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Premessa: si inaugura oggi pomeriggio alle ore 18.00 la prima personale di Roberta Maioli presso Palazzo Rasponi a Ravenna. Il tema è quello attualissimo e scottante dei migranti. Ho trovato le sue opere urgenti, dense di umanità, assenti da retorica. Sono contento e onorato che mi abbia chiesto di scriverle questa presentazione.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

di Luca Maggio

“Diremo la verità:/ noi siamo l’assenza/ non ci ha generato un cielo né la polvere/ siamo (…)/ ruggine nell’esistenza.” Adonis

Meglio chiudere gli occhi. Andare avanti. Ignorare. Lasciare che affondi questa umanità lontana, oltraggiata, in fuga da guerre, epidemie, carestie. E insieme che affondi il sogno di Adenauer, Schuman, Spinelli e degli altri padri-fari dell’Europa post bellica. Tutto questo non ci riguarda, è finto, televisivo, non ne sentiamo l’odore acre, non ne vediamo lo sporco, le lacrime, non udiamo quelle grida in lingue sconosciute. C’è il fastidio dei campi profughi, pardon “d’accoglienza”, ma per la maggior parte di noi anch’esso resta lontano. Quotidianamente qualcuno fugge, certo, ma i muri (muri nel 2016!) lo fermeranno.

Cosa ci è accaduto? Cosa ci sta succedendo? Chi siamo diventati?

Sui volti su cui è passata Roberta Maioli sono scritte a lettere di fuoco queste domande. Ci presentano il conto, non rappresentando solo bambini fotografati tre, quattro anni fa da operatori Unicef (che ha poi gentilmente concesso gli scatti all’artista ravennate) in campi siriani e curdi, ma lo svuotamento di futuro da quegli occhi. Cos’è dunque la vita per loro? E, di riflesso, per noi?

Sono sette le foto ingrandite dalla Maioli, che sentendo quelle immagini come fatti vivi e non anonimi della storia ha fortemente voluto non tacere e mostrare chi essi siano, chiedendosi chi noi siamo.

L’intervento è in apparenza lieve: macchie di pittura sugli sfondi, senza alcun impressionismo, sui particolari sfocati degli sfondi, sugli accumuli delle cose, baracche, pareti scure, vestiti colorati (come quello magenta della bimba in bianco e nero, citazione dello Schindler spielberghiano) e bende bianche in primo piano sulla faccia di un bambino, tutto ripreso rispettando e intensificando i colori di ciascuna fotografia per rendere più nitidi i volti, farli risaltare senza mai falsificare la verità del fatto fotografico, anzi trattenendola e restituendola esaltata dalla delicatezza di un passaggio minimo di colore, così da accentuare il senso di detrito, di scarto, evanescenza del domani paradossalmente su bambini che rappresentano l’idea stessa del domani. Lineamenti, zigomi, occhi, mani, gambe, corpi troppo carichi di presente e passato recente, di polvere, di mancanze, di assenze di casa e abbracci e favole raccontate prima di addormentarsi.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Accanto e quasi in contrasto alla discrezione dei pigmenti suggeriti dalle superfici fotografiche è il lavoro più aggressivo, di scavo interiore, dell’installazione con le maschere anonime in tela e colla, ora ricoperte di cera, ora di bianco talvolta sporcato con olio vecchio, inserite su un’impalcatura-zattera di canne qua e là visibili e filo spinato nascosto sul retro, dunque non evidente come le ferite di questi volti senza più volto, ieratici, “schiacciatiannegati” in questa processione d’uguaglianza bianca che ne ha cancellato caratteristiche e identità, senza più memoria né storie personali o sentimenti (sono stati uomini?), drappo cupo di coscienza, strascico lento di fiume di simulacri che appeso alto alla parete cola solido sul pavimento la sua moltiplicazione perduta di facce (quasi un canone inverso rispetto ai migranti siciliani del finale di Nuovomondo di Crialese che rinascevano da un mare bianco latte, nuotando, salvandosi), facce che parrebbero umane e sono solo numero, quello dei dispersi nelle traversate delle tante stragi che si vanno cumulando fra le onde del Mediterraneo e che in forma di cifre altrettanto anonime riferiscono i media europei. Del resto, è cosa nota che i numeri neutralizzino individui, vicissitudini, dolori: la lezione dei tatuaggi nazisti in questo senso è chiarissima. E il messaggio-grido della nostra artista potente.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

A proposito, Roberta sa che il rischio di banalizzare scivolando nella retorica nel trattare questi temi e di questi tempi è alto. Ma la sua esigenza è nata da una ribellione dell’anima, da una verità insopprimibile e interiore e primaria, da qualcosa che andava affermato a voce alta e mai taciuto. Per questo chiudo affidandomi una volta ancora ai versi del poeta siriano Adonis, perché la poesia è una necessità umana, come il pane ci fa vivere, più del pane ci fa ritrovare umanità: “Ho letto su una foglia gialla che morirò esiliato, ho illuminato i /deserti, il mio popolo è smarrito (…)/ Verrà un tempo tra la cenere e la rosa/ si estinguerà ogni cosa/ rinascerà ogni cosa”.

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

27 maggio – 26 giugno 2016

Palazzo Rasponi, via Luca Longhi 9, Ravenna

Aperto tutti i giorni (ingresso libero): orario 15-18

Chiuso il lunedi

Inaugurazione venerdì 27 maggio ore 18

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Adonis ('Alī Ahmad Sa'īd Isbir, Qassabīn, Siria, 1930)

Adonis (‘Alī Ahmad Sa’īd Isbir, Qassabīn, Siria, 1930)

 

Il sesso, la poesia, la morale, la sete, il dire, il silenzio e annullare

i catenacci. Ho detto: Seduco Beirut

 

“Cerca l’azione. La parola è morta” dicono altri.

La parola è morta perché le vostre lingue hanno sostituito alla parola

il mimo.

La parola? Volete svelarne il fuoco? Dunque, scrivete.

Dico scrivete e non dico mimate, né dico copiate.

Scrivete – dall’Oceano al Golfo, non odo una sola lingua, non leggo

una parola. Odo rumore. Perciò non intendo chi lancia

fuoco.

La parola è più leggera delle cose e le contiene tutte. L’azione è

direzione e istante, la parola è tutte le direzioni e il tempo. La parola –

la mano, la mano – il sogno:

Ti svelo, oh fuoco, oh mia capitale

Ti svelo, oh poema,

io seduco Beirut, mi veste, la vesto. Erriamo come raggi,

chiediamo: Chi legge? Chi guarda? (…)

 

Adonis, da Una tomba per New York, in Ecco il mio nome, Roma 2009.

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Cristiano Berti, Incubo Succubo, 2004

L’immaginazione è un rito/ che si celebra/ nella dimora del reale.” Adonis

Lo sguardo di Cristiano Berti (Torino, 1967) ha molto a che fare con l’antropologia, essendo le cose sue (fotografie, installazioni/ready-made, video, etc.) votate interamente all’indagine sull’uomo, in particolare al recupero delle zone d’ombra della bestia feroce fragile che definiamo essere umano.

Non sono immagini facili o piacevoli, né ambiscono ad esserlo: del resto nella tradizione figurativa italiana l’ingresso del reale senza infingimenti è qualcosa cui non siamo abituati, se non da certa fotografia degli ultimi decenni, e prima giusto Masaccio e pochissimi altri esempi nel corso di secoli (cfr. Federico Zeri, La percezione visiva dell’Italia e degli italiani, Torino, 1989).

A Berti non interessa la metafisica né il decorativo: è realtà diretta quella che tratta, necessaria, talvolta sino allo scarno.

Ancora più forte dunque il rendere assente la figura umana da molti suoi lavori, cui però tutto si riconduce, dagli oggetti usati agli ambienti ripresi, dai racconti ai suoni delle voci, alla lingua stessa.

Un fantasma dannatamente concreto, dunque.

E su quale tipo d’uomo si posa lo sguardo dell’artista mediando e conducendo anche il nostro di spettatori? La messa a fuoco è sul mondo delle ombre che sono realtà sfuggite più che sfuggenti, oltre lo specchio, nel cuore di tenebra di fatti dimenticati (non necessariamente con intenzione, forse per rimozione, o perché nulla ce ne importa alfine) perché la memoria dei luoghi, come quella delle persone, essendo fatta di tempo (più che mai rapido oggi) scivola più veloce della sabbia in una clessidra, evapora, persino, sotto le nostre coscienze intente intontite dall’andare avanti, perché avanti bisogna andare. O no?

Non moralizza, Berti, non dice qui è il bene, questo è male, ma rende noto, dà spessore alla parola consapevolezza, non informando, ma narrando. E chiedendo di fermarci. Ad ascoltare, poi a guardare, anche.

E di un grande romanzo tratta quindi l’antologica Vertigine del Reale, presso la Mole Vanvitelliana di Ancora sino al prossimo 1 aprile, a cura di Gabriele Tinti con un saggio critico di Luigi Fassi in catalogo (Allemandi, Torino 2012), organizzata dall’ottima Fuorizona ArteContemporanea di Macerata in collaborazione col Museo Omero. A questo proposito, vale la pena dire che Berti da tempo vive fra la sua Torino e le Marche, a Jesi in particolare.

Cristiano Berti, Memorial, 2001-2002

Questa mostra dà contezza degli ultimi dieci anni di ricerca dell’artista, della sua coerenza e del rigore nel ritrarre, nel classificare senza mistificare ciò che ci circonda, ciò in cui siamo immersi, di cui facciamo parte e che contribuiamo a creare, con richiami, legami forti, dall’una all’altra opera, come capitoli di un medesimo libro, realizzati sì in anni differenti ma consecutivamente: Memorial (2001-2002), immagini di campagna torinese desolata, talvolta qualche stabile abbandonato, scenari per vero di omicidi di ben 19 prostitute; Exeunte (2011), frammenti video di stellette e stelline semianonime del nostro cinema, talvolta neanche presenti nei titoli di coda, paradossalmente esistite perché queste pellicole testimoniano le loro comparse nella finzione mentre come uomini e donne reali perché rimasti vittime di delitti (da cui le domande: qual è stata la loro vita vera? Ne hanno avuta una? Sono mai realmente esistiti questi disgraziati ectoplasmi di celluloide? Di una in particolare la risposta è più che affermativa, avendo avuto ai tempi gli onori delle cronache, Anna Fallarino, uccisa dal marito poi suicida, il marchese Casati Stampa. E ancora: siamo sicuri noi stessi di non confondere la realtà con la fiction? Una delle immagini più inquietanti forniteci via etere nell’ultimo anno è quella di Obama col suo stato maggiore seduti in salotto mentre assistono in diretta TV all’uccisione di Bin Laden e dei suoi, come in una normale, tranquilla fiction casalinga, appunto).

Nella traccia sonora Happy (2004) è una voce femminile, africana, a dire delle macchie, delle ferite, delle cicatrici insospettabilmente lasciate dalla vita sul suo corpo; in Iye Omoge (2005-2006) la riflessione coinvolge udito vista e senso delle parole, intorno al torinese corso Regina Margherita, sino a una decina d’anni fa spartito in zone da diverse categorie di prostitute: quelle di “terza classe” erano dette Iye Omoge, termine nigeriano in disuso come la memoria di ciò che lì accadeva, qui documentata fotograficamente e cartograficamente, oltre che dal racconto di una delle protagoniste disponibile in rete. E sempre riguardo al recupero della memoria di parole e luoghi si vedano Incubo Succubo (2004), inerente ai nomi dei demoni, rispettivamente maschile e femminile, della tradizione cristiana che nel sonno hanno rapporti sessuali col fedele, e Universal Embassy (2006) sugli edifici che a Roma, Londra (in questo caso le due capitali colonialiste) e Bruxellles erano le ambasciate della Somalia, dimenticati come il destino di quel Paese devastato dalla guerra civile negli anni ’90, e poi divenuti, almeno in Belgio, spazio occupato dai profughi clandestini.

Cristiano Berti, Bosco, 2010-2012

C’è poi una serie di lavori che definirei nature morte, o meglio, più correttamente, still life, che non hanno cessato di parlare: in Scuola di modellato (2006) sono 24 calchi di arti umani ordinatamente appesi a parete a dirci di storie e corpi frammentati; in Prestige (2002) è un cumulo di sei valigie perdute sul treno tuttora col sigillo delle Ferrovie dello Stato a farci riflettere sul piccolo grande mistero del loro contenuto, dei frammenti di vite in esse contenute; in Corpi di reato (2005) sono oggetti di scasso arrugginiti + uno zaino + una bicicletta citazione desichiana a parlare degli uomini che li hanno usati e delle storie ad essi legati, cose scomparse, come i ricordi di una cara amica che mi raccontava di quando da giovane, nei primi anni ’60, cenava a Montmartre, circondata da ladri in lupetto e maglione a righe, topi di appartamento d’una Parigi degna del Maigret di Gabin.

E ancora: la locandina di giornale col titolo “Rogo API assolti i vertici condannato un operaio” (2005), in riferimento al fatto accaduto ad Ancona nel ’99 e che non necessita di ulteriori commenti (l’artista, con la consueta nettezza, si è limitato a riprodurre su laminati di plastica lo stampato, affinché la cronaca non potesse più essere carta straccia e dunque oggetto di oblio); i salotti borghesi di Sweet Home (2002-2003), ritratti senza i loro proprietari, e in genere accoglienti, non fosse per i diagrammi che testimoniano della concentrazione mortale di gas radon sui terreni di quelle case; l’installazione in progress Bosco (2010-2012) in cui ancora una volta oggetti ormai in disuso, in questo caso alberi di natale artificiali, sono chiamati a vita nuova, a rappresentare un bosco con tanto di traccia sonora di bosco vero, saltando continuamente il confine fra realtà e finzione come in altre opere. E questo saltellare si tinge d’humour nero in Best regards (2010), titolo credo non casualmente in inglese vista l’attenzione di Berti all’uso linguistico, in cui da una foto dell’87 di Marco Ugarte su Giovanni Paolo II e il dittatore Pinochet affacciati al medesimo balcone per salutare la folla, sono stati ritagliati i volti dei due protagonisti e chiunque può apporre la propria faccia a posto della loro, come in un gioco innocente da luna park.

Resta da chiedersi se nell’indagine serrata, nuda e cruda di Berti, ci sia spazio per una catarsi possibile dal tipo di umanità e d’uomo che ne emerge: la risposta è positiva ed è l’altra faccia della medaglia: la dimenticanza è disumanità, il non accorgersi delle cose è disumanità, il non saper più ascoltare o vedere è disumanità. Basta ribaltare i termini e tutto torna umano, profondamente umano e non privo di un certo lirismo insito nelle cose, nelle situazioni stesse, fosse anche solo l’apertura di un ascensore alle luci della notte (Silent nights, 2007).

Ma il riscatto vero lo si ha nel tornare a contatto con l’altro da sé, come in Lety (2009), video viaggio sul luogo dello sterminio nazista dei rom, fatto in compagnia di Ferko e Martinka, due persone cieche e con altri handicap fisici, ma soprattutto due artisti, due musicisti e memoria del loro popolo, oltre che fonte di entusiasmo vero per la vita pur con tutte le difficoltà annesse: ancora una volta l’oggetto delle attenzioni di Berti, l’umano, si esplica privo di pietismo e volto solo a mostrare ad occhi e orecchie l’insostenibile allegria di un canto sorgivo, di due vite che il senso comune giudicherebbe beffate dalla natura e che per forza e dignità e, oso nominarlo, amore, sono la quintessenza stessa di quella vertigine (ir)raggiungibile detta Vita.

Cristiano Berti Vertigine del Reale – Fuorizona ArteContemporanea

Cristiano Berti, Ferko e Martinka in Lety, 2009

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Nella Roma del II-III secolo d.C. circolavano numerosi culti misterici di provenienza orientale, con vari gradi di iniziazione e promesse di resurrezione, motivo non secondario del loro ampio successo rispetto agli dei tradizionali, sempre più simulacri vuoti del passato.

Se ne ricordano d’origine egizia (Isis, Osiris, Serapis, Apis), frigia e microasiatica (Magna Mater o Cibele, Attis, Sabazio), siriaca (Dea Syria, Atargatis, Adonis, Aphrodite), indo-iranica ed ebraica, ovvero  mitraismo e cristianesimo, i cui rapporti sono l’argomento di questo e del post precedente.

Lapide di Mitra, III sec. d.C., Bolzano, Museo Archeologico dell'Alto Adige

Va premesso che non esistono scritti originali dei seguaci di Mitra: a parte le informazioni preziose involontariamente riportate da apologeti cristiani come San Gerolamo (Epistola 107) e Origene (Contro Celso) per dare contro ad essi, i testi su cui studiosi come Cumont, Vermaseren e Ulansey hanno basato le loro ipotesi ricostruttive sono le grotte dove avvenivano i riti, con gli altari, le statue, talvolta gli affreschi, luoghi tuttora visitabili a Roma (mitreo di San Clemente, del Circo Massimo, delle Terme di Caracalla o di Santa Balbina, di Santa Prisca e Barberini), ad Ostia antica e in altre località laziali e campane, a Duino vicino Trieste o a Ptuj in Slovenia, l’antica Poetovio, per citare i più noti.

Mitreo sottostante la Basilica di San Clemente, Roma

Ciò detto e tenendo presente una delle differenze fondamentali fra i due culti in oggetto, differenza che contribuirà al successo planetario dell’uno, rivolto ad una predicazione ecumenica, e alla scomparsa dell’altro, ad uso di una cerchia di iniziati, ecco qualche analogia e alcuni casi di acquisizione dal mitraismo al cristianesimo:

– anzitutto il 25 dicembre, compleanno di Mitra attribuito a Cristo, poiché è il momento in cui, subito dopo il solstizio d’inverno, il sole comincia a risalire rispetto all’equatore terrestre.

Cristo-Sol Invictus sul carro solare, IV sec. d.C., Necropoli Vaticana

– Mitra, vinto il dio Sol, riceve da questi, suo nuovo alleato, la corona raggiata, ovvero il nimbo degli imperatori o l’aureola di Cristo e dei santi poi.

– Mitra sacrifica un toro nella grotta (l’utero primordiale dell’universo), dal cui corpo e sangue germogliano piante benefiche, tra cui grano e vite.

Statua leontocefala di Aiòn, II sec. d.C., Biblioteca Vaticana

– Mitra ascende al cielo sul carro del dio Sol, lo stesso su cui è rappresentato Cristo vittorioso-Sol invictus in alcuni mosaici antichi (ad es. nella necropoli vaticana o nel lacerto della cappella di Sant’Aquilino in San Lorenzo a Milano).

Mitreo affrescato di Marino (Roma)

– l’ascensus di Mitra (e dell’iniziato), partendo dal buio delle grotte (e della morte) va verso l’aeternitas del dio leontocefalo Aiòn, sorta di deus pater, caratterizzato dal tenere in mano due chiavi e vicino a sé un galletto, attributi anche di San Pietro (n.b.: il campanile dell’antica basilica vaticana, di fondazione costantiniana, era sormontato da un grande gallo metallico sino alla demolizione rinascimentale).

– aiutanti di Mitra sono i dadofori Cautes e Cautopates, due geni (comuni nel paganesimo) reggi fiaccola, l’una alzata, l’altra abbassata, a significare l’alba e il tramonto, la vita e l’approssimarsi della notte/morte: sono tema ricorrente nelle chiese cristiane da Wiligelmo a Canova e oltre, se si pensa alla scultura cimiteriale del XIX secolo. Del resto, anche la distribuzione a pannelli laterali degli episodi agiografici in alcune tavole medievali, si può ipotizzare d’antichissima origine mitraica, come suggerisce en passant Federico Zeri (Diari di lavoro 2, pg. 24, Torino 1976). 

Mitreo affrescato di Marino (Roma), particolare: alle estremità Cautes, Cautopates e pannelli laterali istoriati

– 7 erano i gradi d’iniziazione mitraica e 7 è numero simbolico importante anche per i cristiani (i sacramenti, le virtù e i vizi, etc.): al culmine del cursus era il sacerdote massimo, il Pater Patratus o Pater Patrum, abbreviato in PaPa.

– per essere affiliati, dopo un certo numero di prove anche fisiche, ci si sottoponeva ad una sorta di cresima, la confirmatio, caratterizzata dal segno di una “X” o croce sulla fronte (antico simbolo solare, prima che i nazisti lo pervertissero nella loro svastica), come nel ritratto dell’imperatore Ostiliano (251 d.C) sul sarcofago Ludovisi a Roma. Va detto che gli imperatori favorivano questo culto presso i soldati, sentito come espressione di lealtà al potere ufficiale (cfr. la ripresa del culto sotto Giuliano l’Apostata, fra 361 e 363 e, precedentemente, il sacrarium dedicato a Mithras fautor imperii sui nel 307 a Carnuntum, oggi Petronell-Carnuntum in Austria, da Diocleziano, Galerio e Licinio).

Chrismon, particolare del sarcofago dell'Anastasis, IV sec. d.C., Musei Vaticani

– Costantino, uno dei politici più gelidi, lungimiranti e determinati della storia, capì che il sincretismo vince sempre e usò uno dei nuovi culti, il cristianesimo, come collante dell’impero: “in hoc signo vinces” tramanda la leggenda legata al chrismon, il monogramma delle prime due lettere greche (X e P) del nome di Cristo, simbolo del suo esercito vittorioso al Ponte Milvio (28.X.312). Non importa qui stabilire se egli sia sinceramente convertito: probabilmente sì, ma la domanda da porsi è: in quale Cristo credeva l’imperatore? Forse in una sorta di fusione di vari culti solari (Cristo-Sol invictus), come attesterebbe anche la collocazione dell’Arco a lui dedicato dal senato nel 315 in un punto fortemente simbolico, tra l’anfiteatro Flavio detto Colosseo per l’antistante colosso neroniano-adrianeo di Apollo-Sol e i vicini templi di Venere e Roma Aeterna d’origine adrianea, rinnovati poi da Massenzio, nemico sconfitto da Costantino.

Mitreo delle Terme di Caracalla o di Santa Balbina, Roma

– infine, una suggestione che in quanto tale non ha alcun riscontro scientifico, ma che lasciando la porta aperta all’interrogativo aiuta a concludere l’excursus fatto: a Roma molti misteri orientali venivano praticati sul colle Vaticano e anche in altre città il luogo di tali culti era detto Vaticanum, come a Lugdunum, l’odierna Lione: e se sotto la Cappella  Sistina, luogo di elezione del Papa, si trovasse un mitreo e dunque non sia stata casuale la scelta per la sua edificazione? Ripeto è solo una suggestione, perché stando ai fatti la cappella è di fine ‘400 e costruita secondo le dimensioni del Tempio di Salomone, ma a volte, in certe foto, sembra ricordare una grotta, con la sua volta a botte ribassata.

Cappella Sistina, Città del Vaticano

Come detto nella parte prima (cui si rimanda anche per la bibliografia minima), molti di questi scambi e neocodificazioni sono avvenuti fra IV e V secolo, in epoca assai posteriore alla predicazione di Cristo: infatti più che riguardare i suoi insegnamenti, integri nella loro radicalità, gettano luce sui processi di strutturazione della Chiesa e dei simboli contestualmente adottati, sulla mentalità di un’epoca cruciale per l’occidente e degli uomini che contribuirono a formularla: “la conoscenza del tempo (kairos) equivale alla conoscenza di se stessi.” (Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza, Milano, 2005).

Mitra e Mitrei

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