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Archive for the ‘storici dell’arte’ Category

“Sepino è uno dei luoghi più belli ed emozionanti che abbia visto nella mia vita. Una città romana non meno commovente di Pompei: una città vera, non uno scavo leggibile solo dagli specialisti. Una città con le mura in piedi, con il teatro agibile, con le strade, le botteghe, gli archi, le iscrizioni. Una città in cui le piccole basiliche si sono trasformate in masserie settecentesche, in parte ancora abitate e circondate da animali. Una città che, a differenza di Pompei, è ancora immersa in una natura intatta: la meravigliosa valle del Tammaro, chiusa da colline dolcissime su cui corrono i tratturi nati sui tracciati, e a volte sui selciati, delle strade romane.

Camminando per Sepino hai la sensazione di camminare nel tempo, sembra di essere nel Campo Vaccino, cioè nel Foro Romano quand’era un pascolo: fino all’età di Goethe. Ma, soprattutto, a Sepino capisci cos’è, davvero, l’Italia: o meglio cos’era, e cosa potrebbe continuare ad essere. Un Paese irriducibile al campionario di pochi luoghi simbolo, e che consiste invece nella capillare diffusione di siti meravigliosi, nel tessuto continuo di storia e natura ormai fuse in un paesaggio culturale unico al mondo. Un Paese le cui aree interne, lontane dall’aria viziata delle metropoli e dalle luci notturne delle coste, sono serbatoi inesauribili di una visione della vita alternativa e irriducibile alla pulsione autodistruttiva di ciò che ci ostiniamo a chiamare modernità.

È a questo che serve, camminare per Sepino in una sera d’estate: non solo a conoscere Sepino,o l’Italia: ma a conoscere noi stessi. A scendere nella profondità della nostra anima con una calma e un coraggio che non riusciamo ad avere quando siamo travolti dalle urgenze della vita di tutti i giorni. A cercare di capire cosa vogliamo, veramente, dal nostro breve passaggio su questa terra. A Sepino si impara a mettere in discussione la parola “bellezza”, e il suo uso corrente: che è nel migliore dei casi estetico, e poi immancabilmente economico. Il punto di vista degli esteti – ha scritto Simone Weil – è sacrilego non solo per quanto riguarda la religione, ma anche per quanto riguarda l’arte. Esso consiste nel divertirsi con la bellezza manipolandola e guardandola.

La bellezza è invece qualcosa che si mangia: è un nutrimento». Mangiare Sepino, mangiare la bellezza dell’Italia: cioè essere in comunione con questa storia meticcia e profondamente umana. Sentire vivo quel passato dentro di noi: sentire che nessun futuro umano può nascere fuori da questa comunione.
Ecco perché tornare a Sepino, in questo asfissiante agosto italiano.”   

Tomaso Montanari, Ora d’arte in Il Venerdì di Repubblica, 23 agosto 2019, p.97.

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Jacopo Carucci detto Portormo, Deposizione, 1526-28, Santa Felicita, Firenze

“… è assai difficile intuire per quali vie e sotto quali deformazioni quei sentimenti si facessero strada entro la tormentata e stravagante psicologia del Pontormo. Anche perché quel tanto di austero e di tragico che traspare tra i fiocchi manieristici e gli ossessivi arrotondamenti formali dai consunti affreschi della Certosa trascolora improvvisamente al lume acerbo di un’ambigua mollezza nella pala d’altare dipinta subito dopo, dal ’26 al ’28, per la Cappella Capponi a Santa Felicita: quella sconcertante e formidabile Deposizione che deve considerarsi non solo il suo capolavoro ma uno dei raggiungimenti più alti della «maniera» italiana e di tutto il Cinquecento.

Non so qual richiamo non dico allo spirito della Riforma ma ad ogni sorta di sentimento religioso possa recuperarsi in un siffatto dipinto che rivela piuttosto come un doloroso languore per forme di un’estenuata bellezza in quel lento annodarsi di corpi che scivolano insensibilmente sulla spirale della prospettiva nella rarefatta atmosfera contro il cielo di pietra dura. I volti attoniti, sofferenti, in apparenza commento tradizionale del dramma sacro della Deposizione esprimono una tristezza così disperata e languente che non può dirsi certo cristiano dolore: una tonalità sottile e nuovissima di sentimento, così come nuova e sottile è la tonalità dei colori chiarissimi e acerbi, colori d’erba spremuta e di succhi di fiori primaverili, pervinche, rose, violette, giallo di polline, verde di chiari steli.” Giuliano Briganti, La Maniera Italiana, Firenze, 1985, pp.24-25.

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