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Archive for the ‘teatro’ Category

Premessa: come ogni anno, l’unica ricorrenza che il blog festeggia è il primo aprile, stavolta dedicato al grandissimo Paolo Poli (che fortuna averlo visto anni fa a teatro!) attraverso un’immagine di Warhol e i versi sui Fiori del suo amato Palazzeschi, qui presentati nella loro versione originale del 1913. Buon divertimento.

Andy Warhol, Flowers, 1964

Andy Warhol, Flowers, 1964

Non so perché quella sera….
fossero i troppi profumi del banchetto….
irrequietezza della primavera….
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore….
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico, chi sa perché?
Non avea preso parte
alle allegre risate,
ai discorsi consueti
degli amici gai e lieti;
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno si era curato di me,
chi sa….
O la sconcezza era in me….
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché, sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo…
non era che una vecchia usanza,
la più vecchia del mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
poi mi aveva ficcato in bocca mezzo confetto.

 

Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati

di qua e di là,
negli angoli, nei vani delle finestre,
sui divani e sofà
di qualche romito salottino,
io, non visto, uscii nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la fresca e pura aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì rinfrancato.

Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera!
Pura e serena!
Milioni di stelle amorose
sembravano occhi di purità

sorridermi dal firmamento.
Come mi sentivo contento!
Salde, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione obliare,
ritrovare i nostri pensieri più puri,
sognare casti ideali,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
tutte le nefandezze!
Fra voi fiori sorridere,
fra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri pura della natura!
Oh! com’è bello, sentirsi libero cittadino,
solo, nel cuore di un giardino!

 

– Zz…. Zz.…
– Che c’è?
– Zz…. Zz….
– Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa

il décolleté.
– Non dico mica a te.
Faccio cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’ài ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Chi?… Te?…
– Io, sì, che male c’è?
– Una rosa?
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
faccio qualcosa di male?
– Oh!…
– Che diavolo ti piglia?
E credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono…. e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola….
la madre col figliolo….
Che cara famigliola!
Mio caro, è ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da uno sconcio marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
si fa finir tutto
da quel coglione

del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
– Oh!… Oh!…
–  Oh! Ciel che casi strani,
due garofani ruffiani!
E lo vedi quel giglio,
lì, al tronco di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
– No! No! Basta!
– Mio caro, e ci posso far qualcosa,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
– Anche voi!
– Che meraviglia!
Saffica è la vainiglia.
E il narciso, specchiuccio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
– Anche voi!
– E la violaciocca….
fa certi lavoretti con la bocca….
– Anche voi, poveri fiori,

misero pasto delle passioni!
– E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
Fa lunghe processioni di devozione
al signore,
poi…. all’ombre dell’erbetta….
sapessi cosa fa del ciclamino….
È la più gran vergogna
corrompere un bambino!

 

Alzai la testa al cielo
per trovare un respiro.
Mi sembrò dalle stelle pungermi
un malefico cinguettio!
Mi gettai sulla terra

prono, bussando con tutto il corpo affranto!
Basta! Basta!
Ò paura!
Dio!
Abbi pietà dell’ultimo tuo figlio,
aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

 

Aldo Palazzeschi (Firenze, 1885 – Roma 1974), I fiori da L’incendiario, 1913 (2ª edizione), pp.199-204.

 

 

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venere in pelliccia

“Sono bella, o mortali,/ come un sogno di pietra? (…)/ Sono la bellezza/ solo perché stuzzico il vostro sogno?”, Y. Bonnefoy

Il Polanski degli ultimi due film è fortemente attratto dal teatro, si pensi appunto a Carnage (2011) e alla Venere in pelliccia – La Vénus à la fourrure (2013).

Sono storie dal ritmo incalzante, di conflitti che cuociono magmatici sotto pelle e non vedono l’ora di esplodere, d’essere liberati. Più evidenti in Carnage, trasposizione dell’omonima pièce di Yasmina Reza (a proposito, di lei leggete tutto: vi smaschererà!), più elaborati e conturbanti nell’ultima fatica, la Venere ispirata al romanzo di Sacher-Masoch, l’autore austriaco da cui deriva il termine masochismo.

Questa pellicola oltre ad essere una superba prova degli attori Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, unici in scena per un’ora e mezza in cui non mollano mai la presa, anzi alzano sempre il tiro e spiazzano sino a ritrovarsi l’uno nei panni dell’altra, è un esempio di come il cinema che sembra teatro mantenga vivissima l’attenzione e trovi giusta dimora nel grande come nel piccolo schermo casalingo, perché è e resta cinema, laddove la magia unica e irripetibile, l’hic et nunc del teatro vero e proprio scompare quando pur eccelse regie e recitazioni vengono riproposte in televisione: semplicemente non è il loro luogo, anzi le depaupera, svilendo l’unicità sacrale che maestri come Eugenio Barba, tanto per citare uno dei giganti, hanno fatto vivere ai fortunati spettatori dei loro spettacoli-rito. Quel tipo di comunione non può esserci attraverso la riproposizione televisiva: lo schermo in questo caso non è ponte, non è mezzo di comunicazione, ma separa l’opera da chi assiste, addirittura annoia, ovvero uccide il teatro.

Dunque la Venere di Polanski che mima il teatro attraverso una sceneggiatura fortissima e serrata nei suoi dialoghi, ma non lo è affatto grazie alle diverse angolazioni e piani delle riprese, grazie a un montaggio esatto, grazie a tutto ciò che fa specifico (e grande) il cinema, ci racconta del provino al quale in una serata parigina fredda e piovosa decide di presentarsi in notevole ritardo un’attricetta di nome Vanda, nome in comune con la protagonista di Sacher-Masoch, di cui Thomas, il regista, vuole portare in scena un suo adattamento.

Lui è stanco e stressato da una giornata di lavoro in cui ha provato solo con attrici incapaci e non ha la minima voglia di sentire anche Vanda, tanto più che lei rappresenta quanto di più rozzo, volgare e privo di appeal gli sia capitato sinora. Per un equivoco lui le concede l’audizione e lei si trasforma: è sublime, perfetta, è la Wanda di Sacher-Masoch. Lui ne è soggiogato.

Si scontra con l’attrice che lo provoca quando non è nel personaggio, ma appena torna a recitare lo avvolge nelle sue spire in un crescendo pericoloso e stordente, sino a fargli ammettere che lui è Wanda e solo lui dovrebbe interpretarla. Ormai Thomas è prigioniero dell’incantesimo di questa misteriosa e tutt’altro che sprovveduta donna, la quale dopo averlo truccato arriva a legarlo e potrebbe anche ucciderlo come un novello Penteo che ha osato sfidare una baccante inferocita che difatti, nel finale, cita Euripide e danza invasata attorno a lui su sottofondo musicale grecheggiante, vestita solo d’una pelliccia mentre muta il viso in una mostruosa maschera tragica, quasi un gorgòneion, per tornare nel buio piovoso da cui è arrivata.

Beffardo, a tutto schermo e sullo sfondo d’un Thomas annichilito e stretto a un cactus d’una precedente scenografia, compare un versetto biblico dal libro di Giuditta (13, 15): “E il Signore Onnipotente lo colpì e lo mise nelle mani di una donna”. Poi i titoli di coda sfilano su una teoria di Veneri dipinte a cominciare da quella tizianesca in pelliccia, oggi alla National Gallery di Washington, che tanto provocò Sacher-Masoch.

Commedia nera splendida e centrata sul sovvertimento continuo delle certezze, degli equilibri, delle identità stesse di generi e dei personaggi. Da vedere.

 

 

 

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Accademia di Belle Arti di Ravenna, facciata e ingresso principale presso Via delle Industrie, 76

Maria Rita Bentini (Ravenna, 1959): sei stata coordinatrice didattica dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna dal 2008 sino all’ottobre 2011. La maggior parte dei giovani artisti che sto intervistando per questa rubrica, di provenienza nazionale ed estera, sono usciti da questa Accademia, scelta proprio per specializzarsi sul mosaico, con un’offerta didattica ormai riconosciuta anche a livello internazionale.

A questo proposito, ti chiedo di tracciare un bilancio generale di questo triennio, di ciò che è stato fatto e di cosa si potrebbe, anzi, si dovrebbe ancora fare.

Piuttosto che un bilancio mi piacerebbe far scorrere rapidamente, a memoria, le immagini di quanto accaduto in questi tre anni così intensi di esperienza. Partendo da una considerazione precedente a questo mio impegno.

Vivevo a Ravenna (anche continuando a insegnare all’Accademia di Bologna) e in città prendevo parte attiva alla vita della ricerca artistica contemporanea: mostre, incontri, progetti. Ma registravo di frequente che l’Accademia non c’era. Sì, qualche volta se ne parlava, ma era come se fosse confinata ai margini della vita culturale della città. Molti ravennati frequentavano l’Accademia a Bologna, o continuavano gli studi artistici a Milano, a Venezia. Dopo gli anni di D’Augusta e di Dragomirescu, non vedevo segni della sua presenza in città, e non soltanto perché era stata trasferita la sede dalla Loggetta Lombardesca in via delle Industrie.

Sono arrivata dopo mesi in cui si diceva: “l’Accademia di Ravenna chiude”. Il Comune di Ravenna aveva deciso di fare un accordo con l’Accademia di Bologna che prevedeva una collaborazione tra le due Accademie e la scelta di concentrare l’’offerta formativa sul mosaico contemporaneo. Non mi ero mai particolarmente interessata né all’Accademia di Ravenna, né al mosaico contemporaneo. Quando avevo curato mostre come la personale di Leonardo Pivi nel 2005 per il Museo d’Arte della Città, il progetto non era partito dal mosaico ma dai linguaggi contemporanei, dalla loro ibridazione – Pivi con la Lara Croft e gli altri personaggi virtuali del suo immaginario era un perfetto outsider del mosaico ravennate -, anche se poi ne era uscita una mostra bellissima (di mosaici) che sorprese.

A metà novembre 2008, il Direttore chiese a me e ad alcuni docenti ravennati a Bologna  di lavorare anche a Ravenna e di scommettere su un rilancio dell’Accademia. Conoscevo l’assessore Stamboulis e la sua competenza perché da anni collaboravo con RAM, il concorso dei giovani artisti ravennati del circuito nazionale G.A.I., stimavo i colleghi (Babini, Cucchiaro, Nicosia e gli altri), così ho accettato questa sfida.

Frame video di Marisa Monaco, supervisione di Yuri Ancarani

Come coordinatrice ho subito messo le mie energie con quelle di chi voleva che l’Accademia di Ravenna ripartisse, c’erano anche nuovi docenti come Dusciana Bravura, Sabina Ghinassi, Felice Nittolo. Molti i problemi e le cose da fare, ma tante le idee nuove. Bisognava riformulare i vecchi piani di studi sperimentali, anche il Corso di Mosaico avrebbe chiuso se non si adeguava. Poi, perché non affiancare al Mosaico le nuove tecnologie? Così è comparso il corso di New Media, con Yuri Ancarani. E Fotografia, con Guido Guidi, doveva restare. Tra i nuovi docenti sono arrivati Daniele Torcellini, l’arch. Antonio Troisi, Alessandra Andrini, Viola Giacometti.

Per la prima mostra di fine anno intitolata Oralities ci siamo uniti a un progetto europeo della città e a un evento bellissimo come il Festival delle Culture, poi ci sono state le rassegne che hanno presentato le novità più belle del mosaico dell’Accademia nella cornice di RavennaMosaico: Doppio gioco, Life is Mosaic! E infine Avvistamenti, che si è chiusa da poco. Ma era necessario valorizzare l’Accademia anche a livello nazionale, così abbiamo partecipato al Premio delle Arti: i giovani artisti da Ravenna sono stati subito selezionati e Silvia Naddeo, lo scorso anno, ha vinto il Primo premio per la Decorazione con la sua “carotona” (l’opera Eat meat, 2009, n.d.r.) a mosaico. Una bella soddisfazione, anche perché la commissione era davvero di alto profilo, presieduta da Anna Mattirolo, Direttrice del MAXXI Arte, e con Laura Cherubini tra i componenti. Quest’anno alla Biennale di Venezia c’era un evento speciale del Padiglione Italia dedicato ai giovani artisti di talento usciti dalle Accademie italiane: ecco, abbiamo partecipato, e anche dall’Accademia di Ravenna sono stati selezionati due artisti.

Peter Greenway al Teatro Alighieri di Ravenna, 24.11.2009

Poi gli eventi e i progetti particolari: Peter Greenaway al Teatro Alighieri, con un pubblico straordinario, per la lectio magistralis all’apertura dell’anno accademico 2009-2010, la presentazione del volume dedicato ai centottant’anni dell’Accademia un anno fa  (allora il nostro testimonial-ex allievo fu Giuseppe Tagliavini, premio Oscar effetti speciali di Avatar). La giornata per Albe Steiner – grazie a Massimo Casamenti! -, il designer che con la sua cultura del progetto ha influenzato anche molti creativi del territorio, con la bellissima testimonianza della figlia Anna e il film che documentava la sua avventura di uomo e di artista. Eventi aperti a tutta la città che hanno cominciato a fare sentire che l’Accademia c’è e che la sua presenza rende più attiva e giovane la vita culturale di Ravenna.

Draghiland, 23.10.2011

Il murales dedicato alla Poderosa, presentato al pubblico prima di essere spedito a Cuba, Draghiland che stava benissimo nel giardino del Complesso residenziale La Compagnia di san Giorgio a cui gli allievi avevano lavorato per tutta un’estate, i preziosi  totem musivi per il Sistema Museale della Provincia. E altro ancora accanto al Mosaico, perché in Accademia ci sono tanti altri corsi come Pittura, Decorazione, Plastica ornamentale, Incisione. Penso alla collaborazione dell’Accademia con il Premio OPERA/Fabbrica, un concorso a tema per giovani artisti promosso dalla CGIL. O all’etichetta del vino M.O.M.A. che, dopo essere stata dedicata a Morandi, è ora quella di un’allieva dell’Accademia di Ravenna, il cui progetto è stato scelto prima da una commissione presieduta dal Direttore del MAMbo, poi votato on-line come il migliore.

Totem musivi per il Sistema Museale della Provincia di Ravenna, 2011

C’è stata la mostra Elogio della mano al Mar, disegni anatomici provenienti dall’Accademia di san Pietroburgo, per coltivare un nuovo rapporto internazionale. E l’incontro con le realtà teatrali: Chiara Lagani (Fanny & Alexander), Motus, Kinkaleri, Edoardo Sanchi (sono sue le scene dell’Avaro delle Albe). Ne è nata la mostra di fine anno 2010 insieme a “Ravenna viso in aria”, in un week end di full immersion con le energie delle realtà teatrali del territorio. Nella stessa primavera, in collaborazione con il Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte dell’Accademia di Bologna diretto da Cristina Francucci, abbiamo promosso un ciclo di cinque conferenze dedicate al tema arte-museo-scuola che si sono svolte al Mar: sono state presentate esperienze molto innovative come quella della sezione didattica del Castello di Rivoli a Torino, del Palazzo delle Esposizioni a Roma, del MAMbo a Bologna, offrendo coordinate nuove alla didattica dell’arte di cui ha tanto bisogno questa città.

L’ultima slide che ho in mente è per il Premio Tesi. Ho subito pensato a un Premio per individuare gli allievi più promettenti ma soprattutto per dare a loro la possibilità di crescere, “fuori”. Così lo abbiamo chiamato Starting Point!   Il primo anno alla Ninapì, poi al Museo Carlo Zauli di Faenza e infine al Palazzo della Provincia ravennate, Cripta e Giardini pensili: una mostra come premio, ma anche qualcosa di più. Piuttosto che i docenti ho voluto dei giovani critici all’opera, che hanno selezionato e presentato i giovani artisti vincitori.  È stato un contatto che ha fatto scaturire molte nuove aperture. La rivista Solo Mosaico ha arricchito questo premio con una residenza a San Pietroburgo e Mosca, dando al migliore del Mosaico un’ottima possibilità di sviluppare un proprio progetto per cominciare a prendere il volo.

Premio Tesi 2010, assegnazione del Premio Solo Mosaico (sulla destra si riconoscono Roberta Grasso e Silvia Naddeo)

Ecco, sì, sono nati nuovi talenti. Grazie all’esperienza didattica di tanti docenti dell’Accademia, ma anche (credo) dalle stimolanti occasioni create in questi tre anni.

Pensa che al Premio Giovani Artisti e Mosaico promosso quest’anno dal Museo d’arte della Città, tra i dieci selezionati in mostra ben quattro venivano dall’Accademia, e la vincitrice (per l’opera che ha utilizzato il mosaico in modo non convenzionale) è stata Samantha Holmes: un anno fa era venuta da New York in Accademia proprio per imparare il mosaico.

Quello che si potrebbe ancora fare? Meglio dirti quello che NON si dovrebbe fare: tornare indietro.

Settembre 2011: prima dell’inizio del nuovo anno accademico 2011-2012 hai deciso di non rinnovare la disponibilità del tuo incarico: una rinuncia o una presa di posizione? Quali ragioni ti hanno portata a questa scelta?

Chi mi conosce sa che quest’ultimo anno, in particolare, è stato durissimo. Non dico che gli anni precedenti siano stati una passeggiata, specie per contrastare la logica di chi, dalla logica del “tanto peggio tanto meglio”, cerca di ottenere alcuni vantaggi . Ma la ragione di questa scelta è molto semplice. Nell’esperienza fatta ho visto molte potenzialità e molti limiti, diciamo ostacoli, che hanno “bruciato” molte, troppe energie.

Per me queste potenzialità devono essere aiutate sia incrementando la qualità dei percorsi legati al Mosaico, sia formulando qualche nuova ipotesi. Accanto al Mosaico l’Accademia dovrebbe offrire spazio ad altre esperienze e linguaggi, in particolare coinvolgendo realtà molto vive nel territorio, come il teatro contemporaneo, la fotografia. Non parlo solo di nuove risorse necessarie, ma di andare più chiaramente in una certa direzione. Quando i soldi sono pochi bisogna sempre usarli con più intelligenza. Lasciare andare le cose senza fare buone scelte, non porta da nessuna parte, anzi.

Accademia Belle Arti Ravenna Centottant'anni, Longo Editore Ravenna, 2010

In tutti questi mesi mi sono chiesta e ho chiesto con insistenza: Quale visione dell’Accademia? Quale l’importanza nel sistema del contemporaneo della città e in Romagna dell’Accademia?

Per me dalla risposta a queste domande dipende il futuro di questa Istituzione. Piccola ma importante perché legata al territorio, anche se in stretto rapporto con l’Accademia di Bologna. Importante per il Mosaico, visto che ormai l’Istituto d’arte Severini è divenuto Liceo, perdendo la sua specificità, e che dunque l’Accademia resta l’unico luogo di  formazione  legato al Mosaico. Importante se Ravenna vuole crescere davvero nella sua dimensione contemporanea verso la Candidatura a Capitale europea della Cultura nel 2019.

Silvia Naddeo, QrCode Ravenna 2019

Perché, infine, tanto sostegno  all’Università, tanta attenzione alla sua qualità, e non all’Accademia?

Ho visto l’assenza di scelte, l’Accademia completamente in mano a funzionari le cui azioni hanno davvero poco a che fare con la realtà dell’arte contemporanea. D’altra parte il fatto stesso di essere molto attivi, di impegnarsi per cercare di cambiare la stagnazione, com’è accaduto in questi tre anni a me e ai miei colleghi, apre molti canali di stima e buone collaborazioni all’esterno, ma può provocare effetti collaterali.

Ho esposto queste mie considerazioni a Bologna, tutte ascoltate e raccolte mentre lo stesso mio incarico è stato poi assegnato a Maurizio Nicosia, spero che la verifica in corso questi mesi porti a una svolta positiva. A Ravenna continuo a insegnare Storia dell’Arte contemporanea e a seguire con attenzione come l’Accademia viene gestita. Ora, per esempio, mi preoccupano le scelte che hanno riguardato il Biennio: se non si cura bene l’offerta formativa, che diranno i numerosi nuovi iscritti? La migliore pubblicità di una scuola è il buon andamento delle cose, per questo l’Accademia deve essere curata bene.  Intanto non vedo più tra i docenti Dusciana Bravura, Yuri Ancarani, Daniele Torcellini e Piercarlo Ricci, docente di 3D, che in Accademia ha fatto un gran lavoro anche allestendo un’ottima aula multimediale. Non si può perdere tempo, così si rischia di cancellare ogni buona novità.

Infine, una domanda alla storica e alla critica d’arte Bentini: nella diluizione artistica e identitaria contemporanea, cosa è il mosaico oggi, quale ruolo ha? E quale il suo futuro, pur sapendo che come ogni arte da sé va crescendo e si va regolando o negando?

Ho già avuto modo, negli ultimi mesi, di esprimermi pubblicamente su questi punti.

Kaori Katoh, Fioritura, 2010

Il mosaico deve essere sdoganato, nella visione di chi lo pratica e anche di chi lo promuove, come un linguaggio visivo, uno dei molti praticati oggi dagli artisti. E come ogni linguaggio anche il mosaico cresce, prolifera, si contamina, divenendo uno strumento ricco di possibilità per gli artisti. Surplus di materia, luce-colore, frammentazione-ricomposizione, lentezza esecutiva, sono aspetti costitutivi del mosaico.  Antichi e up-to date. Ma ad una condizione. La tecnica (penso al mosaico ravennate) deve essere tramandata, ma al tempo stesso deve essere attaccata da visioni sperimentali, che nascono da sguardi e da attitudini “esterne” appartenenti alle estetiche contemporanee. La “diluizione” artistica oggi è il flusso inarrestabile di immagini che non trova alcun argine nelle categorie tradizionali, viviamo una mutazione dell’immaginario collettivo data dalle nuove tecnologie. Su questo occorre prendere posizione (Bauman stesso, che ha parlato di modernità liquida, ce lo ha ricordato proprio in questi giorni a Ravenna, sottolineando il ruolo del “locale”), ma le coordinate identitarie contemporanee si  ridefiniscono sempre più in tal senso. Senza queste aperture  il mosaico si trasforma in un esercizio di stile altamente artigianale, magari protetto in un piccolo angolo del mondo, Ravenna.

Da dieci anni ormai a Faenza si fanno esperienze che hanno trasformato la ceramica in un terreno molto fecondo di esperienze contemporanee. Mi ricordo bene dell’opera di Sislej Xhafa, arrivato a Faenza per una residenza d’artista al Museo Carlo Zauli: si era appropriato della materia, per lui nuova, passando in ceramica la mail con la quale era stato invitato a fare quell’esperienza. In quel passaggio c’era tutta la densità di un incontro, di un nuovo punto di vista. È stato salutare anche il progetto che hai di recente curato insieme a Torcellini: l’Equazione impossibile genera nuovi pensieri, dunque nuove pratiche. La performance sonora di Malatesta che ha tradotto il mosaico dei CaCO3, a sua volta in dialogo con lo spazio del Battistero degli Ariani, le immagini ieratiche e il fulgore degli ori della cupola del VI secolo, è  in tal senso un’esperienza bellissima.

Penso che il ruolo dell’Accademia a questo proposito potrebbe essere molto importante, ma, come dicevo prima, in questa città bisogna fare buone scelte.

Bric-à-Brac accademiaravenna.net – Il blog dell’Accademia di Ravenna

Accademia di Belle Arti di Ravenna

Maria Rita Bentini alla Biennale di Venezia del 2007

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Sidney Lumet (1924-2011), Oscar alla carriera nel 2005

A poco meno di due mesi dalla scomparsa, lo scorso 9 aprile, non so dire quanto manchi Sidney Lumet (Filadelfia, 1924 – New York 2011), cineasta che ho sempre trovato immenso nel suo essere asciutto, indagatore preciso della natura umana, dei suoi meandri più scuri e quotidiani, autore di una serie di perle luminose che avendo natura di classici, tuttora hanno e avranno da dire a intere generazioni pur avendo 40 o 50 o più anni alle spalle, tanto quanto sono a noi contemporanee le opere dei tragici greci scritte 25 secoli or sono o forse 25 minuti fa.

In particolare avvicino a Eschilo e a Sofocle questo tragico antico nato negli States del ‘900, che usa la realtà a lui nota come sfondo su cui inserire archetipi senza tempo del ventre umano per porsi e porci domande, attualizzando modalità della tragedia classica per narrare non tanto com’è diventato l’uomo, ma forse com’è sempre stato, nel bene e nel male, con eroi insieme negativi e positivi, come già Edipo, perché “l’animale sociale” del seme di Adamo (o meglio dei sassi di Deucalione e Pirra) è complesso più di quanto non voglia riconoscere a se stesso.

La parola ai giurati (1957)

Lumet, noto ai più per successi internazionali quali Serpico (1973) e Quel pomeriggio di un giorno da cani (1974), che hanno contribuito alla consacrazione di Al Pacino dopo Il padrino di Coppola, o Assassinio sull’Orient-Express (1974), con un cast all stars, per me resta anzitutto il regista di alcune pietre imprescindibili del grande schermo: La parola ai giuratiTwelve Angry Men (1957), il suo esordio con protagonista l’amico di una vita, il grandissimo Henry Fonda, dramma eschileo sulla giustizia, sul senso del diritto e dell’innocenza sino a prova contraria, da garantirsi a chiunque e oltre ogni apparenza, specie se venata di razzismo. Un film da vedere e rivedere cento e più volte, anche da un punto di vista fotografico (merito di Boris Kaufman, lo stesso di Fronte del porto di Kazan).

A seguire, l’altro capolavoro assoluto, Network – Quinto potere (1976), a dir poco profetico, con un’interpretazione giustamente premiata dall’Oscar del predicatore folle “Howard Beale”- Peter Finch (attore purtroppo scomparso prima di riceverlo), e della spietata, allucinata dirigente televisiva “Diana Christensen”- Faye Dunaway, senza scordare alcuni comprimari da applauso, fra cui William Holden e Robert Duvall: se volete capire meglio la natura della televisione, il suo potere di persuasione di massa, dunque anche il nostro tempo, oltre ad un’analisi impietosa del cinismo e del delirio di onnipotenza umano, dovete conoscere questa pellicola, farla vostra, studiarla scena per scena.

Onora il padre e la madre (2007)

Infine, l’ultima zampata eschileo-sofoclea, Onora il padre e la madreBefore the Devil Knows You’re Dead (2007), ancora una volta con una serie di attori perfetti, in piena forma tragica, fra cui spiccano i “fratelli Hanson”- Philip Seymour Hoffman ed Ethan Hawke, e il di loro padre “Charles Hanson”- Albert Finney: con una serie di flashback micidiali, con tanto di rumore da incastro degli ingranaggi del destino, meccanismo implacabile azionato però dalla volontà umana, Lumet ricostruisce tutti i pezzi della storia dai vari punti di vista sino all’inevitabile finale tragico, col padre che, guidato dalle Erinni che abitano gli abissi di ogni uomo, soffocherà il figlio ferito in ospedale, avendolo scoperto insieme al fratello mandante della rapina nella gioielleria di famiglia, in cui muore accidentalmente la loro madre, la di lui amatissima moglie.

Conclusione quasi shakespeariana, coerentemente senza sconti, con la dissoluzione del nucleo familiare nel sangue: un’assenza di catarsi al termine del racconto su cui meditare, proprio perché vedendolo, essa accada nelle vite degli spettatori, seduti sulle poltrone-gradinate del cinema, più che mai in questo caso versione moderna del teatro antico, dell’insopprimibile bisogno umano di narrare, vedere, ascoltare, capire.

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Henri Rousseau, La guerra, 1894, Musée d'Orsay, Parigi

Premessa: ancora una volta l’Italia, il mio Paese, ha preso la via dissennata della guerra, in altre occasioni chiamata ipocritamente missione di pace.

Macabra coincidenza: stavolta si bombarda la Libia, il Paese da noi invaso esattamente cento anni fa, quand’era ancora parte del morente Impero ottomano, nel settembre1911, in preda a furori coloniali di cui ancora paghiamo le conseguenze.

Eppure la nostra Costituzione non ammette dubbi di principio:

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (…).

Chi dalla guerra è scampato, sa come si torna (se si torna): nella migliore ipotesi, più poveri, induriti nell’animo e feriti nel corpo. E questo vale per gli individui come per le nazioni intere. Del resto si è andati ad uccidere. Una volta, almeno, re e condottieri scendevano in battaglia e rischiavano la pellaccia direttamente. Il ‘900 ci ha abituato a governanti che in sale ovattate si limitano a dettare ordini telefonici, a cliccare pulsanti. Di morte.

Proprio questa settimana è stato offerto uno degli spettacoli più miserabili che le democrazie occidentali, presunte evolute ed esportatrici di (in)civiltà, abbiano mai dato, con l’inneggiare internazionale e da parte di capi di stato e responsabili politici che si definiscono moderati all’uccisione di Caino-Bin Laden: non entro nel merito della vicenda, se il fatto sia o meno vero e comunque la scomparsa del corpo in mare lo rende non più verificabile, ma anche ammesso lo sia (forse sulla scia della cosiddetta primavera araba, questa sì novità epocale per cui gioire, sono cadute le coperture del noto terrorista divenuto un peso pericolosamente ingombrante da eliminare: ma a questo punto ogni fanta-ipotesi è possibile quanto inutile), mi chiedo un po’ ingenuamente se non sarebbe stata resa giustizia nel senso pieno della parola con la sua cattura e incarcerazione a vita seguita da un processo, coi nomi eventuali che l’imputato avrebbe potuto fare (e a proposito di responsabilità scommetto ne avrebbe avuti da dire…). Senza peraltro contare le conseguenze terroristiche possibili di questa esecuzione sommaria…

Basta. Lascio la parola ad un grandissimo dimenticato del teatro cinquecentesco, che visse direttamente la guerra in giovinezza, il padovano Angelo Beolco detto il Ruzante.

 

MENATO – Quando a’ gieri in qualche scalmaruza, disíme a la reale, compare, disíssiu mé: «Oh, fossio a ca’!», cussí da vostra posta, pian? Disí pure, che agni muò con mi – intendíu, compare? – a’ poí dire com a’ volí.

RUZANTE – O compare, s’a’ fossè sto on’ son stato io mi, aessè fato an pí de quatro de g’invò. Che criu che sipia a esser in quel paese? Che te no cognussi negun, te no sè don’andare, e che te vi’tanta zente che dise: «Amaza, amaza! Dàghe, dàghe!» Trelarí, s-ciopiti, balestre, freçe; e te vi’ qualche to compagno morto amazò, e quel’altro amazarte a pè. E com te crí muzare, te vè int’i nemisi; e uno che muza darghe un s-ciopeto in la schina. A’ ve dighe che ‘l’ha gran cuore chi se mete a muzare. Quante fiè criu che a’ m’he fato da morto, e sí me he lagò passar per adosso cavagi? A’ no me sarae movesto, ch’i m’aesse metú adosso el monte de Venda! A’ ve dighe la veritè, mi; e sí me par che chi sa defendere la so vita, quelú sea valent’omo. (…)

MENATO – Cancaro! A’ si’ stò fieramen in là. A che muò favèlegi in quel paese? Se intèndegi? Ègi uomeni com a’ seóm nu? De carne – intendíu? – com a’ seóm nu?

RUZANTE – Gi è uomeni de carne, com a’ seóm nu. E si favela com a fazóm nu, mo malamén, com fa sti megiolari de fachinaría che va con la zerle per la vila. Tamentre gi è batezè, e sí fa pan com a’ fazóm (nu), e sí magna com a’ fazóm nu. E sí se maría e fa figiuoli, puorpio com a’ fem nu. A’ se inamòregi, an; mo l’è vero che sta guera e (i) soldè gh’ha fato andare l’amore via dal culo.

 

(MENATO –  Quando eravate in qualche scaramuccia, ditemi francamente, compare, dicevate mai: «Oh, fossi a casa!», così per vostro conto, piano? Dite pure, che in ogni modo, con me – intendete, compare? – potete parlare come volete.

RUZANTE – Oh, compare, se voi foste stato dove sono stato io, (ne) avreste fatto anche più di quattro di voti. Che credete che sia essere in quel paese? Che non conosci nessuno, non sai dove andare, e vedi tanta gente che dice: «Ammazza, ammazza! Dàgli, dàgli!» Artiglierie, schioppi, balestre, frecce; e ti vedi qualche tuo compagno morto ammazzato, e quell’altro ammazzato vicino. E quando credi di scappare, vai in mezzo ai nemici; e a uno che scappa, vedi dargli una schioppettata nella schiena. Vi dico che ha un gran coraggio chi si mette a scappare. Quante volte credete che io abbia fatto il morto, e mi sia lasciato passare sopra i cavalli? Non mi sarei mosso neanche se mi avessero messo sopra il monte Venda! Vi dico la verità; e così mi pare che chi sa difendere la propria vita, quello sia un valentuomo. (…)

MENATO – Canchero! Siete stato molto lontano. E in che modo parlano in quel paese? Si intendono? Sono uomini fatti come noi? Di carne – intendete? – come siamo noi?

RUZANTE – Sono uomini di carne, come siamo noi. E parlano come facciamo noi, ma malamente, come fanno questi ambulanti che vanno come facchini con le gerle per la villa. Eppure sono battezzati, e fanno il pane come lo facciamo noi, e mangiano come facciamo noi. E si maritano e fanno figli, proprio come facciamo noi. Si innamorano anche; ma è vero che questa guerra e i soldati gli han fatto andare l’amore via dal culo.)

Angelo Beolco detto il Ruzante (Padova – Pernumia? – 1496 ca. – Padova 1542), Parlamento de Ruzante che iera vegnú de campo, dai Dialoghi in lingua rustica, 1528-29 (trad. A. Zorzi).

Ruzante in scena – sito regionale su Ruzante

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Interno del Teatro lirico Alla Scala di Milano, inaugurato il 3 agosto 1778 (progetto originario dell'architetto Giuseppe Piermarini)

Meneghino: «Demm donca a trà, che ve dirò d’i coss/ che ve faran servizij./ Son stàe alla guerra an mì/ e so comè la va. Ve cuntarò/ tutta l’istoria de sta vitta braeva/ dalla raeva alla faeva./ E no guardé, che sia on tàe badin/ che no sa lesg nè scrivv,/ se ben no g’ho scricciura nè latin/ in la cà della tegna,/ chi paerla par amor, l’amor gh’insegna.»

(Meneghino: «Datemi dunque attenzione, che vi dirò delle cose/ che vi faranno servizio./ Sono stato anch’io alla guerra/ e so come va. Vi conterò/ tutta la storia di questa vita brava/ dalla rava alla fava./ E non guardate se sono un tapino/ che non sa né leggere né scrivere,/ se anche non ho né scrittura né latino/ nella casa della tigna,/ chi parla per amor, l’amor gl’insegna.»)

Carlo Maria Maggi, da I consigli di Meneghino (atto I, scena II), 1697

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I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell,/ hin ona tavolozza de color,/ che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell/ segond la maestria del pittor.// Senza idej, senza gust, senza on cervell/ che regola i paroll in del descor,/ tutt i lenguagg del mond hin come quell/ che parla on sò umilissim servitor//  e sti idej, sto bon gust già el savarà/ che no hin privativa di paes,/ ma di coo che gh’han flemma de studià:// tant l’è vera che in bocca de Usciuria/ el bellissem lenguagg di Sienes/ l’è el lenguagg pù cojon che mai ghe sia.

(Le parole di una lingua, caro signor Gorelli,/ sono una tavolozza di colori,/ che possono fare il quadro brutto, o farlo bello,/ a seconda del talento del pittore.// Senza idee, senza gusto, senza un cervello/ che regoli le parole nel discorso,/ tutti i linguaggi del mondo son come quello/ che parla un suo umilissimo servitore:// e queste idee, questo buon gusto già lo saprà/ che non sono privilegio di un paese,/ ma delle teste che hanno voglia di studiare:// tant’è vero che in bocca a Vossignoria/ il bellissimo linguaggio dei Senesi/ è il linguaggio più coglione che ci sia.)

Carlo Porta, I paroll d’on Lenguagg car sur Gorell, 1810

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Cecch: «Minga domà i codegh ghe mangi, ma on porscell intrighi s’el voeur! (…) Ma che famm, che famm d’Egitt! L’è la forza natural che gh’ho in del sangu! Mi coi mè  settant’ann sui spall, sont pussee giovin de lú! La generazion che ven su adess l’è tutta da strasc!»

(Cecch: «Non mangio mica soltanto le cotiche, ma un maiale intero se lei vuole! (…) Ma che fame, che fame d’Egitto! È il vigore che ho nel sangue! Io, con i miei settant’anni sul groppone, sono più giovane di lei! La gioventù oggi è tutta da buttare allo straccivendolo!»)

Carlo Bertolazzi, da El nost Milan: la povera gent (atto III, scena I), 1893

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Trâ, ‘me ‘na s’giaffa salti trì basèj,/ e passi in mezz a l’aria, al ver teater/ che l’è mè pàder ‘me sarà nel temp,/ e schitti, curri, e ‘l sbatt che fa la porta/ l’è cume l’aria che me curr adré./ A trì, a quatter, al sping de la linghéra,/ mì vuli i scal e rivi al campanèll./ Mia mama, adasi, la sciavatta e derva,/ mè pader rìd, e mì me par per nient.

(Gettato, come uno schiaffo salto tre gradini,/ e passo in mezzo all’aria, al vero teatro/ che è mio padre come sarà nel tempo,/ e scatto, mi affretto rapido, e lo sbattere che fa la porta/ è come l’aria che m’insegue dietro./ A tre, a quattro, alle spinte della ringhiera, / io volo le scale giungo al campanello./ Mia madre, adagio, ciabatta e poi apre,/ mio padre ride, e a me sembra per niente.)

Franco Loi, da Stròlegh (Torino, 1975)

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Busto di Pericle, copia romana presso i Musei Vaticani, da un originale greco di Cresila del V sec. a.C.

 

Il testo e il video seguenti provengono dallo spettacolo Il Signor Rossi e la Costituzione (2003-04) di Paolo Rossi e sono una libera traduzione del noto discorso di Pericle agli ateniesi, un vero e proprio elogio della democrazia, riportato dallo storico greco del V sec. a.C. Tucidide ne La guerra del Peloponneso (II, 36-42).

Ieri l’altro Svetonio, oggi Pericle: maccartianamente, bisognerebbe segnalare il nome di questi due pericolosi comunisti ai segugi del Giornale e di Libero.

Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi e per questo viene chiamato Democrazia. Qui ad Atene facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia uguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene facciamo noi facciamo così. La liberta di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla vita della Democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresca prosperando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo cosi!” (Paolo Rossi d’après Pericle)


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