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Posts Tagged ‘adelphi’

Premessa: con le parole dell’amatissimo Aldo Manuzio (Bassiano, 1451? – Venezia, 1515) e a 510 anni dalla loro pubblicazione quale appendice alla traduzione in latino di Euripide da parte dell’altrettanto straordinario Erasmo da Rotterdam, saluto il 2017 al suo tramonto e il 2018 alle porte, augurando a ognuno di voi di trascorrere le festività esattamente come desidera. A presto, tanta Luce.

Dall’Appendice II dell’Euripide latino di Erasmo da Rotterdam (dicembre 1507)

Aldo saluta gli studiosi

Erasmo da Rotterdam, uomo dottissimo sia in greco che in latino, ha recentemente tradotto de tragedie di Euripide, l’Ecuba e l’Ifigenia in Tauride: le ha tradotte in versi, ma in modo del tutto fedele e in bello stile. Così, le ho fatte stampare dalla nostra tipografia, sia perché me lo ha chiesto quell’uomo dottissimo e mio intimo amico, sia perché ritenevo che sarebbero state a voi di grande utilità per comprendere e tradurre il greco. Di conseguenza, ne sono estremamente felice per voi. Mancavano un tempo i buoni libri, mancavano gli insegnante preparati: infatti, coloro che conoscevano bene entrambe le lingue erano una vera rarità. Ora invece, grazie a Dio, abbondano tanto i libri buoni quanto gli eruditi, sia in Italia che all’estero: al punto che Tule si sta adoperando per assumere un docente di retorica. Non mi pento perciò delle pesanti fatiche che vado affrontando ormai da molti anni per pubblicare buoni autori, per il bene vostro e per quello delle buone lettere: anzi, sono pieno di gioia (perché, infatti, dovrei nasconderlo?) e così dico di frequente a me stesso: “Forza, Aldo, persevera così!”. Se poi riuscirò, come spero, a produrre qualcosa di più rilevante, ne sarete certo felici voi, ma ancor più felici saranno i posteri. Quanto a me, toccherò il cielo con un dito. Statemi bene.

Da Aldo Manuzio. Lettere prefatorie a edizioni greche, Adelphi, Milano 2017.

 

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alvi eccentrici

Oh, che prosa raffinata le minibiografie, ben quarantadue, di Geminello Alvi, ora in terza ora in prima persona scritte: i ritratti suoi di Eccentrici (come probabilmente l’autore, sin nel nome, altrimenti serio economista) di attori e sportivi e aviatori e combattenti e scrittori ecc., possono allietare il più crepuscolare dei pomeriggi, non già perché siano vite divertenti, anzi spesso è vero il contrario, ma è il piacere di leggere chi sa scriverle che rende questo libretto una perla.

E di più avrei goduto se non avessi avuto presente il precedente di Eugenio Baroncelli (Libro di candele, Mosche d’inverno, Falene), defilato maestro e geniale di minibiografie stilisticamente insuperabili, tanto da far diventare questo genere, o sottogenere letterario che si voglia, semplicemente arte.

Tornando agli Eccentrici, numerose le pagine di pregio, ma volendo indicare una preferenza direi quelle su Arletty, la Garance degli Amanti perduti di Carné, capolavoro assoluto del ’45 sceneggiato da Prevért, di cui Alvi coglie a perfezione l’essenza in tre paginette e mezza. Il cinema, mentendo, amplia e spiega (nella doppia accezione di chiarire le cose e anche stendere vele o ali) la vita talvolta meglio della vita stessa e se non avete mai visto quella pellicola, spiace, ma non sapete cosa sia l’amore. Al cinema, quanto meno.

“Eppure l’amore, quella lieve aria che toglie all’amante il respiro, possiede più del denaro: il tempo. (…) Così l’esistenza di quasi tutti tornerà nel millenovecento disperato caos, però senza l’eternità rivelata dall’amore, dallo specchio che ha il tempo dell’istante.” Geminello Alvi, Eccentrici, pp. 57-58, Milano 2015

 

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Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

 

Come promesso nella premessa di ieri, ecco la pagina del primo aprile quest’anno dedicata al sottile ingegno mitteleuropeo di Karl Kraus (Jičín 1874 – Vienna, 1936): 

“Molti desiderano ammazzarmi. Molti desiderano fare un’oretta di chiacchiere con me. Dai primi mi difende la legge.”

“Un aforisma non ha bisogno di essere vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla.”

“Un aforisma non si può dettare su nessuna macchina per scrivere. Ci vorrebbe troppo tempo.”

“L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo.”

“La donna è coinvolta sessualmente in tutti gli affari della vita. A volte perfino nell’amore.

“Quanto poco c’è da fidarsi di una donna, che si fa cogliere in flagrante fedeltà! Oggi fedele a te, domani a un altro.”

“Per essere perfetta le mancava solo un difetto.”

“Sotto il sole non c’è essere più infelice del feticista che brama una scarpa da donna e deve contentarsi di una femmina intera.”

“Non è vero che non si possa vivere senza una donna. È vero soltanto che senza una donna non si può aver vissuto.”

“La moralità è ciò che, pur senza essere osceno, offende grossolanamente il mio senso del pudore.”

“Le pene servono a spaventare coloro che non vogliono commettere peccati.”

“Lo scandalo comincia quando la polizia vi mette fine.”

“Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria.”

“La vita familiare è un’interferenza nella vita privata.”

“La democrazia divide gli uomini in lavoratori e fannulloni. Non è attrezzata per quelli che non hanno tempo per lavorare.”

“Mentire per necessità è sempre perdonabile. Ma chi dice la verità senza esservi costretto non merita nessuna indulgenza.”

“Ci sono certi scrittori che riescono ad esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe.”

Karl Kraus, da Detti e contraddetti (a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano, 1992).

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Wisława Szymborska (1923-2012)

 

Preferisco il ridicolo di scrivere poesie/ al ridicolo di non scriverne. W. Szymborska

Ho incontrato Wisława per la prima volta nel 1997, da ragazzo, prima che diventasse una moda radiotelevisiva, attraverso un libretto della Mondadori della serie benemerita I miti poesia: ogni due settimane aspettavo con ansia e gioia ogni pubblicazione nuova che per 4.900 lire mi faceva scoprire tanti poeti stranieri e italiani a me ignoti o riscoprire superclassici come Leopardi finalmente liberati dalle zavorre scolastico-ministeriali e splendenti solo di bellezza propria.

Sulla copertina era riportato l’anno del suo Nobel, il 1996, forse per invogliare i più diffidenti davanti a quello sconosciuto (allora) nome polacco. Ma come ho detto, io ormai acquistavo sulla fiducia, anche perché spesso i Nobel sono stati assegnati ad autori di secondo ordine trascurando giganti come Borges o Proust.

Il “tu” con cui in apertura mi sono rivolto alla poetessa recentemente scomparsa non vuole essere una mancanza di rispetto: intanto ogni scrittore che pubblica dà in qualche modo del tu al suo lettore. Inoltre sempre sul quel libretto mondadoriano che radunava venticinque poesie tratte da due delle sue più belle raccolte, Gente sul ponte (1986) e La fine e l’inizio (1993), avevo annotato come fosse la sua stessa lingua, così diretta, colloquiale, arditamente semplice (come in Billy Collins, Ghiannis Ritsos, Sandro Penna, e invece, come paiono irrimediabilmente invecchiati oggi i ghirigori di tanta neoavanguardia anni’60), a darmene quasi il consenso.

Con lei mi sentivo a casa, come da una vecchia, molto saggia, zia. Anni dopo, quando effettivamente l’ho incontrata di persona a Bologna, il 27 marzo 2009, in occasione di un’onorificenza dell’Alma Mater (una laurea honoris causa? Non ricordo più), ho subito pensato che si presentava come me l’aspettavo, come i suoi versi me l’avevano fatta immaginare. Corrispondeva.

Naturalmente in rete erano disponibili centinaia di foto, ma una cosa è vedere una riproduzione (di qualsivoglia oggetto, edificio, paesaggio o persona), altra è farne esperienza diretta: ed eccola lì, la Szymborska, minuta e grandissima, vestita di chiaro, curata e asciutta con le rughe che sono il racconto, i segni dell’aratro-vita sul terreno di un volto, dolcissima e dura ad un tempo, come la sua lingua a me incomprensibile, fortunatamente tradotta con cura eccellente, con amore direi, dal compianto Pietro Marchesani (1942-2011).

Franco Loi in una bella intervista (Il canto della vita a cura di Marco Manzoni, in Da bambino il cielo, Milano 2010) cita la convinzione di Petrarca sul fatto che la poesia, quando è vera poesia, è sacra come la Scrittura. Anche per Ungaretti la poesia era preghiera e per Patmore l’unica differenza fra un mistico e un poeta stava nel fatto che il primo tace ciò che il secondo dice.

Continua Loi dicendo che la radice indoeuropea della parola sacro vuol dire “distanza”: dunque chi si occupa del sacro tenta di colmare distanze, come il pontifex latino, il pontefice, colui che, stando alla lettera, costruisce ponti (fra noi e il divino). E cosa fa il poeta se non cercare di avvicinarsi all’indicibile, alla verità delle verità insomma? Certo più in là non si può andare: persino Dante di fronte a Dio sospende la parola: “A l’alta fantasia qui mancò possa” (Paradiso, XXXIII, 142).

Nei versi della Szymborska c’è tanta verità ma detta nel più semplice dei modi (questo spiega il suo meritatissimo successo di vendite, oltre al desiderio di poesia più diffuso di quanto non si pensi: ma più che l’opera omnia pubblicata da Adelphi, suggerisco di farsi tentare anche dalle singole perle azzurre Scheiwiller) e con la consapevolezza, da profonda ammiratrice del Qoelet, che “l’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante «non so». (…) Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso «non so». Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente” (da Il poeta e il mondo, discorso per il Premio Nobel, 1996). Non a caso c’è in lei tanta ironia, salti d’arguzia dove non li aspetti e dove sono in realtà necessari, sapientemente orditi dalla maga poetessa per incantarci, per farci allungare il passo e colmare la distanza fra ciò che neanche sospettavamo fosse già dentro di noi: Sulla morte senza esagerare, Vista con granello di sabbia, Nulla è in regalo, Amore a prima vista, Possibilità, Qualche parola sull’anima, Elenco e decine di altre: leggete, stupite, riconoscetevi.

A proposito, vi lascio con La cipolla, poesia e sorriso con cui mi piaceva chiudere i reading tanti anni fa (posso dire nel secolo scorso!), mosso dalla pura voglia di far sentire a degli sconosciuti ciò che ritenevo importante, perché mi aveva fatto capire “che esiste la vita e l’individuo,/ che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuivi/ con un tuo verso” (Walt Whitman).

Quasi scordavo: quella volta a Bologna sono riuscito a farmi firmare un suo libro e, sebbene di persona avrei preferito darle del lei, mi è scappato in inglese “thank you, for my life”. Non so se abbia capito o forse solo per educazione, ma in una frazione di secondo m’è parso reclinasse leggermente il collo, quasi stupita negli occhi, per allungare gli angoli della bocca in un sottile sorriso.

 

La cipolla 

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore. 

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata

l’idiozia della perfezione. 

Wisława Szymborska, da Grande numero (1976), in Vista con granello di sabbia – Poesie 1957-1993 (Milano 1998).


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Milan Kundera

Guardava i muri sporchi del cortile e si rendeva conto di non sapere se fosse isteria o amore.

E gli dispiaceva che in una situazione simile, quando un vero uomo avrebbe saputo immediatamente come agire, lui esitava privando in tal modo l’istante più bello della sua vita (era in ginocchio al capezzale di lei e gli sembrava di non poter sopravvivere alla sua morte) del suo significato.

Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva.

Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.

È meglio stare con Tereza o rimanere solo?

Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

“Einmal ist keinmal”. Tomáš ripete tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto.

(Milan Kundera, da L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985)

Milan Kundera – sito non ufficiale

Milan Kundera – fan site

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