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Posts Tagged ‘alda merini’

Questo lavoro in versi è una piccola Spoon River sospesa fra Rivoluzione francese e una ideale galleria dantesca. Molte le ombre cui ho restituito parola dopo che anni fa vennero a trovarmi, riposando per tanto tempo nel cassetto. La conclusione, isolata, è affidata a un’invocazione pronunciata da Orfeo. Sono pagine dedicate a Valerio Magrelli, Valentino Zeichen, Alda Merini e a Rita, mia madre (1949-2016).

Chi ringraziare? Coloro che mi amano semplicemente, prendendomi per come sono: familiari, amici (pochi e veri), i miei ragazzi a scuola e, non ultimo, l’editore Italic (in particolare Andrea Giove) che ha creduto in me.

Auguro a tutti buone festività: a proposito, ora sapete cosa regalarvi!

PS. Il disegno in copertina è di Sara Vasini, donna e artista e amica straordinaria.

 

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Luigisedici

 

magari non voleva nascere re

e dedicarsi a incudine e martello

più che a ostriche e parrucche di stato

sulle monete il profilo

è quello solito

borbonico ben pasciuto un po’ ebete

quello degli avi nasoni

ma quanto pesa stavolta

il ghigno della storia

la testa sola in assenza del corpo

 

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Paolo Malatesta (Inferno V)

 

tremulo mi muovo al buio

come candela leggera animula vagula

se sussurri scompaio

fa’ piano di me non resta nulla

è tutto Francesca tutto me s’è presa

passionedoloreamore

io zitto sto solo

serenamente dispero nell’errare

non più sapendo dove e perché fermare

 

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Orfeo

 

ti sto aspettando

sempre

ché tu non sapresti riconoscere me

Euridice volto d’erba

vedo il trucco che cola

sul volto annegato al bordo

nell’inferno delle tariffe

fra seni e peni

eppure saprò cantare ancora

poeta senza bocca senza mani

solo fra rami e animali

per te pianti e risi

che bagnino i miei sogni alti

come pioggia gli aquiloni

 

Luca Maggio, Silhouette, Italic 2018

 

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Proprio una bella sorpresa la mostra attualmente in corso per i trent’anni delle edizioni Pulcinoelefante a due passi da Ravenna, a Russi, presso l’ex chiesa in Albis (12 maggio – 17 giugno 2012).

Per la verità fino a poco tempo fa ignoravo l’esistenza di questi meravigliosi “Pulcini”: ne ho visti esposti alcuni per la prima volta in occasione dell’omaggio fotografico ad Alda Merini sempre qui a Ravenna durante la primavera del 2011 ed è stato amore totale a prima vista (ma che fatica procurarsene qualcuno! Ci sono riuscito solo grazie ad una libreria gentilissima di Erba).

D’accordo, io sono un feticista della carta, ma la bellezza, anzi la grazia dei Pulcinoelefante è oggettiva. A proposito, cosa sono? Libri certo, ma un tipo particolare di libri d’arte: plaquettes minute, otto pagine copertina inclusa, cucite a mano, al cui interno è stampata, sempre a mano usando caratteri mobili Bodoni, una frase, un aforisma o un’intera purché breve poesia, accompagnata da una piccola opera d’arte, un disegno, un’acquaforte, una fotografia, un collage, un cd, una scultura, un acquerello o un pastello. Il tutto a tirature limitate (da poco meno di 20 fino alle 30, 35 copie circa) e per un costo irrisorio, 15 euro. E gli autori? Giganti come elefanti o null’affatto noti, ma non meno importanti, come pulcini, perché il “guizzo” arriva inaspettato e a noi sta coglierlo, come dice Alberto Casiraghi, il geniale inventore, artista ed editore che da Osnago (LC), dal 1982 a oggi, è arrivato a quasi 9.000 titoli (!) di questi imperdibili gioiellini. A proposito: non c’è, né potrebbe essere diversamente, un piano prestabilito dell’opera: tutto nasce anno per anno, giorno per giorno, dalla casualità dell’incontro, con i libri  e anzitutto con le persone. I Pulcinoelefante sono anche una questione di ritmo, umano, densamente umano.

Credetemi, c’è un Pulcino adatto a ognuno di noi: da quelli con i versi Beat, a quelli coi pensieri della Merini, amica di Casiraghi, o di filosofi e scrittori illuminati, da quelli con le piccole opere di Baj e Paladino e altri big, a quelli di artisti e poeti ignoti ai più, ma capaci di rendere prezioso quel momento fra noi e l’oggetto in mano: ciò che conta, alla fine, ben al di là dei nomi, è l’invito alla gioia, alla semplicità (nell’eleganza di una estrema cura formale) cui Casiraghi dà voce attraverso questi suoi/nostri piccoli momenti di felicità.

Conoscerlo un paio di settimane fa è stato un piacere reso più grande dal fatto che l’uomo corrisponde appieno alle qualità delle sue creazioni. Riporto qui di seguito la dedica che ho scritto per lui quando, dopo qualche giorno, sono tornato a rivedere la mostra con i miei affetti più cari, Silvia e Niccolò: “Il poeta è un animale piccolo, pieno di grazia. Non ha pretese. Ci abita. Intuisce la verità col suo carico di luce e dolore. Se bussi, se giri la pagina, ti sarà aperto.” Grazie, Alberto C.

Ps. Questo post è dedicato a mia moglie Silvia e a nostro figlio Niccolò che proprio oggi compie un anno! A questo “pulcinoelefante” in edizione unica (che tanto mi sta insegnando) vanno i versi di Trilussa: “C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa, lo succhia e se ne va. Tutto sommato la felicità e ‘na piccola cosa.”

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Premessa: oggi questo blog compie due anni di attività! Per festeggiare anche l’arrivo della Primavera, dedico a tutti gli oltre 138.500 visitatori, lettori abituali e casuali, followers e amici, la bellezza dei versi di Poliziano che ispirarono Botticelli in uno dei suoi oggi più noti capolavori.

Sandro Botticelli, La Primavera, 1482 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze

Candida è ella, e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba;
lo inanellato crin dall’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Rideli atorno tutta la foresta,
e quanto può suo cure disacerba;
nell’atto regalmente è mansüeta,
e pur col ciglio le tempeste acqueta.

Folgoron gli occhi d’un dolce sereno,
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aier d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose;
ogni aura tace al suo parlar divino,
e canta ogni augelletto in suo latino.  (…)

“Sovente in questo loco mi diporto,
qui vegno a soggiornar tutta soletta;
questo è de’ mia pensieri un dolce porto,
qui l’erba e’ fior, qui il fresco aier m’alletta;
quinci el tornare a mia magione è accorto,
qui lieta mi dimoro Simonetta (Cattaneo Vespucci, n.d.r.),
all’ombre, a qualche chiara e fresca linfa,
e spesso in compagnia d’alcuna ninfa. (…)”

Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sovra l’erbetta e passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelletti a pianger cominciorno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia e azzurra fassi.

Angelo o Agnolo Ambrogini detto Poliziano (Montepulciano, 1454 – Firenze, 1494), dal Canto I delle Stanze per la giostra del magnifico Giuliano di Piero de’ Medici (1475-78).

Ps. Questo post scriptum è un’aggiunta pomeridiana, dopo aver saputo della scomparsa di Tonino Guerra proprio stamane, lo stesso giorno della nascita di Alda Merini. Ed è con affetto che dedico a lui i bei colori evocati dal Poliziano, l’incanto dello sguardo di ninfa Simonetta, le meraviglie che le parole possono dire, sanno fare.

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Giorgio Caproni (1912-1990)

Non so più, non ricordo se i primi versi di Giorgio Caproni (Livorno, 1912 – Roma, 1990) me li ha fatti conoscere mia madre facendomi leggere e amare Preghiera, quel delicatissimo battere d’ali e lettere dedicate dal poeta a sua madre Anna Picchi (“Anima mia, leggera/ va’ a Livorno, ti prego./ E con la tua candela/ timida, di nottetempo/ fa’ un giro; e se n’hai il tempo,/ perlustra e scruta, e scrivi/ se per caso Anna Picchi/ è ancor viva tra i vivi.// (…) Anima mia, sii brava/ e va’ in cerca di lei./ Tu sai cosa darei/ se la incontrassi per strada.”), oppure se per caso ho incontrato questo maestro intimo grazie alla serie benemerita dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, col libretto che presentava in quarta di copertina un sussurro delicatissimo, non casualmente aperto e chiuso dai puntini di sospensione, sistole e diastole di cuore e pensiero: “…perch’io, che nella notte abito solo,/ anch’io, di notte, strusciando un cerino/ sul muro, accendo cauto una candela/ bianca nella mia mente – apro una vela/ timida nella tenebra, e il pennino/ strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo/ e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto/ che mi bagna la mente…”.

Anni dopo, all’università, un amico, in occasione di un reading teatrale che stavamo preparando, mi suggerì di concludere la scaletta col Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni, proposta che subito accettai ormai qualificando questo poeta come uno dei familiares ideali più cari. Nella stessa raccolta di inizio anni’60, si trova il Lamento (o boria) del preticello deriso, un personaggio che non stonerebbe nella galleria d’un Fabrizio De André, con quell’intuizione finale, quasi beckettiana, “non so più agire/ e prego; prego non so ben dire/ chi e per cosa; ma prego:/ prego (e in ciò consiste/ – unica! – la mia conquista)/ non, come accomoda dire/ al mondo, perché Dio esiste:/ ma, come uso soffrire/ io, perché Dio esista”, poi ripresa da Jovanotti nel bel rap Date al diavolo un bimbo per cena (2002) col verso “prego non perché Dio esiste ma perché Dio esista”.

Giorgio Caproni con l'amico Pier Paolo Pasolini

In una mostra bibliotecaria, infine, di qualche tempo fa, dedicata a microversi in microlibri, accanto ad alcune perle di Luzi (“La mia pena è durare oltre quest’attimo”, verso dal sapore goethiano, che poi volli riscrivere su una piccola foglia d’autunno, lasciando che lentamente si seccasse, mutando colore, sino a sbriciolarsi sulla parete cui l’avevo appesa) e della Merini (“Son crudele, lo so,/ ma il gergo dei poeti è questo”), che certo non avrebbero sfigurato, anzi, in uno dei preziosi gioiellini editi da Pulcinoelefante di cui forse fanno già parte, c’era una teca completamente dedicata a Giorgio Caproni.

Ricorrendo quest’anno il suo centenario di nascita compiuto lo scorso 7 gennaio, saluto il lettore e il grande poeta che amava definirsi un genovese di Livorno (insieme a Roma, le tre città della sua vita), proprio con alcuni di quei frammenti, illuminazioni folgoranti scritte in periodi diversi, dense di grazia, ironia, tensione (e rassegnazione) metafisica e consapevolezza che il linguaggio, cui tanto affidiamo la ricerca e l’eredità del nostro messaggio umano, è limitato e può tradire, nascondendo fratture in cui cadere, da cui i numerosi e caratteristici enjambements delle sue liriche, sebbene nel caso della poesia sia anche l’ultimo corrimano cui aggrapparsi (Wisława Szymborska).

 

Versi di Giorgio Caproni:

 

Bisogno di guida: M’ero sperso. Annaspavo./ Cercavo uno sfogo./ Chiesi a uno. «Non sono,»/ mi rispose, « del luogo.»

 

Istanza del medesimo: «Cosa volete ch’io chieda./ Lasciatemi nel mio buio./ Solo questo. Ch’io veda.»

 

Postilla: (Non ha saputo resistere/ al suo non esistere?)

 

Deus absconditus: Un semplice dato: Dio non s’è nascosto./ Dio s’è suicidato.

 

Le carte: Imbrogliare le carte,/ far perdere la partita./ È il compito del poeta?/ Lo scopo della sua vita?

 

Sassate: Ho provato a parlare./ Forse, ignoro la lingua. Tutte frasi sbagliate./ Le risposte: sassate.

 

Esperienza: Tutti i luoghi che ho visto,/ che ho visitato/ ora so – ne son certo:/ non ci sono mai stato.

 

Indicazione: – Smettetela di tormentarvi./ Se volete incontrami,/ cercatemi dove non mi trovo./ Non so indicarvi altro luogo.

 

Falsa pista: Credevo di seguire i passi./ D’averlo quasi raggiunto./Inciampai. La strada/ si perdeva fra i sassi.

 

I pugni in viso: «La morte non mi avrà vivo,»/ diceva. E rideva,/ lo scemo del paese,/ battendosi i pugni in viso.

 

Le parole: Le parole. Già./ Dissolvono l’oggetto./ Come la nebbia gli alberi,/ il fiume: il traghetto.

 

Ansava sul suo violino/ stonava. Allegro con moto/ Si può, in un bicchiere vuoto/ bere il ricordo del vino?

 

Rivelazione: Mi sono risolto/ mi sono voltato indietro./ Ho scorto/ uno per uno negli occhi/ i miei assassini./ Hanno/ – tutti quanti – il mio volto.

 

Mentore: Devi perseverare,/ usare buona pazienza./ Ricordalo, se vuoi arrivare/ al punto di partenza.

 

I baci: Oltre il bene e oltre il male./ Oh amore…amore…/ …E i baci,/ che cambiano sapore/ di capitale in capitale

 

Raggiungimento: Andavo. Andavo./ Cercavo dove poter sostare./ Ero ormai sul discrimine./ Dove finisce l’erba/ e comincia il mare.

 

La morte non finisce mai

 

Pensatina dell’antimetafisicamente: «Un’idea mi frulla,/ scema come una rosa./ Dopo di noi non c’è nulla./ Nemmeno il nulla,/ che già sarebbe qualcosa».

 

Per le spicce: L’ultima mia proposta è questa:/ se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.

 

Ps. Ricordo che Tutte le poesie di Giorgio Caproni, inclusi i versi sopra riportati, sono state riunite e pubblicate in un volume postumo degli Elefanti – Garzanti (Milano, 1999) oltre che in un precedente Meridiano Mondadori (Milano, 1995).

Inoltre Caproni fu traduttore dal francese finissimo (fra gli altri di Proust, Maupassant, Genet): in particolare consiglio la sua bellissima versione della Mort à crédit di Céline.

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Alda Merini

Mi sarebbe piaciuto incontrarla, conoscere Alda Merini (Milano, 1931-2009).

C’ero quasi riuscito anni fa, quando in una delle mie tante volte a Milano, gironzolavo per la zona Navigli vicino casa sua. Ero con un amico. Ma non riuscimmo a trovarla. Non era destino.

Chissà se ci avrebbe accolti oppure no, per timidezza non per scortesia ché questo difetto so per certo non era suo. In ogni caso avrei lasciato sulla soglia le tre rose rosse che avevo pensato per lei.

Tempo dopo, l’amico con cui ero, andò a trovare un congiunto in ospedale e nel reparto, per caso, vide Alda. Era destino.

Sola nella stanza, con le lenzuola completamente coperte di cenere e da centinaia di cicche delle immancabili sigarette. La salutò e lei gli disse: “Mi trattano come uno straccio.”

Sarà stata la lentezza e la voce dolente con cui aveva pronunciato quelle sillabe, quasi un verso nell’aria satura di fumo, ma sono rimaste nella sua memoria e di riflesso nella mia.

Era così la Merini, carne di poeta, donna di follia e fede, corpo di poeta martoriato dalle torture del manicomio ed esibito nelle sue foto osé nonostante l’età poiché la poesia è nuda, non sa (né vuole) nascondersi, ma soffre e si offre generosamente, col Dio a fior di labbra (nel suo caso la divinità cristiana, ma ricordo che per i greci il poeta era enthousiasmós, “ispirato in dio”), quelle sue labbra cariche di rossetto e pronte a schiudere inni alla vita nel senso più ampio e comprensivo, anzitutto del dolore e, in una parola, dell’amore, quello che, come dichiarò, la stessa vita le aveva negato.

Quali scegliere fra tante poesie che mi rapirono da ragazzo e che tuttora hanno il potere di commuovermi (come certe musiche di Morricone e fra tutte Nuovo Cinema Paradiso), poiché toccano corde misteriose sotto pelle, dirette ai nervi, al cuore, e non puoi più controllare, fermare, sei nudo anche tu: le parole “bestemmiate e leggere” delle Osterie di Charles, o le invocazioni della Terra Santa, piante dalle mura della sua Gerico, o quella preghiera confessione capolavoro che è Io come voi sono stata sorpresa, da Ballate non pagate ?

Questo blog oggi compie un anno, nel giorno anniversario della nascita della Merini. Dedico questi versi al suo ricordo e ai lettori che si sono moltiplicati dalla dozzina di amici iniziali agli oltre 46.000 contatti attuali! Grazie a tutti. Grazie Alda.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini, da Vuoto d’amore (Einaudi, 1991)

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

Alda Merini, da L’anima innamorata (Frassinelli, 2000)

Alda Merini – sito ufficiale

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