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Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

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Nel cuore nero del XIX secolo italiano, venne commesso un incredibile gesto di crudeltà nei confronti di un’indifesa famiglia ebrea bolognese da parte dell’agonizzante Stato pontificio (Bologna si sarebbe presto unita al Regno sabaudo nel marzo 1860 tramite plebiscito): la sera del 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, che avrebbe compiuto i sette anni il 27 agosto, venne sottratto di forza ai suoi genitori Momolo e Marianna e ai suoi sette fratelli dalla polizia su ordine dell’inquisitore Padre Feletti dietro denuncia dell’ex domestica dei Mortara di aver battezzato il bambino durante una malattia che credeva mortale. Tutto questo era falso e la donna solo un’ingrata vendicativa, ma bastò secondo la legge del tempo per avviare il sequestro e trasferire il piccolo “neocristiano” a Roma dove sarebbe stato educato al cattolicesimo e per sicurezza ribattezzato (dunque le autorità ecclesiastiche sapevano benissimo la malafede con cui stavano agendo), sino a diventare sacerdote e come tale morire nel monastero di Bouhay, vicino Liegi, nel 1940.

A nulla valsero gli appelli disperati della famiglia, il clamore che tale vicenda suscitò presso le corti di mezza Europa e il processo intentato sotto il Regno d’Italia all’ex inquisitore: Pio IX fu crudelmente irremovibile e a parte un breve incontro assistito non diede altri permessi di far rivedere il proprio bambino a dei genitori in sostanza distrutti.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43x351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43×351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Da secoli gli ebrei “deicidi” erano vittima dell’antisemitismo cristiano: senza citare gli studi fondamentali di Lev Poljakov, vengono in mente Il miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello, lo straordinario Shylock shakespeariano, le persecuzioni della corona spagnola da Ferdinando II d’Aragona a Filippo II contro i marranos  o gli altrettanto orrendi pogrom dall’altra parte d’Europa, sino al caso Dreyfus nella civilissima Francia di fine ‘800.

E pur sapendo bene che il primo dovere di uno storico è sempre quello di contestualizzare avvenimenti e sentimenti altrimenti incomprensibili (la schiavitù nell’economia della storia antica, ad esempio), resta sorprendente il cieco accanimento dell’ultimo Papa Re nei confronti di questo bambino e della sua famiglia, come a voler dimostrare un potere ormai fuori dalla storia.

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 118x42

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 42×118

Steven Spielberg, basandosi sul libro di David Kertzer Prigioniero del Papa Re (The Kidnapping of Edgardo Mortara, 1997), girerà presto un film sull’accaduto e l’amico Vanni Cuoghi, nello splendido ciclo che lo scorso anno ha dedicato ai 500 anni del ghetto veneziano, ha ideato un’opera/libro d’artista con svolgimento orizzontale (forse memore della tavola uccellesca) sul caso Mortara di lugubre e calzante perfezione, così carica d’ombre e grigi e neri e azzurri plumbei (l’immagine è all’interno del catalogo Vanni Cuoghi. Da Cielo a Terra, testi di Ivan Quaroni e Riccardo Calimani, Ravenna 2016).

Ma è con piacere che in questo 27 gennaio desidero ricordare la madre di tutti gli studi senza il cui apporto non si saprebbe quasi nulla di una vicenda dimenticata anche a causa dell’orrore indicibile della Shoah, la storica Germana Volli col suo Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX pubblicato nel 1960 e recentemente rieditato dalla benemerita Giuntina di Firenze. L’attenzione, il rigore, la passione autentica e non faziosa per la storia e i suoi documenti rendono di stretta attualità la quarantina di leggibili e scorrevoli pagine di questo libro sia per gli accadimenti in esso descritti sia come esempio del lavoro di un vero storico che ha un solo fine: la verità.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent'anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent’anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

 

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Melozzo da Forlì, Bartolomeo Platina rende omaggio a papa Sisto IV, 1476-77, affresco staccato, Musei Vaticani, Città del Vaticano

Melozzo da Forlì, Bartolomeo Platina rende omaggio a papa Sisto IV, 1476-77, affresco staccato, Musei Vaticani, Città del Vaticano

Il cremonese Bartolomeo Sacchi (1421-1481) detto Platina da Piadena, suo paese d’origine, fu celebre umanista presso le corti dei Gonzaga e dei Medici, ma soprattutto bibliotecario di Sisto IV: è nell’atto di rendere omaggio in ginocchio davanti al pontefice che lo ritrae Melozzo nel suo affresco più noto.

Platina, oggi forse conosciuto, in tristi tempi tele-culinari, come gastronomo poiché diede alle stampe il delizioso De honesta voluptate et valetudine, scrisse anche altri libri, fra cui una raccolta di biografie papali, il Liber de vita Christi ac omnium pontificum, vero best seller dell’epoca poi ripreso, tradotto, ampliato e commentato nei due secoli successivi alla morte dell’autore.

Bartolomeo Sacchi detto Platina (1421-1481)

Bartolomeo Sacchi detto Platina (1421-1481)

Quale sorpresa estiva per i miei lettori, si riproducono qui le pagine di quest’opera riguardanti la leggenda della cosiddetta papessa Giovanna, peraltro già all’epoca smentita. Potete scaricarle e leggerle zoomandole, provengono da una bella giuntina edita a Venezia nel 1622, messa a disposizione da un amico bibliofilo.

Ci rivediamo fra un mese, buona estate a tutti.

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Pontormo, Visitazione (particolare), 1528-29 ca., Pieve di San Michele Arcangelo, Carmignano (PO)

Pontormo, Visitazione (particolare), 1528-29 ca., Pieve di San Michele Arcangelo, Carmignano (PO)

 

Nel giro di pochi decenni la Firenze rinascimentale visse tempi politici assai travagliati, dalla cacciata nel 1494 dell’imbelle Piero de’ Medici a causa della discesa coeva di Carlo VIII di Francia, alla restaurata repubblica del Comune medievale, prima sotto le prediche infuocate del Savonarola (finito egli stesso sul rogo nel 1498), poi sotto la guida del più moderato Pier Soderini e del celebre segretario Niccolò Machiavelli, sino al ritorno mediceo nel 1512. Quindi un’ultima fiammata repubblicana nella primavera del 1527, non a caso approfittando della crisi fra papa Clemente VII (Giulio de’ Medici) e l’imperatore Carlo V che avrebbe portato al devastante Sacco di Roma nel maggio dello stesso anno. Ma la città già dal 1530 tornò saldamente e stavolta definitivamente nelle mani medicee.

Pontormo (Jacopo Carucci, Pontorme, 1494 – Firenze, 1557) e Rosso (Giovan Battista di Jacopo, Firenze, 1494 – Fontainebleau, 1540), nati nello stesso anno e allievi del medesimo maestro, Andrea del Sarto detto “senza errori” per la sua pittura pulita, squisitamente e altamente accademica, che in parallelo all’altro maestro cittadino di inizio ‘500, il solidissimo Fra’ Bartolomeo, tentò di dare stabilità e chiarezza al proprio linguaggio, Pontormo e Rosso, si diceva, furono artisti affatto diversi tra loro e lontani anche dagli insegnamenti ricevuti nella loro prima formazione. Da ciò il sottotitolo dell’ottima mostra tuttora in corso sino al prossimo 20 luglio a Palazzo Strozzi, Divergenti vie della “maniera”, curata da Carlo Falciani e Antonio Natali, capaci nell’impresa non semplice di radunare una cinquantina di capolavori primari di questi due protagonisti (quasi tutto il loro superstite catalogo), accanto a un’altra trentina di opere di loro contemporanei.

Pontormo, “uomo fantastico e solitario” secondo Vasari, che mai gli perdonò lo stravolgimento del verbo michelangiolesco, fu effettivamente un introverso ai limiti della misantropia, omosessuale, meteoropatico e con una serie di manie abitudinarie anche alimentari annotate nel suo Diario della maturità (1554 – 1556), in cui accanto ai progressi negli affreschi (oggi perduti) in San Lorenzo, sono documentati con minuzia i pasti e i malanni da essi derivanti, come dalle fasi lunari o dal cambiamento del tempo, incluse le deiezioni più o meno malsane, con un’attenzione precisa alle miserie del (proprio) corpo umano. Politicamente fu pittore ufficiale dei Medici e visse stabilmente a Firenze, ma al contrario di quanto possa far pensare la sua natura chiusa, come artista fu sempre e decisamente eclettico, riuscendo a combinare in un linguaggio del tutto originale pensoso personale nervoso e tormentato, ma sempre colto e in una parola intellettuale, elementi di Michelangelo (cangiantismo, plasticismo, etc.), Dürer (giochi geometrici e figure allucinate), sino al recupero di aspetti espressivamente ellenistici e altri, all’inverso, del classicismo sartiano.

 

Rosso Fiorentino, Madonna col Bambino e quattro santi (Pala dello Spedalingo), 1518, Galleria degli Uffizi, Firenze

Rosso Fiorentino, Madonna col Bambino e quattro santi (Pala dello Spedalingo), 1518, Galleria degli Uffizi, Firenze

 

Anche Rosso, così detto per il colore dei capelli, fu pittore intellettuale e coltissimo, ma tutto rivolto alla tradizione fiorentina, masaccesca e donatelliana, benché rivisitata e spiritata, genialmente, in chiave moderna, di uomo in crisi del primo ‘500. Lavorò a Firenze e a Roma, ma lasciò nel suo girare l’Italia Centrale segni importantissimi anche in provincia, come le Deposizioni del 1521 a Volterra e del 1527-28 a San Sepolcro. All’opposto del suo coetaneo fu estroverso e repubblicano e repubblicani, quindi alfine perdenti, furono i committenti suoi. Lo stesso recupero di certa tradizione artistica, del resto, andò nella direzione coerente dei valori repubblicani e quando l’ultimo scampolo di repubblica cadde nel 1530, Rosso finì nella Francia di Francesco I quale ideatore raffinatissimo del sogno italiano del re, ovvero il castello di Fontainebleau, poi continuato dal Primaticcio causa la sua morte improvvisa.

Questa mostra è certamente un’operazione di profilo assai alto, che ha consentito anche il restauro di diverse tele per l’occasione e che si inserisce nel novero prezioso delle mostre di Palazzo Strozzi degli ultimi anni, basti pensare a La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460  (2013) o al Bronzino. Pittore e poeta alla corte dei Medici (2010). Da visitare dunque, acquistando il relativo catalogo.

 

http://www.palazzostrozzi.com/pontormoerosso

 

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Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 - Città del Messimo, 2014)

Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messimo, 2014)

Che vita quella di Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messico, 2014): quanti dolori, quante sconfitte avrebbe potuto sopportare un uomo, quest’uomo, se non lo avesse da sempre sostenuto una vocazione incrollabile, la fede vera della poesia unita alla passione civile?

Poeta vero, dunque, naturale e naturalmente comunista come ogni sudamericano che a metà ‘900 avesse voluto opporsi alle ingiustizie delle varie dittature che andavano divorando quelle struggenti disgraziate terre (bene inteso: non che il comunismo fosse la soluzione, come dimostrano le storie parallele dei gulag russi anche post stalinisti, ma in quel momento storico, in quel continente poteva sembrare l’ideologia giusta viste le alternative): per le sue idee politiche venne arrestato nell’Argentina dell’inizio anni ’60 sotto José María Guido e dopo qualche anno dalla scarcerazione costretto a lasciare il Paese giusto prima del feroce golpe militare del ’76, che insieme a decine di migliaia di altri connazionali assassinò suo figlio appena ventenne Marcelo Ariel con l’altrettanto giovane nuora diciannovenne Maria Claudia, mentre di loro figlia nata durante la prigionia non si seppe più nulla.

Gelman, dopo aver vissuto il suo esilio errante tra Roma Ginevra Madrid Parigi Managua e New York, si stabilì definitivamente a Città del Messico e dalla fine degli anni ’80, dopo l’indulto del presidente Menem, riuscì anche a rimettere piede in Argentina. Nel 1999 una sorpresa inattesa quanto sospirata: ritrovò sua nipote Macarena, nel frattempo adottata da una famiglia uruguayana di Montevideo. Dunque alla fine la vita vinse. E nonno e nipote si misero a collaborare in favore dei diritti delle famiglie dei desaparecidos. Da farci un film.

Il crepuscolo, dal 2000 in poi, fu tutto un piovere glorioso di premi e riconoscimenti internazionali, incluso il prestigiosissimo Cervantes del 2007. Non resta che lasciare spazio alle divertite commosse parole che Gelman dedicò all’amico e scrittore Juan Carlos Onetti  e che io riporto volutamente in minuscolo, come trovate sul prezioso Doveri dell’esilio edito da Interlinea nel 2006, e che qui controdedico a un “poeta” della storia medievale, il grandissimo storico Jacques Le Goff, che a 90 anni ci ha lasciati una settimana fa per andare a capire meglio, finalmente, i misteri di quell’età di mezzo (per lui e non senza ragioni da estendere ben oltre Colombo) cui ha dedicato con gioia la passione della sua vasta intelligenza.

 

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sempre la poesia

a juan carlos onetti

 

la poesia deve essere fatta da tutti e non da uno / disse /
certe cose le può dire solamente un francese / zoppo /
che nessuno sa cosa fece nella comune di parigi /
nessuno sa se morì o non riuscì /

si ricordano tutti di quando suonava il piano fino alle ore piccole dell’anima /
disturbando i vicini che poi dovevano andare al lavoro /
e se ne andavano dalla pensione avendo dormito male /
pensando alla madre del pianoeta o poenista /

maledicendola ogni volta che inciampavano sui sassi
o nei freddi delle strade di parigi / il peggio
è che avevano un accordo in testa e non se lo potevano levare /
fondevano il ferro / soffiavano il vetro / e non

potevano togliersi di testa l’accordo dello zoppo /
lo zoppo gli aveva composto un accordo in testa
dove trascorrevano furie / aurore / presagi /
dove una volta a un ferroviere gli passò un uccellino /

l’uccellino volava al futuro /
con un foglietto nel becco che diceva futuro /
il fatto è che i vicini dello zoppo
avevano visi da pianoforte a metà pomeriggio /

gli cadevano musiche /
o tasti d’oro dove iniziava l’orizzonte /
una donna bellissima cantava nella testa
dei vicini dello zoppo / che in realtà non era francese /

ma invece uruguaiano /
solo a un uruguaiano può venire in mente che la poesia
deve essere fatta da tutti e non da uno /
che è come dire che la terra è di tutti e non di uno solo /

che il sole non è di uno /
che l’amore è di tutti e di nessuno /
come l’aria / e la morte è di tutti / e la vita
non ha padrone conosciuto /

tu non eri zoppo / lautréamont /
è che lasciasti l’uruguay /
e perdesti un pezzo di te che
suona il pianoforte e non lascia dormire /

Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messico, 2014), da Doveri dell’esilio, a cura di L. Branchini, Interlinea edizioni, Novara 2006.

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pesce d'aprile

 

“Il diavolo è un ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini.” Karl Kraus

Questo blog non celebra nessuna festa religiosa o laica con cadenza annuale (se non per coincidenze di date), fatta eccezione per il primo aprile, giorno del cosiddetto “pesce d’aprile” (2010, 2011, 2012, 2013), che quest’anno cade di martedì, ovvero domani, quando pubblicherò la seconda parte di questo articolo.

Oggi desidero solo ricordare le origini di questa lieta ricorrenza che apriva il secondo mese dell’antico calendario romano, segnando l’ingresso della primavera e con essa il ritorno della vita sulla terra.

Accanto agli usuali doni propiziatori rivolti agli dei, ci si poteva permettere anche qualche scherzo fra conoscenti visto l’avvento del tempo nuovo e fruttuoso che il ciclo della nuova stagione avrebbe portato.

Altre tradizioni mescolano leggende cristiane ed ebraiche, per cui proprio in questo giorno Dio avrebbe concluso la creazione terrestre dandola in gestione agli uomini che, al solito, non ne sarebbero stati all’altezza. Allora, gli umani più intelligenti, per tenere a bada i più stupidi e confusionari, li avrebbero incaricati di cercare cose impossibili se non del tutto inesistenti.

A questa versione è in qualche misura connesso l’uso ebraico di far girovagare dispettosamente qualcuno a vuoto e dunque la vicenda pasquale del Cristo con la parola pesce: dice infatti una tradizione francese che la parola “poisson” (pesce) deriva da “passion” ovvero l’inizio di quella Passione che Gesù avrebbe vissuto proprio il primo aprile quando venne costretto ad andare da Erode a Pilato, da Caifas ad Anna.

A proposito di pesce però bisogna anche ricordare che proprio in questa data, anticamente e in più di qualche paese, si apriva la stagione della pesca e se i pesci scarseggiavano alcuni burloni si divertivano a prendere in giro i poveri pescatori con pesci finti o affumicati lanciati in acqua.

Infine, il pesce per la sua forma poteva assumere connotati fallici e dunque ancora una volta primaverili-propiziatori quando veniva offerto a una donna, ad esempio sotto fattezza d’amuleto.

Questi i significati di questa giornata che ho potuto ricavare da un simpatico e dotto libretto che con piacere consiglio a tutti i miei lettori: Il libro delle superstizioni (L’Ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma, 2009) a cura di Marino Niola ed Elisabetta Moro (in particolare la voce sul primo aprile è stata redatta da Vanna Napolitano). Vi aspetto domani per il seguito.

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Giuseppe Scalarini, La guerra, 1918

Giuseppe Scalarini, La guerra, 1918

Sono quasi passati cento anni dal 28 luglio 1914, data della dichiarazione di guerra asburgica alla Serbia, nonché inizio dell’inaudito massacro passato alla storia come Grande Guerra. Non se parla più, se non nelle aule scolastiche, perché la memoria di quel disastro è stata posta in ombra dagli orrori della seconda guerra mondiale, ancora vivi nella carne e nella memoria degli ultimi, ormai anziani, sopravvissuti.

E oggi l’Ucraina, o meglio la Crimea: siamo forse alla vigilia di un terzo devastante conflitto europeo e mondiale?

Questa settimana non parlerò d’arte, ma lascerò i lettori con questa domanda inquietante, insieme alle parole lucide e pacifiste di Jean Juarès (1859-1914), già fondatore del Partito Socialista Unificato, sezione francese dell’Internazionale Operaia. Proprio a causa di questo discorso pronunciato a Vaise il 25 luglio del 1914, sei giorni dopo fu ucciso con una rivoltellata da un nazionalista folle quanto la guerra che di lì a breve avrebbe squarciato per sempre l’Europa.

 

“Nell’ora presente, noi siamo forse alla vigilia del giorno, nel quale l’Austria si getterà sulla Serbia ed allora, l’Austria e la Germania gettandosi sui Serbi e sui Russi, è l’Europa in fuoco, è il mondo in fiamme.

In un’ora così grave, così piena di pericoli per noi tutti, non voglio indugiarmi a ricercare lungamente le responsabilità. Noi abbiamo le nostre, ed io attesto davanti alla storia che noi le avevamo previste, che noi le avevamo annunziate. Ma quando dicemmo che penetrando nel Marocco con la forza, con le armi alla mano, si apriva all’Europa l’era delle ambizioni, delle cupidigie, dei conflitti, fummo denunziati per cattivi Francesi, mentre eravamo noi i più preoccupati per la Francia! (…)

Ed allora il nostro Ministro degli Affari Esteri diceva all’Austria: “Noi vi lasciamo fare nella Bosnia-Erzegovina, a patto che voi ci lasciate fare nel Marocco”; e noi portavamo in giro le nostre offerte di penitenza da Nazione a Nazione, e dicevamo all’Italia: “Tu puoi andare nella Tripolitania, poiché io sono nel Marocco…”.

Ciascun popolo appariva per le vie dell’Europa con la sua piccola torcia alla mano ed ora ecco l’incendio! Ebbene, cittadini, noi abbiamo la nostra parte di responsabilità degli altri e noi abbiamo il diritto e il dovere di denunziare tanto la brutalità della diplomazia tedesca, quanto la doppiezza della diplomazia russa. (…)

Nelle trattative fra il Ministro degli Affari Esteri della Russia ed il Ministro degli Affari Esteri dell’Austria, la Russia ha detto all’Austria: “Ti autorizzerò ad annetterti la Bosnia-Erzegovina, purché tu mi permetta di avere uno sbocco sul Mar Nero, in vicinanza di Costantinopoli”. (…)

La politica coloniale della Francia, la politica sorniona della Russia e la volontà brutale dell’Austria hanno contribuito a creare l’orribile stato di cose, nel quale siamo adesso. L’Europa si dibatte in un incubo.

Ebbene, nell’oscurità che ci circonda, nell’incertezza profonda nella quale siamo, di quel che avverrà domani, non voglio pronunziare alcuna parola temeraria; nonostante tutto spero ancora che in ragione stessa dell’enormità del disastro che ci minaccia, all’ultimo minuto i governanti si tratterranno e non avremo a fremere d’orrore al pensiero della carneficina, che una guerra europea abbatterebbe sugli uomini.”

Jean Juarès (Castres, 1859 – Parigi, 1914), da Discorsi, politica estera e pace internazionale, ed. Avanti!, Milano, 1919.

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