana della pittura informale negli anni Cinquanta, aggiornando poi i suoi modi nei decenni seguenti lungo una traiettoria personale e coerente.

Emilio Scanavino, Senza titolo, stampa vintage in bianco e nero, anni ’60
Emilio Scanavino, Germoglio, esemplare unico, 1967, terracotta

L’esposizione presenta – accanto a dipinti, ceramiche e sculture – più di cento fotografie scattate dallo stesso Scanavino, una produzione interessante e sostanzialmente inedita, conservata presso l’Archivio dell’artista. Intorno a questo nucleo di immagini è costruita, con un taglio innovativo, la mostra, che chiarisce quindi come la pratica fotografica sia stata parte integrante, sin dalla fine degli anni Cinquanta, della ricerca dell’autore. Dal confronto tra gli scatti e la produzione artistica si evidenzia anche l’affermarsi di un differente modo di concepire l’immagine pittorica o scultorea da parte di Scanavino, che affermava: “A me piace fotografare. Ma non cerco belle immagini, mi piace andare in giro e ritrarre lo scheletro della natura, certi buchi, certi solchi che i secoli hanno scavato nelle montagne. I detriti che si accumulano nei luoghi dove la nostra civiltà industriale raccoglie le sue scorie mi raccontano cose incredibili.”

Emilio Scanavino, Senza titolo, stampa vintage in bianco e nero, anni ’60
Emilio Scanavino, Studio, 1980, acrilico su cartone

Nelle sue fotografie, infatti, Scanavino immortala brani di realtà – corde, innesti, insetti, muri, nodi, pietre -, tutti elementi che qui diventano forme primarie, archetipi, il cui senso va oltre il loro significato letterale. Come evidenzia una delle due curatrici, Elisabetta Longari: “la fotografia aiuta Scanavino a leggere con evidenza il carattere particolare della materia, ne capta la qualità, la struttura segreta, e quindi il motivo per cui egli ricorre a questo strumento espressivo è “la conoscenza, la più profonda e diretta possibile. La fotografia in questo quadro si rivela un ottimo strumento d’indagine, l’obiettivo è un occhio ravvicinato cui non sfugge nulla, o comunque che sa cogliere ciò che l’occhio umano non afferra”. L’artista, dunque, assegna alla fotografia un ruolo fondamentale nel processo di genesi delle forme del suo immaginario, non fondato soltanto sulla sua invenzione, sulla sua immaginazione, ma capace di trarre forza anche da quella ricognizione sulla realtà che egli compie anche attraverso il mezzo fotografico. 

Emilio Scanavino, Il muro, 1954, olio su tela

Il fondamentale rapporto tra l’immagine fotografica e la produzione pittorica e scultorea di Scanavino, insieme all’analisi del linguaggio fotografico dell’autore, sono indagati nel catalogo della mostra, un volume edito da Magonza Editore, che presenta la produzione fotografica dell’autore, sinora poco conosciuta. I saggi delle due curatrici approfondiscono diversi aspetti: Cristina Casero si concentra più propriamente sull’analisi del linguaggio fotografico e sulle relazioni dell’artista con il clima culturale e il contesto espositivo a lui contemporaneo; Elisabetta Longari cerca, basandosi principalmente sui libri, come anche sui carteggi presenti nell’archivio del pittore, di tracciare una possibile mappa culturale del suo approccio alla fotografia e all’arte. Press Irene Guzman

Emilio Scanavino. Genesi delle forme
A cura di Cristina Casero ed Elisabetta Longari
In collaborazione con l’Archivio Emilio Scanavino e con il sostegno di Comune di Parma
Sede Palazzo Pigorini | Strada della Repubblica 29/A, Parma
Inaugurazione Sabato 9 novembre, ore 17.30
Date 10 novembre – 15 dicembre 2019
Orari Giovedì e venerdì dalle 14.30 alle 18.30 | Sabato e domenica dalle 10 alle 18.30
Ingresso libero

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Con questa premessa desidero ringraziare Elisa Simoni e il co-curatore Giovanni Gardini,  per la bella esperienza di questa mostra visitabile gratuitamente dal 6 ottobre al 24 novembre 2019 presso la Chiesa di Santa Eufemia a Ravenna.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Elisa Simoni. La scelta dei dodici (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” Vangelo di Giovanni 1,4

L’opera che stai osservando non è nell’intenzione dell’autrice, Elisa Simoni, solo un insieme di oggetti aventi relazione fra loro in una installazione comune. È una preghiera meditata negli anni. Che trova ora compimento.

(…) Dodici cubi-tessere di marmo. E dodici dischi arrugginiti in ognuno di essi. Del tredicesimo, unico completamente dorato sopra un supporto trasparente, dirò oltre. Anche se, come avrai intuito, rappresentano gli apostoli e il loro maestro, Yehoshua ben Yosef, Gesù. Per loro, da un certo punto in poi, egli è più di un rabbī, guida spirituale, è il Figlio di Dio, colui che li ha chiamati, chiedendo loro di aderire a un messaggio d’amore inedito, scegliendo di scegliere ciò che ragione sconsiglierebbe, radicalmente cambiando le proprie vite senza possibilità di ritorno: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). E ancora, dalla Prima lettera giovannea: “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4,16), laddove il vocabolo italiano amore traduce il greco evangelico agápē – non il sensuale érōs, non l’amicale philía -, che ha valenza spirituale.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Torniamo agli oggetti. Il marmo per Elisa rappresenta un ritorno alle radici del mosaico e al suo personale amore per questo materiale così naturale, semplice da un certo punto di vista, come gli apostoli che certo non erano persone dotte, benché seducente nella diversità delle sue cromie: ecco dal bianco al marrone il travertino romano, il rosa Portogallo, il giallo Persia, il bianco greco, il verde Guatemala, il rosso Alicante, spaziando da marmi più duri a altri più morbidi, secondo il temperamento di questi “inviati” di Dio.

Elisa Simoni, Reperto di luce
Elisa Simoni, Reperto di luce

Ora avvicinati. Guarda dentro ognuno dei cubi: c’è una lesione, una ferita. Si vede appena, ma è profonda. Marcata dalla foglia d’oro. È la Parola di Cristo affondata tra le pareti del cuore di questi corpi di roccia. È in tutti, anche in Giuda. In essa si radica la lama tonda che una volta serviva a tagliare il marmo e che oggi funge da testa di questi apostoli. Come la carne, anche questo metallo si consuma, si arrugginisce, cambia nel tempo e Elisa ha scelto di non trattarlo, di non proteggerlo dal suo degradarsi naturale. La ruggine procede. Quasi una decina di anni fa, aveva sperimentato qualcosa di analogo in una serie di lavori – Conversione, Correggimi, La ferita dell’amore, etc. – sempre con ferri, lamiere arrugginite, solcate all’interno da mosaici d’oro seminascosti.

Elisa Simoni, Correggimi
Elisa Simoni, Correggimi

A proposito, qui, alla base di undici di questi dischi, puoi vedere come cominci a salire l’oro eterno del Verbo: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Salmi 119,105) e, quasi nascoste, emergono alcune lettere, quelle dei nomi con cui Lui ha chiamato i suoi, voce incancellabile che ha ridefinito le loro identità.

Un giorno l’oro coprirà la superficie intera, anche la ruggine: “e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,4), come viene ripetuto costantemente negli Atti degli Apostoli, poiché “la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Del resto “il Paraclito resta un dono sempre futuro: ciò che è vero di tutta la rivelazione cristiana.”[1]

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

È la scelta di quasi tutti gli apostoli. Non di Giuda. Del suo mistero. In cui la luce non ascende. Qui “l’anima semplicetta che sa nulla” di cui parla Marco Lombardo nel Purgatorio dantesco (XVI, 88) sul senso del libero arbitrio, non si dà scampo. Né si perdona. Annullandosi.

La ferita che sale è invece santa per la Simoni. È segno. E signum è “ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita.”[2]

Ferita santa dunque: qualcosa che ha sconvolto le vite che ne hanno fatto esperienza, ponendole di fronte a un bivio definitivo. (…)

Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Ora osserva la luce che in questo spazio colpisce l’oro che hai di fronte, centimetro per centimetro, e ne accresce l’effetto, come migliaia di lucciole che intermittenti si rispondono nel fitto di un bosco al principio di una notte d’estate. Ma la rivoluzione per autenticarsi e accadere non può contentarsi di un bagno di luce sulla pelle delle cose, dell’umano. È dentro che tutto si genera e può, se accolto, fiorire, fuoriuscire. Come testimoniano culture differenti da quella cristiana, per esempio il pagano Seneca: “Dio è vicino a te, è con te, è dentro di te.”[3] O il Neiye taoista: “Dentro il cuore un altro cuore racchiudi, dentro il cuore un altro cuore è presente. Questo cuore dentro il cuore è pensiero che precede le parole.”[4]

Giunti alla fine, ti saluto fidando in una considerazione ultima: la scelta dei dodici fu lucis vulnus, ferita di luce. È vulnus et lux, ferita e luce.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Ps. Per volontà dell’artista, le opere al termine della mostra saranno messe in vendita al costo minimo di euro 100 l’una e l’intero ricavato sarà devoluto per finanziare i lavori di restauro della Chiesa di Santa Maria in Porto a Ravenna. Per ulteriori informazioni e prenotazioni rivolgersi a Padre Luca 0544212055.


[1] P. Citati, I Vangeli, Mondadori, Milano 2014, p. 152.

[2] N. Gardini, Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo, Gedi, Roma 2019, p.37.

[3] Seneca, Lettere a Lucilio, IV, 41, Fabbri, Milano 1996, p.80.

[4] Neiye. Il Tao dell’armonia interiore, 14, 14-17, a cura di A. Crisma, Garzanti, Milano 2015, p.137.

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Julian Rosefeldt, Deep Gold 2013-2014, still da video

Mirabilia Urbis è una mostra d’arte contemporanea itinerante che si ispira alle guide turistiche per pellegrini del Medioevo  nata da un’idea di Carlo Caloro e a cura di Giuliana Benassi . 

La mostra si terrà a Roma dal 7 al 13 ottobre tra i Rioni Parione e Regola, e coinvolgerà circa 20 artisti italiani e internazionali chiamati ad esporre in spazi storici del quartiere, come il  Cinema Farnese, la storica libreria Fahrenheit 451, Palazzo Falconieri sede dell’Accademia d’Ungheria in Roma, Villa Massimo sede dell’Accademia Tedesca in Roma, lo storico esercizio  Hollywood, la bottega del  liutaio e tanti altri. 

Alterazioni Video-Caloro-Pietroniro, Accademia d’Ungheria

Negli spazi espositivi, gli artisti – fra cui:  Rä  di Martino,  Flavio Favelli ,  Tomaso Binga ,  Jonathan Monk ,  Alterazioni Video, Matteo Nasini – presenteranno opere caratterizzate da differenti linguaggi (fotografia, video, scultura, performance) pensate per interpretare la storia di questi luoghi.

Il progetto si è focalizzato su questa specifica zona di Roma perché oltre a essere una zona centrale e storica molto cara ai romani, ha anche un vissuto molto particolare, una forte identità: ha ospitato varie manifestazioni nel periodo della contestazione, è stata segnata dalla frequentazione di grandi personaggi del cinema e della cultura, ha sempre avuto un carattere molto popolare, con la presenza di botteghe e di artigiani, che oggi stanno pian piano sparendo. 

Tomaso Binga, America, la terra, 1992-2019, still da video

La zona, negli anni, è poi diventata “turistica” per eccellenza. Molte botteghe sono sparite, mentre aumentano, a volte in maniera indiscriminata, i negozi di souvenir. Il progetto intende ripercorrere e analizzare la storia del luogo, dagli anni ’60 ad oggi, raccontando i mutamenti che ha subito nel tempo attraverso le opere di artisti contemporanei, capaci, in maniera non convenzionale, di raccontare la conflittualità tra passato e presente.

Durante il periodo mostra i visitatori, con mappa alla mano, potranno sentirsi “pellegrini contemporanei” e immergersi nel percorso a piedi scegliendo in autonomia i vari itinerari e la durata delle soste. 

Per la sera dell’ inaugurazione , lunedì 7 ottobre ore 18.00, verrà organizzato un tour speciale con una navetta e una guida narrante in partenza dal Cinema Farnese alle ore 20.00. E’ possibile iscriversi mandando una mail all’indirizzo:  comunicazione@artq13.com

Sara Zolla press

Matteo Nasini, Libreria Farhenheit 451

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Franco Palazzo, Venus, 2003

Premessa: pubblico il testo critico scritto in occasione della mostra di Franco Palazzo Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia dal 31 agosto sino al 16 settembre 2019 presso la cornice rinascimentale dell’Oratorio di San Sebastiano a Forlì.

Franco Palazzo, Di luoghi, di assoluti luoghi, 2008

Arcadia ora

di Luca Maggio

Arcadia è il luogo del mito e il tempo della sua narrazione. Non esiste, eppure accade continuamente, direbbe Mircea Eliade, che fornisce più di una chiave per capire queste opere di Franco Palazzo, interpretabili come ierofanie, apparizioni del sacro tanto più vere e concrete quanto introvabili se non nella memoria dell’artista che ha scelto di fermare e astrarre parti di paesaggio del suo tempo mitico, l’infanzia e la giovinezza, all’incirca identificabili con le Murge, o meglio con la Messapia antica: “la natura subisce una trasfigurazione e ne esce carica di miti.” (M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino 2008, p.332)

Franco Palazzo, Isola, 2007

Ed ecco manifestarsi in queste grandi icone post-cézanniane le strutture che rivelano attraverso la mano del pittore il sacro: terra/la fecondità; rocce/ la forza e l’immanenza; cieli/ la trascendenza e, talvolta, alcuni elementi umani quali la casa più semplice in forma di capanna, o la torre possente e svettante, costruzioni fatte dall’uomo che si identificano come centri-templi del quadro e del mondo: sono l’omphalòs, l’ombelico, l’anello che congiunge l’architettura umana con l’al di qua o al di là di essa. Mai però è direttamente rappresentata la figura umana, salvo nella citazione della carrozzina nel primo piano di una tela, uno dei numerosi elementi misteriosi che indica semmai l’irraggiungibilità di questi luoghi della mente e la distanza temporale (l’infanzia?) e paradossale di questo oggetto in un contesto avulso dall’urbano. Ma resta l’uomo il destinatario di queste immagini ora dipinte ora incise e lo sguardo umano è invocato continuamente nelle atmosfere cariche di senso del mito, in cui nelle sacre rocce, sempre alte, si infittiscono i crepacci, le fenditure, le ombre e i passaggi, talvolta porte vere e proprie per un altrove scavato nei millenni dalle acque e dai venti e, anche, da mani umane, mentre il cielo è una striscia alta e orizzontale, al più solcata da una nuvola solitaria: c’è, ma è lontano. La terra e le sue pietre, dove scorre sempre dell’azzurro o del blu, quasi avessero incorporato il riflesso – forse l’essenza – del cielo, sono lo spazio autenticamente umano dove sviluppare la “nostalgia dell’eternità (…per) un Paradiso concreto e (creduto) conquistabile quaggiù, sulla terra, e adesso, nel momento presente.” (M. Eliade, op. cit., p.371)

Franco Palazzo, Nike, 2006

Queste utopie immaginifiche di Palazzo sono rese con una tecnica originale quanto laboriosa che prevede l’applicazione su tela di carte pregiate e poi acquerellate, talvolta con l’aggiunta di collage: la forza della delicatezza di quegli sbuffi di colore per rendere visibili le incertezze dei luoghi apparsi, la grazia che si sprigiona dalle meditazioni dei bozzetti e conquista gli spazi più vasti dei quadri maggiori, confermano la maestria di questo autore e la sua poesia di colorista che tanto si è imbevuta delle Illuminazioni di Rimbaud, ma in cui si riconoscono echi del Campana più lirico, quando nei suoi Canti Orfici parla di “aria rosa” e ancora: “Ecco le rocce, strati su strati, monumenti di tenacia solitaria che consolano il cuore degli uomini. E dolce mi è sembrato il mio destino fuggitivo al fascino dei lontani miraggi di ventura che ancora arridono dai monti azzurri: e a udire il sussurrare dell’acqua sotto le nude rocce, fresca ancora delle profondità della terra.”

Franco Palazzo, Astricta, 2004

Da queste profondità pure vengono il rame e il ferro e il piombo e altri metalli che uniti ai legni della superficie originano le sculture primordiali e modernissime di Palazzo, dai nomi ancora una volta echeggianti miti greci e forme messapiche, idoli ieratici e spesso curvilinei, sino alla Nike, forse il suo capolavoro, con le ali che stanno per abbandonare la scatola lignea contenitiva, il cui fondo è parzialmente incrostato di azzurro, mentre sulle pieghe lucide si riflette l’ombra del futuro, l’impossibilità di conoscere il destino e l’ineluttabilità di tendere alla verità: “sera dopo sera/ scrutando il futuro, i suoi margini bruciacchiati,/ tenendo in mano la mia vita come una cornice/ in cui speravo un giorno di entrare, non firmato e diretto a vele spiegate negli abissi.” (Charles Wright, Omaggio a Claude Lorrain, in Italia, Roma 2016, p.109)

Franco Palazzo, Saturno (puntasecca), 2008

Franco Palazzo. Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia

Oratorio di San Sebastiano, via Maurizio Bufalini 35, Forlì

La mostra resterà aperta, con ingresso libero, dal 31 agosto al 16 settembre 2019. 

Orari: da martedì a venerdì 15.30-18.30; sabato 10.30-12-30 / 15.30-18.30; domenica e festivi 10.30-12-30 / 15.30-19.00. Lunedì chiusura (visite su prenotazione  tel. 347.5779352 )

www.francopalazzo.it

Franco Palazzo, Lapis Aeolia (puntasecca), 2008

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Franco Palazzo, Nike, 2006

Sabato 31 agosto 2019 alle 17.30 si inaugurerà la mostra di Franco Palazzo Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia, a cura di Luca Maggio, presso l’Oratorio di San Sebastiano (via Maurizio Bufalini 35, Forlì), magnifico volume architettonico-rinascimentale, inserito nel quartiere dei Musei di San Domenico.

L’esposizione è concepita per documentare attraverso alcune opere pittoriche, plastiche e incisorie l’evoluzione della ricerca artistica dell’artista che indaga l’eterno rapporto tra materia e trascendenza, condotta dagli anni ’80 sino a oggi.

Martedì 3 settembre Nevio Spadoni, scrittore e drammaturgo ravennate di fama internazionale, e l’attore Carlo Garavini alle 17.30 interpreteranno alcuni versi di lirici dell’antica Grecia.

La mostra gode del Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì, e, eccezionalmente,  di quello  dell’IBC – Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna; dell’ Ordo Domus Mathae di Ravenna; Associazione culturale niArt di Ravenna; dell’Associazione per le Arti “Francesco Francia” di Bologna.

INAUGURAZIONE Sabato 31 agosto ore 17.30

Franco Palazzo. Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia

Oratorio di San Sebastiano, via Maurizio Bufalini 35, Forlì

La mostra resterà aperta, con ingresso libero, dal 31 agosto al 16 settembre 2019. 

Orari: da martedì a venerdì 15.30-18.30; sabato 10.30-12-30 / 15.30-18.30; domenica e festivi 10.30-12-30 / 15.30-19.00. Lunedì chiusura (visite su prenotazione  tel. 347.5779352)

www.francopalazzo.it

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Marco Bravura, Ardea Purpurea, Ravenna 2004

Di seguito pubblico il mio articolo incluso nel catalogo Ardea Purpurea. Per una archeologia del presente (Skira, Milano 2019, edizione trilingue italiano, inglese e russo) dedicato alla meravigliosa opera di Marco Bravura a Ravenna, volume che domattina, venerdì 14 giugno alle ore 11.00, verrà presentato presso la Sala Muratori della Biblioteca Classense.

Visti i nomi prestigiosi (Albano Baldrati, Carolina Carlone, Philippe Daverio,
Linda Kniffitz, Cristina Mazzavillani Muti, Michele Tosi) che nel libro accompagnano le celebrazioni della scultura musiva in occasione dei settant’anni dell’artista, non posso che ringraziare per avermi coinvolto Daniela Lombardi Bravura, moglie di Marco e ideatrice instancabile dell’intero progetto. Come sempre quando tratto dei lavori di questo autore il testo si scrive da solo: dunque onore e piacere mio avere accettato.

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Ardea Purpurea: parole verso la luce

di Luca Maggio

“Tutto è dentro di noi.” Plotino, Enneadi III 8

Ardea Purpurea di Marco Bravura è un mito rigenerativo che affonda le radici negli archetipi cosmogonici di più culture antiche: tutto ha origine dal suono primordiale che attraversa passaggi successivi, dal dio onnipotente che per primo lo emette, alle divinità inferiori che lo intendono e trasferiscono al demiurgo, il quale è il solo concretamente capace di realizzare il comando del primo soffio vitale. È questo però un suono umido, ancora intriso di acque notturne, da cui si sta liberando per andare incontro alla luce del giorno nascente: “poiché la parola, il sole o l’uovo sono dapprima immersi nella notte delle acque eterne, è evidente che quando evocano l’aurora sono impregnati di umidità”, scrive Marius Schneider in La musica primitiva (Milano 1998, p.20) e in un altro volume essenziale, Pietre che cantano (Milano 2005, p.15), aggiunge: “il suono della parola è il suo corpo, mentre il senso della parola è luce che rischiara il suono.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

In Ardea Purpurea, longitudinalmente ai quattro lati delle due spirali-fiamma-ali elicoidali e dorate richiamanti la fenice, corrono quattro parole quasi sorgenti dall’acqua e dal suono-voce che essa diffonde: il demiurgo Bravura le ha tratte da alfabeti del passato, qui fatti rinascere. Sono parole provenienti non a caso da culture a est dell’oscuro occidente, tutte basate sulla forza della Parola: in sanscrito è scritto “Gloria alla Verità”, in giapponese “Virtù”, in aramaico, la lingua usata anche dal Cristo, “Libertà”, infine in greco antico ἐπιστήμη, la “Conoscenza”, laddove a proposito di questo vocabolo ricorda Giovanni Semerano nell’etimologia del suo Dizionario della lingua greca (Firenze 2007, p.94) che “si tratta di un sapere pratico, di abilità nel fare.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

La stessa dell’artista che significativamente pone alla base del monumento un labirinto, rivisitazione di quello pavimentale presente nella basilica di san Vitale, in questo caso con le piccole tessere-frecce che dal centro conducono verso l’alto. Non solo: questo percorso simbolico è immerso nell’elemento acqueo, da sempre fonte di vita e ponte con i morti, da cui sembrano sgorgare le quattro parole meditate e scelte come guida dell’opera stessa e più in generale quale sostegno dell’azione ideale e fisica dell’uomo, affinché lo direzionino, lo accompagnino verso la salita, viaggio catartico di rinnovamento e purificazione in cui incontrare figure geometriche, curvilinee, fitomorfe e zoomorfe sempre su fondo oro, omaggio alla tradizione bizantino-ravennate non solo in senso cromatico quanto spirituale, costituendo proprio attraverso l’uso dell’oro quella metafisica concreta di cui parla Pavel Florenskij nel fondamentale saggio sull’icona Le porte regali (Milano 2007, p.155): “la luce (…) si dipinge con l’oro, cioè si manifesta appunto come luce, pura luce, non come colore.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Viene da pensare alle Beatitudes di Vladimir Martynov nell’esecuzione stupenda del Kronos Quartet: un crescere e inseguirsi delicato e variare e ripetersi della melodia. Altri suoni, altra musica, che avvolgendo espande, porta altrove la mente, indica la luce, libera.

www.marcobravura.com

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Federico Pietrella, Dal 24 febbraio al 1 Marzo 2019, 2019, timbri datari con acrilico su tela, cm 100×80, courtesy l’artista e Galerie Born, Berlino

Il Festival Ipercorpo diretto da Claudio Angelini dedica anche quest’anno una sezione speciale alle arti visive che accoglierà al suo interno e farà proprio il tema di questa XVI edizione: La pratica quotidiana. Dal 30 maggio al 2 giugno presso l’Oratorio di San Sebastiano a Forlì, sono invitati a esporre sei artisti: Bekhbaatar Enkhtur, Marta Mancini, Gabriele Picco, Federico Pietrella, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Sarra, i cui interventi sono affidati alla curatela di Davide Ferri. La sezione arte del festival non proporrà una vera e propria mostra ma si articolerà in uno spazio di lavoro quotidiano, dove le opere degli artisti si contamineranno e attiveranno reciprocamente.

Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019

Si vedranno i lavori di Federico Pietrella, veri e propri racconti del tempo, in cui l’artista, utilizza un timbro datario come pennello; i dipinti di Nazzarena Poli Maramotti, attraversati da forze e movimenti che preludono a diverse potenzialità dell’immagine; i lavori di Alessandro Sarra, che nascono per via di stratificazioni successive; i disegni di Gabriele Picco, realizzati in un modo rapido e dimesso, con tratti da diario adolescenziale; i dipinti di Marta Mancini, dalle larghe campiture astratte e un’installazione di Bekhbaatar Enkhtur caratterizzata dall’utilizzo di materiali trovati e figure di animali modellate in argilla.

Press Sara Zolla

Ipercorpo – Festival delle Arti dal Vivo. La pratica quotidiana

Presso l’Oratorio di San Sebastiano, Forlì 30 maggio – 2 giugno 2019

Gabriele Picco, People I don’t like, 2008, cm 29×21, inchiostro biro su carta

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