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Alberto Arbasino (1930 – 2020)

Premessa. L’unica data che ogni anno costantemente tengo a celebrare su questo blog sin da quando è stato aperto nel 2010 è appunto il primo aprile. Quest’anno lo ricordo con alcune pagine di Alberto Arbasino (1930 -2020), occasione anche per rileggere questo lucidissimo maestro di stile recentemente scomparso.

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“E la mondanità, cosa significava nella Milano dei tempi migliori? Informazioni internazionali, battute dialettali, gusto per il teatro e per l’editoria e per la musica, presa in giro dei pomposi e dei coglioni: c’è già tutto, del resto, nel Giorno dell’abate Parini, e in quelle sue descrizioni di ricevimenti (e di coglioni) che sono il vero antecedente di tutti i «lati deboli» milanesi. (Come in Carlo Dossi, del resto).
Il Conte Greppi che nelle pagine di Addio alle armi insegna a Hemingway e ai colleghi il cocktail-champagne al Grand Hotel di Stresa. E ridacchia sulla barzelletta del nuovo farmacista che
deve fare il turno di notte, e gli si presenta una bellona tutta nuda sotto la pelliccia che fremendo chiede un calmante, e lui le vende un collirio… Ma mentre si veste per pranzo, s’affaccia un
domestico, ha una brutta notizia… «Te mel diré duman». «Ma l’è mort el sú fradell!». «E te l’avevi ditt de dimel duman!». Poi alle esequie dell’amata consorte in San Babila, tra il conforto
degli amici del Clubino: «E inscì, anca incoeu, fra una robba e l’altra, emm fatt l’ura del risott».
Com’erano perplesse, la Camilla e sua sorella Luisa, quando le si trovarono più spiritose della vecchia mamma, la venerata Ersilia.”

Alberto Arbasino, Camilla Cederna in Ritratti italiani, Milano 2015, p.153.

“… La vecchia gentildonna che dà una volta all’anno una festa tutta di nobili e d’artisti: in un villinetto costruito nel 1912, però decorato come il Bargello, ma tutto piccino: corridoietti dove si passa uno per volta, armaturine, savonaroline, ferrini battuti alla Sem Benelli. E lì, fra dolcini rinseccoliti e grammofono a tromba, contesse, poetesse, discendenti di remoti anglo-beceri che
abitano dietro la stazione, tenori di novant’anni che cantano la romanza, e tutti: «meglio di Gigli! meglio di Gigli!». E due soprano antiche rivali facevano la Traviata a Pescia e la Manon a Monsummano: ma una delle due s’è sposata a Prato, è ricca, e mostra ogni volta le perle per indispettire l’altra che fa la maestra di canto; e tutte le volte la pianista pettinata corta ripete la sua battuta audace…
Pare un racconto di Palazzeschi!

… E il signor marchese che non dorme con la marchesa al piano nobile ma con l’autista al mezzanino; e si dicono delle cosine per tutta la notte. E si picchiano, magari, anche. Ma dopo
l’ultimo bacino all’alba l’autista se ne va, torna bussando con la colazione, e lo chiama «signor marchese» e non con i nomini per tutta la giornata…
Anche questo pare un racconto di Palazzeschi!
E – si domanda – quando sono successe queste delizie? Oggi, rispondono: continuano a succedere.

La deduzione più ragionevole: allora è la Realtà che imita Palazzeschi!

Ma in realtà, la ‘felicità’ di Palazzeschi consiste in un’estrema eleganza di rapporti fra la Letteratura e la Vita: un’organizzazione letteraria di straordinaria finezza risolta in una straordinaria (apparentemente) semplicità. Non so se altri abbia già osservato come sono ‘organizzate’ le sue storie: esattamente come l’apertura del Bouvard e Pécuchet, l’entrata-presentazione di due compari fintamente gaglioffi su una scena vuota e pronta per una clowneria che pare disposta a esaurirsi in due battute, e porta invece incredibilmente lontano.”

Alberto Arbasino, Aldo Palazzeschi in Ritratti italiani, Milano 2015, pp.357-358.

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Gian Lorenzo Bernini, L'estasi o transverberazione di Santa Teresa d'Avila (particolare), 1647-51, Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, Roma

“La man che ne le dita ha le quadrella/ con duro laccio al molle tergo è avvolta…, sono versi di Anton Giulio Brignole Sale, patrizio e letterato genovese del primo ‘600 e si riferiscono alle pratiche sadomasochiste che egli intratteneva con la moglie, Paola Adorno, entrambi ritratti superbamente da Van Dyck, in posa convenientemente ufficiale, s’intende. Per dovere di cronaca, aggiungo che la povera Paola, dalle e ridalle, un brutto giorno restò sotto i colpi delle quadrella (un tipo di pugnale), ormai esangue. E fu così che Anton Giulio si convertì a vita più morigerata e lasciò questo mondo in veste di gesuita.

Questa storia è rappresentativa della sensualità secentesca, giocata spesso sul confine, quanto mai labile, fra massimo del profano e altezze del sacro: vanno da sé i rimandi alle illusioni/allusioni berniniane dei volti e dei corpi femminili in pieno godimento di Santa Teresa d’Avila transverberata e della Beata Ludovica Albertoni morente, rispettivamente in Santa Maria della Vittoria e in San Francesco a Ripa a Roma.

Un erotismo teatralmente allegorico, su cui soffiano venti insieme ultraterreni e non, che agitano le vesti e le carni marmoree del Bernini, come le metafore dei versi del Marino o quelli saffici di suor Juana Inés de la Cruz, la posa e il sorriso dell’Amor vincit omnia di Caravaggio o le pagine avventurose della vita di Cristina di Svezia (lesbica dichiarata, ma in quanto ex regina ed ex protestante convertita al cattolicesimo, sepolta addirittura in San Pietro), dunque modus tipico di un secolo che Manzoni definirà sudicio e sfarzoso: del resto, non è forse l’epoca delle Marianne de Leyva, monacate a forza e non solo a Monza?

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Amor vincit omnia, 1602, Staatliche Museen, Berlino

Sotto tonache e drappi, sotto le prime parrucche di stato e pulci, meno ufficiali ma diffuse senza distinzione di classe, il bel mondo aristocratico, prelatizio e borghese, come il popolino di bische e tavernacce bamboccianti, cercava come poteva di passarsela, nei limiti di guerre, pestilenze e proclami inquisitori e anche l’arte la scienza e la filosofia procedevano fra luci di intuizioni fertilissime e ombre nere di caligine, fra il rogo di Giordano Bruno e le scoperte di Galileo e Keplero, basilari per Newton, mentre Reni, sviluppando la lezione classicista dei Carracci, dipingeva divinità umanate (Flavio Caroli) dai corpi perfetti, diafani, talvolta nudi e sempre puri, col rossore appena accennato delle gote, e il maudit Caravaggio consumava la sua parabola esistenziale e pittorica inventando, grazie ad un gioco di specchi e camere oscure, il teatro iperrealista della sua maturità, violento e pietoso, borromaico e inarrivabile per novità capite da pochi all’atto di nascita e imitate da tutti in seguito.

Guido Cagnacci (1601-1663), La morte di Cleopatra, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Questi due estremi, Caravaggio e Reni, sono anche i poli attrattivi del santarcangiolese Guido Cagnacci (1601-1663), partito come figlio di un conciapelli e in viaggio costante fra Rimini, Forlì, Bologna, Roma, Venezia e Vienna, dove finirà i suoi giorni presso la corte di Leopoldo I d’Asburgo, dopo aver dipinto e soprattutto amato molto, talvolta costretto alla fuga per amore, anima romagnola passionale e rissosa, come si conviene ai tempi di lame facili in cui visse.

La sua figura, già rivalutata una cinquantina d’anni fa da Arcangeli e Gnudi, è stata oggetto nel 2008 di una mostra forlivese con studi critici rinnovati, a cura di Daniele Benati e Antonio Paolucci, in cui decine di opere sacre e laiche del Cagnacci venivano messe in relazione a diverse tele di suoi contemporanei, maestri ideali e non, quali il Merisi e alcuni caravaggeschi come Van Honthorst, Vouet, Serodine e i Gentileschi, e soprattutto, sul versante emiliano-romano, Lanfranco, Reni e Guercino.

Una selva di influenze da cui Cagnacci riuscì a ricavare una cifra propria, quella della sensualità all’interno del binomio vincente eros-thánatos: tipicamente cagnaccesche infatti e ben più delle pudiche commissioni religiose sparse per la Romagna, sono sante ed eroine come le Maddalene penitenti, le Lucrezie o le Cleopatre morenti, che tanto successo ottennero anche presso la corte asburgica, coi loro capelli sciolti, labbra rosse e semiaperte, pelli chiare, seni turgidi e scoperti, modelle probabilmente amate dal pittore e consegnate alla storia in attimi di contrizione sospesa fra languore di lacrime, morte sopravvenente e carnalità decisamente più terrene, spesso sedute su “seggioloni finto-Cinquecento di pelle rossa, con le loro borchie” (Alberto Arbasino), accessori che forse non sarebbero spiaciuti a Gianni Versace o alla Westwood degli esordi.

Teatro e maraviglia, mistica e lubricità, corpi d’arte pruriginosi, colmi d’erotismo e porte per un oltre divino così desiderato da trovare espressione piena, anzi coincidenza col piacere estremo, il più forte conosciuto dall’uomo, quello sessuale.

Guido Cagnacci (1601-1663), Maddalena svenuta, Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma

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