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Archive for the ‘televisione’ Category

“Ma del calcio a te non stracatafotteva nulla? Però i mondiali li guardi, eh?”

Giusta osservazione di un amico. E confermo: amo i mondiali quanto mi annoiano gli altri campionati, specie il nostro, perché su quei campi, ogni quattro anni, il calcio torna ad essere uno sport e uno spettacolo bellissimi, appassionanti, in cui, fra l’altro, i nodi vengono al pettine e solo se vali vai avanti. Poi ci sono anche la sorte, buona o cattiva, l’indotto economico che la vittoria comporta e le “blatterate” di turno, ma non sono il punto.

Il calcio così giocato può anche divenire metafora della vita o dello spirito di un paese, come aveva intuito Giovanni Arpino in Azzurro tenebra (1977), amaro e lucido, riferendosi alla débâcle italiana del ’74, o come pochi giorni fa Michele Serra nella sua Amaca (La Repubblica, 25 giugno 2010, pg.44): “Piccola riflessione in margine all’eliminazione degli azzurri. La gestione della mediocrità non è tra le cose che agli italiani riescono meglio, ma poiché – non solo nel calcio – la mediocrità è la condizione che descrive meglio di altre questo lungo scorcio della nostra vita nazionale, prima ne prendiamo atto, meglio è. L’illusione del colpo di genio salvifico, del talento di pochi che rimedia alla pochezza di molti, dell’estro e dell’improvvisazione come dono di natura, della grazia ricevuta e della botta di culo, sono decrepite e pigre scorciatoie mentali di un paese che è nudo di fronte ai propri limiti e non ha il coraggio di guardarsi allo specchio.

La Nazionale ha perso perché era una squadra mediocre, in rappresentanza di uno sport in forte regresso (anche strutturale: stadi tra i peggiori d’Europa, tifoserie tra le più incivili del mondo). Era dunque ragionevole che perdesse. Né “onta” né “vergogna” servono a illustrare la perfetta normalità di un ultimo posto meritatamente conquistato sul campo. In molti altri campi, più importanti del calcio, la percezione della decadenza, piuttosto che eccitare gli animi e offendere le suscettibilità, dovrebbe spingere a prenderne atto, e rimboccarsi umilmente le maniche.

E invece, accade che per la propria squadra si arrivi alla bestialità, uccidere l’altro, mentre se si assiste ad ingiustizie non solo ai propri danni, se si è sfruttati o disoccupati (e magari ben adagiati su questo), tutto pare normale, in fondo ci si abitua a tutto (persino ai marziani, come scrisse il grande Flaiano).

Ecco, è questo il calcio, anzi il dio calcio di cui non me ne stracatafotte nulla, con quella partecipazione ottusa dei più alla logica immarcescibile del panem et circenses, mentre fra trucchi e compravendite, il campionato non ha da tempo più nulla da dire, standardizzato su quattro o cinque squadre di massima, con giocatori spesso vecchi, annoiati e sempre iperpagati, anche rispetto ad altre discipline ben più faticose e decisamente meno remunerative.

Tutto questo può apparire retorico, lo so, ma continuerò a vedere i mondiali (come le olimpiadi) ignorando il resto, dove mancano ormai il cuore e l’anima, gli stessi elementi così evidenti in molti match sudafricani di questi giorni, come nelle pagine indimenticabili di Osvaldo Soriano (1944-1997).

Il tiro arrivò a sinistra e “el Gato” Díaz si buttò nella stessa direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e si mise a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Díaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria.

Due anni dopo, quando “el Gato” era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. (…) Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato.

– Bene, ragazzo, – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal al “Gato” Díaz, ma nessuno ti crederà.” (Osvaldo Soriano, da Il rigore più lungo del mondo, in Fútbol, storie di calcio, Einaudi, Torino, 1998)

Ps. Olanda o Spagna? Meritevoli entrambe, avendo disputato partite bellissime e non avendo mai vinto un mondiale: coraggio ragazzi e davvero vinca il migliore! Per lo sport è già un successo.

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Povero Brancher! Non è riuscito ad abbrancare la poltrona ministeriale per più di 17 giorni: evidentemente il vecchio XVII romano, anagramma di VIXI, “sono vissuto”, porta davvero sfiga.

Ora sta al Governo del ghe pensi mi non cadere (ma non accadrà, prima delle meritate vacanze: sono solo voci di giornale per vendere più copie o dichiarazioni altrettanto fasulle di un’opposizione altrimenti impreparata) e far approvare la manovrina “che non mette le mani nelle tasche degli italiani”. I quali da tempo si bevono tutto, per interesse o ignoranza, fate voi.

Poi, toccherà alla legge sulle intercettazioni, una delle peggiori liberticide e antilegalità di sempre. E altre perle sono al vaglio dei nostri ammiragli. A proposito di beni culturali ad esempio, si sta risuscitando, con qualche modifica, una proposta del 2004 dell’on. Carlucci, la mente eccelsa che ultimamente s’era lamentata per lo stipendio in effetti scarso dei parlamentari: in sostanza si prevede per chiunque in possesso al 31 dicembre 2009, illecitamente, di beni archeologici, non più l’obbligo della loro restituzione immediata al proprietario legittimo, lo Stato (cioè noi tutti), né pene pecuniarie o procedimenti legali, ma la possibilità di regolarizzare l’acquisto dell’opera, oggetto chiaramente di furto, pagandola un  terzo del valore stimato!

Non ci si crede? Ma la realtà supera sempre la fantasia più improbabile (in peggio, in Italia): sicché, tombaroli di tutto il mondo, unitevi! Magari fondate un sindacato, che è giusto difendere i propri diritti ladroneschi.

Del resto, per quanto paradossale possa apparire questa vicenda, non è che l’ennesima ferita al corpo estenuato del patrimonio artistico e paesaggistico del Paese, come aveva raccontato un anno fa, il 27 settembre 2009, Oro Buttato, l’ottima puntata dedicata al tema da Riccardo Iacona in Presa Diretta, una delle rarissime trasmissioni di giornalismo vero sulle reti pubbliche (accanto a La7), con un cenno, peraltro, alle attività non chiare di Arcus, la s.p.a. che finanzierebbe con soldi pubblici progetti di Arte Cultura e Spettacolo, occupata da parenti di altissimi papaveri politici, per meriti riconosciuti, si capisce. Sarebbe interessante indagare anche su Ales, altra s.p.a. ministeriale, che gestisce i servizi museali: o forse è meglio non sapere, troppo masochismo sennò.

In realtà la china si sta discendendo da tempo, costantemente, verso il buio più assoluto e irreversibile: come prova la svendita un paio d’anni fa, con modifica di destinazione d’uso e nel sostanziale silenzio dei media (a parte la rete), di Palazzo Forti, già Museo d’Arte Moderna per volontà testamentaria del botanico Israele Achille Forti (1937), nella civilissima e leghista Verona, insieme ad altri edifici storici (l’ex Convento di San Domenico, Palazzo Pompei e Palazzo Gobetti, già sedi questi ultimi del Museo di Storia Naturale, mentre ora i reperti preistorici accatastati in deposito stanno letteralmente ammuffendo, con le felci fossili che diventano blu come le mozzarelle guaste), in alcuni casi convalidando le scelte della precedente amministrazione di centro sinistra (2005), che aveva inaugurato il tutto con l’asta di Castel San Pietro, dal 2006 della fondazione Cariverona.

 

Il "mistico" ministro Sandro Bondi

 

Se, come scrisse Boiardo, principio sì giolivo ben conduce, cosa accadrà fra breve col federalismo all’italiana, quando Regioni ed Enti locali potranno disporre in toto del patrimonio ex demaniale (non solo caserme dismesse, come si è visto) per fare cassa?

Il Ministero dei Beni Culturali è sempre stato una Cenerentola senza principe azzurro, fin dagli esordi (un po’ come l’insegnamento di storia dell’arte a scuola, tutto coerente, tutto torna): dunque cosa ci si poteva aspettare nell’era della bondeide, da un ministro misticamente perso o transverberato dalla parola di Arcore, che nelle sue espressioni migliori, ricorda il volto glabro e pasciuto di un vescovone medievale (con cattiveria annessa), o, al più, un incrocio fra Boy George (quello attuale, sfatto) e il monacone del Nome della Rosa (quello grasso e “invertito” che muore avvelenato in una tinozza, poverello)?

Lungi dall’augurare mali a nessuno: sia vita lunga a tutti, con buona pace di cultura e beni associati: ci rifaremo nel prossimo millennio, con rovine nuclear-plastico-cementificate.

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Oggi, 2 giugno, Festa della Repubblica: una data importante, perché il processo democratico in Italia non è mai stato lineare né indolore, come il 25 aprile testimonia ogni anno. Né lo è tuttora, come dimostra in questi giorni la messa a punto (e futura approvazione) dell’ennesima legge indegna, in questo caso per limitare le intercettazioni telefoniche e la relativa impossibilità a pubblicarne i contenuti.

In piazza è il momento delle fanfare e sui medesimi spalti, governo e (presunta) opposizione.

Qui si preferisce l’anima civile di un poeta, Pier Paolo Pasolini (1922-1975), la cui voce, coscienza di una nazione, è mancata come non mai negli ultimi trentacinque anni e il cui assassinio appartiene ancora al novero oscuro e triste dei molti, troppi misteri italiani irrisolti e che è facile supporre, più passa il tempo e meno vedranno luce di chiarimento.

Ps. la voce recitante alcuni testi di Pasolini nella seconda metà del video è di Toni Servillo e tale sequenza viene dal bellissimo La voce di Pasolini di Matteo Cerami e Mario Sesti (dvd e libro, Feltrinelli Real Cinema, Milano, 2006).

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In quasi novant’anni di attività, la Walt Disney Company ha prodotto più di qualche capolavoro d’animazione, inventandosi un mondo e un impero finanziario, magia made in U.S.A., a partire da un topo, Mickey Mouse, cosa che non poteva sfuggire ad uno dei critici più acuti e preveggenti del ‘900, Walter Benjamin.

Mickey Mouse

Questi già nel 1931 gli dedicava una nota: “(…) in questi film, la specie umana si prepara a sopravvivere alla civilizzazione. Mickey Mouse dimostra che ogni creatura può sopravvivere anche se privata di sembianze umane. Distrugge l’intera gerarchia delle creature che si suppone culmini nell’umanità. Questi film sconfessano il valore dell’esperienza più radicalmente di quanto si sia mai fatto. In quel mondo, non vale la pena provare esperienze. (…) Tutti i film di Mickey Mouse sono basati sul tema dell’andar via di casa per scoprire cos’è la paura.  Per cui la spiegazione dell’enorme successo di questi film non è data dalla tecnica, dalla forma; non è neanche un fraintendimento. E’ semplicemente data dal fatto che il pubblico vi riconosce la propria stessa vita.” (trad. di A. Baricco, da I barbari. Saggio sulla mutazione, 2006, non essendo questo frammento finora presente nelle Opere di Walter Benjamin, pubblicate da Einaudi).

Ha un che di commovente pensare ad un marxista con una mente come la sua, intento a riflettere sul Topolino incantatore. Del resto, egli sapeva percepire il cambiamento in atto e la direzione che avrebbe preso l’umanità, a partire dagli argomenti più eterogenei, fossero pure il giardinaggio o una ricetta culinaria. Oggi vengono tratti saggi filosofici dal gusto delle scaloppine al vapore o dalla cottura del vialone nano o delle chelette di qualche crostaceo del Madagascar, fini a sé però e nulla più: un segno del nostro tempo, in cui le pauvre Vatel, certo, non sarebbe suicidato.

Ma tornando alla Disney, ha sempre continuato ad innovare, sin dai primi tempi (anni ’20-’30), col sonoro sincronizzato, l’introduzione del colore, la camera a più piani, la stereofonia, fino all’uso del computer (già dagli anni’70) e alle realizzazioni completamente digitali degli ultimi anni.

In particolare, dai primi anni’40 sperimentò la cosiddetta tecnica mista, ovvero la compresenza nella stessa pellicola di cartoni animati e umani, tutti parte di un’unica realtà, da Fantasia (1940), a Mary Poppins (1964), da Pomi d’ottone e manici di scopa (1971) a Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988), per citare i più noti.

E nel 2004 ha portato al suo arco commerciale un’altra freccia d’oro: l’acquisto dei diritti del Muppet Show, ovvero dei pupazzi creati dal genio di Jim Henson oltre trent’anni fa e che prima e meglio d’altri hanno portato una carica dissacratrice nella televisione parodiando il varietà, con gli stacchetti musicali, i balletti, gli aggiornamenti giornalistici, le pseudo interviste etc., mescolando gag “pupazzesche” con attori, cantanti e conduttori in carne e ossa, realizzando ancora una volta un continuum reale-fantastico, dall’effetto surreale e pop insieme. A questo proposito, risultano tuttora particolarmente divertenti gli interventi di Peter Sellers, Elton John (when the bitch was at the top) e dei Mummenschantz, anche se, probabilmente, per godere appieno gli altri sketch, bisognerebbe avere presente la U.S.A. TV situation di quegli anni, gli stessi in cui parallelamente veniva prodotto uno dei capolavori più alti e drammatici di Sidney Lumet, Network/Quinto potere del 1976, coincidenza curiosa, l’anno della prima messa in onda dei Muppet.

Questi pupazzi (il cui nome deriverebbe da marionette e puppet) sono stati uno dei sorrisi più intelligenti e singolari che il piccolo schermo abbia mai dato ai suoi spettatori e dopo tanto discorrere, s’impone lasciare loro la voce:

Ps. Questo pezzo è dedicato ad Elena P., splendida cartoonist.

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