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Posts Tagged ‘alberto giacometti’

Premessa: è in corso sino a venerdì 3 luglio la prestigiosa personale di Verdiano Marzi presso la Fourth Presbyterian Church of Chicago (115 East Delaware).

Per questa occasione ho avuto il piacere di scrivere il testo critico che qui presento.

Verdiano Marzi, Biancaneve (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Biancaneve (particolare), 2015

Beyond – Oltre

di Luca Maggio

“I have been here before;/ when, where or how I cannot tell.” Dante Gabriel Rossetti

Non ricordo più chi ha detto che il tempo del mito non è mai veramente accaduto perché in realtà accade sempre. È un tempo indefinito, lo stesso delle fiabe, che davvero scorre nella parte più recondita di ognuno di noi. E durerà senza invecchiare generazione dopo generazione sino a che ci sarà l’uomo sulla Terra.

Questo tempo abita le atmosfere della ventina di soggetti che Verdiano Marzi espone oggi a Chicago, sia che si tratti di paesaggi reali (campi, banchise, viaggi neofuturisti sullo Shinkansen), di momenti della giornata (dall’alba ai notturni stellati), di ritratti o di personaggi presi appunto da fiabe o racconti fantastici. Tempo sospeso, dunque. E lo spazio?

Verdiano Marzi, Campi, 2015

Verdiano Marzi, Campi, 2015

Verdiano Marzi, Campi (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Campi (particolare), 2015

Non è la prima volta che mi trovo davanti alle sue meditazioni musicali in forma di pietra, qui con prevalenza di tinte fredde, in particolare di azzurri e blu, colori di un “oltre” medianico, forse perché si è nell’ambito del sogno rivelatore o dell’immaginazione lirica, sebbene ci sia sempre qualche tessera o fila di tessere sapientemente posta a riscaldare le altre, e smalti che sono ragionamenti per blocchi gemelli che paiono contrapposti, quinte per l’intrecciarsi scontrarsi sciogliersi degli andamenti in strati colorati, che sembrano a loro volta quasi compressi, costretti a convivere in fasce geologiche (o oniriche) apparentemente disordinate (ma la natura non lo è mai), eppure in equilibrio progressivo, mai fermo, anzi in un gioco continuo e ciclico di rimandi con la luce che investe le tessere, le graffia, torna a colpirle e penetra nelle ferite, negli interstizi minimi e bui, riemerge, sottolinea ancora una volta gli andamenti, i disegni del caos armonico, dissonanze cariche della musicalità dell’espressionismo viennese di inizio ‘900, che da Schoenberg arrivarono agli accordi be-bop di Thelonious Monk[1]. Poi la luce s’ammorbidisce, scivola carezzando le fluidità vetrose degli smalti e torna a noi per accendere ciò che ci è davanti: mani e sogni di Verdiano Marzi.

Verdiano Marzi, Alba, 2015

Verdiano Marzi, Alba, 2015

Verdiano Marzi, Banchisa, 2015

Verdiano Marzi, Banchisa, 2015

E davanti a ogni opera ricomincia la partita, quasi una lotta con la luce, identica nel moto e diversa negli esiti che animano le giustapposizioni cromatiche, con la consapevolezza che ogni fiamma, ogni frammento è stato pensato, amato, tagliato, composto dall’artista (dunque vibra, è letteralmente vivo) dopo percorsi di immersione nella materia, nell’amore per la materia, nel tempo che richiede l’amore per la materia da conoscere sino a ferirsi per darle libertà.

Già, la libertà. Cos’è in arte la libertà?

Quando Gershwin, nella primavera del 1928, venne in Europa e in particolare a Vienna, lo accolse Alban Berg con l’esecuzione della sua dodecafonica Suite lirica. L’americano avrebbe dovuto suonare qualcosa di suo un attimo dopo, ma era visibilmente intimidito. Berg lo volle tranquillizzare dicendo: “Signor Gershwin, la musica è musica.”[2]

Dunque, cos’è in arte la libertà?

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen, 2015

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen, 2015

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen (particolare), 2015

Molte le risposte possibili. Ne tento una: aderire il più possibile e senza compromessi alla propria coscienza creativa, ovvero all’idea di verità concreta che si forma nella mente e tra le mani di un artista. C’è chi sottrae, come volevano i neoplatonici rinascimentali o come, in ambito moderno, il grande Alberto Giacometti, uomo non a caso abitato da cenere, vento e silenzio.

Marzi aggiunge. Alle sue creature, non più solo creazioni, Marzi aggiunge per rispetto della materia stessa, coerente con la sua idea di verità, in un’euforia neorubensiana che vede queste pietre come carni spettacolari cui la luce è chiamata a dare rilievo. È piacere puro. Ottenuto con abilità e con l’intento di coprire ogni millimetro di superficie che tuttavia, data la disposizione dei singoli elementi, non nasconde ma aumenta l’effetto frammentato del mosaico: dunque non si nega la natura del mezzo, la si esalta. Non è pittura: è mosaico finalmente.

Verdiano Marzi, Cometa, 2015

Verdiano Marzi, Cometa, 2015

Verdiano Marzi, Cometa (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Cometa (particolare), 2015

Questa è una natura, per quanto di uso antico (sin dall’età sumerica), modernissima quanto agli sviluppi teorici cui può essere collegata: l’unità dell’immagine musiva finale è data dalla relazione di frammenti più o meno grandi. Ed esattamente questa è l’immagine della realtà, la quale appare compatta ai nostri occhi (ogni oggetto, essere vivente è stabile, definito, lo vediamo, tocchiamo ecc.), ma secondo la teoria della gravità quantistica “a loop” [3], lo spazio a livello subatomico non è continuo, anzi ha una struttura granulare, ovvero di quanti di spazio inanellati (a loop appunto), ossia in relazione fra loro e ciascuno con un proprio ritmo, un proprio tempo (dunque anche lo scorrere del tempo univoco è illusione, o meglio è semplicemente ciò che noi percepiamo): ciò che tesse ogni millimetro della realtà che noi crediamo uniforme e in equilibrio è un insieme di miliardi e miliardi di quanti, note dissonanti e in movimento continuo che sono il nostro universo, che siamo noi stessi, come un’immensa subatomica opera dodecafonica. Il mosaico della realtà.

Senza scordare che tutto questo produce poesia: c’è spesso nelle opere di Marzi un’esigenza di cielo, una voglia di respiro, di puntare gli occhi in su: come se lungo la coperta della notte, lentamente si diffondesse ed evaporasse una cometa, una scia che ha il suono lento e struggente dell’Adagietto della Quinta di Mahler.

Verdiano Marzi, Biancaneve, 2015

Verdiano Marzi, Biancaneve, 2015

[1] Alex Ross, The rest is noise, Farrar, Straus and Giroux, New York 2007, p.68 dell’ed. italiana.

[2] Edward Jablonski, Gershwin, Da Capo, New York 1998, p.167.

[3] Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, pp.47-56.

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Francesco Borromini, Cupola di San Carlo alle Quattro Fontane, 1638-41, Roma

“Barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine.” Carlo Emilio Gadda

Ci sono saggi che possono cambiare la visione della vita, la percezione del circostante e noi stessi in relazione al circostante (a patto, poi, di viverla la vita): Guardare, Ascoltare, Leggere di Claude Lévi-Strauss, Le parole e le cose di Michel Foucault, Il gesto e la parola di André Leroi-Gourhan e le molte pagine di Marcel Mauss, Peter Brook, Emile Cioran… (senza contare poeti e romanzieri).

Altri maestri ampliano la conoscenza, aprendo finestre nuove sull’immagine e l’essere profondo dell’uomo, per domande nuove, sempre più importanti delle risposte: la Alpers, Stoichita, Bataille, Dorfles, Zeri, Sedlmayr, Warburg, Wind, Settis, Focillon, Ruggero Pierantoni, Flaminio Gualdoni, Emilio Villa, Yeshayahu Leibowitz, Pavel Florenskij, Gilbert Durand, Elémire Zolla, Marius Schneider, Agostino, Chuang-Tzu, Epitteto, Lucrezio, Pascal, Rūmī e i mistici d’occidente, Franco Farinelli, Ernesto De Martino, Giovanni Semerano, Bachtin, Barthes, Debord, Bauman, Benoit Mandelbrot, Fritjof Capra…(senza contare artisti e musicisti in particolare).

Barocco moderno: Roberto Longhi e Carlo Emilio Gadda (Milano, 2003) di Ezio Raimondi, si colloca a metà fra questa seconda categoria intellettuale e una terza, di riscoperta dei classici del nostro tempo: in 180 pagine vengono ripercorse le intuizioni stilistiche e di pensiero di due grandi autori, l’uno, Roberto Longhi (Alba, 1890 – Firenze, 1970), su cose d’arte, essendo il grande critico che è stato (purtroppo anche un uomo terribilmente meschino, come ebbe a ricordare più volte Zeri, ma qui interessa principalmente lo scrittore), oltre che uno dei maestri di Raimondi, l’altro, Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973), o meglio l’ingegnere, su tutto ciò che ha scritto, essendo il genio letterario più grande di tutti, nonché l’autore più importante del ‘900 italiano: basti La cognizione del dolore (1963) a renderne testimonianza imperitura.

Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, metà anni ’90 del XVI sec., Fondazione Longhi, Firenze

Raimondi tesse con incanto i punti di avvicinamento e gli sviluppi differenti dei due, anzitutto partendo dall’amore condiviso per la luce (e le ombre) in Caravaggio e l’ironia sublime del Manzoni dei Promessi, romanzo non a caso ambientato nel ‘600, purtroppo studiato per obbligo a scuola, perciò condannato alla iattura di non trovare i dodici lettori cui “don Alessandro” idealmente si rivolgeva.
Il mondo è cosa barocca: etimologicamente (barocco: sillogismo strano o pietra irregolare) e ontologicamente, come ha intuito Gadda: la forma stessa delle verdure, di certi animali gibbosi o delle nostre ossa, i loro nomi, le parole stesse. E altrettanto la vita è groviglio complesso, enorme, imperfetto, matassa barocca piena di cavità, insenature, gole nascoste, le cui ombre sono percettibili poiché definite dal desiderio della luce di arrivare: un non finito per natura, né finibile con la sola banalità, immensità della (nostra) morte.

Dunque il romanzo, lo scrivere, come il produrre di tanta arte novecentesca, riflettendo la vita e sulla vita, non può che essere, per estensione, altrettanto aggrovigliato, spesso coerentemente non concluso, come in Gadda o nell’Uomo senza qualità di Musil, altro autore magistralmente affrontato da Raimondi, ed entrambi, Gadda e Musil, percorsi da una vena amara-ironica inesauribile, dovuta alla constatazione stessa di com’è, appunto, la vita: persino Longhi ha più di qualche sferzata ironica, quando non di sarcasmo aperto.

E tornando ai carsismi barocco-novecenteschi, non possono che venire in mente gli “sfregi” finissimi d’infinito di un Fontana e prima ancora le sue ceramiche-sculture, come del resto le figure di cenere di Giacometti, che le parole di Yves Bonnefoy, nel meraviglioso Osservazioni sullo sguardo (Roma, 2003), confrontano all’opposto con le immagini picassiane e morandiane, altri paradigmi vitali e, per certi versi, dolorosi del secolo XX, ormai definibile a pieno titolo come età del barocco moderno.

Alberto Giacometti fotografato da Henri Cartier-Bresson nella Galleria Maeght di Parigi, 1961

Fondazione Roberto Longhi

Carlo Emilio Gadda.net

Centro studi Carlo Emilio Gadda – Longone al Segrino

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