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Ketty La Rocca, Non commettere sorpassi impuri (1964-65)

Una delle grandi protagonista dell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, oggi al centro di una vera riscoperta internazionale, è stata Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze, 1976).

Quest’anno, in occasione della XVII Biennale Donna, a quasi vent’anni dall’ultima mostra antologica a lei dedicata in Italia e a ottant’anni dalla nascita, verrà inaugurata (domani, sabato 14 aprile alle ore 18.00) una mostra intitolata Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word, a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna, in cui si presenteranno una selezione di opere focalizzate sul rapporto tra linguaggio verbale e corpo, cuore della poetica dell’artista. La mostra è realizzata in collaborazione con l’ Archivio Ketty La Rocca di Michelangelo Vasta e sarà aperta al  Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara dal 15 aprile al 3 giugno 2018.

Ketty La Rocca, Via col vento, locandina (1975)

Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word si muoverà su un doppio binario, tematico e cronologico: opere di anni diversi saranno raccolte attorno al polo della parola, centrale nella fase verbovisiva e a quello del gesto, che invece caratterizza la produzione del decennio seguente. Il pubblico potrà vedere una selezione di circa 50 opere scelte tra le più rappresentative della produzione dell’artista – dai collage verbovisivi ai cartelli, dai videotape alle sculture sagomate, dalle Riduzioni alle Craniologie – più alcuni progetti, opere e materiali documentari mai esposti prima in Italia, come la documentazione dell’azione Verbigerazione (1973), realizzata nell’ambito della X Quadriennale d’Arte di Roma, recentemente ritrovata nell’archivio dell’ente romano, e l’audio originale della performance Le mie parole, e tu? (1975). Sarà inoltre presentato un progetto mai realizzato: In principio erat verbum, un gioco-performance che ribadisce l’interesse dell’artista per la comunicazione gestuale.

Ketty La Rocca, Le mie parole e tu (1971)

Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word

15 aprile – 3 giugno 2018

Padiglione d’Arte Contemporanea

Corso Porta Mare 5, 44121 Ferrara

Orari

da martedì a domenica 9.30 – 13.00 / 15.00 – 18.00

Aperto anche 23 e 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno

Sara Zolla press

 

 

 

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Federica Landi, Shell, 2017, stampa fine art su carta cotone, 70×100 cm

Oggi, 27 gennaio 2018, inaugura Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani, mostra collettiva a cura di Carlo Sala che riunisce le opere di Federica Landi (Rimini, 1986), Victor Leguy (San Paolo, 1979), Pedro Vaz (Maputo, 1977), Marco Maria Zanin (Padova, 1983) nelle sale del Museo del Paesaggio di Torre di Mosto in provincia di Venezia.

I quattro artisti presentano in mostra lavori inediti realizzati nel corso di Humus Interdisciplinary Residence, piattaforma interdisciplinare che ha come scopo la contaminazione tra il mondo dell’arte contemporanea e quello di territori “al margine”, ancora estremamente legati al rapporto con l’agricoltura, le tradizioni del mondo contadino, il paesaggio, la terra intesa nel senso primario del termine. A stretto contatto con la popolazione locale, gli artisti hanno potuto operare una rilettura delle identità locali che è anche strumento di creazione di consapevolezza e di sviluppo per la stessa comunità.

Pedro Vaz, Segunda Natureza, 2017, still da video. Doppia proiezione video, (2x) 1080x1440px, 43, loop. Doppia struttura di proiezione, (2x) 120x160x70cm, legno, tela per proiezione.

Se il lavoro di Pedro Vaz, paesaggista, si è centrato sulla rappresentazione di un tratto del fiume Livenza, Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin hanno deciso di focalizzarsi sulla rilettura e la narrazione in senso contemporaneo del patrimonio di oggetti appartenenti al Museo della Civiltà Contadina della piccola località di Sant’Anna di Boccafossa, che gli artisti hanno visto come una potenziale attrattiva per attività di educazione, turismo e ricerca.

Marco Maria Zanin, Figura magico-religiosa, 2017, stampa fine art su carta cotone
16×20 cm

In mostra saranno esposte una serie di fotografie di Federica Landi, una installazione di Victor Leguy, una video installazione e due grandi pitture di Pedro Vaz, fotografie e sculture di Marco Maria Zanin. Ci sarà inoltre una installazione collettiva realizzata dagli artisti Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin secondo il modello del deMuseo, dispositivo che mira a ripensare l’idea tradizionale di museo inteso come ente conservativo statico, divenendo al contrario un “organismo” dinamico dove le esperienze collettive sono il fondamento per raccogliere e elaborare la storia e la memoria locale, che possa fungere da volano per fortificare l’identità e la coesione sociale di un territorio.

Victor Leguy (fotografie di Marco Maria Zanin), Rinascita #01 (dettaglio), legno, tessuto, terra, vetro, oggetto, stampe

In occasione del seminario di conclusione dei lavori che avrà luogo il 25 febbraio 2018 alle ore 17.00 verrà presentata la pubblicazione contenente i testi critici, le immagini del processo artistico e delle opere.

Press Irene Guzman

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani

artisti: Federica Landi, Victor Leguy, Pedro Vaz, Marco Maria Zanin

a cura di: Carlo Sala

sede: Museo del Paesaggio di Torre di Mosto

indirizzo: Torre di Mosto, Località Boccafossa (Venezia)

date: 28 gennaio – 25 febbraio 2018

opening: 27 gennaio 2018, ore 18.00

orari: sabato: 15.00-18.00 e domenica: 10.00-12.00 / 15.00-18.00. Dal lunedì al venerdì su appuntamento.

visite guidate: domenica 28 gennaio, 4, 11 e 18 febbraio dalle 15.00 alle 18.00

 

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seduzione antico mar

È una mostra ben riuscita quella del Mar di quest’anno curata come di consueto da Claudio Spadoni e desidero consigliarla per più motivi.

Anzitutto, è una mostra vera, intendo dire che dietro c’è un’idea, un progetto scientifico con tanto di buoni saggi in catalogo e la cosa in Italia non è affatto così scontata, dal momento che l’insulso e luccicante modello Goldin – Linea d’ombra trova sempre più proseliti, tanto l’importante è fare cassa.

Se la cultura fosse solo un ragionamento economico la grande maggioranza dei capolavori anche solo dell’ultimo secolo, letterari, musicali, artistici in genere, non avrebbe visto la luce dal momento che il nuovo spaventa e subito (spesso anche poi), a parte casi rari, non conquista le masse.

A Spadoni sono stati più volte contestati i presunti bassi numeri delle sue esposizioni, tanto che ha dichiarato di essersi giustamente stancato e che questa sarebbe stata l’ultima volta al Mar, istituzione che peraltro deve a lui un’identità.

Bene, se così è, ha chiuso in bellezza. Al netto del fatto che, per dirne una, i mezzi economici messigli a disposizione da Ravenna sono un quarto di quelli di Ferrara e Forlì, le grandi vicine, vale a dire cinquecentomila euro contro due milioni circa cadauna, per non dire del personale ridotto del Museo ravennate, che eroicamente fa davvero tutto quello che può.

Al di là, però, di questi non insignificanti dettagli tecnici, la mostra è da vedere perché rende evidente nelle varie sezioni il confronto, lo scontro, la ricerca accurata o lo scarto irridente con l’antico sviluppato da tutti i più importanti protagonisti delle avanguardie del secolo scorso, ragion per cui la classicità antica o rinascimentale si rivela non qualcosa di morto come voleva il marinettiano manifesto futurista (e anche lì la comparazione inevitabile era fra un motore ruggente e la Nike di Samostracia), anzi piuttosto essenziale alla costruzione dei percorsi sia individuali che generali dei movimenti d’appartenenza di tanti grandi.

A proposito, i nomi che contano ci sono tutti, anche se, onestamente, non tutte le opere sono di livello fra i maggiori come fra i minori (per dirne una, trovo scadente il Picasso esposto). Ma questo, su oltre centotrenta lavori raccolti, è fisiologico.

La mostra merita e questo è tutto ciò che conta.

MAR – La seduzione dell’antico

7.Carlo Carrà, Madre e figlio, 1934, olio su tela, cm 90x115, Macerata, Fondazione Carima, Museo Palazzo Ricci

Carlo Carrà, Madre e figlio, 1934, olio su tela, cm 90×115, Macerata, Fondazione Carima, Museo Palazzo Ricci

10.Giorgio De Chirico, Cavalieri in un paese, olio su tela, cm 40x50, Cortina d'Ampezzo, Museo d'Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d'Ampezzo

Giorgio De Chirico, Cavalieri in un paese (senza data), olio su tela, cm 40×50, Cortina d’Ampezzo, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d’Ampezzo

31.Pablo Picasso, Teté d'homme barbu, 1964, olio su tela, cm 46x33, Bologna, collezione privata

Pablo Picasso, Teté d’homme barbu, 1964, olio su tela, cm 46×33, Bologna, collezione privata

14.Lucio Fontana, Ritratto di ragazza, 1929-30, gesso colorato in azzurro alla base del collo, cm 32.5x18.5x22.5, Milano, Galleria Tonelli / Verona, Studio la città

Lucio Fontana, Ritratto di ragazza, 1929-30, gesso colorato in azzurro alla base del collo, cm 32.5×18.5×22.5, Milano, Galleria Tonelli / Verona, Studio la città

21.Leoncillo, Natura morta con bottiglia e polipo, 1943, terracotta invetriata, cm 36x30x21, Roma, Collezione Fabio Sargentini

Leoncillo, Natura morta con bottiglia e polipo, 1943, terracotta invetriata, cm 36x30x21, Roma, collezione privata

12.Marcel Duchamp, L'envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5x48, collezione privata

Marcel Duchamp, L’envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5×48, collezione privata

2.Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55x46, Vergiate, Archivio Baj

Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55×46, Vergiate, Archivio Baj

Franco Angeli, Souvenir, 1974-78, smalto su tela, cm 100x150x3.5, Collezione Luigi Achilli

Franco Angeli, Souvenir, 1974-78, smalto su tela, cm 100x150x3.5, collezione privata

Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala

Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala

18.Yves Klein, Venus d’Alexandrie, 1962, pigmento ikb su resina, cm 72×35×26, Collezione privata Stefano Contini

Yves Klein, Venus d’Alexandrie, 1962, pigmento ikb su resina, cm 72×35×26, collezione privata

Marino Marini, Pomona, 1943-44, bronzo, cm 107.6x27.8x26.4, Pistoia, Fondazione Marino Marini

Marino Marini, Pomona, 1943-44, bronzo, cm 107.6×27.8×26.4, Pistoia, Fondazione Marino Marini

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

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Caro lettore, bentrovato!

Prima di invitarti alla mostra di sabato, ti comunico un paio di novità: dopo anni le mie pubblicazioni non saranno più tutti i lunedì, anzi non ci sarà un giorno fisso. Fra un pezzo e l’altro potranno pertanto passare due giorni come due settimane e anche più.

Perché?

Per gli altri miei impegni anzitutto e per riacquistare una certa freschezza e libertà e divertimento di scrittura. Se il blog, questo blog almeno, diviene un obbligo lavorativo con scadenza, meglio farne a meno.

Sicché, avendo sempre voglia di scrivere (la parola, vizio antico), scriverò quando vorrò, quando riterrò di avere una curiosità o qualcosa da dire, più che altro in ambito culturale.

A questo proposito, rispolvererò alcune rubriche da tempo trascurate e altre più pepate ne tirerò fuori dal cassetto, o meglio dalle scarpe come certi fastidiosi sassolini da scuotere via e dimenticare per strada…

Buone cose e alla prossima!

Luca

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RAM 2015

Pedagogia dello sguardo

a cura di Elettra Stamboulis

dal 12 al 27 settembre
Inaugurazione sabato 12 settembre ore 18 MAR

Ravenna, via di Roma, 13 – ingresso gratuito

Il Museo d’Arte della città di Ravenna ospita come ormai da tradizione la mostra biennale del premio R.A.M. di Ravenna e Provincia: inaugura infatti sabato 12 settembre alle ore 18 la mostra con i lavori dei vincitori della selezione RAM 2014/15. Il concorso biennale, giunto alla decima edizione, si consolida come la più importante e continuativa esperienza di valorizzazione dei giovani artisti visivi della nostra Provincia. Realizzato dal 1999 da Associazione Mirada per conto dell’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Ravenna, RAM ha costituito il trampolino di lancio per la nuova leva di artisti e creativi del nostro territorio, diventando ormai l’appuntamento più significativo per conoscere gli emergenti del territorio.

La commissione, composta quest’anno da Maria Rita Bentini, Gianluca Costantini, Sabina Ghinassi, Elettra Stamboulis e Antonella Perazza, ha individuato 7 vincitori i cui lavori saranno esposti nelle stanze al piano terra del MAR. Gli artisti in mostra sono:

Mosaico Sara Vasini (a cura di Luca Maggio)
Fotografia Nicola Baldazzi (a cura di di Maria Rita Bentini)
Scultura Victor Fotso Nyie (a cura di di Elettra Stamboulis)
Videoarte Miriam Dessì (a cura di di Daniele Torcellini)
Pittura DissensoCognitivo (a cura di di Claudio Musso)
Istallazione Caterina Morigi (a cura di di Sabina Ghinassi)
Istallazione UkiYo-E alias Silvia Bigi e Luca Maria Baldini (a cura di di Antonella Perazza)

Il tema individuato quest’anno anno è la pedagogia. Che cos’è l’arte se non anche una pedagogia dello sguardo? Partendo dall’esperienza montessoriana, che fa dell’uso del grafismo uno dei suo principali strumenti pedagogici ed educativi, attraversando le indagini narrative di Truffaut e del suo Ragazzo selvaggio, approdando ma solo per poco sulle rive del Teatro dell’Oppresso, gli artisti hanno dialogato con i curatori intercettando poi la loro personale pedagogia dello sguardo. Senza per questo dimenticare come le esperienze pedagogiche costituiscano un’eredità immateriale importante del nostro territorio.
Le opere saranno accompagnate da un testo critico specifico per ogni lavoro che verrà poi pubblicato sul catalogo collettivo di RAM in doppia versione: free press e catalogo.

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Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist.

Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist

Developed as part of FORMAT International Photography Festival 2015Residual: Traces of the Black Body looks at the process of imaging the black presence in relation to memory and erasure. ‘Residual’ refers to the idea of what remains after the main visual or tangible part of something has been removed or has disappeared. The focus of this exhibition lies more precisely on traces and stories around the black body through the multidisciplinary approaches of a cross-generational and cross-cultural group of five international visual artists and photographers. Bringing together Larry Achiampong (UK), Cristiano Berti (Italy), George Hallett (South Africa), Zanele Muholi (South Africa), and Ingrid Pollard (UK), the project examines how each of those artists apprehends black corporeality, in such manner that both its materiality and embodied narratives are either visually or conceptually concealed, codified and complexified.

The works selected include Self Evident (1995) by Ingrid Pollard, a series of light boxes presenting colourful and picturesque full-length portraits taken in British landscapes, with each person holding a symbolic item that often evokes Britain’s colonial history. Larry Achiampong’s Glyth series (2013) consists of family photographs reworked with the faces being replaced by black circles with sharp red lips. Through the “mask”, the hidden and performed identities transpose on a personal photographic archive a symbol schematising the racial experience of figures perceived as alien. Zanele Muholi’s photographs She’llUmthombo and Dis-ease (2012) show a different aspect to her upfront visual activism. Trading her portraits and intimate scenes of the black South African LGBTI community, this series uses metaphors to depict the physiological patterns and aftermath of hate crimes committed against black lesbians. Each organic element evokes female and male private parts, and diseased cells.

Cristiano Berti challenges the voyeurism and spectacle that often characterise Western gaze on the black female body. His sound piece Happy (2004) invites the audience to an imaginary mapping of a body which scars are related in Edo, a Nigerian language. Likewise Iye Omoge (2005), an installation consisting of site photographs, polypropylene maps and sound, articulates a compelling relationship between location and morphology in a context of migration and marginalisation.
Finally the pictures taken by George Hallett in District Six and Bo-Kaap, Cape Town, in the late 1960s, mark the first traces of textual inscriptions in his work. These rare photographic inscriptions are tags mapping gang territories. They also contribute to convey the physicality of places that have been erased by the Apartheid regime. They are visual remnants of a lifestyle, culture and coding related to a marginalised existence then imposed on black bodies.

Curated by Christine EyeneResidual: Traces of the Black Body responds to the theme of FORMAT FESTIVAL 2015: Evidence, and aims to take on a dialectical approach to the notion of photographic evidence through engaging with the dual positioning of discourse and counter-discourse in the field of black visual representation.

Alongside the exhibition is planned a public programme consisting of an artists and curator’s talk and a photography workshop.

Residual: Traces of the Black Body
13 March – 17 April 2015

New Art Exchange
Mezzanine Gallery (first floor)
39-41 Gregory Boulevard
Nottingham
NG7 6BE
More information

This exhibition is organised in collaboration with Making Histories Visible, an interdisciplinary visual art research project based in the Centre for Contemporary Art (School of Art, Design and Performance) at the University of Central Lancashire.

FORMAT International Photography Festival is UK’s most significant biennale of photography. Curated around the theme of EVIDENCE, the seventh edition of FORMAT takes place between 13 March and 12 April 2015.

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Biennale-di-Venezia-2013

Il sogno degli enciclopedisti del XVIII secolo consisteva nel creare un luogo del sapere universale che fosse finalmente in circolo, creare appunto un’enciclopedia di tutto lo scibile umano con sezioni scritte e iconiche, utopia illuminista realizzata in forma di libro rispetto al progetto originario del veneziano Giulio Camillo, quel Teatro della Memoria che può giustamente essere indicato quale antico modello ispiratore, non a caso d’età rinascimentale.

Tenendo conto di queste radici oltre che di suggestioni junghiane, il curatore Massimiliano Gioni ha costruito la sua Biennale come una sfida impossibile sin dal titolo, Il Palazzo Enciclopedico, desunto dall’irrealizzato (e irrealizzabile) edificio-idea di Marino Auriti (brevetto depositato a New York il 16 novembre 1955), sorta di moderna edizione babelico-borgesiana del già citato Giulio Camillo.

Marino Auriti, Il Palazzo Enciclopedico

Marino Auriti, Il Palazzo Enciclopedico, anni ’50

È ancora possibile oggi catalogare il mondo, ordinarlo in sezioni, venire insomma a capo del divenire incessante che è la natura stessa dell’esistere? Fulminante al riguardo una battuta di John Cage: “Il mondo, il reale, non è un oggetto. È un processo”.

Inoltre ha ancora senso tutto questo? Vero è che l’uomo necessita di un ordine apparente e momentaneo per capire le cose, ma appunto questo stato di quiete è solo artificiale, innaturale. Fermare il mondo e il tempo è impossibile. Impossibile incasellarlo. A meno che non esista più l’uomo: contraddizione questa da cui è difficile uscire.

Ecco nelle varie sale sfilare ordinate in teche e bacheche opere di rappresentazione animale, umana, minerale, vegetale, molte su carta per omaggiare il richiamo librario all’Enciclopedia. Solo che, poste così, una accanto all’altra e con un numero di migliaia e migliaia di pezzi, oggetti di una wundekammer contemporanea, producono alla fine vertigine e non sistema, perché ordinare il disordine naturale delle cose e dell’operare anche umano è semplicemente impossibile. L’incompletezza vincerà sempre, insieme all’inafferrabilità e non solo del micro-macro cosmo. Se ne potrebbe dedurre che conoscere è impossibile, anche se non possiamo farne a meno. E viene in mente l’immagine della Torre babelica di Pieter Bruegel il Vecchio, un’opera immane, alla fine lasciata incompleta come sappiamo dal mito biblico, cui però si affannano, né potrebbero fare diversamente, centinaia di minuscoli, quasi invisibili, uomini formica, ancora inconsapevoli della dissoluzione linguistica che li attende di lì  a pochi mattoni.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele, 1563 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele, 1563 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna

L’idea di Gioni insomma è buona, una resa (nel senso di un arrendersi) affascinante rispetto al divenire inclassificabile che siamo e che abbiamo prodotto. La realizzazione però è confusa talvolta, con esuberi tagliabili e con molte presenze passate perché in fondo il passato pare (e sottolineo pare, perché è un inganno del Tempo alla nostra debolezza mentale e mnemonica) sempre essere maggiormente organizzabile. Ma la Biennale si sa è anche un gran bazar e come tale, forse, non va neanche visitata tutta, prendendo piuttosto ciò che viene e che casualmente capita. Come i padiglioni nazionali, ad esempio. Ne ho visti solo alcuni, con qualche proposta davvero efficace e molto altro gioco da consumarsi subito. Da notare però una cosa per me assai positiva: il mosaico entra quest’anno in scena con proposte ottime, dalle tessere vitree più tradizionali ai tessuti che creano ambienti in cui entrare e specchiarsi “alla luce del sole”, sino alle mappe in terracotta dell’amico egiziano Mohamed Banawy.

Ecco, questa edizione la restituisco così, con foto disordinate, non belle, mal tagliate e scattate con l’assistenza del caso finché le pile sono durate, mescolando anzi scambiando persone e cose, persone fra le cose, persone come cose  senza soluzione di continuità, senza nome di autori né titoli, senza nazionalità e avvertendo che moltissimo non è stato ripreso. Questo è un invito a fare una passeggiata a Venezia, perdendosi, lasciandosi stordire da tutto questo e oltre anche dovesse non piacere.

Il Palazzo Enciclopedico – 55ª Biennale d’Arte, Venezia 2013

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Filippo Berta, Istruzioni d'uso (particolare), 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso (particolare), 2012

“Molti dei mortali preferiscono l’apparire all’essere, e così commettono ingiustizia.” Eschilo, Agamennone

L’assunto della mostra curata da Raffaele Quattrone e visibile presso la Galleria OltreDimore (Piazza San Giovanni in Monte 7, Bologna) sino al prossimo 25 maggio è chiaro sin dal titolo, pensare l’impensabile ovvero “attraverso l’arte e la creatività provare a superare i limiti” di una società, quella occidentale, che ha fatto della gloria effimera (dal fiato corto, non certo quella dell’eroe omerico) connessa al denaro e al successo in termini di notorietà warholiana, i cardini fenomenologici su cui costruirsi. Da qui sembra non ci sia via d’uscita se questo modello è esportabile anche in altre culture che ammaliate dal potere dell’immagine desiderano farlo proprio: si pensi ai neomiliardari cinesi, russi, arabi o indiani o, anche, alle fasce più basse di reddito anche nostrane che ambiscono all’ultimo modello di telefonino o di Nike pur essendo disoccupate: viene in mente, tristemente profetica, la casa dei proletari interpretati da due superlativi Volontè-Melato, piena di cianfrusaglie scambiate per lusso, nel capolavoro di Petri, La classe operaia va in Paradiso (1971).

Filippo Berta, Istruzioni d'uso, 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso, 2012

Ma non è sempre stato così. Ad esempio nell’antichità classica la questione etica era strettamente connessa a quella estetica, per cui la ricerca del bene era inseparabilmente composta da giustizia e bellezza, come nelle tragedie greche, Antigone di Sofocle in testa: “Assistendovi, siamo commossi dalla bellezza del dramma e, contemporaneamente, pensiamo a cosa è il bene”[1].

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Poi il cammino occidentale ha progressivamente scisso questa unità, per cui se nel ‘500 la Chiesa raggiunse il massimo estetico toccando il minimo etico, viceversa, la ben più rigida e pragmatica morale protestante-calvinista produsse attraverso il puritanesimo la base “spirituale” del capitalismo americano (Max Weber docet) ma anche, quale conseguenza diretta del moralismo ad essa sottostante, un senso anestetico essendo ogni sforzo umano volto al profitto. Dunque in ambo i casi un vuoto.

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Come ben argomenta Zygmunt Bauman, si è passati da un atteggiamento premoderno da guardiacaccia, sostanzialmente accettando l’equilibrio naturale Dio-Natura, a quello rinascimentale da giardiniere, che fa, disfa, pensa, progetta e concepisce però anche utopie, sino alla deregulation attuale, individualista e consumatrice, tipica del cacciatore che semplicemente continua a uccidere per sé: chi non partecipa alla caccia non ne viene esattamente escluso, diventa selvaggina. Questa caccia ha ipotecato l’idea di futuro per un “qui ed ora” senza scopo. O meglio: per i giardinieri l’utopia era la meta ideale della strada, per il cacciatore è la strada stessa.[2]

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Del resto, anche a livello sociale e urbanistico si è passati dalla contrapposizione machiavellica fra palazzo (il “palagio” delle Istorie fiorentine, 1525), sede del potere, e la piazza, luogo del ritrovo e anche di protesta popolare, alla scomparsa di quest’ultima in favore della street [3], dove non ci si ferma, non ci si raccoglie per discutere, ma si scorre mentre tutt’attorno sorgono alti e algidi i grattacieli, torri distanti di un’economia sempre più spesso non reale.

Enrica Borghi, Medusa, 2010

Enrica Borghi, Medusa, 2010

La stessa modernità virtuale rischia di isolare ancora di più l’essere umano privandolo del contatto fisico con l’altro, cancellando il residuo spazio fisico dello scambio, della condivisione, che senza indirizzo etico (ed estetico nel senso antico) può falsare se non annullare le potenzialità buone della rete, facendo sprofondare la vita di milioni di persone in una zona grigia melmosa, anonima, senza vita vera, ovvero destinata all’estinzione etica e priva di bellezza, come della complessità necessaria in cui può agire l’eroe tragico, mai veramente riducibile alla dicotomia bene-male.[4]

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

È in grado oggi l’arte di dare risposte multiformi rispetto a tale ansia-urgenza etico-estetica? Porre un punto definito e definitivo al riguardo non è possibile, ma sempre usando la forza dell’immagine (e dell’immaginazione) le opere di questa mostra rendono credibili situazioni altrimenti contraddittorie o meglio impensabili: i “giochi militari” del video e delle foto di Filippo Berta, le plastiche riciclate aggrovigliate scultoree di Enrica Borghi, l’energia che si fa pittura nelle tele di Alberto di Fabio, il mosaico che si fa morbido in Roberta Grasso, i neon ironici e relativisti di Michele Giangrande, l’installazione analitica di Alessandro Moreschini circa Crescita e sviluppo insostenibili all’infinito (quando lo capiremo?) e la performance culinaria del collettivo ZUP-Zuppa Urban Project.

Sino a che l’arte saprà domandare e domandarsi criticità complesse (riguardo a sé, al circostante  e contemporaneamente meta-riflettendo sui differenti linguaggi espressivi) avrà un ruolo fondamentale e giammai decorativo nel riscatto dell’uomo dalle prigioni che egli stessi si è fabbricato.

Think The Unthinkable – Galleria OltreDimore, Bologna

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012


[1] Luigi Zoja, Giustizia e Bellezza, Torino 2007.

[2] Zygmunt Bauman, Modus vivendi, Bari 2007.

[3] Luigi Zoja, op. cit.

[4] Luigi Zoja, op. cit.

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