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Posts Tagged ‘alberto lattuada’

Giorni di cinema questi a Venezia e… in casa mia.

In un paio di mesi ho rimesso insieme i primi sette volumetti della Cineteca Domus: non che siano rari o particolarmente costosi (circa venti o trenta euro al massimo cadauno), solo non è semplicissimo trovarli tutti assieme e in tempi brevi. Di cosa si tratta?

La Cineteca in questione, pubblicata dall’Editoriale Domus quella mitica di Gianni Mazzocchi, lo stesso editore di Gio Ponti, Quattroruote, del primo L’Europeo di Arrigo Benedetti e di Il Mondo di Mario Pannunzio, è una raccolta nata per far conoscere piccoli classici o film minori in particolare dell’epoca del muto, che rischiavano già nel ’45 di scomparire anche per l’usura delle pellicole: sono quasi tutti francesi, dal momento che a quella data la Francia era ancora ritenuta la vera detentrice della cultura, cinema incluso.

A proposito, mi commuove la cura con cui vennero stampati e rilegati in edizione numerata questi libretti, in cartone rigido con sovraccoperta e foto interne su carta lucida, specie se si pensa al periodo di pubblicazione, dal febbraio all’ottobre del ’45: in un’Italia che più devastata non si poteva, c’era gente che con amore infinito, in altro modo non so definirlo, si dedicava al proprio lavoro contribuendo in qualche modo alla rinascita del Paese. Altro spirito, altri tempi: loro ci credevano davvero.

Fotogramma da "Ridolini e la collana della suocera" di Larry Semon, Cineteca Domus volume 4, Milano 1945

Ogni volume si presenta con una breve quanto attenta introduzione (le migliori a mio avviso restano quelle del genio Aldo Buzzi, uno dei superassi della nostra letteratura del ‘900 ancora poco o nulla cognito: la sua freschezza di scrittura si riflette anche nella scelta inconsueta per il tempo di autori comici, da Ridolini a Max Linder, senza contare, a proposito di cinema, il suo imperdibile Taccuino dell’aiuto-regista del ’44 per Hoepli con impaginazione di Munari, recentemente ripubblicato da Ponte alle Grazie nel 2007), cui segue il film in circa 120 fotogrammi, un vero e proprio modernissimo racconto per immagini, con le didascalie e filmografia finale del regista in appendice.

Questi i titoli:

1)      La kermesse eroica di Jacques Feyder, a cura di Aldo Buzzi (Milano, 15 febbraio 1945)

2)      La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer, a cura di Guido Guerrasio (Milano, 15 febbraio 1945)

3)      Alba tragica di Marcel Carné, a cura di Glauco Viazzi (Milano, 15 maggio 1945)

4)      Ridolini e la collana della suocera; Ridolini esploratore di Larry Semon, a cura di Aldo Buzzi (Milano, 15 maggio 1945)

5)      Il bandito della Casbah di Julien Duvivier, a cura di Glauco Viazzi (Milano, 20 giugno 1945)

6)      Il milione di René Clair a cura di Bianca Lattuada – sorella del regista Alberto e compagna dello stesso Aldo Buzzi, già aiuto regista del fratello – (Milano, 15 luglio 1945)

7)      Sette anni di guai di Max Linder, a cura di Aldo Buzzi (Milano, 31 ottobre 1945)

Infine, vengono dichiarati in preparazione La Maternelle di Jean Benoit-Lévy e Marie Epstein, a cura di Franco Berutti, e L’angelo del male di Jean Renoir, a cura di Giuseppe De Santis, ma di questi due volumetti non ho trovato alcuna traccia, né so se siano mai stati effettivamente pubblicati.

Ci sono poi i valori aggiunti di questi come dei libri che in generale hanno una certa età (per non dire di quelli antichi, ovviamente): alcuni angoli smangiucchiati, alcune pagine ingiallite, certe sottolineature dei precedenti proprietari e loro commenti che amo particolarmente leggere, talvolta decifrare, per stabilire un dialogo in apparenza muto con questi uomini del passato per il tramite vivo dell’oggetto libro. In questo caso nel volume tre, l’Alba tragica di Carné, il suo antico possessore ha schizzato un albero e un uomo seduto dietro una sorta di vetrina da bar sulla sinistra della terza pagina, mentre sulla destra appare una specie di muro su cui è scritto “out of bounds”: il disegno è firmato “Luciano Bastiani 1946 Bologna”.

Nella pagina accanto, inquietante, la silhouette mi pare presa dal vero di una piccola pistola: l’avrà usata? E chi era costui? Un partigiano o chi altri? O forse è solo un disegno ispirato alla trama del film? Nell’ultima pagina del libretto appare un ritratto d’uomo in pastello viola, un po’ sfumato, un po’ cancellato: un autoritratto fantasma? Volendo, la storia potrebbe continuare. Ed è subito cinema.

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Dino Risi (1916-2008)

Dino Risi (Milano, 1916 – Roma, 2008) è fra i padri nobili della commedia all’italiana, insieme a Comencini, Germi, Lattuada, Salce, Zampa, Nanni Loy, Steno, De Sica, alla Wertmüller, al grandissimo Monicelli e ad altri giganti di questo genere stupendo, che abbracciando una gamma infinita di caratteri e di toni, dal comico al drammatico al grottesco (il segreto dell’immortalità di Shakespeare: rispecchiare la vita che è loro mescita continua), è riuscito a cogliere l’altrettanto infinita gamma del tirare a campa’ italico, talché, fra cento o anche meno anni, varrà più una rassegna di certe pellicole rispetto a tanti trattati storici per descrivere l’identità e il costume nazionale di una dato periodo.

Poveri ma belli (1956), Il vedovo (1959), Il mattatore (1960), Una vita difficile (1961), Il sorpasso (1962), La marcia su Roma (1962), I mostri (1963), Operazione San Gennaro (1966), Straziami, ma di baci saziami (1968), La moglie del prete (1970), In nome del popolo italiano (1971), Sessomatto (1973), Profumo di donna (1974), La stanza del vescovo (1977), Fantasma d’amore (1981), sono alcune delle perle di Risi, nella cui carriera si evidenziano il periodo d’oro, gli anni ’60, e l’attore-feticcio-amico-alter ego Vittorio Gassman, pur avendo egli lavorato coi più grandi di sempre, Tognazzi, Sordi, la Valeri, Mastroianni, la Vitti, Manfredi, la Loren, per citarne alcuni.

Gli ultimi decenni di una carriera tanto spettacolare (anche letteralmente), sono avari di film validi e vedono un declino progressivo del regista sino al ritiro completo con gli anni 2000, quando si cumulano riconoscimenti e celebrazioni.

Tuttavia Risi, dopo un tempo brevissimo, in gioventù, da psichiatra (tale doveva essere la sua carriera per i genitori), per il resto della vita, da milanese trapiantato a Roma, ha esercitato nel modo più creativo la sua professione e il suo sguardo clinico, mostrandoci come siamo, per quel che siamo (cinico lui o cinici noi?), beffardamente, con disincanto e senza sconti, ma anche con un’attenzione particolare al lato comico d’ogni situazione, irridendo le non poche miserie di questo Paese e dei suoi abitanti.

Nella fase finale, aveva ancora in serbo dei péchés de vieillesse notevoli, sebbene letterari: a parte l’autobiografia I miei mostri (Milano, 2004), si segnalano le raccolte Versetti sardonici ((Roma, 1995) e Vorrei una ragazza. Epigrammi e aforismi (Milano, 2001), che per intelligenza, humour, ritmo, stile pungente e messa a fuoco di dettagli, tali da delineare con pochissime parole storie ed esistenze intere (anche meglio dell’ideatore del genere Romanzi in tre righe, il dandy Félix Fénéon, recentemente ripubblicato da Adelphi), e una lucidità giocata tra (finto-vero) cinismo, talvolta lirismo, commozione e forse, anche un po’ di noia esistenziale (quasi da sopravvissuto), ricordano in pillole il grande cinema degli anni passati, oltre a raggiungere in campo epigrammatico ed aforistico alcuni dei vertici di sempre. Nei prossimi giorni se ne darà testimonianza.

Ps. Nota a margine su Suso Cecchi d’Amico (Roma, 1914-2010), grandissima signora del cinema e sceneggiatrice italiana che ci ha lasciati quasi un mese fa, la più grande insieme ad Age (Agenore Incrocci, Brescia, 1919 – Roma, 2005) e Scarpelli (Furio Scarpelli, Roma, 1919-2010), anch’essi partiti non molto tempo prima per altri luoghi dove continuare, litigando, a scrivere commedie uniche e dialoghi formidabili.

Non mi risulta che la d’Amico avesse mai collaborato con Risi, o almeno non a progetti noti e poi concretizzati. Chissà perché. In comune giusto un luogo, Castiglioncello (LI), dove Risi girò alcune scene de Il sorpasso e la d’Amico soggiornava d’estate, e un libro di Mario Tobino, Il deserto della Libia, che ha ispirato due loro distinte sceneggiature, Scemo di Guerra (1985), diretto da Risi e scritto insieme ad Age e Scarpelli e, vent’anni dopo, nel 2006, Le rose del deserto di Monicelli, scritto appunto con la d’Amico.

Cosa dedicare a questi e agli altri benefattori (non saprei definirli in altro modo) che ho sopra citato e ad altri ancora, viventi e non, registi, interpreti (protagonisti o le altrettanto fondamentali spalle, senza scordare tanti caratteristi strepitosi) e scrittori di cinema, di cui il poco spazio o la memoria non mi hanno permesso di accennare (ma vogliamo anche solo citare Giannini e la Melato wertmülleriani, gli esordi folli e graffianti di Benigni, Verdone, Pozzetto e Villaggio/Fantozzi, o le glorie storiche, Fabrizi e la Magnani, Fernandel e Gino Cervi, Totò, Peppino e i De Filippo tutti, Nino Taranto, i Giuffré, Tina Pica e Troisi, tanto per stare dalle parti di Napoli, o, ancora, fra gli sceneggiatori, Luciano Vincenzoni, Benvenuti e De Bernardi, Ugo Pirro o il vulcanico Zavattini, etc., etc.)?

Forse per tutti basta un solo grazie, senza malinconia ma di cuore, col sorriso del cuore, vero come una risata, e tanta riconoscenza infinita, per chi ha saputo e tuttora continua a rendere felice per lo spazio immenso di 90, 100 o 110 e più minuti, qualsiasi pubblico, mai un pubblico qualsiasi. Grazie.

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